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Racconto scritto da Christian
Joshua era seduto sulla panchina. La notte
era limpida, le
stelle rilucevano di corruschi splendori nella volta celeste, nera
eppur scintillante. L’aria era tersa, algida, una brezza
gelida
spirava dalla costa. Egli era lì, solo, assiso sul modesto
trono
rappresentato da quei quattro legni marciti e fradici. Era piegato su
sé stesso, ingobbito dalla mestizia che gli ottenebrava i
pensieri.
Era tardi, eppur non era stanco, né
indolenzito; la
sua mente era lucida, accorta, circospetta nell’analizzare il
suo
stato.
Infatti sapeva di soffrire. E questo era
digià un
conforto. Sì, d’altronde, meditava lui,
è ben
più grave chi è malato e non sa quanto, chi
soffre e non
conosce le cause, chi si strugge e tuttavia non ne sa il motivo.
Joshua
invece lo sapeva. O, per meglio dire, ne aveva un vago sentore
allorquando gli si manifestava una cupa oppressione, un tetro
scoramento montante. Ponderava le cause prime, ma, oramai neppure
rammentava i perché. Troppo, troppo tempo era trascorso da
quando aveva iniziato a sentirsi male; troppi erano i momenti di
plumbea tristezza nei quali giaceva mogio e spaurito.
A
quell’ora tarda, i terrori immanenti presenti in lui si
concretizzavano in incubi ad occhi aperti, lucidi deliri che prendevano
le fogge più inusitate, le forme ossessionanti di
accadimenti
giornalieri tramutati in assordanti fobie.
La ragione chinava
il
capo, rincantucciata e aggobbita da quella sferzata surreale e
nondimeno sì vivida. Ella posava, solinga ed evitata, ad
attender il lento incedere della situazione, in sgomenta attesa,
bramosa di quella lieta calma che seguiva la tempesta interiore.
Joshua
era avvinto, prostrato come spesso gli accadeva. Volgeva gli occhi
lacrimanti attorno a sé, fissando lo sguardo e non vedeva
nulla.
Mirava infatti ai suoi drammi, unicamente quella era la
realtà
più vera per lui.
Ma
tra in vaneggiamenti folli e i
fumi
inebrianti della disistima, ecco apparire una figura, ammantata in un
cappotto scuro quanto la notte, un’immagine di
serietà,
quasi di morigeratezza, altera ma comprensiva nel suo camminare solenne.
Joshua,
che era ben giovane, non avendo ancora raggiunto quella soglia dei
diciotto anni creduta da taluni il traguardo della maturità,
scorgeva in quella veneranda persona una saggezza matura e ponderata.
Doveva infatti esser tale, canuta, bonaria, ispirava fiducia come solo
un savio nonno può generare. Egli avanzava, incurante, con
passo
fermo e deciso. Joshua fu così distratto dal suo tetro
rimuginare, trovandosi parato di fronte a lui il vecchio misterioso.
–
Notte felice a te, ragazzo, – esordì questi.
–
Nelle ore più profonde della tenebra non può
esservi
felicità alcuna per me, – sentenziò
Joshua.
– Quale è la natura del dolore
che ti rende sì scoraggiato?
– È il dolore nella sua più infida e oscura natura,
il
dramma del tutto e del niente, l’oblio del giusto e
dell’onesto.
– È dunque un
problema esistenziale quello che ti affligge? – chiese il
vegliardo.
–
Sì, se si può chiamare problema esistenziale il
timore
del domani, se con lo stesso nome designiamo la paura
dell’oggi,
se diamo nomea non dissimile al vago e opprimente sentore della altrui
nequizia.
– Invero sembrano questioni facenti parte
della
naturale indole umana, paiono enigmi connaturati allo spirito e
all’essenza della persona.
– Mi dica, lei,
se è
saggio quanto il suo canuto aspetto farebbe pensare, perché
mi
pongo domande senza avere risposta alcuna, qual è la cagione
di
ponderare dubbi che io, così immaturo, non ho speme di
dissipare?
–
Per quanto possa apparire filosofo al solo guardarmi, per quanto possa
esser savio e equo nel meditare, tutto ciò che posso
proporti
è la mia versione della realtà, il mio costrutto
artefatto della verità che ci circonda e ci ammanta.
–
Dimmi, è bene che io sappia questa tua congettura?
–
Ciò che io penso è che ognuno debba crearsi una
sua
visione personale, un suo mondo di idee e di speculazioni, e che, in
seguito, questi significati e significanti laboriosamente assimilati,
vadano confrontati, comparati, contemperati con quelli altrui. Per te
c’è ancora tempo, lungo è la tua via
per giungere,
lenta e lastricata di ispide e aguzze sporgenze. Ma, ne sono convinto,
per pervenire alla maturità che tu cerchi, è
necessario
che tu cammini, senza tema alcuna, nell’ottenebrante e
ingiurioso
baratro dell’infelicità e
dell’ingiustizia, pria che
tu possa ottenere la requie che già devotamente brami.
Joshua
udì quelle parole come se provenissero dai più
intimi
recessi della sua anima. Invero aveva già assai spesso
concluso
che solo l’esperienza e il dolore avrebbero potuto
concedergli la
maturità e la sapienza che incessantemente cercava. Volse lo
sguardo altrove, a contemplare la tetra notte che pure ora gli pareva
meno assillante, meno sordida e abietta. Ora che aveva il conforto del
comune destino dei grandi, accettava con rassegnata fierezza il suo
stato lamentevole.
Si guardò attorno, cercando il
vecchio signore. Ma egli non era più, disparso nelle nebbie
cupe della notte.
Così
Joshua decise, avrebbe sopportato stoicamente, avrebbe sostenuto il
greve carico con indomita e ardimentosa costanza.
E
nell’alba
nascente, nel chiarore soffuso che anticipava e annunciava il levarsi
maestoso dell’astro solare, il ragazzo disparve, avvolto in
una
bruma fumosa, per raggiungere il vecchio nel luogo che gli competeva.
Christian
Michelini, Aprile 1999.
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