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Racconto di fantascienza
scritto da Christian
Stavo camminando per i corridoi della
stazione, diretto al ponte situazioni olografiche.
Ogni
tanto incontravo qualche operatore che lavorava ai tracciati neurali
del computer della base. Mi salutavano, io rispondevo, poi continuavo
la mia strada.
Ero immerso nei miei pensieri, quindi facevo
poco
caso agli incontri con il personale. Erano le mie ore di svago, e
potevo fare ciò che più mi aggradava.
Fortunatamente
nella stazione era un periodo di stanca, e il lavoro da compiere non
era intenso.
Avevo collezionato molto tempo libero, e
l’avevo
utilizzato per creare una simulazione olografica. Molti giorni
trascorse da quando mi balenò l’idea, giorni di
incessante
consultazione, e tentativi a volte infruttuosi; e tuttavia il
risultato mi pareva buono. Peccato solo per quell’infernale
programma di authoring olografico che usavo, veramente difficile da
adoperare, ostico nell’interfaccia e complesso
nell’implementazione.
Avevo dovuto compiere delle
ricerche,
molte, e alla fine avevo accumulato una discreta mole di dati, che
avevo cercato di strutturare in un corpus coerente, devo dire con mia
grande difficoltà. Ma qualcosa avevo ottenuto, alla fine.
Non
conoscevo bene la Terra. L’unico viaggio che vi avevo fatto
risaliva a quando ero fanciullo, e i miei genitori mi avevano portato a
esplorare la base di New Africa. L’impressione che ne
ricevetti
fu molto positiva. Grandi spazi aperti si estendevano al di
là
della base, foreste, savana, animali liberi pullulavano in un ambiente
incontaminato. Gli umani avevano fatto un buon lavoro di ricostruzione
bioambientale. Anche se avevano quasi distrutto quel mondo, da circa
due secoli lo avevano rigenerato, fatto risorgere dalle sue ceneri in
un nuovo, fulgido splendore.
Era una speranza per il futuro.
Avevo
ricreato nell’ologramma un’isola al largo delle
coste
africane. Io non ci ero mai stato, ma lei me ne parlava sempre.
I
dati ambientali mi erano stati forniti dal centro di studi biologici di
New Africa.
Mi hanno chiesto subito a cosa mi servivano.
Io
ho risposto immediatamente che volevo creare una ricostruzione
olografica accurata, ma senza addentrarmi in noiosi e inopportuni
particolari. Loro non hanno fatto commenti e mi hanno inviato i dati
tramite Uninet. Fortunatamente non erano informazioni riservate.
La
cosa più difficile è stata programmare i
caratteri dei
personaggi che facevano parte della simulazione. Non avevo idea di come
muovermi in questo campo, pertanto mi sono fatto aiutare da un mio
amico esperto di ologenesi psichica.
Anche lui mi ha fatto
domande
su cosa volevo ricreare. Gli ho dato qualche risposta; ma sono stato
evasivo, ho girato attorno al problema, non sono sceso nei dettagli.
E
nemmeno nelle motivazioni.
A volte non sopporto quando
qualcuno si interessa nelle mie cose.
Ma
oramai questo era acqua passata, e il programma era pronto. Avevo fatto
dei test preliminari, e avevo mandato in esecuzione continua la
simulazione, evidenziando solo qualche errore marginale, che sono
riuscito a risolvere.
Questo tuttavia era la prima vera prova
sul campo che facevo del programma.
Ma sarebbe stata anche
l’ultima.
Poi avrei cancellato l’area di
memoria del computer dove era conservata la simulazione.
Mentre
stavo ancora camminando con aria spaesata, con la mente distante dalla
realtà intorno a me, arrivai alla porta che dava accesso
alle
sale del ponte situazioni olografiche.
Il computer si accorse
della mia presenza immediatamente.
- Benvenuto, professor
Benjamin.
- Grazie Lalla.
Il
computer veniva chiamato da tutti Lalla. Era un nomignolo affettuoso.
Ci ricordava che il computer era sempre lì a disposizione,
come
una balia che non si stanca mai di accudire i bambini e di realizzari i
loro desideri.
Fortunatamente Lalla non era permalosa.
-
Lalla,
preleva dall’area di accesso dati
“/teta/working” la
cartella di lavoro “Benjamin memory” e mandala in
esecuzione.
- In quale sala devo eseguire la simulazione?
-
Nella sala 3.
- Vuole modificare alcuni parametri della
simulazione prima di eseguirla?
- No, Lalla. E’
già configurata.
Stetti un attimo in silenzio, poi
aggiunsi: - E spero anche che funzioni bene.
