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 La fermata
Racconto scritto da Christian

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Un giorno mi trovavo alla fermata dell’autobus, seduto su un muricciolo umido e freddo. Ero appena arrivato; il mezzo pubblico ancora non si faceva vedere. Mi rassegnai ad attendere pazientemente: sapevo che di norma gli autobus erano sempre in ritardo.
Guardavo l’orizzonte stradale, l’asfalto ancora bagnato dalle recenti piogge. Le automobili sfrecciavano veloci, solitarie e impersonali quanto i loro conducenti. Un via vai incessante, monotono. Quanta fretta in quelle vetture!
C’era bisogno di tutta questa impazienza? Quante fra quelle persone alla guida avevano veramente bisogno di uscire con quel tempo triste, uggioso?
Io, di certo, per quella giornata avrei preferito potermene stare a casa, tranquillo, riposato; intorpidito da quel cielo velato, avrei potuto svernare i miei pensieri nei sicuri lidi domestici.
Ma quel giorno dovevo uscire; non potevo rimandare un impegno concordato.
Di fronte alla fermata non passava nessuno. Ero solo ad attendere un autobus ritardatario.
Stavo giocando con la cerniera della mia valigetta, e ogni tanto gettavo l’occhio all’orizzonte catramoso, a quella strada densa di traffico e smog appestante.
Controllavo i minuti che danzavano una lenta musica illanguidita. Quei minuti che si alternavano con inesorabile lentezza nel mio orologio digitale da poche lire.
Tempo. Cos’era? Cos’è?


Frammenti di antiche letture si affacciavano nella mia mente, mischiandosi a reminiscenze del passato studentesco.
Il tempo passa e non si arresta un attimo, mi diceva un'interrogazione di scuola del liceo. Petrarca aveva ragione. Il tempo scorre, e non possiamo arrestarlo.
Ma ciò non mi preoccupava in quel momento. Anzi, tutti i miei desideri, in quella situazione, si riducevano ad uno. Volevo che l’autobus arrivasse in fretta, volevo che quei minuti così indolenti si dessero una mossa, che corressero rapidamente e senza irriverenti indugi.
Ma così non era. Tutto si era rallentato. Le vetture mi parevano più lente, le nuvole imponenti ferme in cielo. Il tempo stava adagiandosi in un fluire dimesso e a me ostile.
Contavo i secondi, gli eterni secondi che mi separavano dalla vista dell’autobus.
Secondi che parevano minuti, minuti che parevano ore.
Rammentai un libro che avevo letto qualche mese (anno?) prima. Parlava della teoria della relatività di Einstein. Diceva che il tempo era relativo. Questo concetto proprio non mi entrava in mente. Ma adesso che attendevo sconsolato quei lenti minuti, davanti ad un fosco cielo, su un scalino gelido, quella nozione non mi sembrava più tanto assurda.
Einstein parlava anche della contrazione degli spazi. Eh no! su questo non ero proprio d’accordo! Sì, perché in quei momenti interminabili di snervante attesa, quell’orizzonte di vetture che emergevano da un asfalto rigurgitante, mi pareva distendersi sempre più in lontananza, un’estensione mirabolante di uno spazio circoscritto.
Quella svolta laterale da cui speravo di intravedere il profilo distinto di un autobus amico, si allontanava sempre più tanto nella immaginazione quanto nella realtà.
Ormai non distinguevo né le vetture, né i camion, né le moto.


Una marea amorfa di meccanismi e motori e carrozzerie e carenature si affaccendavano di fronte al mio sguardo perplesso. Un magma spedito, un fluido compatto, un blob liquefatto di esseri e mezzi.
Ammiravo perplesso quell’incedere perpetuo, quel moto incessante. La mia mente vagava senza indugio verso mete lontane, idee remote, appannata da tutto quel movimento, che continuava imperterrito, incurante di me, di ciò che in quel momento pensavo, di quello che facevo.
Ero quasi smarrito in quell’estatica e vacua contemplazione, mentre il mio sguardo doveva certamente apparire sperso e stralunato.
Poi, preso da queste visioni di sogno o d’incubo, mentre la mia ragione si riallacciava alla realtà, sentii una forte ventata di aria gelida, e vidi una macchia arancione emergere dal blob informe e passarmi accanto e procedere innanzi, senza curarsi di me e del mio mondo dilatato e atemporale.
Rassegnato mi avvicinai alla tabella degli orari infissa al palo. Tra mezz’ora sarebbe passata la corsa successiva.
Mi sedetti nuovamente sul muretto, confuso. Il muretto era sempre freddo e umido.
Sarei arrivato in ritardo all’appuntamento.
Ma solo di mezz’ora.
Cos’era poi mezz’ora?


Christian Michelini, Febbraio 2001.

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