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Trek – The Next Generation: Primum non nocere |
Racconto di fantascienza
scritto da Christian
Capitolo
Primo
Il capitano
Jean Luc Picard era reduce da una settimana di intenso lavoro. Quando
era un cadetto, come tutti i suoi compagni, pensava a un futuro
radioso, pieno di avventure e di nuove esperienze; un futuro che,
riteneva allora, solo la vita su una nave spaziale gli avrebbe potuto
fornire. Ma, come tutti i suoi compagni, a quel tempo non aveva pensato
che la giornata tipica di un ufficiale si componeva di migliaia di
incarichi gravosi e al contempo snervanti: verifiche di tutti i
sistemi, dalla propulsione al supporto vitale, controllo delle riserve
energetiche, supervisione globale dei macchinari. Questi erano
prerogative dalle quali non ci si poteva esimere in nessun caso.
Oltretutto, in particolari situazioni, ove la malasorte vessava ancor
più l’infelice capitano, ecco presentarsi una
nuova sventura, quale era una convocazione al comando centrale della
flotta stellare, presso il quale avrebbero avuto luogo le celebrazioni
per la nomina di dieci nuovi ammiragli. Di tutti i compiti che doveva
svolgere a causa della sua qualifica, la partecipazione alle
manifestazioni ufficiali era senza dubbio quello che gli risultava in
assoluto più tedioso, opprimente e soporifero. Presenziare a
un pranzo ufficiale, di fronte a illustri sconosciuti, i quali mai si
stancavano di discorrere di futili argomenti, era per Picard fonte di
noia mortale. Inoltre, vi erano le cerimonie che seguivano il
banchetto, in grado di causare una cattiva digestione anche al
più ossequioso degli ufficiali. Nemmeno i vecchi amici che
rincontrava dopo mesi, a volte anni, riuscivano a risollevargli il
morale da una tale accozzaglia di ritualità soffocanti e
prolisse.
Avrebbe dato qualsiasi cosa per poter essere
distante anni luce da questa nuova incombenza, ma il suo grado glielo
impediva inequivocabilmente. Come se non bastasse,
l’Enterprise sarebbe stata visitata dai più alti
ranghi della flotta stellare, fatto che rendeva necessaria una sua
completa revisione strutturale, dimodoché fosse tutto
perfettamente funzionante quando quelle menti illuminate avrebbero
minuziosamente controllato lo stato generale dell’astronave.
Non era certo un’ispezione ma, se solo qualcosa fosse andata
storta, la reputazione del capitano e della nave sarebbe stata scalfita
da malevoli dicerie.
Non riusciva più a sopportare
di aggirarsi per i ponti a supervisionare l’operato dei suoi
sottoposti. Certo, i suoi uomini erano in grado di svolgere il loro
compito in maniera ineccepibile, tuttavia la sua apprensione lo
spingeva a girovagare e porre domande sull’andamento della
manutenzione, offrendo il suo aiuto laddove poteva essercene bisogno. E
sempre gli veniva replicato che tutto stava procedendo secondo i tempi
stabiliti, che non doveva minimamente preoccuparsi, tra quattro giorni
sarebbe stato sulla Terra, in perfetto orario.
Infatti non
ammetteva ritardi poiché, sebbene era sicuro che si sarebbe
annoiato a morte a quell’incontro, temeva maggiormente le ire
dell’Ammiraglio Nakamura, oramai sicuramente la bestia nera
per Picard. Nakamura era estremamente ossequioso del protocollo, rigido
e intransigente nell’espletare le sue mansioni. Non tollerava
che un ufficiale di grado inferiore trasgredisse alle regole della
etichetta. E l’etichetta imponeva a Jean Luc di essere
presente con l’Enterprise in smagliante forma.
L’estenuazione di Picard raggiunse il culmine dopo ore e ore
trascorse a vagabondare tra i ponti. Voleva concedersi un po’
di riposo; aveva quindi dato disposizioni di non essere disturbato in
nessun caso.
Si diresse verso il suo alloggio,
l’unico luogo ove poteva ottenere un po’ di calma.
Si avvicinò al replicatore, grato che fosse stato riparato e
perfettamente efficiente.
– Tè, earl
grey, caldo – disse al computer.
Immediatamente si
materializzò una tazzina fumante della sua bevanda
preferita, capace da sola di donargli una parte di quella
tranquillità che aveva lungamente attesa. La prese e si
diresse sul divano a lato della stanza, lasciandovisi cadere con
evidente stanchezza.
Ryker era a riposo in quelle ore, mentre
l’instancabile Data avrebbe diretto la plancia con indiscussa
perizia. In quei momenti di relax si concedeva spesso di pensare a
quale fortuna gli era stata concessa. Avere ai propri ordini un
equipaggio così esperto ed operoso era sempre, nei momenti
di sconforto, un valida consolazione. Confidava molto in quegli
ufficiali valenti e autonomi, tanto nei controlli di routine quanto nei
momenti di estremo pericolo. E la sua fiducia era ricambiata da una
stima elevata che provavano i sottoposti nei suoi confronti.
Il tè si stava raffreddando mentre il capitano si adagiava
in quei pensieri. La spossatezza pesava sulle palpebre di Jean Luc,
inducendogli un certo torpore che ben si adattava
all’atmosfera intima del suo alloggio. Il silenzio permeava
l’aria indolente, rinfrancando e rilassando quella mente
sempre vigile.
Ma ad un tratto, una voce spezzò
quella quiete, richiamando immediatamente Picard alla sua normale
attenzione.
– Capitano, è necessaria la
sua presenza in plancia – disse Data con voce atona.
– E’ accaduto forse qualcosa di grave? –
chiese Picard subito apprensivo.
– No, signore.
Solo, abbiamo ricevuto uno strano messaggio di tipo testuale.
E’ meglio che venga a valutare di persona la sua natura.
– Sto arrivando – ribatté il capitano.
Essendo ancora in uniforme, Jean Luc si diresse senza indugiare al
turboascensore. In un minuto era già arrivato e si era
seduto sulla poltrona di comando, già completamente
dimentico del precedente sfinimento.
– Allora
signor Data, da chi proviene questo messaggio? – Picard era
un po’ ansioso, temendo che la fonte potesse essere
l’ammiraglio Nakamura, forse per sollecitare le riparazioni.
