Gli anni che verranno  parte II (1793-1794)

Parte I

 

Warning!!! The author is aware and has agreed to this fanfic being posted on this site. So, before downloading this file, remember public use or posting it on other's sites is not allowed, least of all without permission! Just think of the hard work authors and webmasters do, and, please, for common courtesy and respect towards them, remember not to steal from them.

L'autore è consapevole ed ha acconsentito a che la propria fanfic fosse pubblicata su questo sito. Dunque, prima di scaricare questi file, ricordate che non è consentito né il loro uso pubblico, né pubblicarli su di un altro sito, tanto più senza permesso! Pensate al lavoro che gli autori ed i webmaster fanno e, quindi, per cortesia e rispetto verso di loro, non rubate.

Revisione: Laura Luzi

gennaio 1793

 

Il cielo era grigio e freddo, brumoso e umidiccio, ma pronto a cambiare rapidamente: forse in tempesta violenta, forse in sereno nitore. Cambiava tutto così rapidamente, su Parigi. E, nonostante questo, le strade erano sempre affollate e rumorose, come se la vita tra le quattro mura si fosse trasferita nei vicoli e sui selciati. All’ora di pranzo c’era un flusso di gente a calpestare la neve sporca, persone vocianti, che commentavano, ripetevano motti e strofe improvvisate, e mischiavano i loro discorsi di patriottismo spiccio con i problemi quotidiani il pane e il freddo, la salute e la miseria- si incrociavano pettegolezzi che, poi, parevano scaldare l’animo delle tante popolane, in quel giorno gelido di gennaio.

Lei camminava rapidamente, fendendo quel fiume di gente con noncuranza e agilità.[1] Stringeva a sé un mazzo di fiori incartato con un foglio di giornale. Le braccia sembravano conserte, dandole un’aria imbronciata e decisa, le labbra - pallide per il freddo- erano serrate. Guardava in basso, pensosa, come se attraversasse una strada vuota e silenziosa, come se nulla di quello che accadeva intorno la riguardasse.

- Attenzione!- la voce di una donna la portò, automaticamente, a scavalcare con un passo più lungo – quasi un salto da perfetta incosciente, sulla neve- l’ostacolo. Ossia un cesto di panni lavati, irrigiditi dal freddo come le mani della donna che lo aveva fatto cadere.

- Abbiamo fretta, eh Oscar?- solo allora lei alzò gli occhi. Ormai conosceva Josephine: aveva una cinquantina d’anni e abitava qualche palazzo prima di lei. Una brava persona, con le guance scarne e rosse, come l’ingenua passione che la portava a passare ore sulla porta di casa propria, per sentire le nuove sulla Francia.

- Sì. - rispose Oscar laconica.

- Perché? Che c’è?-

Ecco un altro difetto della Francia rivoluzionaria. Pareva essere sparita la riservatezza, la dimensione privata, intima…[2] O, forse, per chi era nato in quelle case a volte così attaccate tra loro, in quegli appartamenti piccoli mai baciati dal sole, in quei vicoli stretti fatti apposta per creare umidità e vicinanza, era naturale condividere quasi fisicamente ogni problema con gli altri.

- Nulla di serio.- Oscar, evasiva, la salutò allontanandosi.

- Ma… fermati a parlare!!!- protestò la donna.

