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Era assai felice per la sua nuova situazione. Aveva tempo per svagarsi come e più degli altri, poteva studiare molte ore senza affaticarsi; poteva insomma accrescere enormemente le sue conoscenze concedendosi tuttavia tutto il divertimento che voleva. Grandioso. E tuttavia un bel pomeriggio si ritrovò senza sapere cosa fare, nessuno dei suoi amici poteva uscire perché dovevano studiare per gli esami, la sua ragazza era partita per una breve vacanza con i suoi genitori. Si sdraiò sul letto, ormai uno strumento che non sfruttava più a dovere. Prese un elastico che era appoggiato sopra il comodino e si mise a giocare, allungandolo e rilasciando i due estremi. Di colpo, una folgorante visione: lui che giocava con questo elastico, e continuava a giocare, e non si fermava mai, e mangiava qualcosa, poi tornava al suo passatempo. Giorni interi immerso in quel futile giocare, settimane che trascorrevano monotone e invariate, mesi che si susseguivano sempre identici. Una vita sprecata, un’esistenza di inutile valore. Lui che continuava a muovere quel maledetto elastico, lo tirava, giungeva alla massima tensione, dopo lo rilasciava. Poi lo torceva, attorcigliava i due capi fino ad ottenere la massima torsione, e lo rilasciava. Poi se lo avvolgeva tra le dita, creava disegni insoliti con quell’elastico che stringeva la sua mano e la deformava, se lo avvolgeva fino al polso, poi districava la matassa che aveva creato. Ancora e ancora e ancora. Il gioco vano si ripeteva. Si sarebbe alzato un paio di volte al giorno, per mangiare, quasi fosse uno zombie. Poi sarebbe ritornato al suo passatempo. Ancora e ancora e ancora. Senza fine, senza inizio. La sua vita sociale sarebbe cessata, la sua esistenza si sarebbe protratta precariamente per anni. I suoi genitori avrebbero chiamato esimi psicologi, famosissimi psicanalisti, eminenti psichiatri.
Christian Michelini, Luglio
1999
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