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Creta
Creta non è soggetta agli italiani, ma dal maggio 41 (dai giorni
dell’operazione Merkur) abbiamo un piccolo presidio stabile estratto
dalla divisione Siena, dal 312° btg misto motocorazzato e il CXLI btg
ccnn. (che molti autori qualificano come M) Dopo gli attimi di
indecisione alla notizia dell’armistizio la formazione consegna le armi.
Non si hanno notizia di scontri rilevanti. Susseguente al disarmo e alle
reali intenzioni di collaborazione espresse dagli italiani Il T.Col
Carlo Gianoli procede alla raccolta di tutto il personale dell’isola o
qui piovuto per costituire una
Legione italiana volontari “Kreta” che
inquadra tre battaglioni (due secondo Pisanò) più il CXLI btg ccnn.
dislocato a Retymno. Il 25 aprile 1945 i reparti
italiani vengono lasciati liberi, mentre i tedeschi
idealmente o virtualmente continuano la guerra. Inquadrati coi tedeschi
(in divisa) vi
erano molti Italiani che non potevano scegliere. Il 6 maggio la legione
depone le armi nelle mani degli Americani. 2 giorni dopo tocca ai
tedeschi. Il 20 maggio con la nave francese “Ville d’Oran”, finiscono
nel campo sportivo di Brindisi (erano 1400) poi trasferiti in parte a
Taranto, il resto ad Algeri al Campo 211. Quelli
di Taranto una notte scapparono cantando Giovinezza.

RODI
COMPAGNIA DEL GIARDINO DI GUERRA
Le difficoltà alimentari in Grecia e
nelle isole non erano indifferenti. Se con le loro piccole attività e
con la piccola pesca gli autoctoni vivevano, con tutti quei soldati e
l'impossibilità di pescare al largo la situazione era diversa. La razione
del pane era scesa, ma era pur sempre superiore a quella ufficiale in
Italia. Ogni possibile mezzo fu impiegato per procurarsi cibo. Il
metropolita arrivò a lanciare, alla fine del 1944, un appello alla Croce
Rossa Internazionale che riuscì a far pervenire nel gennaio 45 alcuni
piccoli carichi.

Elio Bettini,
già Argento al V.M. nella grande guerra e dal 1° gennaio 1943
comandante del 49° Rgt. Fanteria “Parma", di stanza a Santi Quaranta in
Albania, si trovava a decidere da solo e per il meglio della sorte dei
suoi uomini in quell'8 settembre del 43.
così descrive il difficile
momento un sottotenente testimone : “Alle 5 del 12 settembre mi fece chiamare nella sua
camera: era pallido e triste… «i tedeschi stanno per arrivare: cosa
fare?»” Ma, aggiunse, “Resistiamo a tutti e quando non ce la faremo più
ci imbarcheremo per Corfù, e chi vuole le nostre armi verrà a
prendercele” . La scelta del Colonnello di non cedere le armi ai
tedeschi, ma di unirsi a chi ancora combatteva (la Divisione Acqui di
stanza nell’arcipelago delle isole Joniche di Cefalonia, Corfù, Zante,
Itaca e S. Maura (Leucade)), risvegliò in altri reparti il sentimento di
obbedienza alla legge dell’onore. Un reparto motorizzato della Divisione
da montagna Brennero, elementi della Guardia di Finanza e della
Capitaneria di Porto, nonché un gruppo di artiglieri ed altri tre
battaglioni, per totale di 3500 uomini, si misero sotto il suo comando.
Costituito così un reggimento, il Colonnello Elio Bettini il 12 notte partiva
da Santi Quaranta ed il 13 sbarcava a Corfù (Grecia) ove
partecipava alla cattura della guarnigione tedesca dell’Isola. Da
http://www.memoria.provincia.arezzo.it/biografie/elio_bettini.asp

Elio Bettini: Motivazione della Medaglia
d’oro al V.M. alla memoria:
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L’8 settembre 1943 si
trovavano in Grecia circa 80.000 tedeschi del gruppo armate sudest, in
nuclei di massicci distaccamenti motorizzati e gli italiani inquadrati
nella
XI armata italiana gen. Vecchiarelli
III CdA a Tebe div. Forli, Pinerolo, truppe Eubea (Bersaglieri)
VIII CdA Cefalonia div. Acqui, Corfù Div. Casale
Sett.Corinto, Argolide Pelopponeso Div. Piemonte, Cagliari distaccate a
unità tedesche
XXVI CdA a Giannina div. Modena, Brigata Lecce
Comando Egeo div. Cuneo (a Samo), Regina (Rodi), Siena (a Creta)
XI armata
composta da circa 7.000 ufficiali
e 175.000 militari di truppa disseminati in innumerevoli e statici presidi
sia nel continente che nelle centinaia di isole.
