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Titolo
Autore
Le mie prigioni Silvio Pellico
Recensione a cura di Denise

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"Governiamo l'immaginativa, e staremo bene quasi dappertutto".

"Le mie prigioni" è una delle opere più significative del giovane Silvio Pellico, scritto nella prima metà del 1800, quando Pellico decide di affiliarsi alla Carboneria per seguire i propri ideali di libertà e riscossa anti-austriaca. Proprio il giorno dopo questa sua scelta, l'Austria decreta la pena di morte per i carbonari della Lombardia.
In questo diario la sua storia assume una duplice valenza, politica e religiosa: da una parte Pellico condanna fermamente questa nuova ondata rivoluzionaria, dall'altra il grande interesse per la sua storia è dato proprio dal messaggio religioso. Il fulcro del libro rimane l'esperienza della prigionia, in ogni pagina i suoi pensieri deprimenti si alternano ai ricordi della sua vita felice, fino al giorno dell'incarcerazione. Vive momenti relativamente tranquilli, ma sente anche profonda angoscia in ogni sua lunghissima giornata, fino al punto di desiderare la morte. Ma, la sua fede, pur provata duramente, gli impedirà di trovare il coraggio per farla finita. I primi giorni di prigionia sono i più duri, ogni giorno rivolge un pensiero ai suoi cari, rimproverandosi di non essere stato abbastanza amorevole con loro, soprattutto ora che non sa se potrà mai più riabbracciarli. La solitudine divenuta sempre più pesante, ogni tanto è alleviata da qualche lettura in biblioteca: Pellico tiene in esercizio la mente abituandosi a studiare ogni giorno qualche verso di Dante. Anche leggere la Bibbia lo aiuterà ad essere più forte. Col tempo capisce quanto sia importante riuscire a distinguere gli umori da quelle tristi prigioni, cercando la serenità dentro di sé, imparando a gestire l'immaginazione.


Pellico sarà trasferito in diverse carceri; si rifiuta di collaborare, perciò viene portato a Venezia. Qui la stanchezza fisica e psicologia lo mettono a dura prova. Il gran freddo invernale e il caldo soffocante dell'estate lo renderanno sempre più debole. Pellico cede, e decide di rimettersi al giudizio della Commissione, confessando il reato di Carboneria.
Nel 1830, dopo le carceri di Murano e Moravia, due fra le più dure che si conoscano, gli viene concessa la grazia, la sua pena di morte viene tramutata in quindici anni di carcere. Pellico passa le sue giornate a scrivere, legge e rilegge i suoi appunti, meditando sulle sue riflessioni. Ogni tanto riceve delle lettere da parte della famiglia, non prima di essere state censurate da una commissione che arrivava al punto di lasciargli le parole iniziali e finali della lettera, cancellando tutto. Dopo la grazia, Pellico cerca sempre di rimanere sereno, atteggiamento apprezzato dai giudici che gli consigliano di rimanere tale, perché gli sarà di vantaggio per il futuro. Ci sono diverse persone imprigionate, con le quali ogni tanto scambia due parole, ma spesso parla anche con qualche carceriere dall'animo tenero. Dopo quasi dieci lunghissimi anni, Pellico viene liberato, e potrà finalmente riabbracciare i suoi familiari. Dopo quest'esperienza, lascerà da parte la vita politica, pur non rinnegando le sue idee, e continuando la sua attività letteraria. Silvio Pellico uscirà molto provato da questa esperienza, fisicamente e psicologicamente, ma con una rinnovata forza d'animo e una fede ancora più forte, che gli faranno apprezzare ancora di più la vita e le persone, per le quali non proverà mai disprezzo o risentimento.


Consigli di Christian Michelini

Se vi è piaciuto questo libro potrebbe interessarvi "Manoscritto di un prigioniero" di Carlo Bini, di cui abbiamo disponibile anche l'audiolibro.

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Titolo
Le mie prigioni
Tit. originale
Le mie prigioni
Autore
Silvio Pellico
Editore
Mondadori
Anno
1832
Pagine
217
Genere
Autobiografia
Argomento
La detenzione di Pellico ai tempi della carboneria

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