– Ci è stato inviato dai Nefrosiani, –
rispose Data. – Sono una razza di cui si sente poco parlare,
poiché sono fortemente refrattari a qualsiasi scambio
culturale con gli altri popoli. Tuttavia di loro sappiamo che
possiedono un’avanzata tecnologia, forse superiore a quella
della Federazione. Le loro conoscenze sono elevatissime soprattutto
nella nanotecnologia e nell’informatica applicata. Hanno
inoltre sviluppato un codice morale assai elaborato, insieme ad una
filosofia molto evoluta.
– E’ strano,
– commentò Picard, – che esseri esperti
nelle scienze tecniche siano anche assai evoluti in quelle filosofiche.
– In effetti è anomalo, – rispose Data.
– Tuttavia i Nefrosiani non hanno privilegiato nessun sapere.
In questo sono molto simili alla Federazione. E tuttavia si discostano
dalla nostra evoluzione per una ricerca quasi parossistica di norme
etiche adeguate e consequenziali al loro progresso.
Picard
fissò il comandante con uno sguardo interrogativo. Non
riusciva infatti a comprendere quanto gli veniva riferito da Data. Per
una volta l’androide, sempre minuzioso e particolareggiato
nelle sue descrizioni, era rimasto sul vago. Per ora, in ogni caso,
quanto sapeva gli sarebbe bastato.
– Per ora
è sufficiente, signor Data. Ora vorrei esaminare il
messaggio.
– Certo capitano. Tuttavia, forse
rimarrà sorpreso, dato che, a mio modo di vedere,
è fin troppo laconico ciò che dice.
Il
messaggio fu trasferito al terminale della postazione di comando.
Picard lo lesse e rimase sbigottito. Come si poteva cercare di
comunicare con qualcuno dicendo semplicemente:
“Addio”?
Capitolo
Secondo
La riunione degli
ufficiali superiori era fissata per l’ora successiva a quella
del colloquio tra il capitano e Data. Era la normale procedura nel caso
di contatti con razze non ancora ben conosciute.
Geordi stava
finendo le ultime revisioni in sala macchine, dove ormai tutte le
imperfezioni erano state risolte. Dopo quel poco che gli aveva detto
Data, era assai curioso di sapere come si sarebbe comportato il
capitano. In altre occasioni si sarebbero diretti immantinente a
controllare l’origine del messaggio, ma ora, con il richiamo
a presenziare sulla terra a quella solennità della
Federazione, forse avrebbero dovuto deporre i loro propositi di
indagine a favore di una più modesta alternativa. Certamente
Picard sarebbe stato costretto a seguire le indicazioni che gli
venivano dall’Ammiragliato, e avrebbero dovuto procrastinare
la fermata presso il pianeta Nefros.
Ryker entrò
nella sala macchine. Era venuto a cercare La Forge, l’unico,
a parte Data e il capitano, ad avere qualche indiscrezione sul
messaggio ricevuto dall’ufficiale in seconda.
Trovò Geordi nel suo ufficio che controllava dei files sulle
emissioni radioattive dei motori a curvatura, per valutare la loro
buona efficienza.
– Ciao, Geordi –
esordì Ryker.
– Buongiorno comandante.
– Tra cinque minuti dobbiamo essere nella sala riunioni. Lei
è pronto?
– Ormai ho finito, stavo
giusto per partire. – Detto questo si alzò dalla
poltrona e si diresse verso la porta.
I due si incamminarono
insieme, uscendo dalla sala macchine e avviandosi al turboascensore
più vicino.
– Ha parlato con il
comandante Data? – domandò Ryker.
– Sì. Ci siamo visti però solo un
minuto o due.
– Le ha detto qualcosa?
– Veramente il tempo a nostra disposizione era veramente
poco. Mi ha solamente riferito di un messaggio ricevuto dai Nefrosiani
dal contenuto criptico.
– Solo questo? –
chiese il comandante, deluso.
– In effetti sembra
che nemmeno lui ne sapesse abbastanza, – rispose Geordi.
Nel frattempo erano ormai giunti. Picard era già seduto
insieme agli altri ufficiali. Tutti stavano attendendo il loro arrivo
per iniziare la riunione.
Picard prese subito parola.
– Direi di affrettarci poiché non abbiamo molto
tempo a disposizione, signori. Come sapete tra quattro giorni, ora
più ora meno, dobbiamo essere sulla Terra. Tuttavia abbiamo
ricevuto un messaggio dal pianeta Nefros, messaggio a dire il vero
molto ermetico.
Mentre parlava inviò il testo
sulle console dei presenti che, appena letto il contenuto, si
scambiarono sguardi attoniti e stupiti, come a domandarsi
vicendevolmente qualche informazione aggiuntiva che nessuno di loro era
in grado di fornire.
Il capitano colse quelle domande
implicite, ma non si soffermò oltre, giacché
nemmeno lui era in grado di dissipare i dubbi che si erano formati,
almeno non in quel momento. Perciò, incurante,
continuò a parlare.
– Vista la natura
del messaggio, e lo scarseggiare del tempo, ho ritenuto necessario
richiedere all’ammiraglio Nakamura nuove disposizioni su come
comportarci. Gli ho trasmesso le informazioni a mia disposizione, come
vedete ben poche, e ho rimesso a lui la decisione sul da farsi.
Gli ufficiali fissavano con attenzione il capitano, lasciando trapelare
una moderata curiosità dai loro visi oltremodo seri. In
realtà avvertivano che Picard sarebbe stato alquanto lieto
di poter evitare l’incombenza della visita sulla Terra, ma
immaginavano altresì che la risposta
dell’ammiraglio avrebbe imposto al loro superiore di recarsi
comunque sul pianeta natale, considerata l’importanza della
celebrazione.
– Nakamura, – riprese il
capitano, compiaciuto di aver disatteso le loro supposizioni,
– mi ha ordinato di dirigermi immediatamente sul pianeta
Nefros. – Ora si rilassò visibilmente nei tratti
del viso. – Mi ha inoltre esposto il suo rammarico data
l’impossibilità che l’Enterprise sia
presente alle cerimonie, e la richiesta di riportare notizie e
informazioni approfondite sul popolo dei Nefrosiani, una cultura la cui
conoscenza l’ammiraglio ritiene di primaria importanza per la
Federazione.
