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Giambattista Vico
Vita e opere

(via San Biagio dei Librai)
Molte delle notizie riguardanti la vita di Giambattista Vico sono tratte dalla
sua Autobiografia (1725-28) scritta sul modello letterario delle Confessioni di
Agostino. Da quest'opera Vico cancellerà ogni riferimento ai suoi interessi
giovanili per le dottrine atomistiche e per il pensiero cartesiano che avevano
cominciato a diffondersi a Napoli ma subito repressi dalla censura delle
autorità civili e religiose che le consideravano moralmente perniciose e in
violazione dell'Indice dei libri proibiti. Nato in una famiglia di modeste
condizioni - il padre era un povero libraio con otto figli da mantenere - Vico
fu un bambino molto vivace che per una grave caduta si procurò una frattura al
cranio che gli impedì di frequentare la scuola per tre anni e che, pur non
alterando le sue capacità mentali, tuttavia gli cambiò il carattere rendendolo
introverso e melanconico. Studiò filosofia nel collegio dei gesuiti di Napoli.
Appassionato di studi giuridici, sempre considerati da lui di grande importanza,
spronato dal padre nel 1684 si dedicò alla carriera forense seguendo di
malavoglia delle lezioni private. Iscrittosi all'Università di Napoli, si laureò
nel 1693 in utroque, cioè in diritto canonico e civile. Fondamentali per la sua
formazione culturale furono gli anni tra il 1686 e il 1695 trascorsi, mentre si
dedicava agli studi di diritto, come precettore dei figli del marchese Domenico
Rocca nel castello di Vatolla nel Cilento: qui Vico usufruendo della grande
biblioteca padronale, ebbe modo di leggere e studiare le opere di Platone,
Aristotele, Agostino, Tacito, Dante e Petrarca , tenendosi anche aggiornato sul
dibattito filosofico di quel tempo che si svolgeva attorno alla "discussione sul
cartesianesimo" tra i sostenitori di Cartesio e i suoi critici. Di quel periodo
di intenso studio da autodidatta ci è pervenuta una canzone da lui composta, dal
titolo Affetti di un disperato, ispirata alla poesia di Lucrezio. Tornato a
Napoli ottenne la modesta cattedra universitaria di eloquenza e retorica che
mantenne sino al termine della sua vita assieme all'incarico, attribuitogli nel
1732 dal re Carlo III di Borbone, di storiografo regio. L'arrivo di Carlo III
nella Napoli di Giambattista Vico. Dipinto di Antonio Joli (1700 ca.-1770)
conservato nel Museo del Prado, Madrid. Nell'ambiente culturale napoletano,
molto interessato alle nuove dottrine filosofiche, Vico ebbe modo di entrare in
rapporto con il pensiero di Cartesio, Malebranche, Gassendi, Hobbes e Leibniz
anche se i suoi autori di riferimento risalivano piuttosto alle dottrine
neoplatoniche, rielaborate dalla filosofia rinascimentale, aggiornate
dalle moderne concezioni scientifiche di Francesco Bacone e Galileo Galilei e
del pensiero giusnaturalistico. Questa varietà di interessi farebbe pensare
alla formazione di un pensiero eclettico in Vico che invece giunse ad una
originale sintesi con la formazione di una razionalità sperimentatrice con la
tradizione platonica e religiosa. Tanto nuova era la sua dottrina che la cultura
del tempo non poté apprezzarla: così che Vico rimase appartato e quasi del tutto
sconosciuto negli ambienti intellettuali, dovendosi accontentare di una cattedra
di secondaria importanza all'Università napoletana che lo manteneva inoltre in
tali ristrettezze economiche che per pubblicare il suo capolavoro la Scienza
Nuova dovette toglierne alcune parti in modo che risultasse meno costoso per la
stampa. A queste difficoltà economiche per la pubblicazione delle sue opere, che
influirono certo negativamente sulla sua notorietà nel mondo accademico, va
aggiunto il suo stile di scrittura poco lineare che rendeva difficile la lettura
del suo pensiero. Prima della Scienza Nuova Vico aveva scritto la prolusione
inaugurale De nostri temporis studiorum ratione (1708), il De antiquissima
Italorum sapientia, ex linguae latinae originibus eruenda (1710)
("L'antichissima sapienza delle popolazioni italiche, da rintracciare nelle
origini della lingua latina") a cui si devono aggiungere le due Risposte al
"Giornale dei letterati di Venezia" (1711 e 1712) che aveva criticato il suo
