I pensieri di una madre

 

Warning!!! The author is aware and has agreed to this fanfic being posted on this site. So, before downloading this file, remember public use or posting it on other's sites is not allowed, least of all without permission! Just think of the hard work authors and webmasters do, and, please, for common courtesy and respect towards them, remember not to steal from them.

L'autore è consapevole ed ha acconsentito a che la propria fanfic fosse pubblicata su questo sito. Dunque, prima di scaricare questi file, ricordate che non è consentito né il loro uso pubblico, né pubblicarli su di un altro sito, tanto più senza permesso! Pensate al lavoro che gli autori ed i webmaster fanno e, quindi, per cortesia e rispetto verso di loro, non rubate.

Era la notte di capodanno. Fuori si intravedevano nel buio della notte i fuochi artificiali che rallegravano i festeggiamenti della Corte per l’anno nuovo. Il 1756. Un altro anno che per i cortigiani, ne era certa, sarebbe passato come i precedenti, tra un pettegolezzo, un ballo e un’avventura galante. Tutte cose che non le erano mai interessate molto. Ora poi, con un’altra creatura di cui occuparsi, erano davvero l’ultimo dei suoi pensieri.

Si voltò verso l’elegante culla, ornata di fini merletti, che era stata sistemata accanto al suo letto. La bambina dormiva, serena, i pugnetti serrati appoggiati accanto ai ciuffi chiari che ricoprivano a malapena la graziosa testolina. La donna sorrise. La gravidanza e il parto erano ormai una specie di abitudine, anche se era certa che questa volta sarebbe stata l’ultima. Il medico era stato tassativo; sarebbe stata un’imprudenza troppo grande.

Osservando quel volto innocente, in cui viveva una parte di lei, si ritrovò senza neanche volerlo a ripercorrere con la mente tutti gli eventi che, come in un sentiero tracciato da una mano imperscrutabile, avevano portato alla sua nascita.

***

Ricordo ancora vividamente il giorno delle mie nozze. Non avevo ancora compiuto sedici anni. Ero talmente spaventata… Il mio futuro marito l’avevo intravisto solo un paio di volte. Certo, era un giovane di bell’aspetto, alto, con gli occhi chiari, e la divisa di colonnello delle guardie reali gli dava un’aria molto elegante. Era più vecchio di me di una decina d’anni, e i miei genitori mi avevano fatto presente che era un ottimo partito, unico erede di una famiglia di antica nobiltà, con un’ingente fortuna, e una brillante carriera militare davanti a sé. Nondimeno, mentre camminavo verso l’altare dove lui mi stava aspettando, mi ero sentita un agnello sacrificale.

In realtà i miei timori si rivelarono, almeno nel primo periodo del nostro matrimonio, totalmente infondate. François era un uomo attraente, deciso e volitivo e al tempo stesso con me dolce e gentile, e io mi sentivo felice. Non so se fosse davvero amore quello che provavo, ma senz’altro in breve tempo mi sentii molto legata a lui, e imparai a volergli bene.

Nel giro di pochi mesi mi ritrovai incinta. La gioia mia e di François era davvero grande. Nacque senza troppe complicazioni una bella bambina. Sapevo che mio marito desiderava un maschio, ma la nascita di Eugenie sembrò renderlo comunque molto felice. Quando la prese per la prima volta tra le braccia un ampio sorriso gli illuminò il volto, come un raggio di sole che squarci le nubi. Come è tradizione nelle famiglie nobili, mi portò un dono: un bellissimo collier di oro e smeraldi, che mi porse lui stesso ringraziandomi. “So che speravate in un erede maschio…” azzardai timidamente. Ma lui mi interruppe “Non crucciatevi, il maschio verrà. E’ una bambina stupenda.”. E forse Eugenie fu l’unica figlia che amò mai davvero. Passava ore e ore a contemplarla, quasi non riuscendo a capacitarsi di aver partecipato alla creazione di quell’esserino.

