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Titolo
Autore
Cenere Grazia Deledda
Recensione a cura di Christian

Ricerca personalizzata

Questo romanzo esordisce con le atmosfere e gli stilemi tipici della narrativa della Deledda: ambientazione popolare sarda, mondo contadino, tipi psicologici semplici ma di ineffabile sensibilità. Questo è soprattutto il tema dominante della prima parte del volume; ma nella seconda compare invece il cardine della narrazione, che si sposta dapprima nella città di Cagliari, per poi migrare verso il continente (Roma), è che è incentrato, prima ancora che sull'amore del protagonista per la giovane figlia del suo padrino, sulla ricerca di una madre che è scomparsa, nel passato, dopo aver abbandonato il figlio.
Questa ricerca assume i tratti di vera ossessione e motivo conduttore, almeno latente, della vita di Anania (il ragazzo protagonista): una incessante questua di una persona che non riesce a rescindere i legami filiari e che, per ripristinare quell'amore materno reciso dall'abbandono, è disposto a tutto, anche a ripudiare una vita di possibili successi, di sicuro amore, di agiatezza: una perdita che Anania considera sempre più essenziale e imprescindibile, che ne condiziona i pensieri, che diventa un fardello necessario. Quasi una tara genetica che deve essere espiata, una punizione che deve essere consumata interamente e dalla quale non ci si può esimere.
E' questo forse anche il limite maggiore del romanzo: un amore materno soffocante, che tarpa le ali dell'intraprendenza filiare; una necessità che diviene giogo e fissazione in un giovane che non si riesce ad affrancare da un passato funesto.


Essenzialmente è un romanzo più ossessivo e ricorsivo rispetto ad altri celebri capolavori dell'autrice, e personalmente preferisco maggiormente opere come "Canne al vento" o "Il paese del vento". Qui la narrazione diviene quasi turpe, agitata, sommossa da una apprensione di stampo materno che l'autrice sente viva e intensa, e che si concretizza in un romanzo in cui il rapporto madre-figlio diviene problematico, analizzato minuziosamente ma con tenebrosa inquietudine.
Per la sua trattazione, e per l'impronta quasi di esperimento letterario sull'ineluttabilità del rapporto filiale, questo romanzo ricorda altri capolavori della letteratura mondiale, come "Papà Goriot" di Balzac (in cui l'amore era invece tra le figlie e il padre), oppure "Figli e amanti" di D. H. Lawrence (che aveva una visione al pari turpe e asfissiante).
Quest'opera risulta, a mio parere, maggiormente legata a canoni e stilemi classici, rispetto ad altre dell'autrice: legata ad esempio ad alcuni tratti romantici (per la purezza e idealità con cui viene descritto l'amore di Anania per Margherita), ed anche più legata allo stile verista: questo romanzo infatti presenta più parlata dialettale e gergale rispetto ad esempio a volumi come "Cosima" o "Canne al vento", e inoltre traspare con più evidente convinzione un'aderenza ad una certa analisi naturalistica degli eventi (seppur mediata dall'indagine psicologica usuale per la Deledda).


Consigliato a:

Se vi è piaciuto questo volume, vi consiglio di leggere altre opere dell'autrice sarda, come quelle già citate nella recensione. Potreste leggere anche volumi che hanno a mio parere una certa affinità di toni con il qui presente: alcune opere di Verga (vedi "Mastro don Gesualdo"), oppure Émile Zola, con "La bestia umana" o "L'assommoir" (dove l'ineluttabilità delle proprie scelte è generata da una tara ereditaria).

Scorrevolezza Valore artistico Contenuti Globale
7 7 8 7

Fronte
Retro

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Titolo
Cenere
Tit. originale
Cenere
Autore
Grazia Deledda
Editore
Progetto Manuzio - www.liberliber.it
Anno
1904
Pagine
418.000 caratteri
Genere
Romanzo
Argomento

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