pensiero, il De uno universi iuris principio et fine uno (1720) e il De
costantia iurisprudentiae (1721). Nel 1725 vengono pubblicati i Principi di una
Scienza Nuova intorno alla comune natura delle nazioni, più conosciuta con il
titolo abbreviato di Scienza Nuova, opera a cui Vico lavorò per tutto il corso
della sua vita con una edizione integralmente riscritta nel 1730, rivista
completamente, senza grandi modifiche, per la terza edizione del 1744 pochi mesi
prima della sua morte. Il De antiquissima doveva constare di tre parti: il Liber
metaphysicus, che uscì nel 1710 senza l'appendice riguardante la logica che,
nell'intenzione di Vico, avrebbe dovuto avere; il Liber Physicus, che Vico
pubblicò sotto forma di opuscolo col titolo De aequilibrio corporis animantis
nel 1713, che andò smarrito, ma ampiamente riassunto nella Vita; ed infine il
Liber moralis, di cui Vico non abbozzò nemmeno il testo. Nel De antiquissima
Vico, considerando il linguaggio come oggettivazione del pensiero, è convinto
che dall'analisi etimologica di alcune parole latine si possano rintracciare
originarie forme del pensiero: applicando questo originale metodo, Vico risale
ad un antico sapere filosofico delle primitive popolazioni italiche. Il
fulcro di queste arcaiche concezioni filosofiche è la convinzione antichissima
che « Il vero e il fatto si convertono reciprocamente » che cioè «il criterio e
la regola del vero consiste nell'averlo fatto»: per cui possiamo dire ad esempio
di conoscere le proposizioni matematiche perché siamo noi a farle tramite
postulati, definizioni, ma non potremo mai dire di conoscere nello stesso modo
la natura perché non siamo noi ad averla creata. Conoscere una cosa significa
rintracciarne i principi primi, le cause, poiché, secondo l'insegnamento
aristotelico, veramente la scienza è «scire per causa» ma questi elementi primi
li possiede realmente solo chi li produce, «provare per cause una cosa equivale
a farla». Le obiezioni a Cartesio
Il principio del verum ipsum factum non era una nuova ed originale scoperta di
Vico ma era già presente nell' occasionalismo, nel metodo baconiano che
richiedeva l'esperimento come verifica della verità, nel volontarismo scolastico
che, tramite la tradizione scotista, era presente nella cultura filosofica
napoletana del tempo di Vico. Vico però si serve di quel principio per avanzare
in modo originale le sue obiezioni alla filosofia cartesiana trionfante in quel
periodo. Il cogito cartesiano infatti potrà darmi certezza della mia esistenza
ma questo non vuol dire conoscenza della natura del mio essere, coscienza non è
conoscenza: avrò coscienza di me ma non conoscenza poiché non ho prodotto il mio
essere ma l'ho solo riconosciuto. « L'uomo, egli dice, può dubitare se senta, se
viva, se sia esteso, e infine in senso assoluto, se sia; a sostegno della sua
argomentazione escogita un certo genio ingannatore e maligno...Ma è
assolutamente impossibile che uno non sia conscio di pensare, e che da tale
coscienza non concluda con certezza che egli è. Pertanto Renato (René Descartes)
svela che il primo vero è questo: "Penso dunque sono" » (Giambattista Vico, De
antiquissima Italorum sapientia in Opere filosofiche a cura di P.Cristofolini,
Firenze, Sansoni 1971, p.70) Il tanto celebrato criterio del metodo cartesiano
dell'evidenza mi procurerà dunque una conoscenza chiara e distinta ma che non è
scienza se non è capace di produrre ciò che conosce. Dell'essere umano e della
natura solo Dio, creatore di entrambi, possiede la verità. Mentre quindi la
mente umana procedendo astrattamente nelle sue costruzioni, come accade per la
matematica, la geometria crea una realtà che le appartiene, essendo il risultato
del suo operare, giungendo così a una verità sicura, la stessa mente non arriva
alle stesse certezze per quelle scienze di cui non può costruire l'oggetto come
accade per la meccanica, meno certa della matematica, la fisica meno certa della
meccanica, la morale meno certa della fisica. « Noi dimostriamo le verità
geometriche poiché le facciamo, e se potessimo dimostrare le verità fisiche le
potremmo anche fare » (Ibidem pag.82)
Mente umana e mente divina
« I latini...dicevano che la mente è data, immessa negli uomini dagli dei.