Picard tacque attendendo le domande degli
ufficiali. Vi fu qualche attimo di perplesso silenzio, poi il capitano
riprese parola.
– Signori, poiché non
sembrate avere domande da pormi, cosa giusta poiché non
sarei in grado di fornirvi maggiori delucidazioni, mi sembra giusto
svolgere subito il nostro compito. Signor Data, si diriga verso il
pianeta Nefros, curvatura sette. Potete andare.
Data fu il
primo a uscire dalla stanza, seguito a ruota da Geordi e Worf.
Seguirono poi gli altri, tutti tranne Ryker che si soffermò
più a lungo.
– Sì comandante?
– chiese pacato Picard.
– Signore, lei ha
qualche informazione ulteriore che non può riferire
all’equipaggio? – domandò Ryker, un
po’ titubante.
– Le sembrerà
strano, ma purtroppo nemmeno io in verità so più
di quanto lei conosca. Il comandante Data mi ha elargito alcuni dati
sul popolo che ci accingiamo a conoscere, ma sono tutte notizie che
può trovare nel database delle razze o può
chiedere lei stesso al secondo ufficiale. Temo che per saperne di
più dovremo sentire direttamente quanto hanno da riferirci i
Nefrosiani.
Detto questo Picard si dedicò alla sua
console, perciò Ryker capì che non aveva
più niente da dire. Si diresse quindi alla porta e
uscì dalla sala riunioni.
Entrò poco
dopo in plancia, dove Worf stazionava alla consolle tattica e Data era
comodamente seduto nella poltrona di comando. L’androide,
appena veduto il comandante, subito si levò per lasciare il
suo posto e andare alla console operativa. Accorgendosi che Ryker stava
per chiedergli qualcosa, lo prevenne immaginando già cosa
l’umano gli stava per domandare.
–
Comandante, ho redatto un’analisi del popolo dei Nefrosiani
sulla base dei dati forniti dal nostro computer. Non è
molto, ma ritengo sia un’utile lettura.
–
Grazie signor Data, – replicò Ryker, –
mi servirà senz’altro.
Detto questo si
sedette, e iniziò a fissare lo schermo. Strana missione,
pensò. Non ne ricordo neanche una come questa,
così misteriosa, senza saper nulla di cosa ci aspetta.
Capitolo
Terzo
– Capitano,
siamo in contatto visivo col pianeta, – riferì
Data.
– Sullo schermo, –
ordinò Picard.
– I sensori riferiscono
che siamo di fronte ad un pianeta di classe M, di dimensioni poco
superiori a quelle terrestri, fauna e flora spontanee dominano la quasi
totalità dei due emisferi, abitanti 2 miliardi, il 99 per
cento sotto la superficie.
– Come mai, signor Data,
la popolazione vive sotto terra?
– Non lo so,
signore. Le condizioni sembrano favorevoli ad una vita di tipo
umanoide, il loro sole emette radiazioni nella norma, l’aria
è composta per il 30 per cento da ossigeno. Potremmo essere
di fronte a esseri assai diversi da noi che forse hanno in passato
colonizzato questo pianeta benché la biosfera non fosse
adatta al loro organismo.
– Purtroppo potremo
saperne di più solo dai Nefrosiani stessi. Mi aveva detto
che erano refrattari ai rapporti con le altre razze, vero signor Data?
Bene, speriamo che ci rispondano, visto che sono stati loro a
contattarci per primi. Worf, apra un canale.
Il Klingon
eseguì e Picard si alzò dalla sua postazione di
comando.
– Sono il capitano Picard, della nave
stellare Enterprise, della Federazione Unita dei Pianeti. Abbiamo
ricevuto una vostra comunicazione poco chiara, e siamo venuti per
controllare se per caso fosse necessario il nostro aiuto.
Silenzio. Nella plancia nessuno fiatava. Le situazioni di primo
contatto erano sempre complesse da gestire, anche con le razze molto
evolute. Non si sapeva mai preventivamente chi si trovava di fronte,
poco sulle loro abitudini, le norme morali, le eventuali fedi
religiose. Si poteva commettere un reato o una scortesia solo
esprimendo qualche pensiero. Bisognava essere assai cauti. La prudenza
era tutto, insieme all’attenzione per i particolari.
– Ripeto, sono il capitano Jean Luc Picard
dell’astronave Enterprise. Qualcuno riesce a sentirmi?
Attese un minuto abbondante prima di parlare nuovamente.
– Worf, invii il prossimo messaggio su tutti i canali
disponibili, forse usano frequenze a noi inusuali.
Il Klingon
eseguì prontamente, chiedendosi se non fosse stata tutta una
tattica per cogliere l’Enterprise di sorpresa, sola, quando
la flotta era concentrata sulla Terra per le cerimonie ufficiali.
– Sono il capitano Jean Luc Picard della nave...
– Il nostro messaggio era oltremodo chiaro, –
riferì una voce senza inflessioni particolari, non
supportata da alcuna immagine.
Il capitano era stato colto
alla sprovvista da una risposta diversa da quella che si attendeva.
Dopo qualche istante riacquistò il controllo della
situazione e riprese a parlare.
– Con chi ho il
piacere di parlare?
– E’ un fattore poco
importante. Tuttavia, per soddisfare la sua curiosità, le
dirò che sono Svadek, secondo Atnor del governo permanente.
– Qual è il motivo che vi ha spinto a mandarci un
messaggio così misterioso?
– Era tutto
quanto era necessario dire.
– Mi sembra inconsueto
contattare una razza aliena con un saluto così definitivo.
Inoltre, non riesco a comprendere quale sia la natura di questo addio,
le ragioni che vi spingono a questo tipo di approccio.
– Non ci interessa tutto questo, non prevedevamo di conoscere
la vostra specie.
– Per quale motivo?
– Non certamente perché non ci interessi, ma per
il fatto che il tempo che ci compete è oramai terminato.
– In che senso? Siete intenzionati a viaggiare nella galassia
per colonizzare nuovi mondi?
– No.
– Siete in grado di spostarvi al di là dello
spazio a noi conosciuto? O magari in un’altra dimensione?
– Niente di tutto ciò.