Oscar proseguì, con quelle parole nelle orecchie. Non fece gesti di impazienza, non si morse le labbra né alzò gli occhi al cielo ma sentì dentro di sé un improvviso moto di sentimenti contrastanti e rabbiosi, la voglia di tornare indietro e gridare le sue ragioni a Marianne, salvo poi gridarle a se stessa con meno convinzione. Sapeva che, secondo il mondo che pareva circondarla come le case in quella ragnatela di vicoli, era giusto che una donna passasse ore sulla soglia di casa ad aspettare notizie sulla patria, facendo bollire qualche minestrone e stordendo i propri figli con le canzoni patriottiche. Quelle cose, secondo l'opinione comune e persone intorno a lei, caratterizzavano una donna di Francia.[3] Oscar scosse le spalle, come per un togliersi di dosso la sensazione fastidiosa che certe opinioni e discorsi le lasciavano addosso, affrettò ancora più il passo per raggiungere prima casa, come se le finestrelle piccole e vicine di quelle case fossero occhi solo apparentemente ignari e indifferenti. Qualcosa la spingeva a correre: la voglia di ritrovarsi, attraverso il suo mondo e il suo rifugio, la voglia di parlare di cos’era accaduto quel giorno, di mostrare ad André cos’aveva trovato. Uscì dalla zona maggiormente affollata, le strade erano più larghe e in alcuni angoli la neve era ancora intatta. Guadagnò le scale ansimando, si poggiò sulla porta e ne accompagnò il movimento. Soltanto allora sospirò, sentendosi libera, nonostante avesse il cuore pesante. Si tolse il mantello, strofinò le mani arrossate e intorpidite dal freddo e si rilassò. Nella sua casa, poteva anche essere triste. Triste per tante cose ma, anche, per sé. Gli eventi di quei giorni avevano innescato in lei, silenziosamente, un meccanismo di ricordo, che viveva ancora al livello di sensazioni, tuttavia sufficienti a turbarla. Non ci pensava molto, c’erano problemi più urgenti, ma in quei momenti di quiete silenziosa sentiva qualcosa tremarle nell’animo, qualcosa sgretolarsi, interrogativi lievi e rapidi le attraversavano la mente… Un sabotatore che di soppiatto aveva innescato una bomba alle fondamenta del suo equilibrio.

“Sempre queste metafore militari mi vengono in mente…” pensò, sorridendo si sé mentre si scaldava le mani posandole sulla pentola tiepida che Rosalie doveva aver portato ormai da qualche tempo. Riagguantò i fiori comperati al mercato e si avviò alle scale.

C’era un piccolo problema concreto da affrontare, in quel momento. Tra i suoi incubi peggiori – “Ho troppi incubi peggiori” pensava- era sempre rientrato quello di dover accudire persone malate. Lo diceva sempre alla nonna: ”E’ incredibile quello che fai!”, mentre la vecchia correva da una stanza all’altra cambiando pezze umide sulla fronte di… due scriteriati che si divertivano molto a giocare a palle di neve…

E ora, invece, Oscar stava salendo le scale a far fronte a quel medesimo problema. Due amatissimi scriteriati con gli occhi verdi e la febbre alta. In fondo non era una situazione così tremenda, si poteva anche depennare dalla fitta lista dei suoi incubi peggiori. In astratto, tra le cose che non avrebbe mai voluto fare per nessuna ragione al mondo, ci sarebbe stato anche cannoneggiare la Bastiglia con tanto di tisi addosso e André ferito… poi, quando ci si trova nelle situazioni, si agisce immediatamente, come se lo si programmasse da tempo. Ogni barriera razionale cadeva, come sempre. Per quanto in quel momento fosse triste, confusa e turbata, stava sorridendo e pregustando la scena dolcemente assurda che avrebbe incontrato dopo pochi gradini, dopo la porta…

Nella penombra della stanza, schiarita dalla luce fioca della finestra – una luce che scavalcava parecchi tetti e rimbalzava sul fiume, prima di arrivare lì- dormiva André, di fianco, con un braccio steso poco sopra la testa di Pierre e l’altra mano poggiata sul corpo del piccolo, come per proteggerlo.

Una scena che non poteva lasciarla indifferente, alla quale ogni volta pareva doversi abituare. Eppure, quel giorno, una parte di lei avrebbe preferito non vederli, poter rimanere sola, poter cancellare ogni presenza affettuosa dalla propria vita. Scosse la testa, e si avvicinò ad André.

-Mattinata indimenticabile…- gli sussurrò all’orecchio per svegliarlo. – Ti sei impossessato di tutto lo spazio…- Come vide che André reagiva, girandosi lentamente, gli avvicinò i fiori al viso, in modo che il profumo e la sensazione di frescura lo svegliassero.