É dunque ragionevole congetturare che gli autori di queste espressioni
abbiano pensato che le idee negli animi umani siano create e risvegliate
da Dio [...] La mente umana si manifesta pensando, ma è Dio che in me
pensa, dunque in Dio conosco la mia propria mente. »
(Giambattista Vico, De antiquissima, 6)
Il valore di verità che l'uomo ricava dalle scienze e dalle arti, i cui oggetti
egli costruisce, è garantito dal fatto che la mente umana, pur nella sua
inferiorità, esplica un'attività che appartiene in primo luogo a Dio. La mente
dell'uomo è anch'essa creatrice nell'atto in cui imita la mente, le idee, di
Dio, partecipando metafisicamente ad esse.
L'ingegno
Imitazione e partecipazione alla mente divina
avvengono ad opera di quella facoltà che Vico chiama ingegno che è «la facoltà
propria del conoscere...per cui l'uomo è capace di contemplare e di imitare le
cose» L'ingegno è lo strumento principe, e non l'applicazione delle regole del
metodo cartesiano, per il progresso, ad esempio, della fisica che si sviluppa
proprio attraverso gli esperimenti escogitati dall'ingegno secondo il criterio
del vero e del fatto. L'ingegno dimostra, inoltre, i limiti del conoscere umano
e la contemporanea presenza della verità divina che si rivela proprio attraverso
l'errore:
« Dio mai si allontana dalla nostra presenza,
neppure quando erriamo,
poiché abbracciamo il falso sotto l'aspetto del vero e i mali sotto
l'apparenza dei beni; vediamo le cose finite e ci sentiamo noi stessi
finiti, ma ciò dimostra che siamo capaci di pensare l'infinito. »
(Giambattista Vico, De antiquissima, 6)
Il sapere metafisico
Contro lo scetticismo Vico sostiene che è
proprio tramite l'errore che l'uomo giunge al sapere metafisico:
« Il chiarore del vero metafisico è pari a quello della luce, che
percepiamo soltanto in relazione ai corpi opachi...Tale è lo splendore del
vero metafisico non circoscritto da limiti, né di forma discernibile,
poiché è il principio infinito di tutte le forme. Le cose fisiche sono
quei corpi opachi, cioè formati e limitti, nei quali vediamo la luce del
vero metafisico. »
(Giambattista Vico, De antiquissima, 3)
Il sapere metafisico non è il sapere in assoluto: esso è superato dalla
matematica e dalle scienze ma, d'altro canto, «la metafisica è la fonte di ogni
verità, che da lei discende in tutte le altre scienze.» Vi è dunque un "primo
vero" , «comprensione di tutte le cause», originaria spiegazione causale di
tutti gli effetti; esso è infinito e di natura spirituale poiché è antecedente a
tutti i corpi e che quindi si identifica con Dio. In Lui sono presenti le forme,
simili alle idee platoniche, modelli della creazione divina:
« Il primo vero è in Dio, perché Dio è il primo facitore (primus Factor);
codesto primo vero è infinito, in quanto facitore di tutte le cose; è
compiutissimo, poiché mette dinanzi a Dio, in quanto li contiene, gli
elementi estrinseci e intrinseci delle cose »
(Giambattista Vico, De antiquissima Italorum sapientia in Opere
filosofiche a cura di P.Cristofolini, Firenze, Sansoni 1971, p.62)
La Scienza Nuova
Se l'uomo non può considerarsi creatore della realtà naturale ma piuttosto di
tutte quelle astrazioni che rimandano ad essa come la matematica, la stessa
metafisica, vi è tuttavia un'attività creatrice che gli appartiene « questo
mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono,
perché se ne debbono, ritruovare i principi dentro le modificazioni della nostra
medesima mente umana » (Giambattista Vico Scienza Nuova, 3a ediz., libro I, sez.
