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Brano scritto da Christian
Il
ponte sull’oceano
Infine, era giunta la notte, quando mi misi a
leggere.
Ero nell’albergo in cui avevo prenotato una camera
la settimana
precedente, e che mi avrebbe ospitato nei successivi giorni di quella
vacanza a Rimini; quella vacanza così voluta, in cui
confidavo
come un adolescente spera nelle virtù rigenerative del primo
amore. Ed in effetti mi sentivo una novella Chatterley, ad affrontare
con ingenua bramosia quel viaggio che sentivo mio, veramente mio, quel
soggiorno di requie che, distogliendomi dai miei pensieri, mi avrebbe
ridato la pace del riposo, dopo le settimane che avevo
trascorso
nella frenesia, impegnato nella realizzazione di un nuovo sito per il
mio titolare; lavoro invero ingrato, perché, dopo tutti i
miei
sforzi, dopo che mi sono calato fino in fondo nel mio ruolo creativo,
imprecando fra programmi che sembrano impettite primedonne, immagini
che non vogliono stare al loro posto, pagine che paiono tutto tranne
che coerenti, ecco che arriva l’imperioso giudizio del mio
capo, che,
sconfortante come può essere solo uno spergiuro, con una
sola
frase di astioso rammarico, dice: “Vorrei che mi rifacessi la
barra di
navigazione”.
Così, come se avesse detto la cosa più normale e
semplice
del mondo (e gli informatici sanno la gravità della frase
del
mio capo).
Gliela avevo comunque rifatta, tacendo il mio acre e deluso livore per
le ore di lavoro perdute; gliela mostro, ancora malcontento
per
la sua affermazione, e lui, dopo una fugace occhiata che avrebbe
indispettito anche un santo, aveva finalmente deciso che poteva forse
andare bene (e dice forse con quell’aria di cane stupito di
aver
sentito un rumore, che abbaia e, prontamente zittito dal padrone,
continua i suoi sbuffi di latrato sopito nella gola, lamentando
silenziosamente il suo dissenso ingiurioso per quel passante transitato
un attimo).
Dovevo degnamente svagarmi, dopo quegli attimi di follia in cui stavo
per dire quanto sentivo nell’anima, cosa che mi avrebbe certo
messo in
cattiva luce ai suoi occhi, e mi avrebbe certamente declassato al rango
di informatico folle, che calza a pennello a fin troppe persone, ma
nella cui cerchia prestigiosa io avevo sempre cercato di non entrare.
Così, quella notte, dopo
essermi sdraiato nel letto
dell’albergo, dopo aver trascorso una serata per le strade di
Rimini, a
guardare le attrazioni folkloristiche e mondane che si concentravano in
quel luogo vacanziero, finalmente potevo riprendere in mano il libro
che tanto mi stava piacendo, e che fin da troppo tempo mi ero
ripromesso di leggere, non trovando però mai
l’occasione giusta
per affrontarne la lettura. Ora quell’occasione
l’avevo, e la pausa nei
miei lavori e nei miei pensieri poteva regalarmi qualche ora di
incurante svago con “L’ombra dello
scorpione”, di Stephen King; un
libro assai coinvolgente, così mi parve dalle prime pagine,
ma
che non era certo un monumento al sapere umano: tuttavia quello era il
massimo che potevo permettermi in quei momenti di sereno riposo, non
potendomi avventurare con orgoglioso coraggio in una lettura classica,
in un romanzo naturalista, realista, esistenzialista, surrealista e
tutti quegli ista così pesanti che al solo sentirli nominare
i
più si spaventano, e si defilano silenziosamente come amanti
di
donne trovate in fragrante nudità dal marito, e che sperano
di
non esser visti dall’arcigno quanto infuriato consorte.
Iniziai a leggere perciò le prime righe, e subito, senza che
me
ne fossi accorto, un tarlo iniziò a cantare nella mia mente.
