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Questo monumentale romanzo scritto da Alexandre Dumas propone un'emozione per certi versi aborrita nell'esistenza degli uomini: infatti in quest'opera domina il tema della vendetta. In particolare, il protagonista, Edmondo, che diventerā il conte di Montecristo, incarcerato non per una colpa commessa, ma per l'astuzia terribile di un arrampicatore sociale, e per l'acrimonia di uno spasimante della sua aspirante sposa, si ritroverā a passare undici lunghissimi anni in una prigione smarrita al mondo comune. Saranno anni di profonda disperazione, di dolore, di tentati suicidi, ma anche anni in cui, tramite lo scavo di un tunnel, potrā incontrare un prigioniero di somma cultura che lo farā partecipe del suo sapere, e che gli indicherā il luogo dove č custodito un immenso tesoro che aspetta solo di essere prelevato. Poi, Edmondo riuscirā a fuggire e, tramite quel ricco tesoro che da sogno diviene realtā tangibile, potrā pianificare con precisa puntualitā la sua acerrima vendetta sui colpevoli del suo martirio morale e fisico. Il conte diverrā un sostituto della divina provvidenza, dispensando dolori ai "cattivi" e grande felicitā ai "buoni". Sembra quindi che questo romanzo sia quasi dissacrante, certo lontano dal buonismo e dal perbenismo diffuso nella nostra cultura, almeno a livello ideale. Ma questo č anche il romanzo di una vita, o della vita, dove confluiscono diverse tematiche, dove i protagonisti vivono, si amano, soffrono, in un immenso affresco della societā, non solo francese, ma anche italiana. Un capisaldo della narrativa ottocentesca, che affianca ai grandi contenuti una mirabile realizzazione, piena di autorichiami, riferimenti, citazioni interne, in una struttura organica e splendidamente realizzata, basata sull'intreccio dei quanti narrativi e su una prosopopea certo a volte prolissa, anche a causa della retribuzione a riga cui l'autore era soggetto, e che certo non depone a suo favore come letterato artisticamente integerrimo.
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