3)
La storia creatrice
L'uomo è dunque il creatore, attraverso la storia, della civiltà umana. Nella
storia l'uomo verifica il principio del verum ipsum factum creando così una
scienza nuova che avrà un valore di verità come la matematica. Una scienza che
ha per oggetto una realtà creata dall'uomo e quindi più vera e, rispetto alle
astrazioni matematiche, concreta. La storia è la scienza delle cose fatte
dall'uomo e insieme la storia della stessa mente umana che ha fatto quelle cose.
Filosofia e "filologia"
La definizione dell'uomo, della sua mente non può prescindere dal suo sviluppo
storico se non si vuole ridurre tutto a un'astrazione. La concreta realtà
dell'uomo è comprensibile solo riportandola al suo divenire storico. É assurdo
credere, come fanno i cartesiani o i neoplatonici, che la ragione dell'uomo sia
una realtà assoluta, sciolta da ogni condizionamento storico:
« La filosofia contempla la ragione, onde
viene la scienza del vero; la
filologia osserva l'autorità dell'umano arbitrio onde viene la
coscienza del certo...Questa medesima degnità (assioma) dimostra aver
mancato per metà così i filosofi che non accertarono le loro ragioni con
l'autorità de'filologi, come i filologi che non curarono d'avverare la
loro autorità con la ragion dei filosofi »
(Giambattista Vico Ibidem Degnità X)
Ma la filologia da sola non basta, si ridurrebbe a una semplice raccolta di
fatti che invece vanno spiegati dalla filosofia. Tra filologia e filosofia vi
deve essere un rapporto di complementarietà per cui si possa accertare il vero e
inverare il certo.
Le leggi della 'scienza nuova'
Compito della 'scienza nuova' sarà quello di
indagare la storia alla ricerca di quei principi costanti che, secondo una
concezione per certi versi platonizzante, fanno presupporre nell'azione storica
l'esistenza di leggi che ne siano a fondamento com'è per tutte le altre scienze:
« Poiché questo mondo di nazioni egli è stato fatto dagli uomini, vediamo
in quali cose hanno con perpetuità convenuto e tuttavia vi convengono
tutti gli uomini; poiché tali cose ne potranno dare i principi universali
ed eterni, quali devon essere d'ogni scienza, sopra i quali tutte sursero
e tutte vi si conservano le nazioni »
(Giambattista Vico Ibidem, libro I, sez. 3)
La storia quindi, come tutte le scienze, presenta delle leggi, dei principi
universali, di un valore ideale di tipo platonico, che si ripetono costantemente
allo stesso modo e che costituiscono il punto di riferimento per la nascita e il
mantenimento delle nazioni.ù
L'eterogenesi dei fini e la Provvidenza storica
Rifarsi alla mente umana per comprendere la
storia non è sufficiente: si vedrà, attraverso il corso degli avvenimenti
storici, che la stessa mente dell'uomo è guidata da un principio superiore ad
essa che la regola e la indirizza ai suoi fini che vanno al di là o contrastano
con quelli che gli uomini si propongono di conseguire; così accade che, mentre
l'umanità si dirige al perseguimento di intenti utilitaristici e individuali, si
realizzino invece obiettivi di progresso e di giustizia secondo il principio
della eterogenesi dei fini:
« Pur gli uomini hanno essi fatto questo
mondo di nazioni...ma egli è
questo mondo, senza dubbio, uscito da una mente spesso diversa ed alle
volte tutta contraria e sempre superiore ad essi fini particolari ch'essi
uomini si avevan proposti »
( Giambattista Vico Ibidem, Conclusione)
La storia umana in quanto opera creatrice dell'uomo gli appartiene per la
conoscenza e per la guida degli eventi storici ma nel medesimo tempo lo stesso
uomo è guidato dalla Provvidenza che prepone alla storia divina.