L’equipaggio nella plancia era inebetito, estremamente
dubbioso sul procedere di una conversazione a senso unico, con Picard a
domandare e il misterioso alieno a rispondere quasi a monosillabi,
affatto esauriente. Il capitano era vieppiù perplesso e
ormai era rimasto a corto di idee. Tentò un azzardo in
quella discussione unilaterale, sperando che il rischio giustificasse i
risultati.
– Senta, la mia gente sa molto poco
della vostra. In seguito al vostro messaggio, io sono stato inviato qui
per fare maggiore chiarezza, desiderando di ottenere un contatto con il
vostro popolo ed avere una conoscenza più approfondita di
voi. Sperando che voi non siate una razza xenofoba, gradirei avere un
colloquio con lei o con un vostro rappresentante, a sua scelta se sulla
mia astronave o sul vostro pianeta.
Vi fu un silenzio, che si
protrasse a lungo prima che l’altro rispondesse. Forse si era
consultato con i suoi simili sulla risposta da fornire.
Ryker
considerò quanto detto da Picard, ritenendolo un azzardo
smisurato, pericoloso con una razza sconosciuta, più adatto
a lui in una partita di poker che al controllato e razionale capitano
durante un primo contatto. In ogni caso sembrò essere stato
un tentativo fruttifero, dato che la voce di Svadek si fece nuovamente
udire, ma con un tono più conciliante.
–
Il mio popolo ha deciso di concedervi udienza. E’ stato
stabilito che un vostro rappresentante sia accolto sul nostro pianeta
per illustrarvi i termini dei nostri proponimenti per
l’imminente futuro.
– Bene, –
affermò Picard, – mi pare una decisione utile per
una migliore comprensione reciproca.
– Le
trasmettiamo le coordinate per il teletrasporto, –
riferì il Nefrosiano.
–
Un’ultima cosa. Desidererei che venissero con me alcuni
membri del mio equipaggio.
Un’altra attesa. Poi la
stessa voce, ormai nota.
– D’accordo.
– Capitano, la comunicazione è stata interrotta,
– disse Worf.
Picard era ancora in piedi, stava
decidendo chi portare con sé sul pianeta. Indubbiamente
sarebbe stato proficuo avere a disposizione il consigliere, esperta
nelle relazioni sociali e nell’instaurazione di rapporti di
fiducia con nuovi popoli. Inoltre era necessaria una persona che
potesse memorizzare le informazioni che sarebbero state ricavate da
quella visita.
– Consigliere, lei e il comandante
Data verrete con me.
Deanna fece un cenno di assenso.
Picard stava dirigendosi verso la saletta tattica quando si
fermò, voltandosi verso il Klingon.
–
Signor Worf, desidererei fosse presente anche lei. L’impero
Klingon deve essere rappresentato adeguatamente in questo incontro.
Capitolo
Quarto
Non videro
assolutamente
nulla della superficie del pianeta. Furono infatti teletrasportati
direttamente a 100 metri nel sottosuolo, in un’ampia sala
forse destinata a differenti tipi di udienze. Ad accoglierli si
presentarono Svadek insieme ad un singolare personaggio, che disse di
chiamarsi Erunik, agghindato in uno sgargiante vestito ma dal tono
dimesso, compassato. Era un membro del Consiglio per le Questioni
Etiche, un rappresentante influente della gerarchia di quel mondo.
– Visto che le formalità sono state espletate,
direi di iniziare subito a mostrarvi il nostro progetto, oramai in
dirittura d’arrivo. – Svadek aveva un atteggiamento
colloquiale, rilassato, opposto al tono altero e asettico che aveva
tenuto la prima volta.
Deanna fissava i due nefrosiani con
un’aria attenta, volta a percepire i loro pensieri, evitando
però intrusioni sconvenienti nel loro intimo, che sarebbero
sicuramente state considerate scorrette. I Nefrosiani non erano
empatici, tuttavia la loro elevata tecnologia poteva essere in grado di
rilevare le attività empatiche. Non conoscendo la natura dei
loro dispositivi tecnologici, preferiva dunque evitare intrusioni
sconsiderate nelle loro percezioni emotive. Avrebbe perciò
beneficiato soprattutto delle sue conoscenze psicologiche, utilizzando
come mezzo la parola, al pari dei suoi compagni.
Picard
fissava Svadek intensamente, e, avendo notato il cambiamento di tono
del nefrosiano, con cautela iniziò a parlare.
– Devo confessarle che questo vostro progetto risulta per noi
assai misterioso, avvolto in un alone di tenebra che solo voi potrete
dissipare. – Il capitano, discorrendo, scrutava le reazioni
del rappresentante, che rimaneva alquanto silenzioso.
– E’ stato nella nostre intenzioni, –
riprese Svadek, – che non pervenissero all’esterno
informazioni sul nostro operato, data la precarietà e
l’ambizione del nostro proposito. Un progetto di
così ampia portata quale noi abbiamo strutturato in decenni
di profonda abnegazione, non poteva né doveva essere messo
in pericolo da circostanze sfavorevoli. Inoltre, siamo ben consci delle
differenze culturali e morali tra le nostre razze. Noi consideriamo il
nostro popolo assai diverso dalla maggior parte delle razze della
galassia, un caso del tutto anomalo. La nostra cultura, pur
prediligendo le conoscenze tecnico–scientifiche, non ha
disdegnato di raggiungere vette culturali elevate, anzi ad esse mirava
con costanza e dedizione. La nostra etica e la nostra filosofia si sono
sviluppate di pari passo alle cognizioni dell’informatica,
della fisica, della nanotecnologia. In questi aspetti sembriamo simili
alla razza umana alla quale lei appartiene. – Svadek stava
fissando Picard con ostentazione. – Ciò
nonostante, noi consideriamo la vostra cultura ancora lungi
dall’essere progredita in campo sociale.
Il
capitano era titubante, non comprendendo a cosa si riferisse il
Nefrosiano.
– Che cosa intende? – chiese
Picard, sulla difensiva.
– Il vostro passato
è ricco di errori capitali, che hanno rallentato la vostra
crescita e inficiato a volte le vostre conquiste.
Il capitano
era ancora insicuro sulle motivazioni di quel discorso. A tratti
volgeva lo sguardo verso il consigliere, chiedendo consiglio sul
comportamento da adottare.