Il colore pallido e delicato dei fiori ingentiliva l'incarto, violentemente giallino e nerastro.[4]

- Ma che… Oscar…?-

- Complimenti per il sonno. Scommetto che ti starai chiedendo cosa significano questi.-

-Me lo chiederò tra qualche minuto… quando mi sveglierò del tutto.- guardandoli meglio, i petali erano decorati da gocce di brina che si stavano sciogliendo. Oscar stava controllando la fronte di Pierre. Sospirò, ma non per la febbre del figlio. Sembrava già iniziare a fuggire altrove, con la mente.

André era perso nella contemplazione consapevole dei movimenti di Oscar: la dolcezza con cui proteggeva la testa di Pierre, unita ai gesti asciutti e spicci del militare e alla sua eleganza naturale. Era stupenda. Qualsiasi sacrificio gli avesse chiesto la vita, per lei lo avrebbe fatto.

- Sei tornato nel mondo dei vivi, André?-

- Sì, e nel migliore dei modi.- rispose con tono chiaro, nonostante la voce restasse roca.

- Bene, vediamo se il mio ex attendente si è impigrito oppure no. Cosa vedi? Intendo dire, cosa vedi di davvero importante- gli indicò, decisa, il mazzo di fiori.

André rimase un attimo in silenzio. – Scherzando, potrei dire l’omaggio per un povero influenzato, ma, sapendo che non è da te comperare fiori, in realtà noto che sui giornali che avvolgono i fiori si parla di Luigi Capeto, ex Luigi XVI o, per molti, Luigi Ultimo...-

- Bravo…- la voce perse il tono di sfida, si ammorbidì, si sfumò… Oscar si sedette sulla sponda del letto, guardava davanti a sé. Tra una piccola finestra e l'armadio dalle ante di legno verde, esattamente nell'angolo, c'era una sorta di tenda opaca, che copriva qualcosa dalle fattezze vagamente umane. L'uniforme della Guardia, che portava i segni della battaglia peggiore: mancava una manica, perché Oscar l'aveva strappata per fermare l'emorragia di André. Oscar restò a fissarla, con gli occhi traboccanti di parole, di emozioni e ricordi, ma anche di domande.

- Mi chiedevo…- disse dopo un lungo silenzio - … anzi, me lo chiedo quasi sempre… se… indossando quella divisa… io avessi potuto fare qualcosa di più. - le parole uscivano di bocca affaticate, basse, spezzate dalla pena. - Sì, a volte me lo chiedo. Lo so che è inutile, ma vedo errori e… orrori da ogni parte… Io sono e resterò sempre con il popolo, nell'uguaglianza. Gli uomini sono uguali. Ma adesso, stanno trattando da uomini loro? Le idee, i progetti che riempivano i discorsi di quei ragazzi, che fine hanno fatto? Proprio quei giovani che, quasi infervorati, sostenevano l’innocenza e l’uguaglianza che accomuna le persone dalla nascita, ora che ricoprono cariche, sostengono che alcuni sono nati già criminali, diversi dagli altri perché sono nati per regnare. Ora cambiano idea, si contraddicono così? Non ci si può appellare a due diversi criteri! Sarebbe…- cercava le parole - come un militare che combatte, a seconda del comodo, in due eserciti opposti… un mercenario.- Pronunciò la parola con disgusto.- Giovani mercenari del pensiero gestiscono la libertà…. Così… si torna indietro André… si torna indietro… e io non so cosa fare… non posso fare niente… e non riesco a sopportarlo.- Fece una pausa.- Lo so bene che anche con quella divisa non avrei potuto fare nulla.- Nella sua voce un'eco di rimpianto. - E' come se… stessi vivendo due vite diverse, completamente opposte…- strinse i pugni.

André si sentiva profondamente triste per lei, ma sapeva che Oscar si teneva dentro quelle parole da troppo tempo. Ora che le aveva dette, sarebbe stata meglio.