I corsi storici
Secondo Vico il metodo storico dovrà procedere
attraverso l'analisi delle lingue dei popoli antichi «poiché i parlari volgari
debono essere i testimoni più gravi degli antichi costumi de' popoli che si
celebrarono nel tempo ch'essi si formarono le lingue», e quindi tramite lo
studio del diritto, che è alla base dello sviluppo storico delle nazioni civili.
Questo metodo ha fatto identificare nella storia una legge fondamentale del suo
sviluppo che avviene evolvendosi in tre età:
l'età degli dei, «nella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto divini
governi, e ogni cosa esser loro comandata con gli auspici e gli oracoli»; l'età
egli eroi dove si costituiscono repubbliche aristocratiche; l'età degli uomini
«nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana». La storia
umana, secondo Vico, inizia con il diluvio universale quando gli uomini, giganti
simili a primitivi bestioni, vivevano vagando nelle foreste in uno stato di
completa anarchia. Questa condizione bestiale era la conseguenza del peccato
originale, attenuata dall'intervento benevolo della Provvidenza divina che
immise, attraverso la paura dei fulmini, il timore degli dei nelle genti che:
«scosse e destate da un terribile spavento
d'una da essi stessi finta e creduta divinità del cielo e di
Giove, finalmente se ne ristarono alquanti e si nascosero in certi luoghi; ove
fermi con certe donne, per lo timore dell'appresa divinità, al coverto, con
congiungimenti carnali religiosi e pudichi, celebrarono i matrimoni e fecero
certi figlioli, e così fondarono le famiglie. E con lo star quivi fermi lunga
stagione e con le sepolture degli antenati, si ritrovarono aver ivi fondati e
divisi i primi domini della terra»
L'uscita dallo stato di ferinità quindi avviene: per la nascita della religione,
nata dalla paura e sulla base della quale vengono elaborate le prime leggi del
vivere ordinato, per l'istituzione delle nozze che danno stabilità al vivere
umano con la formazione della famiglia e per l'uso della sepoltura dei morti,
segno della fede nell'immortalità dell'anima che distingue l'uomo dalle bestie.
Della prima età Vico sostiene di non poter scrivere molto poiché mancano
documenti su cui basarsi: infatti quei bestioni non conoscevano la scrittura e,
poiché erano muti, si esprimevano a segni o con suoni disarticolati. L'età degli
eroi ebbe inizio dall'accomunarsi di genti che trovavano così reciproco aiuto e
sostegno per la sopravvivenza. Sorsero le città guidate dalle prime
organizzazioni politiche dei signori, gli eroi che con la forza e in nome della
ragion di stato, conosciuta solo da loro, comandavano su i servi che, quando
rivendicarono i propri diritti, si ritrovarono contro i signori che, organizzati
in ordini nobiliari, diedero vita agli stati aristocratici che
caratterizzano il secondo periodo della storia umana. In questa seconda, dove
predomina la fantasia, nasce il linguaggio dai caratteri
mitici e poetici. Infine la conquista dei diritti civili da parte dei servi dà
luogo alla età degli uomini e alla formazione di stati popolari basati sul
«diritto umano dettato dalla ragione umana tutta spiegata». Sorgono quindi stati
non necessariamente democratici ma che possono essere pure monarchici poiché
l'essenziale è che rispettino «la ragione naturale, che eguaglia tutti». La