Se in Italia dopo l'annuncio dell'armistizio la sera dell'8 la situazione
era confusa, senza ordini precisi se non quello di sparare se attaccati;
nelle isole esistevano solo due situazioni o con o contro i tedeschi. Con
gli Angloamericani a Salerno e il resto dell'Italia ancora agibile, con le
dovute precauzioni (retate, bombardamenti) si poteva raggiungere casa o
nascondersi da qualche parte. Nelle isole ciò non lo era già più da molto
tempo perché il controllo delle acque e del cielo era in mano Inglese. Si
tentò a questo riguardo di collegare la madrepatria alle isole con sottomarini, ma il carico utile era poco
o nullo, giusto per corrispondenza, medicinali e poco altro. Vi era quindi scarsità di risorse e mezzi,
con carenze alimentari, già magre per la popolazione civile, a cui si
aggiungevano 50.000 italiani e 25.000 tedeschi.
 Da Dodecaneso.org:
Una missione inglese fu paracadutata nella
notte tra il 9 ed il 10 settembre per poter stabilire contatti col
Governatore Inigo Campioni e concordare gli aiuti militari alleati (ma si dice che gruppi di commandos fossero
già nell'isola da giorni). Dopo varie
peripezie Dolbey arrivò al Palazzo del Governatore alle ore 1.15 del 10
settembre e conferì con Campioni ed alti ufficiali. Gli inglesi chiesero
di resistere sino al 15 settembre tenendo sgombro il porto per lo sbarco
alleato. L’incertezza, l’incapacità e la passività dei più diretti
collaboratori militari del Governatore, condizionarono negativamente
l’uomo amplificandone le esitazioni e le angosce, già palesate in mare. La mattina del 10 si
tenne una riunione al Castello in cui Campioni decise di chiedere l’
armistizio. Egli si era mosso cercando disperatamente spazi di
negoziazione o rispetto di regole formali da parte di un avversario che
aveva un’unica spietata regola, uccidere o essere ucciso. Dopo la firma
della resa, non una delle condizioni concordate venne rispettata. Campioni
venne custodito da uomini delle SS nel suo appartamento al Castello. I
tedeschi iniziarono immediatamente l’evacuazione degli ufficiali italiani
perché temevano che questi scatenassero una rivolta dei militari italiani.
L’ammiraglio fu trasportato in aereo ad Atene e quindi inviato al Lager di Schokken in Polonia dove vennero concentrati tutti gli alti ufficiali
italiani catturati. Nel gennaio 1944 fu prima internato al carcere degli
Scalzi a Verona e quindi nell’aprile 1944 in quello di Parma. La loro
sorte (con Mascherpa) era segnata.
Rodi
A Rodi come a Creta è presente una formazione tedesca, la divisione
meccanizzata Rhodos al comando del gen. Kleemann che controlla per ora gli
aeroporti dell’interno. Falliti i tentativi di resistenza (l’ultimo si
protrae fino al 15) e di negoziazione ai più non resta che aderire al
nuovo ordine. Il vice governatore Faralli accetta con diversi personaggi
del regime di aderire alla neonata R.S.I. Vengono costituiti diversi
reparti, compreso uomini della neonata GNR, Genio e volontari dalla
disciolta div. Regina. I volontari si erano divisi in 2 grandi famiglie:
quelli che erano entrati direttamente nei reparti tedeschi (e non
obbedivano più agli italiani) i Kawi (Kampfwillige
soldati alleati volontari) o gli Hiwi (Hilfswillge operai volontari
di varie nazionalità, molti russi).
