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Il bacio. Alle 9.30 del mattino uscì di casa, a piedi. Il sole era già molto caldo e modellava, curava, ammorbidiva ogni cosa. Non c’era quasi nessuno in giro. Un bimbo piangeva lontano, ma era un pianto dolce, caldo, privo di sofferenza. Scese fino alla spiaggia e sedette su uno scoglio immerso quasi completamente nel mare. Non aveva nulla con sé. Se stessa proiettata verso il mare e dentro il mare. E nuotava, nuotava, cercava di giungere a quello scoglio scuro e solido e fermo, ma il mare remava contro di lei, e lei vedeva solo acqua e sole e sentiva il sapore del sale e lo sentiva divorarle la pelle e le labbra e gli occhi, e non poteva fermarsi, e non c’era nulla attorno a lei, solo mare, ma lo sentiva e in fondo le piaceva stare lì a lottare, ma sapeva che la sua forza era immensa e lei sarebbe presto diventata acqua, si sarebbe unita al mare e la sua onda avrebbe raggiunto lo scoglio e poi la riva e poi si sarebbe inabissata sul fondo e avrebbe accarezzato i pesci e le alghe e avrebbe dormito sul fondale, placida e inerme, per poi ricominciare il suo flusso portando con sé altra acqua e altro sale e altro bruciore e sarebbe stata indivisibile dal resto, nessuno avrebbe potuto trarla in salvo perché non si può catturare un’onda, lei era il mare e il mare era lei, ormai era dentro e sapeva che non avrebbe raggiunto lo scoglio, perché non voleva raggiungere lo scoglio, voleva diventare mare, voleva che esso la uccidesse e le desse una nuova vita, voleva divenire parte del tutto immenso e crudele, voleva ingrandirsi e non essere più solo acqua, ma il mare. E mentre pensava di voler essere mare sapeva di esserlo sempre stata. Il mare si alzò quel giorno, e lei rimase seduta sullo scoglio. La sua essenza vicino all’ombelico e poi sempre più su, verso il torace, il seno, le spalle, il collo. Alle 23.00 di quella sera il mare la baciò. E lei chiuse gli occhi. Anna ![]()
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