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Titolo
Autore
La banalità del male - Eichmanna Gerusalemme Hannah Arendt
Recensione a cura di Denise

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Il nome di Adolf Eichmann a molti non dirà niente, soprattutto ai giovani che conoscono la tragedia dell'olocausto solo attraverso i libri. Dal processo fatto ad Eichmann è nato questo libro, per far sapere al mondo chi era costui e che ruolo ha avuto nell'operazione barbaramente denominata "soluzione finale". Il processo viene seguito dai giornalisti di tutto il mondo, la Arendt è corrispondente per il New Yorker. Questo processo si svolge nella Berth Hà Am, la Casa del popolo, presieduto dal giudice Landau, che eviterà in tutti i modi di far sembrare questo processo una messa in scena, perché qui Eichmann era indiscutibilmente colpevole, e si dovevano giudicare le sue azioni, mentre nel processo di Norimberga, ad esempio, si parlava di "crimini contro l'umanità", perché le vittime erano cittadini di varie nazionalità. A questo processo assiste un pubblico di emigrati che si salvarono scappando dall'Europa. Più di una volta ci si chiese come mai l'intera popolazione non riuscì a ribellarsi e accettò senza protestare di essere condotta su quei treni, e in tutta risposta venne pubblicato un articolo secondo cui il trionfo delle SS stava proprio in questo, nella passività delle proprie vittime, portate ad annullare completamente la loro personalità e la coscienza di sé.


I tedeschi in questo processo non prendono posizione, non protestano per la presenza di tanti criminali nel loro paese, ma non sono contrari al fatto che vengono puniti. Il primo ministro d'Israele, Berth Gurion, fa rapire Eichmann, che viene catturato in Argentina, l'11 Aprile 1961. Accusato di quindici imputazioni, Eichmann si dichiara colpevole solo davanti a Dio, non certo alla legge di un paese straniero, infatti secondo il sistema giuridico del periodo nazista, egli non poteva essere accusato di niente, perché stava svolgendo delle "azioni di stato", ordinate dal suo superiore Hitler, e comunque materialmente non ha mai ucciso nessuno, ebreo o no. Adolf Eichmann venno visitato da diversi psichiatri che ne riscontrarono la normalità, cose di cui i giudici dubitano fortemente visto che una persona normale sa distinguere il bene dal male. Eichmann si considerava un'idealista, al punto che come diceva lui, avrebbe fatto uccidere il padre se gli fosse stato ordinato. Nel 1933 gli ebrei capirono di non avere un futuro, né in Germania né nel resto d'Europa, le leggi di Norimberga lasciarono solo i diritti civili, ma questi non bastavano per poter continuare a vivere senza problemi. Probabilmente non sapremo mai del tutto quello che si nascondeva dietro l'olocausto, anche se sono giunte fino a noi prove concrete di questa immane tragedia, forse non sapremo mai neanche il numero esatto delle vittime, ma in questo processo e in tutti quelli svolti contro gli artefici di questa carneficina è fondamentale stabilire se questi soggetti erano consapevoli delle loro azioni e fino a che punto potevano convivere tranquillamente con la loro coscienza. Fra le varie "soluzioni" si pensò anche di trasferire tutti gli ebrei in un'isola africana, questo doveva essere un piano segretissimo, ma come sappiamo invece, si arrivò allo sterminio. Materialmente Eichmann si occupava del trasporto delle vittime, e affermò di non riuscire a guardare quella marea di corpi straziati, ma sapeva anche di potersi ritirare dalle sue missioni in qualsiasi momento e con qualsiasi pretesto, rischiando al massimo di comparire davanti a qualche tribunale della polizia o delle SS, ma nonostante questo, andava avanti. L'unico a ribellarsi al regime hitleriano è il movimento antifascista di sinistra, che però vedeva nella persecuzione degli ebrei solo un diversivo per distogliere l'attenzione dalla lotta di classe nella scena politica. Questa opposizione tentò di entrare nei fili del partito di Hitler per sabotarlo dall'interno, tentativi bloccati dalla Gestapo. Per portare a termine la "soluzione finale" occorreva la collaborazione degli altri paesi europei, venne fatto un accordo tra Francia e Germania, che iniziò così a deportare anche i bambini sotto i sedici anni. Ma quando anche in Francia si scopre tutto quel che stava accadendo, cosa nasconde realmente questo grande "trasferimento", anche se i francesi antisemiti se ne volevano sbarazzare volentieri, alla fine si rifiutano di consegnare i loro ebrei, non volendo rendersi complici di uno sterminio di massa, salvando circa cinquantamila persone, gli unici ebrei che riuscirono a salvarsi furono quelli che riuscirono a comprare il permesso di uscita, o comunque a corrompere le SS.


