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Intervista a Oreste Zevola

di Maurizio Marotta

Oreste Zevola, 44 anni, artista. Affianca da anni ad una attività tradizionale quella di disegnatore e di illustratore. Vive e lavora a Napoli e a Parigi. Sue opere sono esposte in numerose gallerie in Italia e all'estero. Una sua installazione sul tema dei Caffè Letterari è stata presentata al Tipi del Beaubourg nel marzo '97.
Attualmente, per quanto riguarda il fumetto, sta realizzando tavole che illustreranno un racconto di Isabella Bordoni dal titolo "D'UOMO".
KRONOS spera di pubblicarne qualcuna in anteprima.



Le riflessioni che seguono sono state raccolte da Maurizio Marotta.


Il disegno è un cane a passeggio

Una premessa

Chi si esprime con le immagini, non dico che abbia grandi difficoltà ad esprimersi con le parole, ma certamente ha fatto una sua scelta di base che pare escluderle. Chi scrive vuol dire e scrive e, forse, è più facile parlare con uno scrittore che con un disegnatore. Uno che disegna ha scelto questa forma perché non vuole scrivere. Non dico che non voglia parlare... Ma il disegno è un doppio gioco: un po' parlare con gli altri e con poco con se stessi. E' veramente un gioco di sponda. A volte è un pretesto anche per parlare. Quasi come uscire con un cane a passeggio e incontrare un'altra persona che parlando del cane parla con te o un altro cane con cui far parlare il tuo cane. E' così.

   

Del fumetto e dell'arte

Del fumetto amo la sua voglia di arrivare a quante più persone è possibile. Amo molto tutto ciò che è legato all'edizione perché c'è una molteplicità di più vite che vengono donate alle cose create. Il pezzo unico artistico ha bisogno di essere storicizzato altrimenti quest'opera non verrà fruita. La disponibilità ad incontrare i lettori che il fumetto ha mi piace molto. In questo senso è bello che il fumetto venga venduto generalmente in edicola e non in libreria. In edicola non devi entrare, la vedi camminnando, ci inciampi quasi. E penso che sia stato giusto che l'arte abbia celebrato la presenza del fumetto nella vita delle persone che evidentemente in esso hanno trovato qualcosa che loro apparteneva. Penso a Lichtestein... Ovvio che questo sia successo in America dove la condizione del possibile nella vita degli individui è allargata quanto quella che esiste nei fumetti. Una certa america è fumettara nella realtà. Gli artisti sono delle spugne che assorbono da tutto ed era evidente che avrebbero prima o poi inserito il fumetto nelle loro tele. Ma se dovessi indicare nello specifico ciò che un artista può prendere dal fumetto direi la capacità di sintesi. La gabbia del fumetto ha sempre avuto un connotato negativo, ma è ciò che d'altra parte suggerisce e spinge a certe soluzioni altrimenti irraggiungibili.

