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"Stephen hero" è il progetto di romanzo cui Joyce dedicò molto tempo e che poi abbandonò, decidendo che la lunghezza prevista dell'opera era eccessiva e causa di tediose piattezze narrative: dallo "Stephen hero" nacque poi il "Ritratto dell'artista da giovane", più conciso, splendidamente realizzato per prosa e contenuti. Delle novecento pagine di "Stephen hero" che l'autore aveva scritto, ne sono giunte a noi solo qualche centinaia, in due passi: il primo, una ventina di pagine solo, e il secondo, molto più lungo, che affronta la vita universitaria di Stephen Daedalus. Nonostante la struttura forzatamente frammentaria dei passi che si sono conservati, quest'opera è molto importante per la comprensione sia del "Ritratto dell'artista da giovane" che dell'arte in generale di Joyce. Qui infatti viene data una precisa definizione di "epifania", nell'accezione joyciana del termine (che consta di tre fasi e porta alla piena partecipazione dell'io con l'oggetto del nostro interesse). Le teorizzazioni artistiche che esprime Joyce in questo volume sono importanti nell'evoluzione del suo pensiero, sia verso il "Ritratto", che, per destrutturazione e ricomponimento, nell'"Ulisse". Dal volume traspare il desiderio di affrancarsi su vari piani della vita: quello religioso, quello sociale, quello artistico; un cammino lungo che viene qui esposto nei suoi momenti peculiari di ribellione familiare, di distacco dalla dottrinale e soffocante prassi universitaria, di cernita delle amicizie, di svincolo dal giogo sessuale imposto dalla società. Joyce ripudiò spesso quest'opera che a noi posteri appare invece in una luce più smagliante e vivida: come chiarificazione della sua poetica a venire, e, pur con alcuni difetti strutturali, come tratteggio riuscito di lotta per la libertà.
Se volete leggere altri grandissimi autori del Novecento, vi consiglio Franz Kafka ("Il processo", "La metamorfosi", "Il castello") e Marcel Proust nella sua splendida "Alla ricerca del tempo perduto".
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