Quando stava per porre una nuova
domanda, in cerca di ulteriori spiegazioni, Data, che fino ad allora
era stato silente, intervenne nella discussione.
–
Capitano, penso che Svadek si riferisca a tutti i problemi, le guerre,
le soperchierie e le prevaricazioni ad opera di pochi che la razza
umana ha vissuto nei lungo periodo bui della sua storia, prima del volo
spaziale, nel lasso di tempo assai lungo antecedente
l’incontro con i vulcaniani e l’adesione alla
Federazione dei Pianeti.
Picard ascoltava il suo ufficiale.
Comprendeva quelle argomentazioni, i secoli oscuri che aveva superato
la cultura umana erano una pecca, una debolezza forse sconcertante
nell’evoluzione di un popolo. Ma non capiva per quali ragioni
i Nefrosiani muovessero questa forte critica a lui. Quali pensieri
animavano quelle persone così indecifrabili? Cosa avevano da
nascondere, quale era lo scopo di questa premessa alle loro
spiegazioni, premessa che avrebbe potuto ostacolare i rapporti nascenti
tra le loro razze?
Intanto Erunik, il rappresentante del
Consiglio per le Questioni Etiche, aveva atteso tutto questo tempo per
entrare nel discorso. Approfittò delle parole espresse da
Data per iniziare a parlare.
– Lei è
perspicace, signor Data. – Il suo sguardo era penetrante,
sembrava denudare una persona delle sue sicurezze, ricercando nel
profondo dell’animo altrui cause ed effetti dei pensieri.
– Grazie, signore, – si limitò a
rispondere l’androide.
– Lei è
un caso insolito nella pletora di razze esistenti nella galassia, un
evento direi unico, – continuò Erunik. –
E’ stato creato dal nulla da uno scienziato umano, ma lei si
discosta assai dalla vita umanoide.
– In effetti la
mia più grande differenza è quella di non provare
emozioni, aspetto di cui mi rammarico.
– Se fossi
in lei, non considererei la mancanza di emozioni come un cruccio, come
una lacuna, ma piuttosto come una possibilità tutta sua di
poter comprendere e valutare l’umanità nel suo
complesso e nei suoi casi particolari tramite un occhio completamente
distaccato e imparziale.
– E’
un’affascinante interpretazione del mio ruolo nella
Federazione, – replicò stupito Data. –
Purtroppo però mi devo innanzitutto scontrare con la mia
aspirazione. Io sono stato costruito per assomigliare in molti aspetti
al mio creatore, e la mia brama inappagabile è quella di
identificarmi con lui totalmente.
– Tuttavia, lei
è anche il primo essere di una nuova specie. Essendo inoltre
privo di emozioni, di moti inconsulti dell’animo, lei
può essere il capostipite di una nuova generazione di
pensatori, persone animate unicamente dalla logica, questo è
vero, ma private costituzionalmente di aspetti deleteri, pericolosi per
le altre culture.
Data era sorpreso da quei toni quasi
trionfalistici e miticizzanti.
– Signor Erunik, lei
sta dicendo che io, considerato il mio stato, posso evitare ai miei
futuri figli di ripercorrere gli errori e le mancanze di cui
è costellato il cammino delle altre razze della galassia?
– In effetti era a ciò che mi premeva giungere.
– Erunik, una persona minuta, poco appariscente, si stava
accalorando nell’esposizione delle sue tesi. –
Anche noi Nefrosiani abbiamo commesso torti irreparabili ai danni delle
altre forme di vita. Colpe che tuttavia non possiamo espiare, ma alle
quali possiamo porre un limite e un termine col progredire della nostra
civiltà. – Posò il suo sguardo intenso
su Worf, quasi ostentando un certo astio nel continuare il suo
discorso. – Vi sono popoli che non comprendono il vero
significato della vita. Popoli per i quali la morte degli esseri
inferiori, o considerati tali, è un punto al merito.
Il klingon incominciò a sentirsi a disagio, oltraggiato da
quel sottile rimprovero alla sua gente. Ne approfittò per
esporre le sue opinioni, dominando il suo impeto selvaggio di
rispondere sgarbatamente e con troppa enfasi a
quell’insignificante personaggio alieno.
– I klingon considerano l’onore sopra ogni cosa,
– disse, con una pertinace fierezza nella voce.
– E’ proprio questo il vostro problema, –
replicò Erunik, stucchevole, – di reputare
l’onore superiore a ogni altra considerazione, a qualsiasi
altro valore, finanche superiore alla importanza stessa della vita.
– I klingon non uccidono mai senza un motivo. Il mio popolo
combatte per far valere le proprie ragioni, per la grandezza
dell’Impero, mai per puro calcolo. Rispettiamo la vita del
nemico, quando si è comportato valorosamente.
– I Nefrosiani non possono accettare tali considerazioni. Noi
stimiamo la vita sopra ogni altra cosa, foss’anche
l’esistenza dell’essere più semplice.
Picard iniziava ad intuire dove volesse andare a parare il
rappresentante. Ma le conclusioni cui doveva giungere avevano
implicazioni colossali. Quello strano messaggio, quel saluto
definitivo. Poi questi discorsi sull’importanza
dell’esistenza. Vi erano tuttora nella Federazione filosofi
che predicavano il supremo rispetto della vita. Erano considerazioni
che lui reputava valide, mosse da un alto spirito morale, ma gli
apparivano ancora impossibili a realizzarsi. Si introdusse nuovamente
nel discorso, per appurare se le sue speculazioni erano giuste.
– Rappresentante Erunik, ritengo che tutto quello che ci sta
dicendo abbia un fine. Penso che lei voglia farci avvicinare
all’ottica del suo popolo per farci meglio comprendere le
ragioni del vostro “progetto”. Inizio a comprendere
cosa sia questo vostro progetto, la natura di quella strana
comunicazione che ci avete inviato.
Erunik era compiaciuto di
trovare una tale perspicacia nella mente di un umano.
– Capitano, – riprese a dire, – un grande
pensatore del suo pianeta usò parole altisonanti nel creare
una delle scienze più importanti per la continuazione della
vita. La frase che pronunciò e trascrisse era semplice, ma
carica di significato. Disse semplicemente: primum non nocere.
