Selezione - agosto 2000


L’ultima falange macedone



LE VALLI TRA le scoscese montagne settentrionali del Pakistan affascinano da secoli i viaggiatori. Marco Polo, diretto in Cina, le percorse risalendone i passi. Centinaia di anni dopo Rudyard Kipling usò le loro maestose cime innevate come sfondo per "L’uomo che volle farsi re". E Shangri-La, la tranquilla utopia di "Orizzonte perduto" di James Hilton, era nascosta là in mezzo.

Sono arrivato in queste regioni selvagge sulle orme di una leggenda. Una leggenda secondo la quale qui, a oltre 16.000 chilometri dall’Europa, vivono i discendenti di alcuni dei soldati che seguirono Alessandro Magno dalla Grecia settentrionale al Punjab, in India, tre secoli prima di Cristo.
Cresciuto in una regione della Macedonia che oggi fa parte della Grecia, Alessandro ebbe come istitutori alcuni dei più grandi intellettuali del suo tempo, tra cui il filosofo Aristotele. Poi suo padre, il re di Macedonia Filippo, fu assassinato, e Alessandro, appena ventenne, si occupò di consolidare il regno. Quindi mosse contro Dario, il potente re di Persia, e dopo averlo sconfitto guidò un esercito di 70.000 uomini in un’epica marcia di conquista. Strada facendo, però, Alessandro lasció indietro parte dei suoi uomini, sostituendoli con altri più freschi. Da allora, avventurosi viaggiatori occasionali tornavano dalle valli isolate, di quello che adesso si chiama Pakistan, raccontando dell’esistenza di popolazioni che forse discendevano da quegli antichi soldati macedoni.
Nel 1933, per esempio, un esploratore inglese, il colonnello R. Schomberg, giunse per tortuosi sentieri di montagna nella fortezza della tribù degli Hunza e visitò la vicina regione di Nagar. Il signore degli Hunza, il Mir, narrò Schomberg, era orgogliosissimo di discendere da Alessandro. "È buona diplomazia da parte della straniero osservare che c’è grande somiglianza tra il profilo del Mir e quello in rilievo su una moneta greca" scrisse l’esploratore inglese "ma la cosa strana è che la somiglianza esiste davvero." Voglio accertarmene di persona. Il mio viaggio si conclude circa 600 chilometri a nord di Islamabad, nel cuore delle grandi montagne del Karakorum. L’ampia valle di Hunza, sul confine pakistano con la Cina, sembra galleggiare nel cielo, un anfiteatro di pietra sorvegliato da gigantesche sentinelle alte più di 7000 metri. In mezzo a questi colossi di roccia e di neve vivono montanari robusti e longevi. Sul lato sottovento dei ripidi pendii di un gigante innevato, capanne di fango sono disposte come le pietre di un guado lungo le pareti color cannella della valle. Appollaiato su una lingua di roccia sopra le capanne c’è il Forte Baltit, una rocca di pietra e legno costruita 700 anni fa, circondata da bui precipizi.
Sui gradini del forte mi accoglie Ghazanfar Ali Khan, 50 anni, Mir degli Hunza. "La mia dinastia regna da 900 anni" mi dice il Mir. "In onrigine i miei antenati vennero dall’Iran, ma secondo la tradizione quattro soldati del'esercito di Alessandro il Grande attraversarono i passi per colonizzare la nostra terra." Le persone che vedo sono notevolmente diverse dai pakistani di pelle scura dei bassopiani. Rosei nelle guance e bianchi di pelle, molti dei 50.000 Hunza hanno occhi blu, verdi o grigi, e capelli che variano dal giallo granturco al al nero corvino. Alcuni ragazzi hanno anche capelli rossi e efelidi. Ma ancora più addentro le montagne, mi dicono, c'è un altra tribù, i kalash, tra i quali la somiglianza con i presunti antenati europei è ancora più sorprendente.
Per arrivarci ci vogliono tre giorni di fuoristrada.
Bumoret, una valle quasi nascosta dentro una gola scavata da un fiume generato da un ghiacciaio, si trova tra due erte montagne ricoperte di fitti boschi di querce e cedri. Ai suoi margini vedo passare una ragazzina che spinge davanti a sè un gregge di capre dal pelo lungo.
"Isphpadta baba" la saluto. "Salve sorella".
"Isphpadta baya" mi risponde sorridendo. "Salve fratello".
Ha capelli biondi, occhi azzurri, pelle chiara e naso aquilino. In mano tiene un flauto di canna che è il simbolo di Pan, il dio greco dei pastori. Uno strumento che per un attimo ritualizza un remotissimo passato.