Dei circa 32.000 italiani che stazionavano solo a Rodi, in alcuni
mesi ne aderirono circa 4.000 divisi fra costruttori e combattenti riuniti
sotto un reggimento agli ordini del Col. Cerullo. Entrambe le categorie
dovevano prestare la formula di giuramento ad Hitler che diceva
"In nome
di Dio presto sacro giuramento di obbedire senza riserve ad Adolf Hitler,
comandante supremo delle Forze armate tedesche, nella lotta per la mia
patria ......"
Il
17 ottobre a Campochiaro i primi reparti prestano il giuramento di fedeltà e
vengono riarmati dai tedeschi. Si formano così vari reparti di cui il
maggiore è quello degli zappatori del genio con 2 battaglioni. Il resto
era diviso in sussistenza (servizio sanitario), guardia, comunicazioni, ma
anche GNR e combattenti. A Nauplia e a Zante l’artiglieria della Div. Piemonte passò senza
discontinuità alla R.S.I. Lo stesso per le altre isole di Samo (24ª
Legione GNR "Carroccio'') e Syra (Fucilieri della Cuneo). Altri: Compagnia
compl. fascisti n.1, 201ª Legione CC.NN-GNR Egea "Conte Verde", ANR -
LXVII° Btg. CC.NN. (a Salonicco)
A Cefalonia e Corfù
la resistenza italiana ad opera della
div. ACQUI
è aspra. Si combatte dal 13 al 25 settembre con oltre 2000 morti.
(per Cefalonia
vedi capitolo a parte).
A Corfù dove staziona l'altra parte della divisione, si riesce a ricevere rinforzi
dall'Albania (a sinistra). Qui aiutati dai Partigiani greci le sorti sembrano volgere a
favore degli italiani, ma solo per poco. Il giorno
15 giungono a Corfù due cacciatorpediniere italiane, lo Stocco e il Sirtori,
ma non
serve a niente. Gli Stukas (aerei bombardieri da picchiata) affondano il primo e danneggiano il secondo.
Il
24 i tedeschi sbarcano in forze e il giorno dopo è battaglia piena con l’attacco ai
passi di Stavros, Coriza, e Garuna. L’appoggio aereo scompagina le difese
e il colonnello Lusignani dà l’ordine di resa.
Alle 14,30 il
Col. Lusignani ed i suoi vengono fucilati. Tutti gli italiani prigionieri
vengono imbarcati su piroscafi che rischiano prima le mine poi gli attacchi
inglesi. Si calcola che almeno 13.000 italiani
moriranno nell'affondamento del naviglio, che gli Inglesi ignari o coscienti
continuano a colpire da sopra e da sotto il mare.
SGOMBERO DEGLI ITALIANI
PRIGIONIERI O COLLABORATORI DALLE ISOLE DELL’EGEO.
La massa dei prigionieri (10.000 solo a Rodi ma ce ne erano molti di più
sulle altre isole a cui si aggiungevano i civili stanziali di origine
italiana e i funzionari pubblici non militari) e l’impossibilità su così
tante isole di effettuare una costante sorveglianza e a rifornirle
regolarmente (non c’era vitto per gli indigeni essendo gli uomini
lontani e ferma la pesca d’altura) spinse i tedeschi da subito a
trasferire sul continente i prigionieri anche per avviarli ad attività
di difesa sia qui che in Germania (in Germania poi diventavano Imi e gli
si offriva da agosto del 1944 la possibilità di lavorare fuori dai campi
in regime di semilibertà). Molti di questi trasporti come accennato
affondarono sia per ragioni militari (siluramento) che meteoriche
trattandosi di carrette del mare super affollate. Riepilogo qui sotto
solo i più grossi disastri con le relative perdite riservandomi per la
più disastrosa quella della Oria o Orion un trafiletto speciale. Gli
affondamenti si concentrarono fra settembre 1943 e la prima vera del
1944. Si cominciò il 23 Settembre quando avvenne il primo disastro. I
piroscafi "Donizetti" e "Dithmarschen" e la Torpediniera "TA 10" vennero
affondate. Si ebbero 1.584 morti fra gli internati in massima parte
dovute alle inosservanze alle norme di sicurezza.
