
Recensioni
libri
I
libri imperdibili
Audiolibri
Biografie
autori
Correnti
letterarie
Progetto
Letteratura VR
Progetto
AEDO
Recensioni
film
Recensioni
giochi
Articoli
Fotografie
Racconti
Umorismo
:-)
Staff
Scrivimi!
Links
Vecchie
news
Accesso
rapido
alle recensioni
Clicca sulle lettere per
accedere agli
autori indicizzati
A
| B | C
D | E
| F
G | H
| I
J | K
| L
M | N
| O
P | Q
| R
S | T
| U
V | W
| X
Y | Z
|
|
Recensione a cura
di Christian
Questo
romanzo
esordisce con le atmosfere e gli stilemi tipici
della narrativa della Deledda:
ambientazione popolare sarda, mondo contadino, tipi psicologici
semplici ma di ineffabile sensibilità. Questo è
soprattutto il tema dominante della prima parte del volume; ma nella
seconda compare invece il cardine della narrazione, che si sposta
dapprima nella città di Cagliari, per poi migrare verso il
continente (Roma), è che è incentrato, prima
ancora che sull'amore del protagonista per la giovane figlia del suo
padrino, sulla ricerca di una madre che è scomparsa, nel
passato, dopo aver abbandonato il figlio.
Questa ricerca
assume i tratti di vera ossessione e motivo conduttore, almeno latente,
della vita di Anania (il ragazzo protagonista): una incessante questua
di una persona che non riesce a rescindere i legami filiari e che, per
ripristinare quell'amore materno reciso dall'abbandono, è
disposto a tutto, anche a ripudiare una vita di possibili successi, di
sicuro amore, di agiatezza: una perdita che Anania considera sempre
più essenziale e imprescindibile, che ne condiziona i
pensieri, che diventa un fardello necessario. Quasi una tara genetica
che deve essere espiata, una punizione che deve essere consumata
interamente e dalla quale non ci si può esimere.
E' questo forse anche il limite maggiore del romanzo:
un amore materno
soffocante, che tarpa le ali dell'intraprendenza filiare; una
necessità che diviene giogo e fissazione in un giovane che
non si riesce ad affrancare da un passato funesto.
Essenzialmente è un romanzo
più ossessivo e
ricorsivo rispetto ad altri celebri capolavori dell'autrice,
e
personalmente preferisco maggiormente opere come "Canne al vento"
o "Il
paese del vento". Qui la narrazione diviene quasi
turpe, agitata, sommossa da una apprensione di stampo materno che
l'autrice
sente viva e intensa, e che si concretizza in un romanzo in
cui il rapporto madre-figlio diviene problematico, analizzato
minuziosamente ma con tenebrosa inquietudine.
Per la sua
trattazione, e per l'impronta quasi di esperimento letterario
sull'ineluttabilità del rapporto filiale, questo romanzo
ricorda altri capolavori della letteratura mondiale, come "Papà Goriot"
di Balzac
(in cui l'amore era invece tra le figlie e il padre), oppure "Figli e amanti"
di D. H. Lawrence
(che aveva una visione al pari turpe e asfissiante).
Quest'opera risulta, a mio parere, maggiormente legata a canoni e
stilemi classici, rispetto ad altre dell'autrice:
legata ad esempio ad
alcuni tratti romantici (per la purezza e idealità con cui
viene descritto l'amore di Anania per Margherita), ed anche
più legata allo stile verista: questo romanzo
infatti
presenta più parlata dialettale e gergale rispetto ad
esempio a volumi come "Cosima"
o "Canne al vento",
e inoltre traspare con più evidente convinzione un'aderenza
ad una certa analisi naturalistica degli eventi (seppur mediata
dall'indagine psicologica usuale per la Deledda).
Consigliato
a:
Se vi è piaciuto questo volume, vi consiglio di
leggere altre opere dell'autrice sarda,
come quelle già
citate nella recensione. Potreste leggere anche volumi che hanno a mio
parere una certa affinità di toni con il qui presente:
alcune opere di Verga
(vedi "Mastro don Gesualdo"), oppure Émile Zola,
con "La
bestia umana" o "L'assommoir"
(dove l'ineluttabilità delle proprie scelte è
generata da una tara ereditaria).
| Scorrevolezza |
Valore
artistico |
Contenuti |
Globale |
| 7 |
7 |
8 |
7 |
|
Fronte
|
Retro
|
 |
 |
|
Clicca sulle immagini per
ingrandire
|
|
|