Picard comprese. Era la citazione del giuramento di Ippocrate,
fondatore della medicina in Grecia, in un passato che era ormai assai
remoto.
Data fornì la spiegazione di quelle parole
a Deanna e a Worf.
Erunik continuò a parlare
affabile.
– Mi sembra che questa proposizione si
adegui perfettamente al nostro progetto.
– Un
progetto che si propone di evitare di nuocere a qualsiasi forma di
vita, di qualunque natura, in qualunque mondo, –
sentenziò Svadek, oramai desideroso di arrivare al dunque.
Capitolo
Quinto
La delegazione
dell’Enterprise visitò la città
sotterranea di Sortrook. Si soffermarono a comprendere le condizioni in
cui gli abitanti vivevano. Esaminarono luoghi di ritrovo, dedicati ai
più differenti svaghi e interessi, abitazioni, centri
culturali e di discussione sulle più svariate tematiche.
Indugiarono a lungo nei sale di controllo ove il
“progetto” veniva portato avanti. Furono costernati
dal livello tecnologico che i Nefrosiani avevano raggiunto. I computer
avevano conseguito un elevatissimo standard concettuale e strutturale.
Le interfacce di gestione erano estremamente funzionali e precise,
nulla veniva lasciato al caso.
Erano assai diffusi gli
innesti cybernetici fra la popolazione. Vi era inoltre un gruppo di
scienziati che si erano offerti come volontari per testare nuovi
dispositivi sulla propria pelle. Erano in genere protesi neurali,
impianti capaci di generare una notevole capacità di
calcolo, molto utile nella progettazione di nuovi strumenti e nella
formulazione di teorie scientifiche avanzate. Vi erano chip che,
integrati con i neuroni della corteccia cerebrale, riuscivano a donare
alla persona una memoria vastissima e di tipo informatico, totalmente
conservativa, senza le lacune cui è sottoposta la memoria
biologica.
Ma quello che più aveva colpito Picard
era la gioia e la letizia con la quale i Nefrosiani accettavano quelle
acquisizioni della tecnologia. Nella Terra del ventesimo secolo vi
erano correnti di scrittori che avevano ipotizzato una così
estesa commistione tra funzioni biologiche e dispositivi informatici,
ma per lo più quei lontani pensatori avevano disegnato
questo possibile avvenire a tinte fosche e cupe, in un futuro ove gli
arti biomeccanici e i chip neurali delineavano
un’umanità degradata, smarrita, nella quale gli
ideali erano oramai obliati, pervasa dalle più immonde
turpitudini, dove le città, dense di smog e fatiscenti,
davano asilo a individui che vivevano nella più totale
abiezione.
In questo mondo, al contrario, la tecnologia aveva
dato sicurezza alla società, aveva elevato le attitudini e
donato una qualità di vita migliore che permetteva alla
maggior parte degli abitanti di dedicarsi alle mansioni preferite,
liberi di coltivare le preferenze personali. Sembrava un mondo luminoso
anche a metri di profondità, perché erano pieni
di luce innanzitutto le persone. E sebbene esistessero ancora punti
oscuri, difetti non ancora superati, idee poco condivisibili, si
avvertiva un coraggio e una fermezza nel procedere innanzi che era
ammirevole.
Data esaminava affascinato quello sfoggio di
progresso. Era per lui fonte del più vivo interesse
conoscere gli aspetti teorici e pratici che avevano reso possibile
realizzare congegni e strumentazioni così avanzate. E
sebbene non potesse provare emozione, i suoi amici si accorgevano del
fascino esercitato su di lui da quelle complesse apparecchiature
notando la precisione con cui si dedicava ad accumulare e classificare
i più piccoli particolari di quella esperienza.
Erano ormai ore che vagavano accompagnati da Svadek ed Erunik in quella
lunga panoramica sulla natura di quel popolo tanto differente da quelli
che avevano aderito alla Federazione.
Picard era attento alle
spiegazioni che gli venivano proposte dal rappresentante del Consiglio
per le Questioni Etiche. Il nefrosiano era sempre esauriente nelle
descrizioni, tutto volto a rendere partecipe quel gruppo eterogeneo di
esseri delle loro conquiste ideologiche.
Mancava solo
un’ora al loro ritorno sull’Enterprise. Prima di
accomiatarsi, Picard aveva espresso il desiderio di vedere uno degli
immensi, potentissimi computer che avrebbero reso possibile la
realizzazione del “progetto”. Furono indirizzati da
Svadek verso un’ampia sala che si apriva maestosa dopo aver
percorso un lungo sterile corridoio. Conteneva uno degli elaboratori
del modello matematico, vero cuore pulsante che avrebbe reso possibile
il raggiungimento dei loro obbiettivi. Data era intento a porre domande
ai tecnici che incontrava, mentre Deanna ammirava stupefatta il
complesso sistema nanoelettronico cui si trovava di fronte.
Worf invece seguiva il capitano con una malcelata insofferenza. Era
stanco di assolvere quell’incarico che gli pareva ora privo
di attrattiva. Quella razza risultava incomprensibile per il klingon,
troppo lontana dal suo spirito indomito. A suo giudicare, non vi era
onore nel perseguire i loro ideali di virtù.
Il
capitano concesse al consigliere Troi e a Worf di ritornare
anticipatamente sull’Enterprise, poiché la loro
presenza non era più necessaria. Data invece si trattenne
più a lungo per accumulare ulteriori conoscenze su quel
popolo fino ad allora così misterioso.
Il
rappresentante condusse l’umano in una saletta appartata per
continuare la discussione che avevano iniziato durante la visita.
Erunik fissava Picard con aria compiaciuta, con una punta di orgoglio
nello stupire l’umano. Era desideroso di sapere cosa pensava
il capitano sotto quell’aria compita.
–
Allora, che gliene sembra? – domandò il
rappresentante.
– E’ un progetto molto
ambizioso, definitivo, forse sembrerà un po’
avventato a quelli della mia razza. Voi volete trasporre tutto il
vostro sapere, tutte le vostre coscienze, tutto ciò che
siete in un complesso e mutevole programma della vostra rete di
computer. Volete disgregare i vostri corpi, annichilire la vostra
materialità per condurre una vita che nel mio mondo sarebbe
considerata di puro spirito. Un’anima computerizzata che
è lo specchio di quello che siete. Un mondo digitale in cui
voi vi aggirate, in cui crescete, in cui inseguite i vostri ideali di
sapere. Perché non volete continuare questa esistenza
così come siete, perché desiderate sostituire
alla vostra vita naturale una di tipo completamente artificiale?