Del fumetto e del testo

Della storia raccontata da un fumetto la parte narrativa è ciò che in verità mi interessa meno. Sono maggiormente attratto dal modo di raccontare attraverso le immagini. Il fatto che il disegno sia interrotto dalle scritte mi può anche infastidire. E' indubbio che il fumetto c'è dove c'è il baloon, però a me piacciono i disegni e i testi che convivono nello spazio della pagina e non quelli dove il disegno è asservito alla parola. Ci sono autori che lavorano solo con le immagini, magari con qualche parola. E' il caso anche di autori classici: certe tavole di Crepax vivono anche senza parole. Questa è una tecnica probabilmente legata al mezzo cinematografico: il fumetto pensato come ripresa di piani. Per questa mia disposizione mi capita di leggere il fumetto classico in questo modo: la prima lettura è totale, comprende le immagini e le parole, la seconda include solo la rilettura delle immagini. Il disegnatore di fumetti è certamente limitato dalla sceneggiatura. Ma essere limitato da un testo è anche molto piacevole. Io non solo lavoro a volte disegnando e ispirandomi a un testo o addirittura cercando di rappresentarlo. Ma molte volte l'ispirazione in senso molto lato mi viene data da testi. Ci sono intere mostre che ho fatto che erano partite dalla lettura di una frase, elaborazioni personali di letture fatte. Spesso si tratta di una illustrazione inconsapevole di cui a volte riconosco solo dopo la fonte. Questo mi capita spesso. E questo è il mio modo di pensare il disegno. Il disegno è qualcosa di estramente spontaneo. Una delle maggiori attrattive che esso ha per me è la possibilità che mi offre di ritrovare attraverso le sue forme ciò che sono io e quello che mi succede intorno. Nel fumetto canonico questo rapporto non è libero. La sua regola di base, il rapporto diretto tra immagine e parola, è troppo chiara dall'inizio e a mio avviso fa perdere qualche cosa al gioco che c'è nell'indagare un'immagine. Ma questo è un punto di vista contestabilissimo da chi invece vuole dare una leggibilità maggiore e un'interpretazione più sicura delle immagini attraverso un testo che è compreso nel disegno. Quando parlo di me preferisco usare il termine "disegnatore" perché è un termine un poco più lato. Molto spesso nelle illustrazioni quello che ti chiedono non è realmente di illustrare un testo, ma di interpretare alla tua maniera qualcosa che può essere un testo o una storia vera e propria. Questo, forse, dipende anche dal tuo stile perché ci sono illustratori molto più tradizionali nel loro segno. Se illustrano un classico fanno dei disegni che sono molto aderenti alla storia, molto realistici. Ma se qualcuno propone a me di illustrare un testo sa già che in qualche modo questa fedeltà sarà rispettata fino ad un certo punto. Prendo ad esempio i tarocchi che ho disegnato. Una persona che conosce bene questo gioco troverà che il mio lavoro è molto fuori linea, probabilmente contiene anche degli errori per ciò che concerne la simbologia ufficiale dei tarocchi. Per quanto mi sia molto documentato, ho lasciato perdere l'iconografia tradizionale e alla fine ciò che è prevalso è stato il mio immaginario. In definitiva sono un disegnatore che viene interpellato proprio perché cambia le regole del gioco... Anche nel fumetto ci sono alcuni disegnatori che servono il testo in base ai criteri di realismo e di riconoscibilità del personaggio etc, ed altri che vedono l'idea del fumetto in senso meno rigido e più vasto. Penso ai lavori apparsi sulla rivista MANO di Stefano Ricci che non hanno più nulla a che fare con una produzione tipo "Diabolik", "Tex Willer", etc. In effetti nel fumetto classico mi pare che vinca sempre la forza della storia, la sua capacità di tenere legato il lettore, di portare a compimento un'avventura. La parte letteraria è determinante. Esistono, ovviamente, delle interessantissime intersezioni tra le due concezioni: e penso a Magnus, un disegnatore straordinario del fumetto classico. Probabilmente lui non ha voluto fare altro, ma i suoi lavori sono stupefacenti anche per un osservatore che non ha interesse per i fumetti. Bisogna considerare che il disegnatore di fumetti dedica e costruisce la sua opera sulle indicazioni precise di uno sceneggiatore. C'è un'alta specializzazione dei compiti, insomma, di cui bisogna tenere conto. Ho lavorato una volta in questo modo illustrando "Il Candelaio" di Giordano Bruno delle edizioni Notor. In quel caso ho lavorato con uno sceneggiatore ad un lavoro tradizionale. All'inizio è stato abbastanza difficile perché cercavo di creare un vero e proprio sistema per facilitare una lettura visiva della storia (il testo scritto in un italiano arcaico non di facile accesso). Dovevo anche tenere conto di specifiche esigenze della committenza perché il libro era indirizzato in modo particolare alle scuole. Per me questa è stata l'occasione per provare un'esperienza che mi ero riproposto da tempo di vivere. Questo testo di Giordano Bruno è particolare, in alcuni punti affronta argomenti come la sessualità e l'erotismo e, proprio  a causa dei limiti imposti da chi mi aveva commissionato il lavoro dovevo trovare delle soluzioni il più possibile allusive. Di tutto il lavoro  considero perfettamente riuscite solo alcune tavole, ma considerando la complessità del testo sono comunque molto soddisfatto.

C'era Frigidaire

Ma nella mia esperienza brevissima di disegnatore di fumetti c'è la rivista Frigidaire. Lì ho conoaciuto Pazienza, Scozzari, Igort, Iori, Sparagna. Frigidaire, a mio parere, ha costituito una grande innovazione perchè è diventata in quegli anni un punto di riferimento importantissimo per disegnatori, scrittori ed anche artisti e fotografi. Persone, insomma, che a diverso livello facevano arte e cultura, ma che soprattutto portavano le più disparate notizie dalle loro personali ed irregolari esperienza di vita. Su Frigidaire ho fatto due storie inventate da me, una si intitolava "Kurt, piccoli halpinist" la storia di un alpinista che cercava le cime interrate, le montagne sotterranee. Poi una storia che avevo realizzato solo a disegni ed ebbe, su specifica richiesta dell'editore, un testo. Lo scrissi in una notte facendo uso di uno spagnolo inventato. Era una storia sicuramente banale che cercava il ridicolo nella banalità. E forse la parte comica era data proprio dalla pseudo-lingua, dal cattivo spagnolo. A questo riguardo penso a Pazienza che faceva qualcosa di più interessante ancora perché usava modi di dire della vita di tutti i giorni, il frasario generazionale. Mi pare che poi il cinema (ad esempio Troisi e poi molti altri) ha ripreso con successo questo modo di procedere. In Pazienza giocava una grande fantasia, dove tutto era trasposto in un mondo parallelo, dove nulla più ti sorprendeva, neanche un Pippo disneiano trasformato in un rappresentante della peggiore teppaglia urbana. Ma siamo al livello di un vero maestro, e del resto Pazienza ha influenzato centinaia di disegnatori non solo in Italia. Sì, certamente nel fumetto più classico ci sono delle splendide deviazioni. Aggiungo anche che è fondamentale la differenza tra disegnatori che creano un personaggio e quelli che lo disegnano quando il personaggio ha già un decennio di vita. Ma un certo fumetto moderno riesce a mescolare le carte e il confine tra storia a fumetto, illustrazione ed arte colta si perde e resta fuso in qualcosa di nuovo.