- Oscar, tu non stai vivendo due vite… una sola, ed è la tua. Non si può fare altro che viverla, fino in fondo, senza fuggire… anche i pensieri dolorosi. Fuggire non è mai una soluzione. Se vuoi piangere -, le sorrise, - hai sempre le mie spalle a disposizione, ma avvisami con un po' di anticipo: se cambia il tempo mi fa troppo male la cicatrice.-

Lei alzò il viso arrossato dallo sbalzo di temperatura, gli donò un sorriso triste e grato - Ehi, non sono Rosalie: piango per conto mio, io. Vado a rimettere Pierre nei ranghi…- recuperò il piccolo – così lo vizi…- disse sottovoce, soffiandogli tra i ricci.

André sorrise. "Rimettere nei ranghi…" E pensò a quanto speciale, tenera a suo modo, potesse essere Oscar.

- So, ormai, chi sarà la prossima vittima… su chi si scaricherà tutto l’odio di questi mercenari del pensiero. - evidentemente ormai Oscar si era affezionata alla definizione. – So anche che le motivazioni concrete saranno veritiere… ma non so cosa pensare. Devo farlo, sono pagata per questo… posso anche fingere, ma dentro di me… sono senza parole.-

- Oscar, non devi preoccuparti…- André si alzò, le mise una mano sulla spalla. Vicini, osservavano Pierre dormire. André ne contemplava i capelli biondi, mentre lo sguardo di Oscar era fisso in un punto indefinito, distante. -… Sei al sicuro. Ti proteggerò da qualsiasi cosa, lo sai…-

Improvvisamente, Oscar ebbe uno scatto di ribellione. – Smettila con queste frasi fatte![5] Non ho bisogno di protezione!- gridò.

Pierre si svegliò sgranando gli occhi. Ci fu un attimo di silenzioso imbarazzo. André era rimasto bloccato dalla reazione così aggressiva di Oscar, lei aveva percepito la sproporzione, la rapidità del suo cambio d’umore e ora ne provava vergogna.

- Emh… piccolo, ben svegliato… vedo che stai… stai meglio…- disse, prendendolo in braccio.

- Sì che sto meglio. Tu però sei arrabbiata!-

- Io? No… no… Vieni, Rosalie ci ha portato il pranzo, andiamo a mangiare. Con gesti rapidi e tesi, lo coprì. - Rischi di prendere freddo. - André era rimasto a fissarla, perplesso. Lei lo fulminò con un’occhiata. – E’ inutile che fai quell’aria smarrita. Non mi pare sia successo nulla di blasfemo.- sibilò.

- No, Oscar… è che…sono solo preoccupato… per te… davvero. Sono solo preoccupato.-

Lei sospirò: André non le stava mentendo, non la stava giudicando, né tantomeno valutando con quel metro comune che non apparteneva a nessuno di loro due. Lui non meritava quel trattamento. Né lei meritava di ridursi al punto di rivoltarsi contro ad André in quel modo.

A tavola, Oscar continuava a pensare alla propria reazione, a quella sensazione quasi violenta di repulsione che aveva avuto, all’improvviso, contro il suo mondo. O, forse, contro se stessa calata in quel mondo.

Ogni giorno, Rosalie portava loro pranzo e cena. Era stata Oscar a volere quel compromesso: una quota dello stipendio che Bernard doveva darle veniva trattenuta, per ripagare la prestazione di Rosalie. Lei, poverina, l’avrebbe fatto anche gratis. Amava molto cucinare, preparare torte, zuppe… ma Oscar aveva deciso per lei, con sorridente orgoglio e aria soavemente militare, come organizzare e sbrigare quel piccolo impiccio di vita quotidiana.[6]

La sera arrivava anche con i discorsi che Bernard riusciva a raccogliere tramite vari collaboratori. Lei, pensando al giorno trascorso e alle testimonianze di quelle frasi, iniziava a vergare con una scrittura decisa fogli su fogli, poi a sfigurarli con cancellature nette - una metà finiva accartocciata e lanciata in aria. Inevitabilmente, Pierre intendeva quel gesto come un gioco, e il momento di frustrazione per un lavoro non soddisfacente diventava, invece, uno sfogo divertente. “Vedi che li prendi al volo. Hai mira, piccolo! Hai… preso da me!” Pierre rideva, tra fogli di carta che cercava di afferrare al volo.