Sì, era un tarlo endemico di cui prima non mi ero accorto,
quando ero trasportato dai miei pensieri, sperso nei lidi sicuri e
solitari della mia fantasia, delle speculazioni frivole di una vacanza
spensierata; e quel tarlo non erano né più
né meno
che delle voci provenienti dalla stanza accanto alla mia; voci di un
uomo e una donna che chiacchieravano, che parlavano di un argomento che
non riuscivo a capire, perché i suoni mi giungevano attutiti
dal
muro che ci separava; e tuttavia voci pienamente distinguibili e
sommamente fastidiose per chi, come me, sveglio e senza sonno, nel
solingo silenzio della notte estiva, quando le persone sono coricate a
letto e la pace si fa palpabile nell’atmosfera, vuole leggere
un buon
libro prima di addormentarsi.
I lettori di vecchia data conoscono benissimo questo problema; se avete
poi letto “La cura” di Hesse, capirete lo
stucchevole malessere, quasi
fisico, che provoca la lunga esposizione all’altrui
chiacchiericcio:
malessere che non si avverte se si è occupati con
attività impegnative, ma che, con assordante fragore, si
disvela, magico e irreale, alla mente di chi legge, distogliendolo dal
suo compito con subitanea malizia, stornando i suoi pensieri su quella
fissazione del rumore che udiamo, e che non vuol scomparire mai;
tronfio e protervo come un furbesco millantatore, continua a vociferare
nella nostra anima con parole sconosciute, che turbano la
concentrazione, e senza tuttavia farci partecipi dell’altrui
pensiero,
che rimane celato, nel bene e nel male.
È veramente un logorio continuo, incessante, malevolo,
quello a cui
siamo così sottoposti, un’urlio
dell’anima che non cessa mai,
mentre ci sforziamo di leggere con strenua intenzione. Siamo
catapultati in un samsara di privazioni, per il piacere della lettura
che è distolto da quelle punte di suoni, bassi e dissonanti.
Non so se vi è mai capitato di essere, nolenti soggetti,
immersi
in questo sciacquio continuo della mente: una sensazione veramente
sgradevole, che riesce a scuotervi nel profondo, perché
è
proprio quando volete fare qualcosa, ma non la potete fare per cause
esterne, che la vostra ragione non trova pace; e vi accanite,
combattete contro l’attenzione, arditamente vi imponete la
massima
concentrazione, quasi che poteste togliervi le orecchie, come se vi
disconnetteste da Internet e lasciaste indietro il grande mare delle
voci della Rete.
Ma questo non è possibile, e abbiamo i sensi proprio per
inviare
stimoli al cervello, stimoli che devono servirci per guidare le nostre
azioni, ma che invero molte volte vorremmo mettere a tacere, spingendo
un pulsante, un soccorritore dal nostro spirito, dando pace a quei
poveri sensi smarriti, e al nostro cervello, dunque.
Purtroppo io non avevo un pulsante di spegnimento vicino alle orecchie,
e le voci continuavano.
Pensai a quanto ero stato avventato a
non comprare dei nuovi tappi, che
forse mi avrebbero protetto da quel turbinio di sensazioni uditive
sgradevoli. È risaputo, si tende a piangere sempre sul latte
versato,
e ci si ricorda di quello che serve solo quando ne abbiamo veramente
bisogno. Insomma, ero solo, una volta ancora, contro quel brusio che
ottenebra l’attenzione, che avvince momentaneamente la vostra
fede
nell’innata bontà dell’uomo, regalandovi
inestimabili quanto
inique sensazioni di viscerale odio.
C’è chi si tormenta e si logora per gravi
questioni, e questo mi
sembra ragionevole, anche se ingiusto per il proprio benestare; io sono
al contrario molto più irragionevole, e arrivo ad una
sensazione
di furiosa impotenza quando sono tra l’incudine della mia
volontà, che mi spinge verso la lettura, in una notte
insonne
come quella, e il martello dell’impossibilità a
perpetuare il
proprio volere, causata da un fattore esterno che sfugge alle mie
capacità di controllo.
