La Teoria del "Fanciullino"
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E' dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi, come credeva Steb Stebanov, che primo in se lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi.
Quando la nostra età e tutt'avvia tenera egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, ed insieme sempre temono, sperano, godono, piangono, si sente un palpito solo, uno strillare, un guaire solo, ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo. Noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia. Noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tingulo squillo come di campanello. Il quale tintinnio segreto noi non udiamo d'istinto nell'età giovanile, forse così come nella più matura, perché in quella occupati a litigare e perorare la causa della nostra vita, meno badiamo a quell'angolo d'anima dond'esso risuona, ed anche egli, l'invisibile fanciullo, si perita vicino al giovane più che accanto all'uomo fatto e al vecchio, che più dissimile a se vede quello, che questi. Il giovane, invero, di rado e fuggevolmente si trattiene col fanciullo, che ne sdegna la conversazione, come chi si vergogni di un passato ancor troppo recente, ma l'uomo riposato ama parlare con lui e udirne il chiacchiericcio e rispondergli a tono e grave. E l'armonia di quelle voci e assai dolce ad ascoltare, come d'un'usignolo che gorgheggi, presso un ruscello che mormora.