Le case dei Kalash sono incastonate nel fianco della montagna e sono fatte di fango, tronchi e centinaia lastre di pietra fittamente disposte a strati. Le donne siedono davanti alle porte, al sole del mattino, filando lana di capra, mentre le bambine portano fiori color oro raccolti nei prati. Tutte indossano vesti ricamate fatte in casa e copricapi che pendono da un lato come criniere. Sono quasi tutte bionde, con occhi blu o grigi valorizzati dal trucco: una polvere nera fatta, mi dicono, di corno di capra macinato. Intorno a un cantastorie si è radunata una piccola folla. "Alessandro il Grande passò di qui per conquistare l’India" grida il narratore. "Prima di tornare in patria lasciò in queste terre alcuni dei suoi soldati, che si stabilirono qui e sposarono le donne di queste parti. Noi siamo i loro discendenti."
Non sono l'unico straniero ad ascoltarlo. Athanasios Lerounis, un insegnante di Atene che ama la montagna, è venuto qui per la prima volta cinque anni fa, e da allora ci ritorna ogni anno. "Gli dei dei Kalash hanno molti punti in comune con quelli greci" mi dice. "Il padre degli dei e degli uomini per i Kalash si chiama Di-Zau. Nel pantheon greco il padre degli dei è Dias-Zeus. Il dio greco Apollo e il dio kalash Balumain hanno gli stessi simboli: il sole, la luce, il cavallo e il corvo."
Lerounis aggiunge che la lingua dei Kalash non ha alfabeto, e viene considerata di tipo indo-ariano. Poi indica i simboli solari che i Kalash incidono su pali di legno davanti alle loro case. "È lo stesso simbolo usato dal padre di Alessandro il Grande" spiega il professore. "I Kalash incidono anche sulle porte delle loro case un antico simbolo associato ad Alessandro: due corna di capra."
I canti di questa popolazione sono simili a quelli, antichissimi, che Lerounis ha sentito nella Grecia nordoccidentale, e i loro balli disegnano figure circolari, come quelli dei greci. "Ballare in cerchio non è affatto comune in Asia" sostiene Lerounis. Colpito dal fatto che i Kalash non avevano scuole, Lerounis ha fatto presente la situazione all’Associazione degli insegnanti greci che, lavorando assieme a volontari, hanno procurato aule e insegnanti a oltre 500 ragazzi Kalash. Nel 1997 il governo di Atene ha invitato cinque bambini a visitare la Grecia. Una di loro era Gulnaz, che ora ha 14 anni e dice di essere rimasta sbalordita vedendo le città greche piene di gente che le somigliava. "Ho anche visto un antico dipinto in cui i soldati di Alessandro hanno cappelli piatti come quelli che ancora oggi portano da noi gli uomini" ricorda.
In futuro la scienza darà forse ragione alle leggende degli Hunza e dei Kalash. Il dipartimento di Genetica della facoltà di Medicina della Stanford University sta analizzando campioni di sangue per individuare i marker del DNA di una particolare popolazione e confrontarlo con quello di altri popoli. Si tratta di un progetto ambizioso che sta "scrivendo" la storia genetica dei popoli del mondo.
A capo del team "pakistano" c’è il dottor Qasim Mehdi, che ha studiato il DNA di 18 popoli e afferma: "Confrontati con tutte le altre popolazioni pakistane e perfino con numerose popolazioni europee, gli Hunza risultano geneticamente più vicini ai baschi spagnoli, ma sembrano avere qualche somiglianza anche con gli iraniani." Mehdi aggiunge che il DNA dei Kalash presenta inoltre un parentela genetica con gli italiani e i tedeschi. Negli ultimi tempi il dottor Mehdi è impegnato nel confronto del DNA degli Hunza e dei Kalash con quello dei greci e dei macedoni. Ma i collegamenti già accertati non escludono che le due popolazioni discendano dai soldati del grande conquistatore. "Alessandro accoglieva nel suo esercito uomini di altre regioni europee, e reclutò migliaia di iraniani" osserva il dottor Mehdi.
L'ultimo giorno con i Kalash assisto a una festa per il raccolto. I pastori scendono al villaggio alle prime luci del giorno portando bianchi formaggi di capra e pregano davanti a un altare all’aperto macchiato del sangue di innumerevoli capre sacrificate e decorato con teste scolpite di cavalli e di uomini.
A mezzogiorno gli abitanti del villaggio si radunano in un prato su un pendio. Vestite con i loro abiti e copricapi più belli, le donne intonano antichi canti lamentosi tenendosi con le braccia intorno alla vita, al modo dei greci, e danzano in cerchio al suono travolgente di un tamburo. Il ballo continua fino a notte. Mentre le guardo, mi sembra di viaggiare indietro nei secoli, e spero con tutto il cuore che la scienza possa confermare le storie leggendarie che circolano sull’ascendenza di queste popolazioni piene di mistero.