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Ricerca personalizzata
Vi propongo quattro opere diversissime tra loro di una stessa autrice da me molto amata: Sylvia Plath, una poetessa americana: le lettere a sua madre, i diari, un romanzo ed una raccolta di poesie. Non sono una esperta di poesia e come molti mi appassiono raramente ai versi, se non quando risuonano dentro di me e mi parlano delle mie emozioni e della condizione umana. Sylvia
Plath è una
poetessa che mi interessa, e non dovrebbe, come personaggio:
l’autoannullamento che rivela una supposta inadeguatezza alla
vita
e all’amore pur disperatamente ricercati, desiderati; la sua
normalità di ragazza americana convenzionalmente ambiziosa
per
quanto concerne il successo, la famiglia e che avverte la pochezza di
questa vita sociale in cui tutto è prestabilito e a cui
sente
di dover sottostare con tutte le frustrazioni che ne derivano;
l’ironia del suo linguaggio poetico, lo stile secco e severo
col
quale indaga se stessa e permette a noi di riconoscerci nelle sue
parole, persino le più devastanti, come in Lady Lazarus:
“…
E come il gatto ho nove vite da morire. Questa è la Numero
Tre. Quale ciarpame Da far fuori a ogni decennio
...”. È consuetudine di un essere umano fare bilanci, voltarsi indietro e dire così, quanto lontano siamo giunti, soprattutto se ci siamo sentiti sospinti da forze estranee, il destino, o dalla parte di noi più distruttiva, che appartiene alla nostra storia; ci troviamo a considerare di quanto abbiamo tralignato rispetto alla via che volevamo, credevamo tracciata coscientemente per noi. Così o in modo simile dovrà pure avere pensato la mattina, mi pare si uccise ad un’ora antelucana, la mattina che infilò la testa nel forno mentre i suoi piccoli dormivano beatamente al piano di sopra. Quanto lontano siamo giunti rispetto all’età dell’oro dell’infanzia, ai sogni alle speranze: “Un anello d’oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore.”. A
questo
punto, così
lontano siamo giunti? “Ho gettato cose a mare, io cargo di
trent’anni Testardamente attaccata al mio nome e indirizzo.
Hanno
passato una spugna sui miei affetti. Impaurita e nuda sulla verde
barella plasticata Ho guardato la mia teiera, i miei portapanni, i
miei libri Sparire affondando e l’acqua si è
chiusa sul mio
capo.”. In una spaventosa solitudine nonostante legami
profondi o a
causa di quelli, che teme immeritati, inadeguati, richiedenti
difficili prove e conseguenti severi giudizi: “Persone o
stelle Mi
guardano con tristezza, le deludo.” In questa sua ricerca di vita in un mondo da cui si sente schiacciata, Sylvia Plath ha tentato il suicidio tre volte, l’ultima con successo; e in questo brano da Tulipani si capisce molto della sua storia e della sua poetica: “… Io non volevo fiori, volevo solamente Giacere a palme riverse ed essere tutta vuota. Come si è liberi, liberi da non credersi. La pace è così grande che abbaglia, E non chiede nulla, un’etichetta col nome, pochi aggeggi. È il finale a cui approdano i morti; me li figuro Inghiottirselo come un’ ostia da comunione.”. C’è una poesia che sento molto vicina alla condizione di solitudine che credo affligga molti di noi in questa ansia, brama di vita amata e temuta allo stesso tempo, soffocati come siamo da quel dolore ora ovattato ora acuto che ci causa il viverla. Solitudine quando scegliamo di abolire emozioni, sensualità e sentimenti; è la Zitella: “… Come desiderò allora l’inverno! – Scrupolosamente austero nel suo ordine Di bianco e nero Ghiaccio e roccia, ogni senso nei suoi limiti, E la gelida disciplina del cuore Esatta come fiocco di neve …”. Ma non è difesa sensata chiudere la vita fuori dalla porta, conviene viverla altrimenti essa rientra risentita insinuandosi malignamente dalle fessure della casa e ci porta magari fuori dal letto, magari a Londra una mattina verso le quattro o le cinque e suadente ci mostra la libertà definitiva da essa nella morte. Tutte
le citazioni e i
brani da Ariel, in particolare Lady
Lazarus e
Tulipani; Zitella da Il
Colosso.
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