Ma Lalla non si
curò del mio commento. Lei non si curava di emozioni,
computava solo dati.
- Inizializzazione del programma in
corso, - replicò la voce calda e suadente di Lalla.
Mi
guardai intorno, ma non ebbi il tempo di distrarmi e riflettere su
quanto stavo facendo, perché il computer disse poco dopo:
-
Inizializzazione completata. Programma attivo. Professor Benjamin,
può ora recarsi nella sala tre per l’interazione
con la
sua simulazione.
- Perfetto. Grazie, Lalla.
- Al suo
servizio, professore.
Una
linea retta azzurra comparve in basso, al livello
dell’impiantito
della base, poco sotto le mie ginocchia: mi indicava la strada dove
dovevo andare. Io non ero molto esperto, non essendo stato spesso sul
ponte situazioni olografiche; affidai la mia coscienza alle indicazioni
del computer.
Mi incamminai senza indugiare oltre. Dopo poco
ero dinanzi ad una nuova porta, che scomparve con prontezza quando mi
avvicinai.
Ristetti sulla soglia, pensieroso. Mi sorse un
dubbio fugace, eppur così potente da scuotermi. Volevo
veramente farlo?
Ma
la risposta a questa domanda non la possedevo, e per quanto mi fossi
scervellato sulle ragioni e sui miei sentimenti e sui pro e sui contro,
non avrei ottenuto nulla, se non di farmi fondere il cervello e
turbarmi e starci ancora più male.
Decisi di
continuare a fare quanto avevo stabilito in una notte insonne di
qualche mese prima.
Entrai,
e la porta
riapparve alle mie spalle.
Ma non ero più sulla
stazione dove lavoravo ormai da vari anni.
Ero
invece su un’isola, sulla Terra, sperduta e lontana come mai
mi
era sembrata prima, eppur adesso così reale e palpabile.
Ero
intontito e interdetto. Non ero abituato al ponte situazioni
olografiche, e per me, quel giorno, il passaggio dalla
realtà
alla olorealtà era stato troppo veloce, e
perlopiù
traumatico.
Iniziai a vagare con lo
sguardo, posando la vista sulla realtà che mi circondava.
Guardandomi
attorno, vidi allora la spiaggia con il sole abbacinante a rischiarar
la rena, e anche il riverbero dei raggi che creavano lucenti bagliori
sulle onde del mare. La spuma delle onde sciacquava il litorale, tra la
vasta immensità dell’intenso azzurro maroso che si
propagava fino a congiungersi, lontano, all’orizzonte, con il
terso niveo blu del cielo.
Ero scalzo a mirar quel panorama,
coi piedi nudi riscaldati dalla sabbia bruciante.
Questa fu la
prima, intensa sensazione.
Poi
mi accorsi della brezza proveniente dall’Oceano che sferzava
il
mio nudo corpo e rinfrescava l’aria e la terra e gli esseri
viventi.
Guardai poi me stesso, e vidi che avevo abbandonato
la
divisa della stazione per un costume cangiante che mi cingeva il
bacino. Mi sentivo spoglio con solo quel costume indosso, senza
protezione: ero da troppo tempo abituato unicamente a rigide divise.
Poi,
riflettendo, compresi che, in quel momento, ad esser spoglia e senza
protezione era la mia mente.
Mi
girai, e vidi dietro di me, poco lontano, un gruppo di gente che stava
giocando con una palla, e sentivo risate e grida e ammonimenti
scherzosi. Dal gruppo vidi distaccarsi una persona che mi venne
incontro. Non potevo distinguere i suoi lineamenti, perché
il
sole che avevo di fronte offuscava il mio sguardo.
Poi la
figura mi si avvicinò, e salutandomi con calore, mi
abbracciò.
-
Benvenuto,
Benjamin! Da tanto tempo ti
aspettavo!
- Alla fine sono riuscito ad arrivare, - dissi con
affetto.
- Sai, ho organizzato una sfida con i miei amici. Ti
va di giocare?
Io
guardai l’accolita di persone, poi dissi, misurando le
parole: -
In questo momento sono fuori forma. Magari un’altra volta.
Lei
mi guardò, e il suo sguardo rimase fermo e radioso.
-
Come vuoi, - rispose noncurante.
- Ti stai divertendo? - le
chiesi, apprensivo.
- Moltissimo! Non mi sono mai divertita
tanto!
- Sono contento, - dissi.
- Tu invece come te
la passi? - mi domandò.
- Bene. Ma mi mancavi. Ero
venuto a salutarti.
- Ah, grazie. Non pensavo ti saresti
ricordato di passare.
-
Mi parlavi sempre di quest’isola. Mi dicevi spesso quanto era
bella. Per questo ho deciso di venire. Mi avevi invitato, ricordi?
