BLOB CINICO TV

Enrico Ghezzi - Ciprì Maresco

le fotografie di Stefano Fogato
il materiale grafico e i testi di questa pagina sono stati forniti da Stefano Fogato

  CINICO WEB, IL SIGILLO DELL’IRRIVERENZA  
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B L O B   -   C I N I C O     T V
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cinico surrealismo BLOB CINICO TV 
Cipri e Maresco BLOB CINICO TV 
Ciprì e Maresco
     
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Paviglianiti BLOB CINICO TV 
Signor Giordano BLOB CINICO TV 
Signor Tirone


ILLUMINAZIONI
di Enrico Ghezzi

Dopo molto, molto tempo, credo di aver capito di colpo quale vicinanza che non sia- per ora- casualbiografica, o distanze che si ammirano, o una stessa fascinazione alta e abissale per il basso, ci sia tra i programmi come BLOB,o FUORIORARIO o CINICO TV/VIDEO.
L'attrazione per la "cultura bassa" spiegherebbe solo l'ovvio entrare in blob come oggetto previlegiato, come prelevato da una tv esistente..
Ma c'è una distanza siderale dai molti esempi locali similmente reperibili e prelevabili, citabili, demenziali, ribaldi, sfrontati.
CINICO è intanto uno sguardo.
Uno sguardo che si fa vedere, senza trucchi o leziosità visive.
Solo con la potenza fordiana e vertoviana dell'inquadratura, e quasi sempre ribadito dal suono fuoricampo, della presenza evidente, oltre i bordi dell'inquadratura, di qualcuno che domanda, di qualcuno che sceglie i rumori o le musiche che ( come solo in Kubrik) diventano la colonna sonora inevitabile e fatale di quelle immagini.
La comicità, allora, è il primo indizio.
Non urlo o risata fragorosa. Urli muti, subito troncati, senza eco, o le risate a freddo, reiterate tragicamente dentro il solito degrado urbano.
Una comicità minima e iperbolica insieme.
Minima come ridere di un poveretto che scivola su una buccia di banana, iperbolica come se fossimo noi il poveretto che scivola, e ciò accadesse in cima e sull'orlo di un grattacielo, o cadendo riuscissimo ad avere la forza o la leggerezza di ridere per come abbiamo fallato e ci stiamo schiantando.
Comicità come primo gesto critico, primo spostamento.
CINICO è sempre come un attimo prima o un attimo dopo che qualcosa accada, troppo presto o troppo tardi rispetto all'illuminazione che una volta ha provato a mettere in scena.
E piccola, piccolissima e decisiva si rivela sempre la differenza tra immobilità e movimento, in molti "quadri" in cui scena sfondo quinte urbano-periferiche, attori o corpi, sguardo, restano fissi come in fotografia, e solo un volo d'uccello o d'insetto, un occhio che si socchiude in controluce, o la parola, li toglie un attimo da quel "per sempre" monumentale.
Comicità come tempo, soffio che permette di "ridere dentro" prima e dopo la gag.
Laurel e Hardy diventano rapidamente, appena fissati nell'Enciclopedia o nel diario visivo dello spettatore, segni automaticamente comici, il loro stesso muoversi su un set, o stagliarsi su di esso immoti, ci può far ridere.
E in CINICO basta la presenza di un ( di quel) ciclista, o di uno qualunque dei suoi compagni, in campo lungo come un albero o un muro, a rendere comica l'inquadratura epica di quelle strade, di quegli spazi, di quei casermoni urbani che sono la Monument Valley di CINICO, la reinvenzione di un set siciliano totalmente antimediterraneo, quasi sempre oppresso da nuvoloni o da cieli grigi da deserto americano, con tutta la follia della terra o del vento, dei cicloni che possono arrivare.
( E a proposito di movimento e di ciclismo. Mi pare che il ciclista sia stato il primo personaggio formato a "uscire" da (entrare in) CINICO; già residuo l'eco, il desiderio o il rimpianto di un movimento.
Già archeologia di esso.
E continuo a immaginarmi un bieco sfruttamento di CINICO per un programma quotidiano al/sul Giro dìItalia, in tv; stiamo naturalmente a Palermo sul set di tappa?)
Insomma CINICO ride. E per ridere si stacca da un impercettibile scarto di tempo, rende poesia questo lieve scarto, filma continuamente la distanza dei propri personaggi, quello spazio che ci è dato per amarli, odiarli, riderli, temerli.
Che sia un'intervista, una conversazione in Sicilia ( lo è ininterrottamente CINICO), o un quadro fisso jazzato, o il carrello lungo un muro, CINICO costruisce monumente e insieme li filma, se li ri- prende. L'altissima e semplice lavoratissima qualità dell'immagine non è mai ingenua ( come non sono mai ingenui Ford, Disney; come non è mai ingenuo un Ejzenstein), costruisce appunto uno spazio che ( di qualunque set o qualunque corpo si tratti) è monumentale, è già incorniciato, è un presente due volte passato, o un quadro sublime dal quale fuoriescono ( o nel quale entrano) p(o)eti, che reca la tipica nostalgia artistica di qualcosa che si è perduto, che si è solidificato o stratificato per sempre, scultura, statue, in attesa di un altro sguardo che rianimi o riuccida quelle strade, quelle città, quei volti e quelle gambe, che capisca quelle parole.
Che le cose siano sempre o non siano mai "viste".
Ecco cosa avvicina CINICO ai nostri programmi, alla loro non troppa ingenua voglia di rovesciare il tempo, di repertorizzare la diretta e "direttizzare" il repertorio. Ci sono molte altre cose tra il cielo e la terra dell'universo CINICO TV , e molte forme, molti generi usati, molti riferimenti, molte citazioni, un oltre assoluto di teatro senza bisogno di teatro, della pittura senza bisogno dei muri su cui appendere i quadri, della scultura senza perdere nelle statue il respiro del corpo e del tempo.
C'è il bellissimo procedere jazz per diramazioni, improvvisazioni studiate, il procedere affiatato di un "combo" che sembra definitivo e che poi miracolosamente si allarga, include nuovi elementi.
C'è l'improvvisa fascinazione hard per questi corpi, sculture distanti dentro le quali di colpo viene inghiottito il nostro sguardo, dentro il cui "nero" entra la macchina da presa, il video, e resta una voce fuoricampo, ma "dentrocorpo".
Solo questo "di colpo" volevo provare a dire, questa volta. Come in ogni cellula di frenesia comica "cinica" e di cinica altitudine visiva ci sia il terribile rigore politico di stare in posizione inversa rispetto al tempo.
L'occhio cinevideo capta e ricalca, succhia e reimpasta e riproduce il tempo, sì.
Ma quel tempo lo riestrai e lo fai "vedere" solo se già guardi l'immagine stessa come un lontanissimo reperto, con tutta la vita selvaggia che da quell'accumulo di tempo deriva.
La forza disperata, con i lucidi folli ( sia gli attori che gli autori) di CINICO, di uscire dal set anche sul set più immobile e mutevole d'Italia, la Palermo che è oggi uno dei luoghi più paradossali del mondo.
Vedere cento anni fa come oggi e "oggi" come cento anni fa.