Erunik attendeva da tempo questa domanda. Era quella che si sarebbe
aspettata da qualunque alieno avesse risposto al messaggio. La loro
scelta spontanea e categorica non poteva essere concepita da un altro
popolo che non fosse quello dei nefrosiani. E tuttavia rimase colpito
dall’enfasi con cui quell’essere così
diverso da lui manifestava i suoi dubbi.
– Nel
vostro passato avete sperimentato cosa significhi il dolore,
– disse Erunik. – Molteplici sono state le
sofferenze e gli errori che la vostra civiltà ha
attraversato. Solo le menti illuminate dei vari periodi storici
comprendevano questi errori e i loro effetti, e muovevano perspicaci
accuse al vostro sistema di vita. Un lungo cammino è stato
percorso prima di giungere alla vostra attuale condizione. Ora aborrite
e disprezzate le false argomentazioni che in passato vi avevano fatto
agire in determinate circostanze.
– Ci siamo resi
conto col tempo dei nostri sbagli, e abbiamo cercato di fare ammenda
evitando di commetterne di nuovi e più eclatanti,
– rispose Picard, incerto su dove andasse a parare quella
critica.
– Bene, è un comportamento
coscienzioso e giusto. Ma ora immagini che il suo popolo compia un
ulteriore balzo in avanti elevando ancora il suo spirito, e che questa
spinta nuova e matura apporti radicali cambiamenti alla vostra
concezione di cosa è bene e cosa è male.
Concepisca un futuro in cui il vostro credo precedente, ciò
che voi consideravate giusto e inoppugnabile, diventi invece falso,
dannoso, apportatore di afflizione e di immenso dolore per qualche
parte della vostra società. In questa condizione ipotetica,
il vostro mondo come agirebbe?
– Sicuramente
valuteremmo la situazione in maniera approfondita. Se reputassimo il
nostro comportamento errato alla luce delle nuove conoscenze,
adotteremmo un atteggiamento diverso e più appropriato.
– Certo, è il metodo migliore. E’
proprio questo che cerco di farle capire. Noi siamo giunti ad un bivio.
Da una parte c’è la nostra solita vita, il nostro
solito comportamento; dall’altra esiste una nuova esistenza,
una nuova realtà che minimizzerebbe i nostri errori, che
ridurrebbe la nostra possibilità di arrecare danno, che, non
togliendoci nulla di quanto abbiamo, ci permetterebbe di evitare che
colpe nuove si assommino a quelle preesistenti.
Picard
fissava incredulo il nefrosiano.
– Per lei
distruggervi non significa nulla? – si limitò a
controbattere.
– Capitano, per lei trasporre il
nostro essere in un computer significa forse morire, annientarsi?
Questa a mio parere è un’opinione errata.
D’altronde, cosa avviene quando vi teletrasportate? Non
accade forse che il vostro corpo viene disintegrato in un posto per
essere ricreato, con una copia perfetta, in un luogo differente?
– Mi sembra una risposta surrettizia. Se io mi teletrasporto
vengo ricreato in maniera identica a quando mi ero smaterializzato.
Sono io, né più né meno. Invece nel
vostro caso, perderete il vostro corpo, condurrete
un’esistenza completamente diversa in un mondo di sole idee.
– D’altronde, – replicò il
nefrosiano, – non è forse il pensiero che ci rende
quello che siamo, non è forse la scintilla
dell’intelligenza che ci permette di vivere civilmente? La
grandezza di una persona non sta forse in quello che pensa, nella
cultura che possiede e che può trasmettere agli altri? Tutto
questo non ci sarà precluso con la nostra trasformazione. Un
vostro filosofo, precedente al volo interstellare, aveva espresso tutto
questo in una proposizione di elevata grandezza: cogito, ergo sum, sive
existo.
– Conosco Cartesio, è un
filosofo che studiamo nei primi anni di accademia. Ma conosco un altro
nobile pensatore, La Rochefoucauld, che diceva che siamo ben lontani
dal sapere tutto ciò che vogliamo. Il passo che vi accingete
a compiere non potrebbe essere un madornale errore? Quello che state
per fare non vi lascia la possibilità di tornare indietro.
– Abbiamo ponderato a lungo la nostra scelta. –
Erunik si era accalorato nell’esposizione delle sue idee.
– Per decenni si è riflettuto per raggiungere una
decisione. Esimi personalità si sono schierate a favore del
“progetto”. Gli abitanti del pianeta si sono via
via convinti, fino a ottenere la completa adesione. Questa risoluzione
vede tutti condiscendenti.
Picard era vieppiù
perplesso.
– Nel mio mondo siamo ormai refrattari a
compiere balzi troppo grandi. Sappiamo per esperienza che è
necessaria una certa dose di cautela nell’effettuare i
cambiamenti, che è importante una costante attenzione.
Bisogna sicuramente cambiare evolvendosi, ma per farlo bisogna
procedere per gradi, senza scossoni che potrebbero farci
improvvisamente precipitare in condizioni peggiori.
– Capitano, le posso assicurare che questo
“balzo”, come lo chiama lei, si è reso
necessario. Anche nella vostra storia sono avvenuti degli strappi
profondi che avevano addirittura minacciato il proseguo della
civiltà. Noi non corriamo questo rischio; la nostra
è un’azione incruenta, una delibera collettiva che
ci esenta da possibili ripercussioni dannose.
Picard era
ancora incerto. Quel dialogo aveva fatto luce sulle motivazioni che
stavano alla base della decisione dei nefrosiani, e pur tuttavia il
capitano non riusciva ad intendere completamente il loro credo, il loro
intimo e immanente desiderio di evitare sofferenze. Secondo lui un
certo quantitativo di dolore era necessario nella formazione della
personalità di un essere. Quella repulsione istintiva per il
male era un sentimento comune anche alla razza umana, ma vi era una
netta differenza nel modo di operare dei due popoli riguardo a tale
problema.