-
E vero. Quante volte ti invitato senza speranza che tu giungessi! -
disse ridendo.
-
Già. Ma fino ad ora non avevo mai trovato il tempo per
venire. E
di questo me ne rammarico. - Il mio sguardo era languido, melancolico.
E lei se ne accorse.
- Suvvia, non essere triste! - disse. -
Guarda
il sole come splende in cielo! Non si può essere tristi
quando
il sole illumina le giornate.
Io guardai lontano,
l’orizzonte lontano.
- Sì, - dissi. - Non
si può essere tristi con giornate così belle.
-
Bene, vedo che ti sei convinto!
- Tu sei felice qui, -
constatai senza che l’emozione turbasse la mia voce.
-
Moltissimo. Era da tanto tempo che non ero felice così!
-
Mi fa molto piacere. Ti sei meritata questa felicità.
-
Tutti si meritano la felicità.
- Sì,
tutti. Ma nel tuo caso sono ancora più contento.
-
Grazie!
Guardai il cielo ancora terso, con il sole che stava
scendendo all’orizzonte. Tra qualche ora sarebbe venuto il
tramonto.
Avrei voluto che il sole non tramontasse mai.
-
Sei proprio sicuro di non voler giocare?
- No grazie. Sono un
giocatore maldestro.
Lei rise, e i denti chiari le si
illuminarono nel volto raggiante.
- Peccato, - rispose. -
Avrei voluto fare una partita con te.
- Anch’io. Ma
non è il momento giusto.
-
Vero. C’è un tempo per ogni cosa. A volte, basta
non
carpire l’attimo, e tutto quanto c’è di
bello
scompare.
- Sì, basta veramente poco, - confermai.
Lei
mi fissava, incerta, dubbiosa.
- Pensi di tornare a trovarmi?
- mi domandò.
Rimasi silenzioso per qualche
secondo, mentre guardavo le persone giocare e il mare odoroso che
bagnava la costa.
- Non lo so. Tu vorresti che io tornassi?
-
Sì, certo! Ora che sono così felice...
-
Se tu lo vuoi, allora tornerò.
Lei ristette,
titubante. Poi disse:
- Torna solo se lo desideri. Io sono
felice qui. Cerca anche tu la felicità, nel posto dove vivi.
-
La cercherò, - affermai con una sicurezza che non possedevo.
Lei
mi sorrise, il suo sorriso radioso che avevo visto così poco.
-
Io torno con i miei amici, - mi disse. - Torno a giocare.
-
Vai pure, - le risposi. - E divertiti.
Lei
mi strinse la mano
e poi mi salutò. Mi volse la schiena, e iniziò a
camminare.
Io
la guardavo camminare su quella calda sabbia, e il vento sferzava
ancora il mio corpo spoglio; e io mi sentivo più solo,
più vuoto, ma la ferita infetta forse si stava rimarginando,
anche se ci sarebbero voluti anni, forse tutta la vita,
perché
si cicatrizzasse.
Il sole, l’aria, la terra, il
mare: io la
guardavo allontanarsi e stavo immobile e non capivo ancora, ma dissi,
senza accorgermene, involontariamente: - Mi dispiace.
Lei
continuava
a camminare, era quasi arrivata dai suoi amici, poi si
voltò, e
mi salutò ancora con la mano e parlò. E il vento
che
gelava il mio animo mi portò le sue parole sulle ali della
brezza del giorno che finiva.
- Divertiti! - mi stava dicendo
da lontano, nello spazio incolmabile che ci separava.
“Divertiti”
mi risuonava l’eco nella mente e vedevo lei che giocava ed
ero meno triste.
Volsi
le spalle e mi sembrò di perdere qualcosa. Una parte di me
era
sempre lì, sulla spiaggia, mentre il resto vagava lontano e
inquieto perduto in pensieri incessanti.
Ma non volevo
più
pensare. Avrei voluto poter stare sempre su quella spiaggia e vedere il
sole e vedere lei che giocava e il mare che rinfrescava
l’aria e
anche il tramonto che non arrivava mai.
Ma non potevo, con
tutte le mie forze non potevo.
- Computer,
fine programma, - dissi laconico.
La terra scomparve, e anche
il mare, l’acqua, la sabbia e soprattutto il vento che
sferzava e mi portava le sue parole.
Ora avevo la mia divisa,
ero di nuovo sulla stazione, ero a casa, ero protetto.
E
tuttavia, il mio animo si sentiva ancora nudo e spoglio come su quella
spiaggia.
Ma ora non v’era più il sole.
Christian
Michelini, Marzo 2001.
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