Quello che c'è oggi

Attualmente leggo fumetti del genere "colto" (per dare un riferimento Mattotti e company). Se mi capita un Topolino, però, lo leggo volentieri. Quello che mi piace di più in Topolino è la ripresa delle storie reali del presente, e mi piace vedere questi personaggi fantastici asserviti alla realtà. E' un po' come far parlare Paperino al telegiornale, insomma. Ci sono fumetti che devono veramente essere letti attentamente perché il loro testo è fondamentale. Penso ai testi di Sampayo nelle tavole di Muñoz. Altri in cui è l'immagine a farla da padrona. Uno per tutti: Giacon. In Topolino è bellissima la chiarezza sia del testo che del disegno. Impossibile equivocare. Ma nel fumetto contemporaneo di ricerca, diciamo così, l'equivocabilità è uno degli ingredienti. In entrambi i casi, anche se così contrapposti, penso ci sia una grande disciplina dei creatori che vsi evidenzia nel risultato finale. Del resto, quale artista contemporaneo può permettersi non apprezzare Michelangelo senza che ciò gli impedisca di ricercare una via espressiva addirittura antitetica alle premesse michelangiolesche? Ciò non toglie che egli resti un creatore di arte concettuale.

 

Fumetto/Cinema/TV

C'è stato un periodo in cui il fumetto è stato influenzato molto dalla televisione, che ha seguito delle mode portate da un mezzo molto più efficace quale è la Tv. I giapponesi hanno fatto questo con i Manga. E' capitato che la produzione filmica e casareccia italiana abbia avuto un seguito nel fumetto. Penso alla serie dedicata al Pierino di Alvaro Vitali, ai film di Lando Buzzanca. Il testo che accompagna l'immagine lo vedo molto più vicino all'immagine già in partenza. Forse il cinema e la televisione hanno predisposto la scrittura a questo atteggiamento. Comunque, se è vero che il fumetto ha suggerito moltissimo all'immaginario filmico (pensiamo a Moebius e Giger per film come "Blade Runner" e "Alien") sicuramente è avvenuto anche l'inverso. C'è uno scambio reciproco, insomma.

 Pubblico/Riviste

Ma il pubblico conosce Alien e non sa nulla di Giger, e questo è indicativo. L'immagine statica chiede uno sforzo che pochi sono disposti a fare quando hanno a portata di mano la semplice scelta dello zap di un telecomando. Il pubblico è ristretto, oggi. Capisco che un editore abbia molte difficoltà a vivere editando fumetti. Di conseguenza la scelta è limitata. Avrei difficoltà, oggi, a citare dieci testate di fumetti che propongano un lavoro veramente interessante. Il grande momento del fumetto che ha vissuto la mia generazione da giovane, non può esistere più. Cinema, televisione ed internet hanno un potere fascinatorio enorme rispetto alla carta stampata. Resto comunque dell'idea che il libro sia insostituibile. Torno un momento sul discorso delle riviste cui accennavamo prima per dire che dovrebbero esserci riviste diverse capaci di sviluppare almeno due discorsi: il primo di tipo storico o tradizionale (anche attraverso la riproposta dei classici oramai resisi invisibili) il secoldo  propositivo.(le attuali avanguardie e i nuovi disegnatori). A mio avviso, nella specializzazione c'è la morte di alcuni tipi di fumetto. Per intenderci, mi piacerebbe anche rileggere Tiramolla, ma non disdegnerei affatto di avere la possibilità di conoscere il lavoro di un fumettista ventenne di Sydney... Non esiste un solo pubblico ed è bene che ci siano molti autori per il fumetto. Vedo che in Francia il fumetto ha maggior credito, è considerato un vero genere letterario. Mi pare che il pubblico sia costituito da bambini o da adulti, è come se mancasse l'attenzione da parte degli adolescenti e dei ragazzi in genere. A Napoli si fa un tentativo interessante. C'è un gallerista che,nei pressi dell'Accademia di Belle Arti, riserva spazio ad autori di fumetto. Non solo una libreria ma anche esposizioni, incontri. E questo mi pare un buon segno. In definitiva, ciò che oggi crea l'attenzione sono i media. E i media si muovono su canali che sono contrapposti a quelli del fumetto. Non resta che sperare che il fumetto abbia un fuoco sacro che brucia indipendentemente dai tubi catodici e che permetta di fare un'intervista come questa anche tra venti anni.


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