Mentre ragionava, gli sovvenne uno dei concetti
alla base di quella cultura vulcaniana che lui apprezzava per le
qualità logiche e per la straordinaria mitezza di spirito.
Infinite diversità in infinite combinazioni. Questo era
senz’altro vero. Non si poteva permettere di giudicare le
scelte di una razza tanto differente dalla sua. Esiste un
così vasto panorama di menti e popoli nella galassia, che
è importante non denigrare le certezze e i ragionamenti di
esseri tanto lontani dai suoi canoni di pensiero.
Picard
fissò il suo sguardo negli occhi di Erunik. Poteva scorgervi
la fermezza del proposito, l’intima sicurezza della
risoluzione presa, unitamente a tranquillità inequivocabile.
Era la stessa calma che poteva vedere negli abitanti di quel pianeta,
la stessa mansueta certezza. Come poteva lui criticare una
così elevata e profonda ambizione?
–
Erunik, – concluse il capitano, – vedo che la sua
gente ha già deciso da molto tempo. E’ una vostra
scelta, nessuno si può opporre a quanto desiderate con tale
risolutezza. Vi posso unicamente augurare che il vostro piano giunga a
buon fine.
– La ringrazio, capitano, –
disse il rappresentante, per un momento sorpreso. –
Passeranno molti anni prima che la trasmissione delle nostre
personalità sia ultimata. E’ un processo lungo,
carico di difficoltà e imprevisti. Con questo incontro
abbiamo deciso di terminare quei pochi rapporti con gli altri popoli
per percorrere in solitudine il nostro cammino. Forse, tra qualche
secolo, decideremo di inviare un nuovo messaggio. La nostra risoluzione
non è definitiva, potrà forse un giorno mutare
con le nuove conoscenze che acquisiremo.
Detto questo, i due
si accomiatarono. Erunik ritornò alle sue mansioni, Picard
si ricongiunse con Data, con il quale si fece teletrasportare
sull’Enterprise.
Capitolo
Sesto
La missione che si
era
appena svolta aveva precluso all’equipaggio di essere
presente alle manifestazioni che si svolsero sulla Terra.
L’ammiraglio Nakamura aveva avuto una lunga discussione
tramite subspazio con Picard, discussione nella quale esprimeva le
congratulazioni per l’opera svolta e per la precisione dei
fatti riportati, unitamente a un ostinato disappunto per
l’ennesima assenza agli appuntamenti diplomatici che il
capitano era riuscito a ottenere con quel primo contatto.
Picard espresse il più vivo rammarico per non essere potuto
presenziare a quella solenne cerimonia. Intimamente tuttavia era
alquanto felice di essersi sgravato di quella incombenza, cosa di cui
si accorse l’ammiraglio che ben sapeva quanto il suo
sottoposto odiasse quegli incarichi tediosi. Purtroppo contingenze
esterne avevano condotto a quella defezione dell’Enterprise,
ma Nakamura si riprometteva che alla prossima occasione non sarebbero
potute sussistere scuse di nessun genere per una nuova assenza.
Finita la comunicazione, il capitano convocò Riker per
relazionargli sommariamente quanto era accaduto sul pianeta. Il
comandante rimase turbato da ciò che gli veniva riferito.
Nemmeno lui poteva concepire teorie così lontane dalla sua
esperienza.
– Capitano, – disse Riker,
– l’epilogo di questa missione è davvero
insolito. Significa che fino a nuovo ordine le navi della Federazione
si dovranno tenere ad una distanza di almeno 3 anni–luce dal
sistema di Nefros?
– Sì, numero uno,
– affermò tranquillamente Picard. –
Credo che il Consiglio della Federazione confermerà questa
mia delibera.
– Ma capitano, i dati che abbiamo
accumulato sul quel popolo non sono ancora sufficienti, sarebbero
necessari ulteriori scambi.
– Come avrà
modo di apprendere dal resoconto che il comandante Data avrà
ormai redatto, – spiegò Picard placidamente,
– questo popolo ha deciso di porre termine agli incontri con
altre specie. Noi non possiamo far altro che rispettare questa scelta.
Con questa concisa risposta il capitano considerò concluso
il discorso. Riker comprese e uscì dalla stanza.
Picard doveva anche lui leggere il rapporto di Data prima di potersi
concedere il meritato riposo. Chiamò tramite il comunicatore
l’ufficiale, dicendogli di presentarsi da lui quando avesse
finito il suo lavoro.
Dopo cinque minuti l’androide
gli era già di fronte.
– Capitano,
– riferì Data, – il mio rapporto
è ultimato e a sua disposizione.
–
Ottimo lavoro, – replicò Picard, con voce che
lasciava trapelare una certa stanchezza.
Data comprese la
spossatezza dell’umano. Attese qualche momento, poi si
rivolse nuovamente al suo interlocutore.
–
Capitano, poco fa l’ammiraglio Nakamura ci ha contattato
nuovamente.
Il capitano impallidì
impercettibilmente. – Cosa le ha detto?
–
Mi ha riferito di aver parlato con i dieci nuovi ammiragli designati
dalla Flotta, e di aver con loro concordato di effettuare una visita
all’Enterprise, fissata fra cinque giorni sulla Terra.
Il volto del capitano si fece terreo. Dunque Nakamura aveva trovato un
escamotage per imporgli una di quegli impegni che il capitano
disdegnava profondamente? Non si era contentato di aver provato, voleva
a tutti i costi conseguire la vittoria?
Picard guardava Data
con viso rassegnato e avvilito.
– Grazie,
può andare, comandante, – disse laconicamente.
Data disparve per dirigersi in plancia, lasciando il capitano solo con
la sua frustrazione.
Così anche l’ultima
speranza è sfumata, pensò Picard. Devo
necessariamente recarmi sulla Terra per questo compito ingrato.
Si distese su una poltrona, dopo aver preso dal replicatore una tazza
di earl grey. Sorseggiava il tè sovrappensiero. Non poteva
credere che il fato si accanisse a tal punto con un povero capitano di
una nave stellare. E tuttavia non si era ancora arreso. Aveva a
disposizione ancora cinque giorni. Chissà cosa poteva
accadere in questo tempo. Sarebbe potuto perfino arrivare un messaggio
misterioso che richiedeva di essere verificato e controllato.
E l’Enterprise avrebbe dovuto indagare.
Febbraio
2000
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