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Animal
Factory /
Edward
Bunker
Il carcere come vita altra dove le regole e i rapporti della società non hanno più valore, dove si ritorna ad uno stato selvaggio, tribale quasi, dove conta solo il potere della forza e della violenza. Non ha valore la vita così come non ha valore la morte, come bestie si vive e come bestie si muore. Ma al fondo di questa esperienza disumana si possono ritrovare ancora sentimenti buoni, genuini e gratuiti, tanto più forti quanto difficili da coltivare. Ma sono i sentimenti una eccedenza inutile, voluttuaria, che costa cara: sì, volersi mantenere uomini è un lusso e anche in questo caso verrà pagato a caro prezzo. L’intreccio Un giovane di classe sociale agiata entra a San Quintino per aver spacciato droga nel suo ambiente con troppa disinvoltura, senza precauzioni, ingenuamente sicuro della impunità (anzi, quasi di non commettere reato). È un bel ragazzo, dunque una persona a rischio e non ha possibilità di difesa in quel mondo a parte che è il carcere; ma sarà proprio la sua faccia, il suo bell’aspetto che lo aiuteranno a far breccia nel cuore di un duro di quel carcere, di cui diventerà il protetto (ma non l’amante). Nasce un’amicizia che gli permetterà di uscire quasi indenne da quell’esperienza, anche se uscirà dalla porta sbagliata, mentre il suo protettore che si è assunto tutti i rischi di questa amicizia dovrà rinunciare, presumibilmente per sempre o per molto tempo ancora, a tornare fuori. Il commento Edward Bunker, nato come voce dissonante di grande suggestione (è realmente un ex galeotto che ha trovato nella scrittura la sua redenzione sociale), sembra abbia voluto fare con questa “Animal Factory”, un romanzo sulla pena carceraria che trasforma un uomo da semplice deviante in vero criminale, che non dà possibilità di redenzione e che incentiva, scontandola in queste carceri, delitti peggiori, poiché vi si conduce una vita peggiore di quella per cui si è stati condannati. Devo dire che pur amando questo autore, non considero questa opera tra le migliori che abbia scritto. Mi pare che col tempo, acquisendo una certa perizia e professionalità, Bunker abbia perduto quella potente spinta narrativa, quel linguaggio grossolano e tagliente, come le pietre lavorate da selvaggi, quella ferinità autentica che ci faceva sentire l’odore del sangue, i colpi concitati delle botte, l’angustia e il terrore delle celle, o della prigione del proprio stato sociale, della propria condizione di vita, in cui il deviante, benché libero, si dibatteva. Ha perduto insomma l’urgenza del narrare, più palpabile invece, ad esempio, in “Cane mangia cane” o “Come una bestia feroce”.
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