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Stelle, stelle e ancora stelle. Quegli astri brillanti si stagliavano riempendo l’orizzonte visibile. Corruschi splendori tinteggiavano la permanente oscurità dell’universo con i loro balenanti scintillii. Questo panorama vedeva il capitano Mendel mentre volgeva lo sguardo a trapassare le vetrate che cingevano il suo alloggio. E una visione più tranquillizzante e al contempo carica di inquietudine non gli si poteva parare di fronte. Aveva viaggiato attraverso innumerevoli sistemi solari, aveva visitato decine di mondi sconosciuti, differenti razze, variegate civiltà, inusitate culture. Eppure ogni volta si trovava a fissare lo stesso panorama di desolazione punteggiato da stelle che forse ospitavano la vita. Quanto poteva esplorare ancora? Quante missioni avrebbe portato a termine nel tempo che gli rimaneva? Non poteva dirlo. Poteva stimare quanto ancora gli rimaneva da vivere, con la malattia che si portava dietro ormai da tanto, troppo tempo. Ma in nessun modo poteva stabilirlo con certezza. Forse qualche settimana o qualche mese, ma potevano essere anche anni. Ma lui non si scoraggiava. Aveva ancora molto da conoscere, nuove abitudini da sperimentare, molteplici saperi da apprendere. Avrebbe dunque continuato finché il suo vieto corpo glielo permetteva. Certe volte, come ora, si trovava a pensare a quell’accozzaglia di atomi che il suo corpo mortale rappresentava, alla sua precarietà e debolezza. Eppure tanti uomini erano vissuti prima di lui, tanti ne sarebbero nati dopo. Uomini simili al vecchio capitano, e insieme estremamente diversi, con le loro prerogative e le loro idee. Ma anche essi, come lui, sarebbero vissuti della speranza che alimenta la vita, del modesto lucore che incendia gli animi e riscalda le notti di solitudine.
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