Francesco Mario Pagano
MARIO PAGANO: " DELLA IMMORTALITA' "
Francesco Mario Pagano nacque nel 1748 a Brienza, un comune della Lucania, da una famiglia di avvocati, di persone dedite alla vita giuridica. Dopo che era rimasto orfano di padre, la famiglia lo aveva avviato agli studi a Napoli sotto un precettore privato, Don Gherardo Degli Angeli, prelato cui Giambattista Vico aveva dedicato un suo scritto. Vico aveva molto stimato questo giovane sacerdote per la sua grande cultura storica e filologica. Pagano, formandosi con Don Gherardo Degli Angeli, apprende il latino, il greco, l’ebraico, si impadronisce dei classici latini e greci, assorbe il pensiero di Vico. All’Università studia diritto e frequenta la cattedra di Antonio Genovesi, che, prima ancora che Pagano si laurei nel 1768, lo invita a partecipare a un concorso per la cattedra di etica resasi vacante al Real Collegio della Nunziatella. La Nunziatella costituiva una sorta di piccola accademia ed è molto significativo che Genovesi, che vi era detentore della cattedra di etica (oltre a tenere quella di “commercio e meccanica” cioè di economia politica all’Università), vedesse nel giovane Pagano un ideale successore. Per potersi presentare a questo concorso, Pagano scrisse in brevissimo tempo un libretto intitolato Disegno del sistema della scienza degli uffizi, dove “uffici” va inteso nel senso del De officiis ciceroniano, scrive cioè un libretto sui doveri. Un’opera precoce, acerba, con la quale non riuscí a vincere il concorso, ma pochi mesi dopo, nel 1769, intervenne la morte di Genovesi e Pagano fu invitato, per un certo periodo, a ricoprire la cattedra di etica. A ventun’anni Pagano è già considerato un uomo formato alla cultura classica e in grado di tenere lezioni di etica all’università, ma la sua vocazione è quella forense: diventa esperto in problemi di criminologia. Nelle cronache giudiziarie viene considerato un “avvocato filosofo” per le sue arringhe piene di citazioni classiche e di argomentazioni logiche. La sua attività di avvocato gli suggerisce considerazioni sul processo criminale che nella sostanza si riannodano alla tesi secondo cui il giudice deve farsi un convincimento interiore della colpevolezza del reo alla luce della propria coscienza, e sulla base di una logica rigorosa. Vengono rifiutati tutti i gradi inquisitori del processo come era strutturato allora, viene sostenuto che la giustizia penale deve essere rapida e soprattutto precisa; la tesi fondamentale è che il giudice non deve fermarsi a semplici indagini, ma deve arrivare ad una ricostruzione della personalità del reo e a farsi un convincimento interiore della eventuale colpevolezza. Quest’opera nel 1789, agli inizi della Rivoluzione, fu tradotta in francese. Tra i ventisette e i trenta-trentadue anni Pagano scrive anche un altro saggio che rimarrà inedito fino al 1806, anno in cui viene pubblicato in maniera un po’ disordinata a Milano. E’ ancora un’opera tecnica sulla formazione delle prove nel processo penale, formazione che viene connessa a dottrine di carattere matematico (calcoli di probabilità), un’opera in cui Pagano cerca di trovare nuove strade per la formazione delle prove nel processo criminale, collegandolo alla sua tendenza ad pervenire a formulazioni scientifiche rigorose: da una parte ci sono l’elemento morale, l’interiorità, la convinzione, il foro interiore, dall’altra Pagano, sulla scia del suo maestro Gaetano Filangieri, si pone l’obiettivo di arrivare a formulazioni scientifiche, a una scienza del diritto penale, a una scienza della criminologia. E’ difficile dare un’idea della versatilità, del brillante genio di questo giovane che, mentre si dedicava alla carriera forense, scriveva opere tecniche di diritto penale e mentre preparava i Saggi politici era capace di improvvisare versi, di scrivere tragedie: Gli esuli tebani (1782) dedicata