CINICO E ALTRO
di Marco Giusti

Mi piacerebbe molto essere un attore di CINICO TV, anche un passante o un manifesto di qualche partito piazzato per caso lì a Borgo Vecchio.
So che non potrò mai avere questo onore, che non faccio parte della realtà palermitana e mi dispiace.
Non fosse altro, Ciprì e Maresco ci hanno fatto capire che con la mafia e il degrado urbano si può convivere.
C'è più saggezza, realtà, felicità e voglia di fare cinema nei loro video che nei film di chiunque altro in Italia.
Inquadrano Palermo come se fosse sia il centro del mondo che un enorme, miserabile "sthetl" pieno di "Schlemiel" scatenati e selvaggi che non riusciranno mai a scappare.
Francamente odio il giovane cinema italiano, è di una noia e di una pesunzione intollerabili, Ciprì e Maresco mi hanno mostrato il contrario.
Forse perché fanno cinema senza entrarci dentro, senza sporcarsi coi produttori, senza telefonare a Bertolucci o portare qualche copione al Circuito della situazione.
Quando li vedo, o quando vedo i loro video sto meglio.
So che c'è ancora aria in questo paese.


articolo pubblicato da   L'Unità 
26 agosto 2003  
C i p r ì   &   M a r e s c o     c o n t r o     t u t t i

Pensate che dopo cinque anni ci sia attesa per il vostro ritorno sugli schermi?
Non gliene frega niente a nessuno.

