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Tra i protagonisti della letteratura italiana di fine Ottocento, parallelamente alla sua carriera di insegnante e docente universitario Pascoli condusse un’esistenza tutta consacrata alla poesia. I temi della sua poetica – che egli avrebbe delineato nella sua teoria "del fanciullino" e che avrebbero trovato la più alta espressione nelle raccolte di versi delle Myricae e dei Canti di Castelvecchio – trassero dalla contemplazione della natura, dalle piccole cose di ogni giorno, dagli affetti familiari, dalle memorie e dal dolore (dal dato quindi più scopertamente autobiografico, legato a un'infanzia segnata dai lutti e a una vita solitaria) la loro fonte d’ispirazione più fresca e diretta. Nel frattempo Pascoli sperimentava un nuovo linguaggio poetico che avrebbe avuto una grande influenza sulla poesia italiana del Novecento e che colloca il poeta a cavallo dei due secoli, conferendo alla sua opera una modernità che talvolta gli è stata disconosciuta: la critica pascoliana è infatti tradizionalmente oscillante tra un Pascoli che chiude il secolo romantico e un Pascoli che apre quello dell’innovazione e della sperimentazione poetica.
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