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Racconto scritto da Christian
Il Sole ardeva e
profondeva i sui raggi per riscaldare un’ampia radura in
mezzo al bosco di Eldor. Il cielo era limpido, luminoso, solo poche
nuvolaglie lontane turbavano quell’orizzonte terso.
Un silenzio permeava quel piccolo spiazzo, un silenzio che a tratti era
interrotto da qualche cinguettio di uccello, forse qualche pettirosso
che emetteva il suo languido richiamo, impegnato a trarre a
sé una femmina fugace e discinta che svolazzava
d’intorno. La pace era palpabile e nitida in quella valletta
raggiante di vita, dove la flora e la fauna collaboravano a creare un
paesaggio d’incanto agreste.
Lì un
giovanetto sedeva sopra una piccola pietra liscia e levigata, consunta
e malleata da un mare che milioni di anni prima aveva invaso quel luogo
e aveva steso le sue acque a colmare l’intera pianura.
Il ragazzo fissava la realtà che lo circondava, appagato da
quella quiete irreale. Sempre gli capitava di perdere il senso del
tempo che passa, assorto e meditabondo qual era in quella radura
arboricola che concedeva requie e sollievo al suo spirito. Si beava di
quella pace gaudente, lui, che era sitibondo di una calma che
difficilmente riusciva a ottenere nel quotidiano vivere.
Per
questo motivo, allorquando egli si concedeva qualche ora di meritato
riposo, subito si dirigeva in quella tana protettiva per gustarsi quel
po’ di spensieratezza di cui aveva forte
necessità. Un’aria aggradevole lo accoglieva
quando infine il suo cammino lo portava ai margini del boschetto, una
luce scintillante lo attendeva all’uscita
dall’intrico complesso e serrato della vegetazione. Ed era
arrivato, finalmente. Si sedeva sempre sullo stesso masso, e si metteva
in ascolto di ciò che la sua coscienza rappacificata gli
suggeriva.
I suoi pensieri vagavano,
cullati dalla calura
materna di quel Sole rincuorante. La sua mente si rilassava, dopo una
lunga giornata di scossoni emotivi; il suo spirito raggiungeva quel
nirvana contingente che tanto desiderava e che tanto lo compiaceva. La
sua vera natura, ascetica, contemplativa, poteva rigenerarsi in quel
paradiso dei sensi acquietati, in quella Tebaide dei comuni mortali.
Grandemente egli si rallegrava di quello stato di beatitudine che gli
proveniva da quel bucolico contesto, e grande era la forza che gliene
veniva.
Anche quel giorno si era ripetuta quella dolce,
rasserenante abitudine. Anche quel pomeriggio assolato poteva assistere
alla melodiosa stasi dei suoi sensi tumultuosi.
Erano ormai
ore che, con gli occhi chiusi, se ne stava pago e gioioso a contemplare
sé stesso e la natura che lo circondava.
Poiché il tempo in quelle circostanze per lui non aveva
significato, non si era accorto che il sole già era sceso
per buona parte del suo tragitto discendente nella volta celeste.
Quando infine riaprì gli occhi, forse si attendeva che le
ombre si fossero allungate di molto, invece con un certo disappunto
constatò che l’astro splendente era stato oscurato
da cupe nubi. Alzò il suo sguardo e poté vedere
quelle nuvole, dense, tenebrose, forse foriere di pioggia.
Quel panorama stravolto e mutato nei suoi toni e colori
turbò l’animo del giovane. Dove si aspettava lo
splendore della stella solare, vi era solo una torbida e opaca nube,
carica di sferraglianti e fredde gocce d’acqua; dove vi
doveva essere la luminosità diffusa su tutta la radura, vi
era solo un pallido lucore che permeava ogni cosa.
Il giovane
allora si levò in piedi. La sua sosta si era protratta
lungamente, il suo ritorno alle mondane occupazioni era
d’obbligo.
Diede un ultimo sguardo fugace agli
alberi che circondavano la valletta, e immantinente si mise in cammino.
La sua quiete era finita, i suoi impegni gravosi lo chiamavano.
Con passo spedito entrò nel bosco, buio e tetro per
l’imminente temporale, mentre un tuono echeggiò
stentoreo poco lontano.
Luglio
1999
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