Addirittura...
Il pubblico ha ben altro a cui pensare e comunque ben altre forme di evasione, di divertimento... E poi viviamo in un mondo in cui tutto è usa e getta: politica, sesso, sentimenti, arte naturalmente. Altro che attesa...

Si dice in giro che questa volta avete fatto un film diverso...
Questo ci fa incazzare perché non rinneghiamo niente di quello che abbiamo fatto. Se diverso vuol dire attenuare ed esorcizzare paure e preoccupazioni per rendere più accettabile il nostro lavoro, «ripulirlo». In questo film c'è una continuità molto forte col nostro passato, c'è la stessa visione del mondo e degli esseri umani. Piaccia o no ci sono Ciprì e Maresco.

Ma non è un film comico?
Forse Lo zio di Brooklyn e Totò che visse due volte sono due film più spietati, più violenti. Cagliostro si presenta invece come un film comico: apparentemente quella rabbia, quella durezza non ci sono, non sono comunque urlati. In realtà è un film più malinconico, più amaro. In fondo racconta l'impossibilità del sogno. Parla del fallimento di un gruppo di imbecilli che si illudono di poter creare una piccola Cinecittà e di fare della Sicilia la capitale del cinema italiano. È una storia di perdenti, di una follia tutta siciliana, assurda, che fagocita tutti i personaggi del film, i quali, a modo loro, sono dei sognatori.

Non starete provando a essere ruffiani?
La comicità è stata sempre una costante del nostro lavoro. Noi abbiamo cominciato con Cinico Tv che era amaro, crudele, però riusciva a far ridere. È una comicità che nasce da un profondo senso del tragico, un po' pirandelliana. D'altra parte c'è la sicilianità, l'ossessione, un'idea perseguita fino alla rovina, un po' come certi personaggi deliranti di Pirandello. Il problema è non tradire se stessi, la difficoltà è non rinnegarsi, non cercare il consenso facile, continuando a lavorare come hai sempre fatto. Rifiutando le apparizioni televisive, i talk show che ti invitano, declinando le offerte di lavoro per pubblicità e videoclip.

Siete a Venezia a rappresentare il cinema italiano...
Ciprì e Maresco rappresentano solo se stessi. Non crediamo di rappresentare il cinema italiano, così come non crediamo che il cinema italiano ci tenga a farsi rappresentare da noi.

Ma come, si parla tanto di rinascita. Anche quest'anno per il cinema italiano si accendono tante belle speranze!
Più che di cinema bisognerebbe parlare di «cinemino». Crediamo che quello che entusiasma e fa gridare al miracolo non sia altro che una specie di fenomeno televisivo che si estende alle sale. E questo la dice lunga sullo stato di imbarbarimento nel quale ci ritroviamo. Quello che si è affermato negli ultimi anni è un cinema para-televisivo, pseudo-sociologico, storie di trentenni e quarantenni in crisi, di fallimenti della coppia, un cinema che serve solo ai giornali e ai talk show per alimentare sondaggi su quanto scopano, se credono in Dio ecc. Ma in tutto questo il cinema vero non c'è. Tutt'al più si può parlare di fiction televisiva.

Dimenticate che c'è un cinema che pratica l'impegno civile.
Quello è in realtà un cinema furbo e senza forza. Il fatto che questo debbano dirlo soltanto quelli che passano per bastian contrari è il segno del collasso di qualunque onestà intellettuale. Infatti, il problema non è solo la mancanza degli autori: manca anche la critica, una critica forte, autorevole in grado di prendere posizione e autonoma. Cosa che in altri tempi ha giovato agli artisti.