Una delle cose più tormentose di quei lunghi minuti di
incessante lotta, sono i momenti di relativa calma, che precede sempre
una nuova tempesta. Infatti, dovete sapere che la voce, così
bella e confortante quando una persona vi parla, e altresì
il
male oscuro più svilente per il lettore; ad essa
è
preferibile un lamentoso rumore, continuo e lacerante, come
può
essere quello di una sirena, oppure di un treno che passa, o ancora di
una falciatrice che pota l’erba del vostro giardino; la voce,
purtroppo, ha una spettrale caratteristica, in queste circostanze
spiacevoli: essa non è un suono continuo, normalizzato, come
direbbero gli esperti audio: è invece una forma
d’onda
più complessa, fatta di alti e bassi, che si avvicendano
senza
sosta, modulati sul tono delle frasi e sugli intenti degli
interlocutori.
Insomma, per chi legge, la voce diventa un rumore dissonante, una pena
per contrapasso che è l’antitesi dei propri
desideri di valente
lettore.
E quella pena, io la stavo sperimentando fin nei minimi particolari.
Ma cosa avranno avuto poi da dirsi, quei due?
Questo mi chiedevo mentre ero afflitto da quella brezza uditiva, mentre
la mia mente divagava nelle lande desolate dell’insofferenza;
e mi
figuravo i loro discorsi, quando, attraverso il muro che mi separava da
loro, potevo distinguere un suono a me familiare, un sì che
conciliava, oppure un no, detto con una tale energia che sembrava
concretizzare maggiormente i miei timori sulla continuazione
di
quell’odissea.
Mi lanciavo già in pensieri funesti, turpi vaniloqui
provenienti
dal mio sistema limbico, quella parte del cervello che mi suggeriva
eccessi aggressivi, e che non si peritava di istigarmi a una
risoluzione brusca quanto efficace del problema. Già mi
vedevo
alzarmi dal mio letto e uscire dalla mia camera per andare a quella
vicina, per bussare a quella maledetta porta che non riusciva a
contenere e a separare quel lancinante brusio dal mio mondo;
già
mi vedevo sulla soglia, spazientito come un bambino a cui abbiano preso
i giochi, alterato da un’incipiente malumore che non poteva
essere
acquietato; e poi la porta si sarebbe aperta, e, fosse comparso lui
tanto quanto lei, avrei iniziato a sbraitare, a esternare con la forza
della disperazione di povero lettore smarrito la mia furia; non avrei
sentito ragioni – ci avessero
anzi provato, a
calmarmi, quei due! - ma sarei stato fermo e inamovibile sulle loro
condizioni della resa, per una futura pacifica convivenza:
l’agognata
quiete notturna.
Quei due dovevano veramente finirla, santi numi!
Ora
mi era passata la voglia di leggere, ma ormai la questione
diventava di principio, un punto all’onore della pace
serotina. E poi,
anche se non volevo più leggere, avrei forse potuto dormire,
sempre che il vociferare diabolico finisse. Ma per ora non ci riuscivo,
e mi logoravo sempre più in turbini di pensieri; tutto
questo
perché io non sono un uomo di azione, e per prendere una
decisione irrevocabile quanto definitiva, come quella che fantasticavo,
avrei dovuto forzare il mio carattere accondiscendente e prendere il
coraggio a due mani. Fra il dire e il fare c’è di
mezzo il mare,
e io non ero certo Mosè che poteva aprirsi un varco in
quell’oceano di frustrazione.
Ma la sofferenza continuava, e io ero sempre più solo a
combattere tra pulsioni abnormi e contingente calma (sempre a seconda
dei toni, bassi o lesivamente alti che giungevano al mio orecchio).
Mi esacerbavo sempre più. Avevo letto Leopardi, nel passato,
e
ora capivo quando diceva che l’indecisione è uno
dei problemi
maggiori, per alcune persone; e diceva poi, che, per terminare lo
stillicidio del ping-pong mentale in cui l’anima si getta
quando non sa
decidersi, è necessaria una risoluzione ferma e motivata
dall’esterno, da qualcuno che, per costituzione o esperienza,
fosse
più irrevocabile e meno propenso all’eterna
incertezza.
Peccato, che non ci fosse nessuno a poter decidere per me!
Così continuavo, sempre più abruttito da tutta
quella
situazione. Avevo spento la luce per cercare di dormire, ma le cose
erano peggiorate, perché nell’oscurità
che permeava la
stanza, mi sembrava che quelle voci fossero lancinanti ferite nel vuoto
dell’aria, incurabili squarci nell’ordito
tranquillo e rasserenante cui
anelavo.
