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IL DIRUPO
Mi era già successo, precipitare, carezzando l'aria bagnata di salsedine ed approdare, sprofondando, in acque sconosciute. Il rumore sopra di me giungeva assordante, la potenza dell'acqua impediva di liberarmi da quei liquidi vincoli; ma l' attrattiva dell'ignoto solleticava i miei sensi, tralasciando di preoccuparmi troppo per la mia incolumità.
Allo stesso modo quel giorno mi trovai in una stanza d'albergo con lui, lontano da casa, dalla mia vita, ancora immersa in acque sibilline, timorose ma esaltanti.
Non fu la prima volta, altre seguirono; poichè questa è la terapia, la cura per non soffocare la mia anima, per troppo tempo sofferente, fin da quando da ragazzina, sposai un uomo adulto e coscienzioso, trascurando la mia natura che agognava avventura, inquietudine.
Ho vissuto nella prevedibile e sommessa tranquillità, agiata e benestante, sorda al richiamo del mio istinto carico di sapori ancestrali e vitali, memore della terra in cui è nato, adattato a forze stereotipate e sobrie disposizioni dell'animo. Nei primi anni di matrimonio incarnavo con il giusto piglio la moglie devota e appagata, ero agganciata perfettamente alle maglie della catena che mi ero creata, nel vano tentativo di affrancarmi alla insulsa e modesta prospettiva, cui pensavo di tener fede restando nel mio paese. Rivestivo aristocraticamente il moderno ruolo di un' antiquata rispettabilità, questo era il regalo che il destino serbava per me. Tutto il mio daffare era significativo e non privo di senso: mi districavo tra conferenze e corsi creativi, perfino party di beneficenza, polarizzando la mia personalità, da una parte equilibrio e rigore, e dall'altra scompensi della stessa. Soffrivo periodicamente di inspiegabili febbri e dolori viscerali mai placabili con i farmaci. Mio marito aveva scoperto che lasciandomi qualche giorno sola, i miei affanni si lenivano. Era noto oramai che la moglie dell'avvocato, di tanto in tanto, soleva stare qualche giorno sola nella casa al mare, sortendo, in molti degli uomini che frequetavano la casa dei coniugi mal assortiti, la possibilità di procurarsi una buona scusa per irretirmi. A causa di ciò, decisi di cambiare i luoghi della mia pseudo-terapia; ogni volta qualcosa cambiava, ogni mio rifiuto e conseguente disappunto per le loro “improbabili” avances, diventava sempre meno incisivo e risoluto; in ogni circostanza in cui un uomo manifestava il suo interesse per me, i miei mali sparivano solerti. Cominciai dunque a sospettare la causa delle mie sofferenze, riconducendole ad una sola: stavo avvelenando la mia vitalità! Non avevo mai, in tutti quegli anni, concesso alla mia prorompente natura di darsi una forma o una possibilità di fiorire, con la triste conseguenza che divenne tossica tensione ai miei danni.
A quel punto capii di non avere scampo, decidendo infine di abbandonarmi al richiamo dei sensi, narcotizzati dalla falsa vita che gli avevo accordato.
La prima volta accadde con un uomo conosciuto ad un corso di pittura. Prima d'allora non avevo mai notato l'avvenenza degli altri uomini. Mi affascinò subito per la sua raffinata sensibilità ed intelligenza; la sua voce bassa e calda, a volte soffocata, lasciava intendere chissà quali profondi abissi non narrati. Si accorse subito di me, del mio spirito reclamante e con una meravigliosa serie di iniziative, eleganti ed opportune, riuscì a catture anche il mio corpo. Finimmo per incontrarci un sabato di maggio, presso un albergo della costa ligure, tra fiori e profumi inneggianti l'amore che ci accingevamo a magnificare. Di quella sera ho ancora vivo il ricordo, come un'officiante, il cui servigio fosse indispensabile per suggellare quell'unione. Egli chiuse la porta dietro di sé, fui sospinta con fermezza contro il muro, avvolta in un bacio senza fine. Le sue mani correvano morbide sulla pelle tesa, inoltrandosi in spazi che sembravano soffocati dal vestito e dall'impazienza della passione, tirò giù la cerniera del tubino aderente che con tanta disinvoltura portavo; i baci e il suo calore mi stringevano in una morsa fatale. Abbandonai ogni minima resistenza, lo presi per mano e lo condussi sul letto, spogliandolo con la grazia e con l'ardore che il momento richiedeva, fummo nudi, illuminati dalla fioca luce del tramonto. Il suo petto ben curato e aitante ansimava sotto le mie calde cosce trasformando l'atto in puro istinto, ci baciammo ancora lungamente. Ogni parte del corpo si risvegliava e si schiudeva impercettibilmente al tocco tremante delle mani, iniziai a sentire vivo il desiderio di essere preda, soggiogata da palpitante virilità, spontaneamente sussurrai parole appassionate e decise, pronta a ricevere istanti di bramata violenza sensuale. Spostai delicatamente il ginocchio ponendo la schiena inverecondamente inarcata, come una gatta, e gli occhi di lui si accesero , colmi di tutta quella immensa voluttà. Afferò i rosei fianchi rotondi avvicinandoli agilmente al suo bacino, finalmente sentii la veemente energia urtando contro il suo corpo, ero totalmente sua schiava. Lentamente l' ebrezza saliva concentrandosi in un unico luogo, dove esplodendo avrebbe trionfato. Traboccai di gioia e di piacere, emettendo prolungato e singhiozzante gemito, lui partecipe, assecondava le contrazioni estasianti di quella comune panacea.
Da allora ogni incontro apporta alla mia anima affamata il suo naturale nutrimento,come quel giorno in quella stanza d'albergo.
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