Circa due anni dopo diedi alla luce un’altra figlia. Stavolta François fu forse meno entusiasta, ma si rallegrò comunque che la bambina fosse bella e in buona salute. La nascita, di lì ad un anno, della terza femmina sembrò cambiarlo. Divenne nervoso, e molto meno gentile con me. Pressato dall’urgenza di un erede, mi cercava quasi ogni notte, e spesso mi prendeva in modo brusco, quasi rabbioso, senza più traccia della tenerezza e delle attenzioni di prima. Altre due femmine, malauguratamente, seguirono.

La nascita di Hortense, la mia quinta bambina, era stata piuttosto difficile, e le forti emorragie mi avevano notevolmente indebolita; il medico mi aveva sconsigliato di avere altri figli. François aveva accolto la notizia con apparente rassegnazione, ma nei suoi occhi leggevo il gelo. Ogni volta che mi guardava, sentivo pesare su di me la colpa: il nome, la tradizione militare dei Jarjayes sarebbero scomparsi per sempre, per la mia incapacità di partorire un erede maschio.

Passarono i mesi, passò lento un lungo anno. Le mie bambine crescevano belle e sane; erano la mia gioia, la mia consolazione. Correvano per i giardini come uno sciame di farfalle dai colori pastello, e le loro voci infantili riempivano i corridoio di risa argentine.

François trascorreva sempre meno tempo a casa. Non so dove andasse, se cercasse consolazione tra le braccia di altre donne o nell’alcol. Ormai era un estraneo, che mi porgeva un saluto di forma quando mi incontrava per caso per le scale del palazzo o a qualche ricevimento a Corte.

Una sera di marzo ero seduta nella mia stanza, di fronte allo specchio, preparandomi per la notte. Fuori un pioggia che profumava già di primavera picchiettava sui vetri, come a portare la promessa di gemme e fresca erba verde. Fissavo la mia immagine nello specchio, senza vederla veramente. La mia mente era persa in mondi remoti. Ripensavo alla mia infanzia, ai sogni di ragazzina, alla felicità dei primi tempi del mio matrimonio. Volevo ritrovare quelle sensazioni, quel benessere semplice eppure così raro che mi era stato concesso e poi strappato dal fato. Mi sciolsi i capelli con un gesto deciso, che mi fece quasi male, e dopo averli spazzolati con vigore vi passai le dita per farli cadere graziosamente sulle spalle. Aprii un po’ la camicia da notte, a lasciar intravedere il seno, più florido di un tempo ma ancora sodo e piacente. Non poteva finire così. Non doveva.

***

Quella sera François rientrò verso mezzanotte. Aveva bevuto, ed era piacevolmente stordito. In passato era stato famoso a Corte per i suoi costumi morigerati, ma ora nulla importava più. L’ebbrezza dei vini e dei liquori cancellava, anche se momentaneamente, le sue preoccupazioni. Aprì piano la porta della sua stanza, rischiarata dal fuoco scoppiettante del camino, che la governante lasciava acceso per accoglierlo al suo ritorno. Nella penombra scorse una figura sul letto, che lo fissava intensa. “Louise…” “Shh, non parlate. Avvicinatevi.” Gli passò le dita tra i capelli, e avvicinò le labbra alle sue. L’uomo, affascinato e stupefatto, si fermò un istante prima di baciarla. “Ma…” “Sono certa che andrà tutto bene. Sono certa che questa volta sarà un maschio…”.

***

E così tu sei qui, bambina mia. Ancora una volta, una femmina, un’altra creatura condannata ad una vita di sottomissione, di sforzi per piacere ed essere accettata dagli uomini. Tuo padre ora è come impazzito. Dice di volerti crescere come un uomo, ti ha anche dato questo assurdo nome di Oscar. Non importa, un giorno magari lo considererai un vezzo. Vedrai, presto cambierà idea. Quando ti guarderà meglio, non potrà fare a meno di notare quanto sei bella, quanto sei fragile. Come può fare di te un soldato, piccola mia? Un donna soldato… chissà come sarebbe la tua vita. Magari più libera di quella delle altre donne, ma quando il tuo cuore chiamasse, ricordando imperioso le sue ragioni, come faresti, mia creatura? Non si può far tacere il cuore di una donna…

 

 

Mail to s_clerico@hotmail.com

 

Back to the Mainpage

Back to the Fanfic's Mainpage