Quanta tragedia, e per così poco! mi dicevo.
Ma chi ha sperimentato l’esperienza del rumore, chi magari,
lavorando
nella ristorazione, è abituato a servire gai avventori in un
pub, oppure ciarliere famiglie in un ristorante, o anche, ed
è
molto peggio, fa il barman in una fumosa discoteca, ecco, tutte queste
persone comprendono bene cosa voglia dire l’aspirazione
personale al
silenzio, alla pace, alla quiete dell’udito che è
impagabile
ristoro per la mente.
Ristoro, da cui io ero tanto lontano quanto solo nei miei peggiori
incubi potevo essere.
Poi mi venne un’idea, che si conciliava con la mia bonomia e
che
avrebbe forse raggiunto l’intento desiderato. Forse potevo
bussare nel
muro, e, forse, comprendendo quel gesto, i miei due inquieti compagni
avrebbero moderato il tono delle loro voci.
Era una possibilità, da mettere in atto senza remore.
Mi alzai dal mio giaciglio d’insofferenza, e mi avvicinai al
muro, quel
muro bianco, di una sfumatura lattea, che separava con il suo candore
me da loro.
Bussai tre volte, con l’impazienza di un assetato che vuole
finalmente
bere ma non trova ancora l’acqua tanto bramata. Poi, mi misi
in ascolto
per un minuto buono, cercando di percepire, con il mio udito fin troppo
sollecitato, quale sarebbe stata la reazione al mio gesto.
Reazione? Nessuna. Purtroppo nessuna, con mio sommo dispiacere.
Le voci infatti continuavano, incuranti del mio battere sul muro che
avevo ripetuto nuovamente più e più volte,
esasperato.
Evidentemente quei due pensavano a chissà che cosa, forse
ritenevano che il bussare non si riferisse a loro, e che quindi
potevano continuare ad agire contro di me con la più placida
noncuranza; oppure, e questo mi colpì come un sordo
brontolio al
mio stumaco, poteva essere che fossero così talmente
impegnati
nella loro conversazione da non accorgersi di nulla, quale che fosse
l’entità del mio bussare. E questo mi fece
letteralmente
imbestialire: se era tale il loro rispetto per gli altri, evidentemente
erano persone come minimo poco a modo, più probabilmente
troppo
arroganti per curarsi delle esigenze altrui; un atteggiamento che io
biasimavo normalmente, e tuttavia sul quale sarei sorvolato (almeno in
condizioni normali), ma che in quel momento non poteva far altro che
esacerbare il mio stato e portarmi ai limiti della sopportazione umana.
Avrei voluto avere un megafono dove poter urlare tutto il mio livore,
tutta la mia tendenziosa rabbia che ribolliva nel mio stomaco.
Ma non avevo neanche il megafono (forse, in quella situazione, mi
dissi, non avevo troppe delle cose che mi servivano; e prima di tutto
una sovrannaturale pazienza).
L’esasperazione conduce le persone a fare atti che, in
condizioni di
calma psichica, non farebbero mai, e che anzi ripudierebbero come
contrari alla loro natura. Ebbene, io ero arrivato allo stremo delle
forze, ai limiti, valicati i quali, diventiamo, da esseri ragionevoli
dotati di logica e scienza, delle accozzaglie di pulsioni incoercibili
e svilenti, preda di emozioni di rabbia e odio incontenibili, che
sminuiscono, a guardarle con l’occhio della ragione, la
nostra persona
di fronte a noi stessi, più ancora che di fronte agli altri.
Così mi decisi a fare quanto avevo solo fantasticato, e con
ferma convinzione, e la speranza del successo, uscii dalla mia camera e
andai con risolutezza verso la porta dei miei vociferanti vicini.
Bussai, come avevo bussato contro il muro poco prima. Questa volta, al
contrario della precedente, sortii un certo effetto, perché
le
voci si acquietarono, mentre un silenzio irreale scendeva nella stanza
ancora chiusa; probabilmente i due si stavano chiedendo chi fosse a
bussare a quell’ora tarda, e perché. Io non
desideravo certo
inquietarli, anche se forse questo sarebbe stato il primo risultato, ma
volevo con tutte le mie forze por fine a quell’inutile quanto
dannosa
pena.