Quella sera, invece, Oscar si chiuse a chiave nella stanza.

- Ehi, io voglio giocare… sono io che ho la febbre, non tu!- protestava Pierre, accanto alla porta.

- Sta' buono, per favore. Questa sera giochi con me…- André lo calmò. Anche lui avrebbe voluto varcare quella porta che lo separava dai pensieri di Oscar, dalle preoccupazioni, dai ricordi; avrebbe voluto vederli insieme a lei, come se fossero un quadro angosciante ma, una volta fissato su una tela, innocuo. Capiva, invece, che Oscar aveva bisogno di stare sola e di fare fronte a qualcosa che era scattato in lei.

 

Oscar stessa era incredula. E più passavano i giorni, più non capiva se stessa. Quello che aveva visto il 21 gennaio era stato la causa scatenante di un processo che andava da sé, oltre la sua volontà. Non capiva cosa le stesse accedendo, ma era sempre ombrosa, taciturna… Luigi XVI, condannato come Luigi Capeto, colpevole di aver regnato, era stato ghigliottinato il 21 gennaio 1793. Gridò parole sentite, confuse tra le grida scomposte della folla, con lo sguardo triste tra quelli spiritati di coloro che lo circondavano. Fu quello che Oscar notò: c'era fame, freddo… bisognava solo scaricare la rabbia su qualcuno. Bisognava essere già impazziti di fame e freddo, per levare un boato di acclamazioni quando il sangue schizza. Lei non fece una piega, nessuno la riconobbe: il suo miglior travestimento era una gonna, che non indossava per principio e abitudine, e i capelli raccolti. Recitò una preghiera muta, senza sperare che fosse ascoltata. Lo fece solo per la sua coscienza, per cercare qualcosa di certo, di fermo, di personale.

Il sangue di Luigi era come quello di tutti gli esseri umani, quando la vita fugge via. Sicuramente in battaglia uomini erano morti anche ad opera propria, più o meno diretta, e tanti – più giovani- ne aveva visti morire. Ma da quando era stato André a rischiare la vita provava orrore per la morte. Era consapevole della sua irreversibilità, un concetto banale, ma a cui un militare non usa pensare mai. Non può né deve.

“Dunque non sono più nemmeno un militare… non rimpiango la monarchia, ma diffido di questi ragazzi che gestiscono la libertà… non sono, non faccio… allora… cosa sono? Qual è ora la mia identità…? Possibile che abbia perso ogni possibilità… che abbia rinunciato a tutto? Possibile che sia successo questo? Che abbia perso me stessa?”

 

marzo

L’interrogativo che l’aveva infastidita per giorni senza farsi chiaro esplose in un giorno di primavera. Rosalie le aveva portato la cena, come sempre, e le aveva mostrato entusiasta uno scialle rosa che Bernard le aveva regalato, dato che di quei tempi guadagnava molto bene. Invece di assecondarla con quel fare sorridente e quasi paterno, l’aveva liquidata con secchezza.

- Sono cose che piacciono ad ogni do…- Rosalie aveva azzardato una timida protesta, che le era morta in gola: la sua voce era stata recisa dallo sguardo tagliente di Oscar.

- Queste, secondo te, sarebbero le basi della vita di una donna?! Ma è assurdo…- esclamò con durezza, senza fare caso a come quella frase potesse essere quasi ridicola.

- Non… non è assurdo… Non sono solo queste cose… anche, per esempio…- Rosalie stava per opporre delle argomentazioni persino convincenti e meditate, ma Oscar, tirando fuori uno dei suoi lati peggiori, non la lasciò proseguire.

- Ora basta!-

Poi, quasi spaventata da se stessa, si scusò con la ragazza: era molto stanca, piena di pressioni, ma non trovava le parole per comunicarglielo. Rosalie si allontanò triste. Aveva visto gli occhi di Oscar farsi gelidi, poi confusi, spaventati.