legge delle tre età costituisce la «storia ideale eterna sopra la quale corrono
in tempo le storie di tutte le nazioni». Tutti i popoli indipendentemente l'uno
dall'altro hanno conformato il loro corso storico a questa legge che non è solo
delle genti ma anche di ogni singolo uomo che necessariamente si sviluppa
passando dal primitivo senso nell'infanzia, alla fantasia, nella fanciullezza, e
infine alla ragione, nell'età adulta:
« Gli uomini prima sentono senza avvertire;
dappoi avvertiscono con animo
perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura »
(Giambattista Vico Scienza Nuova, 3a ediz. Degnità LIII)
La verità divina nella storia
Se nella storia pur tra le violenze, i disordini, appare un ordine e un
progressivo sviluppo ciò è dovuto, secondo Vico, all'azione della Provvidenza
che immette nell'agire dell'uomo un principio di verità che si presenta in modo
diverso nelle tre età, nelle prime due età il vero si presenta come certo:
« gli uomini che non sanno il vero delle cose procurano d'attenersi al
certo, perché non potendo soddisfare l'intelletto con la scienza, almeno
la volontà riposi sulla coscienza »
(Giambattista Vico, Scienza Nuova, Degnità IX)
Questa certezza non viene all'uomo attraverso una verità rivelata ma da una
constatazione di senso comune, condivisa da tutti, per cui vi è «un giudizio
senz'alcuna riflessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un
popolo, da tutta una nazione o da tutto il genere umano»
Vi è poi, nella seconda età della storia e
dell'uomo, caratterizzata dalla fantasia, un sapere tutto particolare che Vico
definisce poetico. In questa età nasce infatti il linguaggio non ancora
razionale ma molto vicino alla poesia che «alle cose insensate dà senso e
passione, ed è proprietà dei fanciulli di prender cose inanimate tra le mani e,
trastullandosi, favellarvi, come se fussero, quelle, persone vive. Questa
degnità filologica-filosofica ne appruova che gli uomini del mondo fanciullo,
per natura, furono sublimi poeti.» Se vogliamo quindi conoscere la storia dei
popoli antichi dobbiamo rifarci ai miti che hanno espresso nella loro cultura.
Il mito infatti non è solo una favola e neppure una verità presentata sotto le
spoglie della fantasia ma è una verità di per sé elaborata dagli antichi che,
incapaci di esprimersi razionalmente, si servivano di universali fantastici che,
sotto spoglie poetiche, presentavano modelli ideali universali: come fecero ad
esempio i Greci antichi che non definirono razionalmente la prudenza ma
raccontarono di Ulisse, modello universale fantastico dell'uomo prudente.
La poesia
Vico si dedica poi con buoni risultati a
definire la poesia che innanzitutto è autonoma come forma espressiva differente
dal linguaggio tradizionale. I tropi della poesia come la metafora, la
metonimia, la sineddoche ecc. sono stati erroneamente ritenuti strumenti
estetici di abbellimento del linguaggio razionale di base, mentre invece la
poesia è una forma espressiva naturale e originaria i cui tropi sono «necessari
modi di spiegarsi di tutte le prime nazioni poetiche» La poesia ha una funzione
rivelativa, custodisce le prime immaginate verità dei primi uomini; Il
linguaggio non ha quindi un'origine convenzionale perché questo presupporrebbe
un uso tecnico del linguaggio che invece sorge spontaneamente come poesia.