Miglior
sorte ebbero i trasporti aerei. Nel Gennaio 44 la situazione peggiora.
Viene ordinato il trasferimento anche su mezzi di trasporto non idonei
al trasferimento di truppe come chiatte, pontoni o altri mezzi civili
non in grado di reggere il mare forte.
28/9 da Cefalonia M/n Ardena 720 morti su 840 imbarcati
11/10 Corfù Rosselli
1300 5500
13/10 Cefalonia Marguerita 544
900
18/10 Creta
Sinfra 1850
2390
8/2/44 Creta
Petrella 2646
3173
L’Oria era una nave Norvegese di 2127 tsl. All'inizio della guerra
faceva servizi verso il Nord Africa e fu lì,
a Casablanca, che fu internata nel
giugno del 1940 dalla
Francia di Vichy. Ribattezzata Sainte Julienne e data in gestione alla
Société Nationale d’Affrètements di Rouen; passò poi in Mediterraneo a
Marsiglia. Nel novembre del 1942 fu formalmente restituita al
proprietario e perciò ribattezzata Oria; ma subito dopo fu affidata alla
compagnia tedesca Mittelmeer Reederei GmbH di Amburgo. L'Oria fu tra le
navi scelte per il trasporto dei prigionieri italiani. L' 11 febbraio
del 1944 partì da Rodi alle 17,40 diretta al Pireo, con a bordo 4046
prigionieri (43 ufficiali, 118 sottufficiali, 3885 soldati), 90 tedeschi
di guardia o di passaggio e l'equipaggio, ma l'indomani, colto da una
tempesta, affondò presso Capo Sounion - 37° 39’ latitudine nord, 23° 59’
longitudine est . Alcuni rimorchiatori, accorsi il giorno seguente, non
poterono salvare che 37 italiani, 6 tedeschi, un greco, 5 uomini
dell’equipaggio, incluso il comandante (capitano Bearne Rasmussen) e il
primo ufficiale di macchina.
Da Dodecanneso… “Orion”.
Il vecchio catorcio gli resistette (alla tempesta) fino a sera, ma
nell’oscurità che raddoppiava le incombenti tenebre notturne, senza il
conforto di un faro cui riferirsi e non più in grado di compensare le
straorzate, andò a dare di cozzo sullo scoglio Medina a sole 25 miglia
per sud - est dal Pireo, e vi si schiantò affondando rapidamente. Poiché
in quel punto i fondali vanno da 5 a 30 metri, l’“Orion” calò di poppa
nei flutti lasciando fuor d’acqua la parte prodiera incastrata nei
massi. Per l’infuriare degli elementi, i soccorsi tardarono. Il giorno
successivo, 13 febbraio, tre rimorchiatori italiani e due greci uscirono
dal Pireo e tentarono di avvicinarsi al relitto emergente. Le proibitive
condizioni del mare impedirono però qualsiasi efficace manovra, e solo i
“Vulcano” poté portarsi vicino al rottame e salvare uno sventurato che
ancora si reggeva ai cavi dei bighi di prora. Mentre glia altri
rimorchiatori raccoglievano qualche naufrago ancora vivo e alcuni
cadaveri - altri corpi sarebbero stati trascinati dal fortunale sulla
costa dell’Attica - il personale del “Vulcano” avvertì che dentro le
lamiere dell’”Orion” c’erano dei vivi, e con grande rischio, portatosi
presso la tragica prora, mise in opera le fiamme ossidriche per aprire
un varco. Possiamo soltanto immaginare come si sia svolto l’improbo,
eroico lavoro di quelli ignoti marinai decisi a strappare alla morte i
naufraghi che invocavano soccorso dal chiuso di stive e gavoni. Tanta
abnegazione andò sulle prime frustrata per un colpo di mare che strappò
l’apparato autogeno del “Vulcano”. Soltanto il giorno dopo il “Titano”,
subentrato all’unità gemella con nuove bombole e cannelli e operando
finalmente in condizioni di minor violenza marina, riuscì a liberare
cinque uomini che sembravano impazziti…. Samo
Samo, da non confondersi con Symi molto più a Sud vicino a Rodi, non faceva parte dei
possedimenti italiani in Egeo. Era stata occupata per la sua vicinanza
