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| Anton
Pavlovic Cechov - Biografia |
Articolo a cura
di Franca
Anton
Pavlovic Cechov (Taganrog 1860 - Badenweiler 1904), drammaturgo e
narratore russo.
Nacque a Taganrog,
sul Mar
d'Azov, il 17 gennaio 1860, da una famiglia di umili origini.
Il padre, Pavel Egorovic, mercante, figlio di un ex servo della gleba
che era riuscito ad ottenere il proprio riscatto raggranellando la
somma necessaria con il commercio, era uomo rozzo e autoritario; la
madre Evgenija Jakovlevna Morozova era anch'essa figlia di commercianti.
Per Anton Pavlovic ed i suoi cinque fratelli l'infanzia non fu felice,
tuttavia ebbero una buona istruzione.
Nel 1876, a causa di
una disastrosa rovina economica, la famiglia si trasferì a
Mosca, mentre Anton rimase solo a Taganrog dove finì gli
studi liceali.
Nel 1879 si trasferì a Mosca per
riunirsi alla famiglia e per iscriversi, diciannovenne, agli studi
universitari di medicina: studiò fino al 1884, anno in cui
si laureò e cominciò ad esercitare la professione
di medico.
Mentre ancora frequentava i corsi di tirocinio,
era già da qualche anno appassionato di letteratura, e aveva
iniziato a scrivere brevi racconti.
La sua straordinaria
capacità narrativa impressionò favorevolmente lo
scrittore Dmitrij Vasil'jevic Grigorovic, ed anche Aleksej Suvorin,
direttore di un importante periodico di Pietroburgo, "Tempo Nuovo", che
gli offrì un posto di collaboratore.
Ebbe
così inizio la sua attività di scrittore a tempo
pieno, che lo portò a collaborare con altre importanti
riviste letterarie: "Pensiero russo", "Il Messaggero del Nord",
"Elenchi russi".
Ben presto si distinse con un
primo libro, "Le fiabe di Melpomene" (1884), e con una raccolta di
brevi e scherzosi "Racconti variopinti" (1886), vivaci ritratti
umoristici della vita di funzionari statali e di piccoli borghesi,
volumi pubblicati entrambi con lo pseudonimo Antosha Cekhonte.
Successivamente s'impegnò in una più intensa
attività di scrittura, in cui il pessimismo della triste
monotonia della vita, in precedenza nascosto tra le pieghe
dell'umorismo, divenne la nota dominante, solo a tratti attenuata da
una voce di speranza e di fede.
Nacquero così i
suoi celebri racconti
che, dal 1887, vennero pubblicati con il suo vero nome.
Alcuni dei più significativi sono: Miseria (1887) - Kastanka
(1887) - Nel crepuscolo (1887) - Discorsi innocenti (1887) - La steppa
(1888) - La voglia di dormire (1888) (per questo mirabile racconto
gli
venne conferito, dall'Accademia delle Scienze, il Premio
Puškin) - Una storia noiosa (1889) - Ladri (1890) - La
camera n°6 (1892) - Il duello (1891) - La corsia (1892) - Mia
moglie (1892) - Il racconto di uno sconosciuto (1893) - Il monaco nero
(1894) - La mia vita (1896) - I contadini (1897) - Un caso della
pratica (1897) - L'uomo nell'astuccio (1897) - La signora col cagnolino
(1898) - Nel burrone (1900).
In questi racconti,
ammirevoli
per semplicità e chiarezza, straordinari per l'arguzia e
l'humour diffusi, Cechov seppe esprimere il suo profondo rispetto e
amore per la gente umile, e riuscì a rendere visibile il
dolore e l'inquietudine presente nella decadente società del
suo tempo.
Nel
1892
acquistò una piccola proprietà a Melichovo, a 70
chilometri da Mosca, dove si trasferì.
A beneficio
della comunità del luogo organizzò
attività sociali, fondò una scuola, e
praticò l'assistenza sanitaria gratuita a favore dei
più poveri. Le capacità professionali di medico
di Cechov furono molto importanti e di fondamentale utilità
nel prevenire e nel contenere l'epidemia di colera che si
sviluppò in quella zona negli anni 1892-93.
L'insorgere della tubercolosi tuttavia costrinse Cechov ad
intraprendere alcuni viaggi verso luoghi di cura, nel tentativo di
rallentarne la progressione.
Venne in Italia nel 1894, si
recò in Caucaso e in Crimea nel 1896, raggiunse Nizza nel
1897. Nel 1899 dovette lasciare Melichovo per trasferirsi a Jalta sul
Mar Nero, dove il clima era più favorevole.
Accanto alle opere di narrativa che scrisse per tutto il corso della
sua vita, circa 700, Cechov si dedicò anche ad produrre
testi teatrali, lavori che contribuirono a renderlo uno dei
più grandi autori di teatro di tutti i tempi.
Fra
le sue opere più rappresentative ricordiamo: Sulla via
maestra (1885) - Sul
danno del tabacco (1886) - Il canto del cigno
(1887) - Ivanov (1887) - L'Orso
(1888) - Una domanda di matrimonio (1889) - Le nozze (1890) - Tragico
suo malgrado (1890) - L'Anniversario (1892) - Il
gabbiano (1896) - Zio Vania (1896) - Le tre sorelle (1900) - Il giardino dei ciliegi
(1903). Con gli ultimi quattro lavori teatrali Cechov raggiunse la sua
massima grandezza.
Nel
1890 compì un
viaggio in
Siberia, a visitare la colonia penale di Sakhalin; l'impressionante
condizione di vita dei deportati gli ispirò il libro
"L'isola di Sakhalin". Fu un'esperienza amarissima che
maturò profondamente il suo spirito e che lo spinse
maggiormente ad interessarsi alla vita dei più deboli e a
conferire obiettivi più umani e sociali alla sua arte.
Nel 1901 lo scrittore sposò Olga Knipper, attrice del Teatro
d'Arte.
Nel 1902 Cechov diede le dimissioni dall'Accademia,
che aveva estromesso, su insistenze governative, Maksim Gor'kij, dopo
averlo nominato membro onorario. Fu un gesto significativo della sua
profonda coscienza morale e del suo impegno nel campo sociale.
Ormai gravemente malato di tubercolosi, malattia a quel tempo
incurabile, non riuscì a godere pienamente l'enorme successo
e la popolarità conquistata. La morte lo colse il 2 luglio
1904 a Badenweiler (Germania), località termale situata
nella Foresta Nera, dove si era recato per l'ennesimo ciclo di cure.
Aveva quarantaquattro anni.
Anton
Pavlovic Cechov, espressione letteraria del realismo russo, si potrebbe
definire anche scrittore espressionista, per quella leggerezza di tocco
e di colore con cui seppe descrivere una società feudale in
decadenza e in crisi, descrivendo stati d'animo soffusi e ispirati da
sofferente malinconia.
Di questa particolare
semplicità di mezzi espressivi resta acuta testimonianza in
una osservazione di Tolstoj,
il quale, dopo aver affermato che lo stile di scrittura del tutto nuovo
di Cechov non poteva paragonarsi a quello degli scrittori russi che lo
avevano preceduto, né con Dostoevskj,
né con Turgenev,
né con il suo stesso stile, egli disse: "Cechov ha una sua
propria forma, come gli impressionisti. Si guarda: l'artista spalma i
colori come se non facesse neppure una scelta, così come gli
capitano sotto mano e come se le pennellate non avessero nessun
rapporto tra loro. Ma ci si allontana un po', si guarda di nuovo e nel
complesso si riceve un'impressione straordinaria: davanti a noi
è un quadro chiaro, indiscutibile".
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