Oscar stava soffrendo. Oscar si stava difendendo, proteggeva le sue ferite dalle cure altrui, per cercare di conoscerle meglio. Mentre guardava la giovane allontanarsi con il capo chino, si rese conto che in quegli anni la vita e lei stessa erano corse velocemente, così velocemente da non lasciarle rendersi pienamente conto di ciò che stava vivendo. L’entusiasmo, l’ebbrezza, i problemi da superare le avevano dato una forza aggiuntiva, una carica febbrile che – ora –si era smorzata, lasciandola forse cambiata, forse stanca, forse incredula di fronte a sé - senza il tempo, lento, di trovare un senso profondo, di personalizzare la sua storia. Aveva come l’impressione di essersi addormentata anni prima e svegliata ora, in un mondo di cui lei era partecipe e artefice, tuttavia troppo diverso da quello che conosceva.

Corse indietro con il pensiero, rapidamente. Nonostante le fioriture di primavera fossero ancora ghiacciata dalla brina, sui pochi alberi già occhieggiavano le punte delle le prime foglie verdissime, ingioiellate dal freddo. Era così, a Versailles, quando il pacifico Luigi passava ore a fare serrature e lei… doveva insegnare a cavalcare alla giovane principessa. Quant’erano lontani quei momenti? Quanto erano cambiati tutti quanti? Così profondamente… l’unico elemento costante in quel turbine di ricordi era André. Era sempre stato al suo fianco: alle volte taciturno, poi ironico, poi scomoda voce della realtà, quindi compagno della sua esistenza, ogni giorno, ogni ora, indispensabile, custodito nella sua anima. Ma lei, la sua anima, erano forse cambiati? Chi era, ora, Oscar? Non riusciva a darsi una risposta, e doveva, invece, far fronte a questo interrogativo: doveva farlo per sé, ma anche per André. E doveva riuscirci da sola: forse non era corretto il metodo, ma lei era fatta così. Tutto ciò le stava intorno le apparteneva, ma com’era diventata lei? Era sempre Oscar?

 

- Sei così taciturna…ti stanchi troppo…- André la raggiunse, le posò le mani sulle spalle, esitante a farle scivolare intorno al collo, al petto, per abbracciarla leggermente.

- No, non mi sto stancando. Quello che faccio è necessario… e poi, a rigor di logica, sai cosa può accedere… -

- Sì, Oscar… Lo so…- restò un attimo in silenzio. La sua Oscar era così triste. Maria Antonietta, la donna che aveva protetto per una vita, sarebbe sicuramente stata giustiziata. Oscar, invece, era viva, sana e felice. E, con ogni probabilità, si sentiva in colpa… per rispetto delle sue preoccupazioni, André preferiva rimanerle discosto, attendere in silenzio che fosse lei a farsi avanti, a parlare.

- Le cose si fanno impossibili, André. Meno male che ogni tanto interviene Desmoulins.- appoggiò la testa a lui, stirando le gambe sotto il tavolo, e armeggiando fino a poggiarle sulla sedia di fronte.

André sorrise, osservando quel gesto.

Desmoulins, la perfetta antitesi di Robespierre: naso greco, occhi azzurri, amante dei piaceri della vita, scriveva con prosa limpida ed elegante,[7] e una sorridente razionalità. Forse troppo perché l’amicizia con l’arruffato ma inflessibile Robespierre potesse durare. O, quantomeno, potesse dare frutti.

- È uno dei pochi a darmi l'impressione di agire consapevolmente -, riprese Oscar, per poi, subito, tacere, perché il discorso stava prendendo un’altra piega, più intima e dolorosa.

André se ne accorse. Avrebbe voluto parlarle, consolarla. Ma Oscar taceva, ostinata, come ferita. Avrebbe voluto proteggerla. La cinse in un abbraccio dolce, le sfiorò il viso in un bacio delicato, ma Oscar lo ricambiò con uno sguardo freddo e distante. E, così, lentamente, lui sciolse quell'abbraccio e, silenziosamente, per non far sentire che si allontanava, si scostò. Capiva che quella reazione di Oscar nascondeva di più che una legittima paura. Tuttavia, ne era colpito.