Parlate da sempre di un cinema capace di esprimere uno sguardo morale. Non è che invece voi siete moralisti e basta?
Crediamo che a furia di scandalizzarci per la parola «moralista» si siano perdute cose come il senso del pudore, della vergogna, della misura. Si rimane sgomenti perché tutto questo è stato smantellato dall'esempio della classe politica, che è probabilmente la più immorale d'Europa, dai programmi televisivi con le famiglie che si scannano. Ci sono generazioni che si sono formate avendo come punto di riferimento proprio la perdita di tutto ciò e lo hanno scambiato per libertà. Se diamo per scontato che per moralista non intendiamo il bacchettone alla Sordi che fa il censore, c'è un moralismo di cui oggi forse ci sarebbe bisogno, che è la capacità di indignarsi, di non rassegnarsi in silenzio, ma di provare schifo per quello che accade. In questo senso sì, siamo moralisti.

È un quadro desolante. Avete davvero un'opinione così bassa degli italiani?
Nutriamo un profondo disprezzo per il popolo italiano. Bisogna smetterla con la retorica del tipo «italiani brava gente». Cosa si può pensare di un popolo che ha scelto di farsi governare da gente come Bossi e Berlusconi? Un paese che ha accettato il lodo Mondadori, Previti, la legge fatta su misura per evitare che il Premier e i suoi accoliti finissero in galera come sarebbe stato giusto. L'italiano è fondamentalmente, dentro di sé, un piccolo mascalzone, che disprezza profondamente chi è onesto perché, come si dice dalle nostre parti, è «babbu», cioé fesso; e invece nutre ammirazione per l'uomo di potere, non importa come l'abbia ottenuto. Berlusconi è ciò che l'italiano medio vorrebbe essere.

Però anche la sinistra…
La grande responsabilità della sinistra è stata quella di preparare il terreno a tutto questo. L'incapacità di riuscire a creare degli anticorpi. Da sempre, è storia, gli italiani si riconoscono nei farabutti. La sinistra non ha avuto la capacità di applicare i valori tradizionali da cui è nata e temendo di rendersi impopolare si è adeguata. Come dimenticare che quasi tutti i politici di sinistra sono stati ospiti del salotto di Maurizio Costanzo - il che significa legittimare anche gran parte dell'orrore televisivo degli ultimi anni. È mancata una sinistra culturalmente solida che fosse capace, a costo di rischiare l'impopolarità, di far passare certi concetti forti.

E malgrado tutto questo voi avete ancora voglia di far ridere?
La comicità è una cosa seria, anzi serissima. Ci riferiamo a quella tragica di Buster Keaton, Chaplin, Jerry Lewis, Tati, una comicità corrosiva, molto amara, con una forte carica eversiva, critica rispetto al sistema e ormai in via di estinzione. Quella che oggi prevale è la comicità da villaggio turistico, come, ahinoi, succede in Italia. In fondo lo spirito che ormai caratterizza questo Paese è quello della barzelletta e questo impronta un po' tutto con diverse sfumature. I comici di Zelig avranno pure sul comodino Cent'anni di solitudine e forse avranno frequentato il Dams, ma il loro qualunquismo non è poi così diverso da quello del Bagaglino. A volte ci dicono siete troppo pessimisti. Beh, guardiamoci attorno. Oggi solo un imbecille può dichiararsi ottimista.

Perché un intervallo così lungo tra Totò e Cagliostro?
Sono passati cinque anni dal film precedente, anni difficilissimi, in cui siamo stati processati per le nostre idee e lavorare è diventato complicato. I produttori nicchiavano. Ci sono state proposte condizioni di lavoro al limite dell'offesa. Così abbiamo fatto gli organizzatori culturali, ci siamo occupati di jazz, ci siamo dedicati ai documentari. Sono stati cinque anni duri. Anni di rabbia vera.

Non è che state facendo i martiri?
È difficile commuoversi per Ciprì e Maresco, anche perché facciamo poco per suscitare compassione. Solo, riferendoci a questi cinque anni, ci veniva in mente che spesso si parla di sostenere un cinema coraggioso, diverso. Ecco: vorremmo capire questo cinema dov'è.

Beh, qualche soddisfazione l'avrete pure avuta…
Una dichiarazione di Carmelo Bene rilasciata tre anni fa a l'Espresso. Quando gli chiesero: «Dell'Italia non salverebbe proprio nulla?», lui rispose: «Ciprì e Maresco». È un riconoscimento che ci onora, da parte di uno dei pochi artisti che ammiriamo profondamente.

Ma chi vi credete di essere?
Ciprì e Maresco.

Cioè?
I più bravi, ovviamente…


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