alle nostre isole ma non c'erano tedeschi durante il conflitto. L'8 settembre '43 quando
arrivarono gli Inglesi per appoggiare l’occupazione di Lero gli italiani
non frapposero problemi. Nell'Isola era di stanza la Divisione «Cuneo»
(7°, 8° Rgt. fanteria e 27° artiglieria) e la 24a Legione ccnn. per un totale
di circa 9.000 uomini al comando dei quali era il
Generale di Divisione Soldarelli. Potendo gli italiani collaboravano,
anche perché la cosa sembrava andare per le lunghe. Quando il 17 novembre
cadde Lero, l’isola divenne il nuovo obiettivo dei tedeschi. Gli alleati
sembravano forti in mare nell’aria, sul fronte italiano come su quello
Russo, ma in Grecia e nelle isole non si batteva chiodo. Il 18 si decise
di lasciare l'isola per tempo prima che in cielo si addensassero troppe
nubi. I mezzi
per sgomberare una tal massa di gente vennero trovati (carrette) e la
breve distanza con la
Turchia facilitò la cosa. L'evacuazione delle truppe continuò fino al
giorno 23 in condizioni a volte drammatiche. Lo stesso giorno i tedeschi
entrarono a Samo. Sembra che la Turchia non spingesse per fermare battelli
nelle sue acque territoriali e richiedesse come paese neutrale l’internamento dei
belligeranti, in alternativa a una consegna ai tedeschi o agli inglesi. I campi di prigionia della Palestina accolsero in maniera
soft questi nuovi ospiti collaborativi al seguito delle unità che venivano
allestite per i fronti. La divisione venne sciolta ufficialmente molti
mesi dopo.
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DAL
SITO ANPI:
La Divisione Pinerolo
comandata dal generale Adolfo Infante, era dislocata (8/9/43) in Tessaglia e
poteva contare su 23.000 uomini, con i reggimenti di supporto Lancieri
di Aosta e Milano. All'indomani dell'8 settembre rifiutò di
consegnarsi ai tedeschi e rispose con il fuoco all’intimazione di cedere
l’aeroporto di Larissa. Resosi però conto del disfacimento delle altre divisioni italiane, il generale Infante si avviò con circa 8.000 uomini verso la regione montuosa del Pindo, dove stipulò un patto di cooperazione con i partigiani greci su avallo della missione inglese.
Seguirono diversi cruenti scontri con i tedeschi, ma i rapporti con le formazioni comuniste dell’Elas purtroppo si incrinarono presto. Fu così che le truppe italiane della montagna vennero prima frazionate e poi disarmate dall’Elas e, dopo un’inutile resistenza, internate in tre campi di concentramento: a Grevenà, nella Macedonia greca, a Neraida in Tessaglia, a Karpenision nel Pindo. In questi campi alcune migliaia di militari italiani persero la vita per malattie,
e stenti e in seguito ai rastrellamenti dei tedeschi, che non risparmiarono neppure i malati e i feriti trovati nei loro giacigli.
Anche Il 3° reggimento granatieri, fu rapidamente disarmato ed i suoi
uomini avviati ai lager tedeschi. Alcuni, però, si ribellarono a quella
sorte e tentarono di unirsi ai partigiani greci o di raggiungere quelle
poche unità italiane, facenti capo alla divisione "Pinerolo", che
resistevano in armi ai tedeschi. Tragico destino anche per il
battaglione Complementi che vide i suoi uomini divisi tra i lager
nazisti e le esecuzioni sommarie perpetrate dai partigiani comunisti di
Tito.

INDIETRO |
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PINEROLO - Nota sito: Nella zona di competenza della Pinerolo i
rapporti coi partigiani non erano mai stati idilliaci da quando nel febbraio di
quell'anno (43), una rappresaglia per la morte di 9 soldati italiani uccisi
in un agguato portò alla fucilazione di 150 greci nel villaggio di Domenikon.