 

Oscar dormiva. André invece non riusciva ad assopirsi. Seduto nell’incavo della finestrella, sulla nicchia delle scale, aveva con sé un quaderno ingiallito.[8] Vi accostò il viso per odorarne le pagine… si sentiva solo il profumo della carta vecchia, ma gli sembrava di sentirne mille altri… le caserme, i fiori di Arras, la pioggia di Parigi… e quell’inconfondibile, delizioso odore che la pelle di Pierre pareva emanare. Ma erano le sensazioni di un insonne, amplificate del buio, dal silenzio, che le rendono più acute, che fanno correre la mente tra suoni, profumi e figure i cui contorni paiono stemperarsi. Invece siamo soli, di notte.

<<So che Oscar sta soffrendo, ma dovevo prevederlo. Tutto sta crollando e lei si trova così sola. Se almeno potesse parlare con me di ciò che la turba… invece non vuole e forse ha ragione - non sarei obiettivo - e, comunque, prima o poi, vanno fatti i conti con se stessi. Vorrei esserle più vicino… e mi rendo conto che non posso, non sarebbe bene per lei. Avrebbe bisogno di parlare con una persona terza, forse con un amico… parlare così con me sicuramente mi coinvolgerebbe in prima persona su più piani e so che non riuscirei ad essere obiettivo, che rischierei di farle del male. Proprio ora che…>>

Si portò una mano ai capelli, chiuse il quaderno. Rimase un attimo a guardare fuori dalla finestra. Nell’aria della notte, i pochi bagliori di luce parevano materializzare sagome di oscurità. C’era silenzio, intorno a lui e dentro di lui. Percepì la stanchezza, resa più pesante dalla pena inespressa. … meglio andare a dormire. Salì piano le scale e si coricò. Oscar aveva la testa nascosta dalle lenzuola.

 

Continua...

Mail to sonia_78@virgilio.it

Back to the Mainpage

Back to the Fanfic's Mainpage

[1] Precisiamo: io non c’ero, e non sono neppure mai andata a Parigi. Però ho letto Novantatré di HUGO (oh, l’ha letto pure la Ikeda!) e cerco di immaginarmi la città, rifacendomi a posti che ho visto, come i vicoli di Genova, soprattutto la zona di vico della Maddalena. E le foto del libro Paris. Photografies et poèmes,  Bibliothèque de l’Image, 1995. Ho ipotizzato che Oscar e André abitino nella parte ovest di Parigi, la parte est era la più disastrata. Dai, non mi sembra carino…

[2] Ariès-Duby, La vita privata, l’Ottocento, Mondadori, 1999, pp. 15-17.

[3]Bertaud, La vita quotidiana in Francia al tempo della Rivoluzione, BUR, 1997, pp. 199-200, con tanto di… simpatico stralcio discorso di Amar riportato a pp. 208-209. Che belle parole! Ti amiamo tutte, lo sai?!

[4] Sempre da una foto del libro Paris. Photographiès et poème . L’immagine in questione si trova a p. 14-15.

[5] In realtà pensavo “In quale fanfic  hai letto ‘sta frase!” ^__^ Miss Soulsadistic non poteva risparmiarsela…

[6] Opinabile, ma io Oscar in cucina proprio non ce la vedo!!! Meno che nella simpaticissima “Cena a casa Grandier” di Brumilde.

[7] Per quanto riguarda Desmoulins qualcosa, poco per la verità, si può leggere in Schama, Cittadini, Milano, Mondadori, 1999, pp. 836-838 (brani tratti da articoli del Vieux Cordelier) e a pg. IX (lettera alla moglie). Per Robespierre, invece, si veda Bourgin, La Rivoluzione francese, Fratelli Melita editori, 1988, pp. 336-341. E’ riportato, ovviamente tradotto, un articolo  di Robespierre apparso sul n. 2 del Le Défenseur de la Costitution, maggio 1792. A giudicare dalla grafia, pare quasi che il modo contorto di esporre le idee corrisponda ad essa.

[8] André tiene un quaderno del genere, nell’anime. E a me risultava molto utile per riempire i vuoti narrativi e riallacciarmi, senza dover riempire per amore di chiarezza ma in maniera troppo prolissa, il vuoto tra questa e la precedente fanfic.