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Racconto scritto da Christian
Un giorno avevo invitato un mio amico a
casa mia. Volevamo guardare un film in DVD.
Stavo per inserire
il film nel lettore, quando il mio amico mi disse:
- Io l'ho
provata.
- Che cosa? - gli chiesi incuriosito.
- Ho
provato la sensazione delle sabbie mobili, - mi rispose.
Il
mio sguardo fu incerto, poi lui continuò.
- È accaduto due giorni fa. Mi era già successo anche in
passato,
ma non con la stessa intensità. Le sabbie mobili a cui mi
riferisco non sono quelle che conoscono tutti. Io parlo delle sabbie
mobili mentali.
Non compresi; gli chiesi cosa volesse
intendere.
- È una stato molto strano, - mi spiegò. - Mi ero seduto sul
divano e volevo continuare a leggere un romanzo di Hemingway,
“Festa mobile”. Poi iniziò tutto.
Leggevo,
sì, ma non riuscivo minimamente a comprendere nemmeno il
senso
delle frasi. Il nesso mi sfuggiva, i caratteri baluginavano nella mia
mente in modo sconnesso. Non capivo nulla di quanto era scritto, per
quanto possedesse la consueta chiarezza del grande scrittore.
Proseguivo per un riflesso automatico, per un bisogno di leggere
intrinseco nella mia natura. Ma alla fine non resistetti
più.
Smisi di leggere. Posai il libro.
Io lo fissai, dubbioso,
inducendolo a proseguire.
-
Era sera, - continuò, - e il giorno era tramontato da
qualche
ora. La luce era accesa in camera. Non era una luce forte,
tant'è che accendevo una lampada per leggere più
comodamente. Ma quelle due luci, che rischiaravano la stanza, di colpo
mi parvero mutare intensità. Esse si affievolirono,
riducendosi
a tenui lucori. Mi sembrò che il buio inghiottisse
l'ambiente
con voracità. Ero molto triste, più triste di
quanto
normalmente mi accade di essere. E quella tenebra, quella tenebra che
penetrava nel mio spirito, essa veramente era il mio maggior dramma.
Fece
una lunga pausa prima di riprendere.
-
Ma non vi era solo la tenebra. Disteso sul divano, in quella sera di
fine inverno che pur non era fredda, percepii con stordimento un gelo
profondo, un freddo inusuale e avvolgente. Ma non era certo il clima,
che già lasciava intravedere la vicina primavera. Ero io.
Io,
che mi sentivo smarrito, sperduto e solo come mai mi ero sentito.
-
Non ero solo in casa, ma questo non significava nulla.
Giacchè
la solitudine che proviamo non è mai mitigata dalla
vicinanza
dei propri simili, e troppe volte neanche gli affetti più
cari
possono rasserenarci.
- Non era forse Gorgia il primo filosofo
sofista che parlò dell'incomunicabilità? Dopo di
lui
anche molti altri grandi spiriti rifletterono sulla nostra solitudine.
Io penso che abbiano ragione. Forse non siamo sempre soli, ma
certamente lo siamo per la maggior parte del tempo che trascorriamo in
questo mondo.
Io continuavo a guardarlo, non sapendo cosa
dire, non
comprendendo l'enfasi della sua sconsolatezza. Lui mi fissò,
sembrò comprendere la mia incertezza, e le sue labbra, solo
le
sue labbra, accennarono a un mesto sorriso.
- Dunque ecco come
mi
sentivo: immerso nel buio, nel freddo e nella solitudine. Questo
trittico di immonde divinità regnava nel mio cuore. Stavo
riflettendo su di me, sulla mia sfiducia, quando registrai e compresi
la sensazione delle sabbie mobili.
A quel puntò
sembrò che il ricordo si facesse più
opprimente. Il mio amico emise un profondo respiro.
-
I miei pensieri divennero progressivamente sempre più lenti.
Le
mie idee faticavano a prender corpo, e le sensazioni che provavo erano
come di gelatina, una massa gommosa che impregnava il mio cervello, che
fiaccava le mie risorse, che avvolgeva i miei pensieri e rallentava il
mio ragionare. Erano le sabbie mobili. Una sensazione terribile, quasi
di regressione a uno stadio anteriore di intelligenza, alle nostre
origini di primati e ancor prima di esseri istintivi e manipolatori. Mi
smarrivo sempre più in questo gorgo, senza speranza di
emergere
e risalire.
- Mi sarei dovuto alzare, avrei dovuto abbandonare
la
stanza, accendere la televisione, mettermi al computer, ascoltare un
po' di musica. Ma non potevo. Non ne avevo la forza. In ultima istanza
non volevo.
Il mio volto assunse un'espressione di muta
domanda, di inquietante interrogativo.
-
Già, - riprese il mio compagno, - ti chiedi
perché non
volessi uscire da quella sensazione allucinante. Ma io ti domando:
quando sei arrabbiato, furente, livido per l'ira, furioso, tu, in
quello stato, hai forse l'energia e la forza necessaria a calmarti?
Credo di no. Se una persona è arrabbiata non vuole mai
calmarsi.
E tanto più è esacerbata e carica di collera,
tanto meno
vuole tranquillizzarsi.
- Lo stesso accadeva a me:
più ero
triste, sfiduciato, più volevo commiserarmi e perdermi in
quella
follia di mestizia e sgomento. Mi chiedevo ripetutamente: avrai ma la
forza di rialzarti in piedi? Potranno mai reggere i tuoi muscoli ora
che tutto il tuo corpo ha provato questa sensazione? E la mia risposta
era incerta, sentivo che le forze mi abbandonavano e che la debolezza
mi assaliva con tenacia. Per due volte, per due lunghissimi momenti il
mio cuore saltò un battito. E quando accadeva, sentivo
mancarmi
l'aria, l'ossigeno, l'energia, e respiravo a pieni polmoni, e inalavo
fino a riempirmi il torace, e purtuttavia non avevo ancora la forza di
rialzarmi.
Io lo fissavo interdetto, incredulo.
-
Vuoi sapere
come andò a finire? È una questione di poco conto. Alla
fine,
con grande sforzo mi alzai, incespicando, quasi cadendo, fino a levarmi
in piedi, in precario equilibrio. Era buio, era freddo, ero solo. Mi
diressi alla finestra avvolto ancora da quelle sabbie mobili. Era
veramente buio fuori. Ma questo non contava. Mi aggrappavo ad un'unica
speranza, che era divenuta più un'illusione che una
certezza.
Desideravo che, fra alcune ore, non importa quante, il sole potesse
sorgere ancora.
Christian
Michelini, Marzo 2000
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