Domenikon è il nome di una cittadina della Tessaglia dove un attacco
partigiano aveva provocato la morte di 9 soldati italiani. Il generale
della divisione Pinerolo Cesare Benelli, ordinò la repressione:
centinaia di uomini circondarono il villaggio, rastrellarono la
popolazione e catturarono più di 150 uomini dai 14 agli 80 anni. Li
tennero in ostaggio fino a che, nel cuore della notte, procedettero alla
fucilazione. Secondo alcuni storici fu il primo di una serie di episodi
repressivi della primavera-estate '43 conseguenti a una circolare del
generale Carlo Geloso, comandante delle forze italiane di occupazione,
per la lotta ai partigiani. Allo stato però non se ne conosce altri di
simile entità.
I LANCIERI D'AOSTA
Nel settembre 1942 i lancieri d’ “Aosta” (2 Gruppi a cavallo, 5° mitraglieri, XXXI
Gr. appiedato e una batteria del XVIII Artiglieria: in totale 48
ufficiali, 1.718 fra sottufficiali e truppa, 800 cavalli e un centinaio di mezzi)
erano dislocati fra il Canale di Corinto ed il Peloponneso. In quel
periodo stava organizzandosi il movimento partigiano nazionalista
greco (generale Zervas, E.A.M.), fortemente sostenuto dagli Inglesi. Gli
Alleati costituiranno e raggrupperanno tali partigiani in vere e proprie
grandi unità, sotto le bandiere dell'E.D.E.S. (filo-monarchico) e dell'E.L.A.S.
(filocomunista). Nella prima metà del 1943 si intensificò
l’attività partigiana, in particolar modo nel settore di “Aosta”
(zona Trikkala Karditsa), sempre più duramente impegnato nella conseguente
attività repressiva. Il 10 settembre respinta la richiesta di resa rivolta
dai tedeschi,
vennero stipulati dal comandante Col. Berti precisi accordi di
“cobelligeranza” con gli Alleati e con i partigiani. Si trattava di
uno dei pochi accordi similari stipulati dalle forze armate italiane dopo
l’armistizio con il quale veniva mantenuta l’autonomia del reparto e la
pari dignità. Dopo l’accordo il Reggimento si trasferiva alle falde della
catena montuosa del Pindo.
Nel periodo settembre - ottobre 1943 contribuì
notevolmente ad arrestare le forze tedesche nel loro tentativo di
riconquistare l’area (scontri di Kalabaka e di Porta Psari) e svolse
alcune azioni di controffensiva, come a Larissa, dove venne attaccato un
campo di aviazione). In tale momento “Aosta” contava su
un organico ancora di cospicue dimensioni (suddiviso in squadrone
comando; I Gruppo su 1° squadrone e 2° squadrone; II Gruppo su 3°
squadrone e 4° squadrone, 5° mitraglieri, XXXI Gruppo appiedato e una
batteria del XVIII Artiglieria: in totale 48 ufficiali, 1.718 fra
sottufficiali e truppa, 1.628 moschetti, 52 fucili mitragliatori, 38
mitragliatrici, 800 cavalli). Per la parte logistica ”Aosta” riceveva
dagli Alleati una sterlina d’oro al mese per lanciere e per cavallo,
unico sostegno per la sopravvivenza. Nonostante questi
indubbi meriti (o, forse, proprio per aver dimostrato tenace spirito
combattivo), il 14 ottobre 1944 due battaglioni partigiani dell’E.L.A.S.
comunista attaccarono
in forze il Reggimento, uccidendo il tenente cappellano don Marino Pilati,
medaglia d'argento alla memoria, e 19 lancieri (49 feriti). Nonostante la
strenua difesa, “Aosta”, a sera inoltrata, dovette sospendere la
resistenza. A Pirgos il I Gruppo, comandato dal maggiore Tognozzi,
resistette più a lungo, finché il comando divisione diede, anche ad
esso, ordine di cessare l’inutile resistenza. Gli
ufficiali furono divisi dai lancieri, si impedì loro di vedere i morti e
di assistere i feriti, molti furono brutalmente percossi. Saranno
rimpatriati dopo una dura prigionia fra montagne inaccessibili solo nel 1945
“sempre fieri e dignitosi”, come ebbero a riconoscere gli stessi
partigiani greci. |