proprio a Filangieri, Agamennone (1787) di ambientazione greca, poi una di ambientazione medievale-moderna Corradino (1789). Quest’ultima tragedia viene scritta all’inizio della Rivoluzione francese. Corradino subí l’esecuzione capitale a piazza del Mercato a Napoli il 29 ottobre del 1268 e Pagano, per uno strano ricorso storico, è stato afforcato proprio in quella piazza il 29 ottobre 1799. Le tragedie sono indirizzate da Pagano una finalità pedagogica. Il problema decisivo che l’Illuminismo deve affrontare è l’oscurantismo che affligge il popolo: le opere teatrali devono dilettare, ma anche istruire. Pagano parla di una filosofia «che si mostri mascherata sul teatro», il pensiero si riveste di una dinamicità che dovrebbe attirare l’attenzione del pubblico. I Saggi politici, la cui prima edizione viene stampata in due anni, tra il 1783 e il 1785, sono l’opera principale di Pagano. Si tratta di un’opera complessa, che vuole essere una ripresa della Scienza Nuova, ma anche un avanzamento rispetto a Vico. I Saggi politici costituiscono il tentativo di una filosofia della storia secondo un piano organico. Il titolo è riduttivo, in quanto non si tratta di saggi staccati l’uno dall’altro, ma di un lavoro organico in sette parti. Si inizia dal tracciare un ciclo cosmico dell’umanità, una sorta di grande scenario in cui si sviluppa tutta la storia umana; c’è poi un secondo saggio sullo stato selvaggio, che nei termini di Pagano equivale allo stato di natura roussoiano. Nel terzo saggio l’autore passa esaminare le società barbariche, quelle iniziali, rozze, basate sull’autocrazia e su costumi elementari. Seguono: “Il progresso delle società barbariche”, “Il progresso delle società colte e polite”, cioè delle società evolute (quarto e quinto saggio). Il sesto è sul gusto e sulle arti, sulle società giunte al culmine del loro sviluppo, che danno luogo alle grandi produzioni artistiche. L’ultimo e significativo saggio è dedicato a quelli che Vico aveva chiamato “corsi e ricorsi storici”: giunti al culmine dello sviluppo di civiltà splendide nell’arte e nella cultura, è possibile il regresso, il crollo della civiltà, una “seconda barbarie”. Pagano pubblicò quest’opera aggirando la censura. Lavori del genere dovevano infatti essere sottoposti a censura, egli invece avviò direttamente la pubblicazione, ma la interruppe nel 1783, quando si verificò un disastroso terremoto in Calabria in cui furono distrutte metà delle abitazioni e si lamentarono decine di migliaia di morti. L’interruzione tra il primo e il secondo volume dei Saggi fu voluta dal Pagano per interporre un saggio a parte (che apparve poi come prefazione nella prima edizione del secondo volume), dedicato alle catastrofi naturali. In questo saggio Pagano sostiene che le catastrofi naturali sono gravi e spaventose, ma la cosa piú drammatica è che generano catastrofi morali. Egli si sofferma ad analizzare lo sconvolgimento dei costumi, della mentalità in Calabria dopo questo terremoto e sottolinea gli aspetti del fatalismo, dell’abbandono, della nascita della superstizione. Nel 1785 venne completata l’edizione e, poiché non era stata rispetta la censura, nacquero sospetti sull’opera: censori rimasti anonimi enumerarono quaranta punti considerati inaccetabili. Pagano venne accusato, proprio in relazione al saggio sul terremoto in Calabria, di aver sostenuto il fatalismo e di aver dato troppa importanza al mondo materiale, al mondo fisico, venne rimproverato di aver incoraggiato l’elusione di ogni principio di autorità. Da abilissimo avvocato qual era riuscí a scagionarsi con un opuscolo apologetico fortemente argomentato. In questo periodo Pagano ha ancora fiducia nel dispotismo illuminato. Egli pensa che la riforma del diritto penale, cioè del diritto criminale, la diffusione delle scienze potranno servire al monarca illuminato per migliorare il suo governo: solo nel 1794 ci sarà una svolta che lo porterà al giacobinismo. Nella seconda edizione dei Saggi, nel 1795, la condanna della monarchia è totale e l’anno dopo, nel 1796, Pagano viene imprigionato. I Saggi politici costruiscono una filosofia della storia partendo dal concetto di natura intesa come forza, come dinamismo: la natura è un lievito in continuo fermento nel mondo umano (Vico invece aveva sostenuto che c’è una sapienza risposta, che è poi quella dei filosofi, che fa crescere le civiltà). Discostandosi da Vico, Pagano ritiene che l’uomo tende a progredire, a evolversi, a trovare sempre nuove forme di vita per una forza istintiva, quasi animalesca che si ritrova. La natura non è vista come statica o come principio normativo (come nel giusnaturialismo), bensí come in continuo movimento. Il divenire storico non è altro che lo sviluppo del divenire naturale, della vitalità animalesca presente anche dell’uomo primitivo. Questo dinamismo non è caotico, ma si svolge secondo leggi. Un altro elemento di forte originalità di Pagano sta proprio nella continuità tra natura e storia: per lui non c’è una frattura netta tra stato di natura e mondo civile. Natura e storia sono ugualmente soggette a leggi. In tutta l’età moderna si teorizza una scissione fra natura e storia. Gli illuministi vedono la natura come contrapposta alla storia. Per Francesco Mario Pagano invece le forze vitali della natura si manifestano a un certo punto nel divenire storico, ma senza soluzione di continuità. E’ possibile identificare le leggi del dinamismo dell’uomo. Pagano sostiene che la scienza nuova che Vico ha cominciato a delineare ma di cui — rileva — è da tener presente che si tratta solo di un inizio in parte oscuro, può diventare una scienza esatta come la matematica: la scienza del divenire storico può trovare leggi precise. Il divenire però, secondo Pagano, non si manifesta in maniera lineare: esso può essere identificato nelle sue costanti dietro le apparenti diversità, ma non si presenta come un progresso continuo. Nella storia si passa faticosamente dallo stato selvaggio alle civiltà barbariche, poi alle civiltà “colte e polite”, ma tutto ciò attraverso un travaglio, in quanto il divenire è animato da due tendenze contrapposte: una forza centripeta che porta alla disgregazione, alla rottura e una forza centrifuga, che porta all’accentramento, all’aggregazione, all’unione. Il divenire è soggetto a salti, a scosse: vi sono momenti di prevalenza della forza centrifuga, momenti di dispersione e di distruzione fino alle catastrofi e momenti di concentrazione, di unione degli sforzi produttivi in cui tutto sembra convergere verso un centro, verso un progetto. Dalle citazioni di opere che punteggiano i Saggi si comprende che Pagano era molto aggiornato sugli sviluppi delle scienze che a fine Settecento cominciavano a prendere in considerazione i terremoti, il vulcanesimo, cioè la discontinuità che si verificano in natura. Per quanto riguarda il mondo umano, Pagano argomenta che l’uomo è un animale sociale, secondo la definizione aristotelica. L’animale uomo non ha niente da invidiare, dal punto di vista della struttura fisica, agli altri animali, ma mentre gli animali stanno assieme solo per esigenze elementari, l’uomo ha moltissimi motivi di comunanza. Da ciò scaturisce quella che egli chiama perfettibilità. L’uomo è un animale sociale teso alla perfettibilità, ma l’incremento della vita sociale dell’uomo nasce da bisogni sempre piú complessi che partono da quelli elementari degli animali. Progressivamente se ne sviluppano tanti altri che implicano una socialità sempre maggiore e che portano un perfezionamento sempre maggiore della società. Anche in questo concetto emerge una continuità tra natura e storia: si parte da istinti e bisogni naturali, ma dagli stessi bisogni naturali ne nascono altri sempre più raffinati che vanno