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Racconto scritto da Christian
Immerso nell'atmosfera serotina, un adusto giovane
si
approssimava ad un'ampia radura che si estendeva al centro di un bosco
millenario, rischiarato dai flebili raggi di una luna che a stento
emanava un pallido lucore. Avvolto interiormente in una coltre oscura e
presago di mestizia, quantunque rassicurato dalla necessità
della sua opera, il ragazzo, presa una pala, si accinse a scavare una
profonda fossa, la più ampia cui mai si fosse dedicato in
sua
vita. Portava seco una pesante fardello, subito coricato al suolo
nell'imminenza dell'impresa che andava a compiere.
Alcune nubi
celarono la poca luce presente, mentre gli alberi si acquietavano e lo
stormire delle loro fronde pareva quasi un sussurro lontano. Era solo,
distante dagli strepiti delle folle e dagli schiamazzi della gente,
così, qual era sempre stata per lui l'esistenza. E pur
tuttavia
mai gli era pesata la solitudine quanto egli percepiva adesso che se ne
voleva accomiatare. Forse il sentore di novità, di profondo
cambiamento che pur lo turbava già lo faceva partecipe della
letizia che il futuro gli avrebbe riservato.
Avvolto
in una
pesante
cappa che a stento lo riparava dalle gelide sferzate del vento,
iniziò il lavoro, dedicandovisi alacremente, dimentico del
tempo
che trascorreva e della fatica, madido di freddo sudore.
Incessantemente conficcava il suo logoro strumento nell'odorosa terra
fresca e umida, per poi sollevarlo nel vuoto e gettarne il contenuto
nel cumulo formatosi dietro le sue spalle. A tratti si fermava a
osservare il cielo notturno, fissando il suo sguardo su orizzonti
lontani. Aveva scelto egli stesso di essere laggiù, a
compier
quell'atto, sicuro che a nulla sarebbe servito procrastinarlo.
A
volte abbandonava la pala, pervaso dalla frenesia, e si gettava a mani
nude in quello speranzoso buco. E così, con gli arti
intorpiditi, procedeva, instancabile, per poi tranquillizzarsi,
rendersi conto che a nulla valeva la premura, e riprender in mano
l'arnese, e continuare.
Dopo due ore di intenso travaglio si
fermò, guardò attorno a sé e si rese
conto di
quanto aveva realizzato. Comprese esser venuto il momento tanto
bramato, quella separazione cui tanto aveva ambito e che assai lo
rasserenava. Ivi giunto, si sporse per aggrapparsi ai bordi della fossa
e si issò in alto. Ma il suo cuore ebbe un sussulto: quella
che
era stata una rigogliosa radura di giorno, ora, trascorso il vespro, si
era tramutata in una tetra valle che con difficoltà lasciava
rimirare i suoi soffusi contorni arborei. Ma quello che più
lo
turbava era l'oscurità che permeava quel luogo e che
riusciva a
infiltrarsi imperiosamente nel suo animo sconfortato. Lottò
contro la sua ripugnanza, combatté l'apatia che minacciava
di
impossessarsi di lui, strenuamente resistette al cordoglio di
sé
medesimo. In tal maniera, immerso nelle più cupe
speculazioni,
prese il suo greve carico e se ne congedò, confidando che
fosse
l'ultimo ricordo che ne avrebbe avuto. Lo gettò in
quell'ampia
fossa e subito si stupì di quanto accadde. In quel buio
avvolgente il suo fardello sembrava vibrare di luce propria e, toccato
il suolo, ancora brillava intensamente. Ma nel cuore del ragazzo tutto
si disgregava, si affievoliva. Non riusciva più a ricordare
i
dettagli della sua esistenza e traguardi lontani gli parevano le parche
oasi di felicità che aveva raggiunto. Rimembrava solo il
dolore
che l'aveva reso tale, la pena, la frustrazione, ma queste non gli
apparivano più come sensazioni da abbandonare nell'oblio, al
contrario si rese conto che tutto sarebbe rimasto nel suo animo non
come debolezza, bensì come imperitura energia che gli
avrebbe
permesso di affrontare le paure e le afflizioni del futuro. E sebbene
comprendesse il bisogno innato di felicità, ciò
nonostante capì che essa non poteva essere scissa dalla
sofferenza, giacché l'animo umano mai si immerge
completamente
nell'una o nell'altra, ma naviga costantemente da un sentimento
all'opposto. Così, malgrado il cielo si rabbuiasse
vieppiù, egli non si turbò ulteriormente, anzi si
calmò, si calò nella fossa per riprendere il suo
fardello
della passata tristezza e sfiducia, e riemersone scrutò il
cielo
con nuova enfasi, speranzoso nel futuro, ignaro di quanto il fato gli
avrebbe riservato, sicuro che la sua esperienza di vita lo aveva
arricchito e che era valsa quella sofferenza tante volte provata nel
suo lungo, ancorché giovane, cammino vitale.
Christian
Michelini, Settembre 1998.
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