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“Ho imparato che devo mantenere la giusta distanza dai morti per capire com’erano in vita, per non lasciare che i naturali sentimenti di tristezza, paura, empatia e disperazione mi impediscano di rendere loro quella giustizia che è mio compito far trionfare”. L’autrice di “La memoria delle ossa”, Clea Koff, fin da piccola mostra un carattere forte e idee precise riguardo al suo futuro: Clea vuole studiare per difendere i diritti umani, in particolare per ritrovare i colpevoli d’efferati omicidi che, specie a distanza di molto tempo, credono ormai di averla fatta franca. A soli 23 anni decide di unirsi ad un team di esperti antropologi e patologi diretti in Ruanda, per tentare di ricostruire quel che resta delle vittime del genocidio del 1994, provando a dar loro un nome e una storia. Questo è un lavoro che richiede una buona dose di sangue freddo, oltre che la naturale curiosità scientifica davanti a una ferita o ad un trauma da analizzare. Lavorando a stretto contatto con la P.H.R. (Pshychians for Human Rights, medici per i diritti umani) un’organizzazione non governativa di esperti forensi che indaga sulle fosse comuni, Clara sarà sostenuta dalla comprensione e la complicità dei colleghi che, come lei, affrontano momenti difficili, alternati a giornate di grande soddisfazione per il proprio lavoro. In ruanda, fin dall’inizio con la raccolta delle prime prove, appare evidente la volontà da parte dei Tuzi di non lasciare in vita nessun Hutu. Questi ultimi, ingannati dalla promessa di ricevere protezione, vengono rinchiusi in uno spazio con poche vie di fuga, e successivamente massacrati; si tratta, purtroppo, di un metodo ben noto agli studiosi. Clara analizza i resti per stabilire età, sesso, tipo di trauma e tipo di decesso, raccogliendo così delle prove da usare nel processo contro gli imputati di crimini contro l’umanità. E' fondamentale lavorare mantenendo un certo distacco e una certa freddezza davanti a quegli orrori, ma non è sempre facile, specie davanti ai dettagli più macabri, o agli scheletri dei bambini. Ci si deve adattare a tutto, dalla mancanza di acqua e corrente elettrica, al caldo, al tremendo fetore della decomposizione, particolari che fanno capire quanto questi studiosi siano veramente legati al proprio lavoro, e quanto sia grande il loro desiderio di ridare speranza a chi ha perso i propri cari, verso i quali, spesso, Clara si sente persino in colpa, nonostante lavori con grande energia e tenacia, lei vorrebbe fare molto di più. Ogni volta che rientra a casa, fra una missione e l’altra, per clara è molto difficile riprendere le normali abitudini. Ha imparato a dare un grande valore alle piccole cose, ma deve anche convivere con gli incubi notturni. Dopo il Ruanda lavorerà in Bosnia e in Croazia. Clara è una ragazza da ammirare, per la grande umanità e dedizione verso il prossimo. Consigliato a chi vuole approfondire la conoscenza della medicina forense.
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