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Salve. Sono il diario di un prigioniero della mente. Il mio artefice è da anni volto allo studio di uno dei casi più singolari con cui abbia mai avuto a che fare (perché, del resto, è quasi l'unico con cui abbia avuto a che fare...): sé stesso. L'analisi approfondita di sé, la comprensione super-ipertrofica-coscienziosa del proprio Io, la paura, l'insonnia, la deturpazione degli intenti, l'hanno costretto ad uno stretto e rigoroso isolamento. Non contento di ciò, ha ben pensato di applicare una sorta di voluptas dolendi, che ha generato un malsano desiderio di auto-sevizie intellettuali. Sperando che il lettore possa appassionarsi a questo caso, etc., etc, ... sentitamente... blah, blah, ... vi lascio alla lettura. * * * Avvertenza al lettore Se percepite che la frase stenta ad ammannirsi, che i periodi si fanno comatosi e allentati, non curatevene, perché sono i corsi e ricorsi dei miei disturbi mentali, le ondate di sonno incipiente, le maledizioni imprecatorie della mia mente autoflagellante. (Questa avvertenza è perciò autoesplicativa). * * * Sono un prigioniero della mente. Se pensate che questa definizione sia anomala nella psichiatria, nella psicologia, nella psicoanalisi, nella psicoterapia, be', avete ragione. Come prigioniero, non mi posso lamentare: vitto, alloggio, svago. Come mente mi lamento assai: invitto, m'aduggio, poi divago. Insomma, in definitiva, sono poco normale, molto pazzo. E per dimostrarvelo, cambio subito il discorso. Cos'è questo scritto? Un romanzo, una biografia, un'autobiografia, un saggio, un racconto ipertrofico, un romanzo-fiume atrofizzato? E' lungo, breve, medio? Cominciamo dalla seconda domanda: è... Non lo so. Lo saprò solo e unicamente quando avrò finito di scrivere questa manciata di byte (fortuna che i byte sono ambientalisti e biodegradabili). Volevo parlarvi anche di... Ah, ma devo rispondere alla seconda domanda! La risposta, se ancora siete lì a ricordarvi la question, è... che lo saprete quando avrò finito di scrivere quest'opera, quando avrò deciso di non rileggerla, allorquando (forse) la leggerete voi. D'altronde, la storia della narrativa è piena di colpi bassi: soprattutto nell'ultimo secolo, quando tutti si sono messi a dire: “Il romanzo è morto!” - “Il romanzo è morto!”, mentre gli unici che l'avevano capito, ci erano arrivati molto prima ed erano pure stati zitti. 1° regola della narrativa del Novecento: se il romanzo non è incompiuto ha un malus del 20% 2° regola della narrativa del Novecento: se il romanzo è meno di ottocento pagine ha un malus del 20% 3° regola della narrativa del Novecento: se non avete seguito le prime due regole avete un ulteriore malus del 20%. Una volta una mia conoscente mi disse: un mio conoscente (a me ignoto) si è complimentato con te perché sei riuscito a finire di leggere l'Ulisse di Joyce. Mah, è stato un complimento riconoscente, ma quella mi è sembrata una sciocchezzuola rispetto a solo un paio di ore di lavoro (magari di fronte ad un computer = malus del 20%). Sì, l'ammetto, sono colpevole di lettura impenitente. Non chiedemi l'abiura, o giurati, ché la favella mi s'aggriccia, e vuolsi così per seguir canoscenza. - Il signor .... è stato condannato per unica unanimità unanime, a 10 anni di passeggio forzato, da eseguirsi senza la supervisione di terzi. Se il condannato non adempirà a quanto stabilito dalla sentenza, sarà condannato a ulteriori 10 anni di incontro sociale. Se ancora inadempiente, sarà condannato a sforzarsi di raggiungere la felicità in terra. (o la terra in felicità?) Pensate, o prodi, che mio compito fu già raggiunger cultura, e che mezzo intriseco di cotal speranza era legger libri, e che l'obiettivo è imparar le lettere, in modo che scriverò un giorno un libro. Miei prodi, riuscito sarei ad imparar?
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