Poiché il linguaggio e i miti costituiscono la cultura originaria e spontanea di
tutto un popolo, Vico arriva alla discoverta del vero Omero che non è non il
singolo autore dei suoi poemi ma l'espressione del patrimonio culturale comune
di tutto il popolo greco. É comunque da respingere la interpretazione platonica
di Omero come filosofo «fornito di una sublime sapienza riposta»:
« Farsi intendere da volgo fiero e selvaggio non è certamente (opera)
d'ingegno addomesticato ed incivilito da alcuna filosofia. Né da un animo
da alcuna filosofia umanato ed impietosito potrebbe nascer quella
truculenza e fierezza di stile, con cui descrive tante, sì varie e
sanguinose battaglie, tante sì diverse e tutte in istravaganti guise
crudelissima spezie d'ammazzamenti, che particolarmente fanno tutta la
sublimità dell'Iliade »
(Giambattista Vico, Scienza Nuova)
Verità e storia
La sapienza antica ha per contenuto principi di giustizia e ordine necessari per
la formazione di popoli civili. Questi contenuti si esprimono in modi diversi a
seconda che siano formati dal senso o dalla fantasia o dalla ragione. Questo
vuol dire che la sapienza, la verità, si manifesta in forme diverse storicamente
ma che essa come verità eterna è al di sopra della storia che di volta in volta
la incarna. La verità della storia è una verità metafisica nella storia. Nella
storia si attua la mediazione tra l'agire umano e quello divino:
nel fare umano si manifesta il vero divino e il vero umano si realizza tramite
il fare divino: la Provvidenza, legge trascendente della storia, che opera
attraverso e nonostante il libero arbitrio dell'uomo. Questo non comporta
una concezione necessitata del corso della storia poiché è vero che la
Provvidenza si serve degli strumenti umani, anche i più rozzi e primitivi,
per produrre un ordine ma tuttavia questo rimane nelle mani dell'uomo, affidato
alla sua libertà. La storia quindi non è determinata come sostengono gli stoici
e gli epicurei che «niegano la provvedenza, quelli facendosi strascinare dal
fato, questi abbandonandosi al caso», ma si sviluppa tenendo conto della libera
volontà degli uomini che, come dimostrano i ricorsi, possono anche farla
regredire:
« Gli uomini prima sentono il necessario;
dipoi badano all'utile; appresso
avvertiscono il comodo; più innanzi si dilettano nel piacere; quindi si
dissolvono nel lusso; e finalmente impazzano in istrapazzar di sostanze »
(Giambattista Vico, Scienza Nuova, Degnità LXVI)
A questa dissoluzione delle nazioni pone rimedio l'intervento della Provvidenza
che talora non può impedire la regressione nella barbarie, da cui si genererà un
nuovo corso storico che ripercorrerà, a un livello superiore, poiché dell'epoca
passata ne è rimasta una sia pur minima eredità, la strada precedente.
La filosofia
Paradossalmente la criticità del progresso storico appare proprio con l'età
della ragione, quando cioè questa invece dovrebbe assicurare e mantenere
l'ordine civile. Accade infatti che la tutela della Provvidenza che si è imposta
agli uomini nei precedenti due stadi, ora invece deve ricercare il consenso
della «ragione tutta spiegata» che si sostituisce alla religione:
«così ordenando la provvedenza: che non
avendosi appresso a fare più per sensi
di religione (come si erano fatte innanzi) le azioni virtuose, facesse la
filosofia le virtù nella lor idea»
La ragione infatti, pur con la filosofia, custode della legge ideale del vivere
civile, con il suo libero giudizio, può tuttavia incorrere nell'errore o nello
scetticismo per cui «si diedero gli stolti dotti a calunniare la verità». La
ragione non crea la verità, poiché non può fare a meno dal senso e dalla
fantasia senza le quali appare astratta e vuota. Il fine della storia infatti
non è affidato alla sola ragione ma alla sintesi armonica di senso, fantasia e
razionalità. La ragione poi è ispirata dalla verità divina per cui la storia è
sì opera dell'uomo, ma la mente umana da sola non basta poiché occorre la
Provvidenza che indichi la verità. La filosofia è succeduta alla religione ma
non l'ha sostituita anzi essa deve custodirla:
« Da tutto ciò che si è in quest'opera ragionato, è da finalmente
conchiudersi che questa Scienza porta indivisibilmente seco lo studio
della pietà [16], e che, se non siesi pio, non si può daddovero esser saggio »
(Giambattista Vico Scienza Nuova, Conclusione)
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