Per quanto riguarda l'Italia, Mussolini era ben visto negli ambienti nazisti tedeschi, e aveva una certa influenza anche su altri governi fascisti come la Francia, l'Ungheria e la Romania. Se Mussolini evitava di massacrare gli ebrei, gli altri lo imitavano, ma anche lui cedette alle pressioni tedesche, e quando vennero varate le leggi antiebraiche gli unici ebrei che riuscirono a salvarsi furono quelli "iscritti al fascio" già da quindici anni, unico modo che consentiva di trovare lavoro. Il fascismo italiano cercò di liberarsi degli ebrei ancora prima della guerra, ma i funzionari italiani non riuscivano ad applicare i provvedimenti imposti dal Duce, così vennero mandati dei funzionari dell'amministrazione militare tedesca, questi catturarono 35.000 ebrei, quelli avvisati in tempo riuscirono a scappare, e quando nel 1944 entrò l'Armata Rossa a Roma, i tedeschi iniziarono a portare 7.500 ebrei nei campi di concentramento, di questi se ne salvarono solo 600. La "soluzione finale" non è altro che il frutto di una mentalità medievale, sadica: quali erano in definitiva le colpe degli ebrei? Non bastava liberarsi di loro solo per appropriarsi dei loro beni, si doveva arrivare allo sterminio, non erano colpevoli solo di appartenere ad un'altra razza, ma anche di essere ricchi. Addirittura gli ebrei che avevano amicizie negli Stati Uniti, venivano considerati merce di scambio. Prima di Eichmann, ci furono altri tentativi di portare alla luce queste storie. Moshe Pearlman, un ex funzionario civile israeliano pubblicò un libro "The capture of Adolf Eichmann", che suscitò grande scalpore perché questo si basava sul materiale di ufficio della polizia israeliana che doveva preparare il processo. Eichmann venne condannato a morte, che affrontò con grande dignità, rifiutando il conforto delle parole di un prete nelle sue ultime ore, e preferendo una bottiglia di buon vino rosso. Molti si sono chiesti come ma i Eichmann non venne ucciso direttamente sul posto, per le strade di Buenos Aires, anziché rapirlo. Forse il processo era necessario, l'unico modo per far conoscere la realtà del nostro passato, e non sarebbe la prima volta: il comandante Perlijura fece diecimila vittime durante la guerra civile russa, e si venne a sapere solo quando l'attentatore, dopo averlo ucciso, si costituì e pretese di essere processato, appositamente per far sapere al mondo ciò che Petlijura aveva fatto. Probabilmente è stato così anche per Eichmann, non potendo più rimediare in nessun modo a questo capitolo nero della nostra storia, ci resta almeno il diritto all'informazione, grazie a chi ha avuto il coraggio di denunciare i responsabili di questi orrori.

Consigliato a:

Consiglio questo libro a chi vuole sapere più di quel che finora ci hanno raccontato i libri di storia.

Scorrevolezza Valore artistico Contenuti Globale
7 8 8 8

Fronte
Retro

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Titolo
La banalità del male - Eichmanna Gerusalemme
Tit. originale
Eichmann in Jerusalem
Autore
Hannah Arendt
Editore
Feltrinelli
Anno
1963
Pagine
299
Genere
Saggio storico
Argomento
Olocausto

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