Ora che tacevano, la pace della notte si faceva palpabile, in
una
grande, immensa quiete, che spesso precede i momenti di torpore, in cui
guardiamo alla realtà del quotidiano con occhi trasognati,
immaginando arcane quanto surreali soluzioni ai nostri pensieri, quando
ci circondiamo di baluginanti riflessioni che si avvicendano nella
mente con il loro carico di sensuale e onirica soddisfazione.
Quella pace fu interrotta solo quando sentii un clic della chiave che
apriva la porta, che si scostava con un’infinita lentezza dal
battente.
Poi vidi un volto di donna, che si affacciava in quella stretta fessura
che apriva un contatto tra il mio mondo e il loro; mondi che erano
stati così separati, nella solitudine notturna, e che erano
venuti in contatto solo per quello spiacevole evento.
C’era una luce soffusa nel corridoi, e io potevo scorgere i
lineamenti
di quella donna: lineamenti dolci, che mi ricordavano una figura di
materna bontà; una dolcezza che ispirava fiducia e al
contempo
distacco.
Ma vidi gli occhi, che erano venati di pagliuzze carminie, e
riflettevano la luce delle lampade in modo acquoso, con le dense
pupille che si stavano socchiudendo per la differenza di illuminazione
tra la sua stanza e il corridoio. Erano occhi arrossati, con un grosso
fardello che li abbassava e li rendeva lucidi, specchio del cuore
più di qualsiasi altro organo. Mi guardava smarrita, non
riconoscendomi, e pensando forse che fossi un malintenzionato, e che
volessi chissà che cosa. I nostri sguardi si incrociarono
per
lunghi momenti, e finalmente avevo dato un viso a uno degli
interlocutori che inquietavano il mio animo. Ma era un viso molto
diverso da quello che mi sarei aspettato, e che la mia iracondia aveva
dipinto.
- Chi sei? - chiese con una voce ora fin troppo flebile, che si perdeva
nell’infinito spazio che ci separava come esseri; ora, in
quel momento
di contatto così irreale.
Ero in uno stato di profondo disagio, e avevo perso la mia sordida
rabbia, come quando un’improvvisa emozione muta
repentinamente il
nostro stato, e ci getta con incurante potenza nella più
turpe
disperazione, o nella più gioiosa letizia.
Impiegai ancora alcuni istanti, prima di raccogliere le idee, prima di
parlare, prima di costruire un ponte dai fragili basamenti fra me e
lei, un ponte che avrebbe per un attimo avvicinato, anche se solo nella
parola, due vite.
- Mi scusi, ho sbagliato porta, - dissi, e vedevo i suoi occhi dalle
pagliuzze rossastre stringersi come se volesse mettermi a fuoco nella
mente.
Lei non disse nulla, non fece nulla, e io, che continuavo a guardarla
come tramortito da un evento che non potevo padroneggiare, che sfuggiva
alla mia portata, mi scostai, dolorosamente, lentamente, mentre lei
richiudeva con pari lentezza la porta, forse anche lei perplessa, come
me, per quel momento impagabile in cui esci da te stesso, per
affrontare il nuovo; un altro mondo, un’altro luogo,
un’altra esistenza.
Tornai indietro, percorrendo una strada che mi avrebbe portato di nuovo
con me stesso. Ma ora il rumore non mi preoccupava, anche se non ci
eravamo scambiati che poche parole, e nessuna che riguardasse il mio
problema.
Il mio problema esisteva. Anche il suo esisteva. E anche quello del suo
compagno. Non sapevo niente di lei, niente di lui, e di me loro non
conoscevano nulla. Ma per un attimo i due mondi si erano
uniti, le due
diverse motivazioni si erano toccate.
Le esigenze umane. Ci servono, ma a volte ci rendono ciechi.
Io ero solo nella mia stanza, ora, ma ricordavo il ponte, e anche
l’oceano, laggiù, in fondo, sopra il quale il
ponte si ergeva.
Christian
Michelini
Scritto tra il 21/06/01,
15.00h e il 22/06/01, 13.45h.
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