nella stessa direzione, quella cioè di cementare gli uomini tra loro. L’uomo perfeziona sempre piú la sua base sociale fino a realizzare la propria essenza sociale di animale che si discosta dall’animalità per approdare alla socialità. Nel capitolo finale sul regresso improvviso che possono avere le società Pagano sostiene che nella situazione storica matura e sviluppata i popoli che tendono a decadere non ritornano alla barbarie (come teorizzava Vico), ma diventano schiavi di altri popoli in quanto oramai la civiltà planetaria è evoluta. La parte quinta dei Saggi politici è dedicata al diritto, e riguarda le società mature. La società, giunta alla sua fase matura, si deve basare sulla legge, deve porre fine al privilegio: una società “colta e polita” che ha decantato i suoi costumi si deve fondare sulla legge. Se prevale “l’insolenza”, la libertà civile viene infangata; la legge ha proprio la funzione di tutelare la libertà civile. Bisognerà fare in modo che “l’insolenza” non si possa manifestare, ma ciò potrebbe portare ad una società militarizzata in cui il cittadino dovrebbe vedere continuamente il «ferro delle spade sotto gli occhi» e questo sarebbe un altro modo per distruggere la libertà. Se per tutelare la libertà civile si crea una società troppo sorvegliata il cittadino sarà talmente oppresso che si otterrà per altra via la distruzione della libertà civile. Il modo piú efficace per tenere libera una società è invece quello di far intervenire in maniera precisa, rigorosa e rapida la giustizia nel momento in cui la legge viene violata. La pena viene concepita non come un fattore di redenzione o di rieducazione, bensí come deterrente perché nessuno osi ripetere il gesto del reo, quindi essa deve avere un forte potere dissuasivo. La legge dev’essere quasi invisibile in quanto i cittadini non si devono sentire oppressi dalla sua presenza, ma nel momento in cui insorge l’insolenza essa deve essere precisa, implacabile e rapida. Pagano è un democratico, un illuminista, un giacobino rivoluzionario, ma tutto questo bagaglio ideale non implica il permissivismo. Nel 1792 nacque una società patriottica di cui Pagano fu magna pars. Questa società non aveva niente di rivoluzionario, voleva essere un club di uomini illuminati, animati dalla speranza che il sovrano volesse dare ascolto alla cultura, ma essa venne vista con sospetto dalle autorità borboniche. Nel 1794 ci fu una brusca svolta: alcuni giovani, Emanuele De Deo, Vincenzo Vitagliani, Vincenzo Galiani, accusati di una presunta cospirazione antimonarchica, vennero condannati a morte. Molti patrioti furono imprigionati. Tra il 1794 e il 1798 ci furono tremila incarcerazioni: la monarchia compí una decisa svolta in senso repressivo. Pagano difese i patrioti: purtroppo non riuscí a salvare i tre giovani dal patibolo, ma altri ne salvò con abili argomentazioni con cui, a malincuore, dovette sostenere che erano giovani illusi, portatori di progetti velleitari. Nel 1795 esce la seconda edizione dei Saggi politici e Pagano viene condannato. I Borbone avevano cominciato a sguinzagliare spioni e provocatori negli ambienti culturali e nel febbraio del 1796 un delatore accusò Pagano di complotti non meglio precisati. Nonostante tutto il suo prestigio, Pagano fu imprigionato e rimase 29 mesi in carcere tra le lungaggini di un’inchiesta che non portò a niente in quanto non risultarono prove di congiura politica a suo carico. Dopo piú di due anni di detenzione, non essendosi trovata alcuna prova contro di lui, Pagano venne scarcerato. Nel 1798, immediatamente dopo la scarcerazione, Pagano si rifugiò a Roma dove venne accolto trionfalmente dalla Repubblica romana che intanto era stata proclamata e che gli offrí la cattedra di diritto pubblico. Pagano, esule, accettò la cattedra, ma a patto di ridurre lo stipendio che doveva garantirgli solo il minimo per sopravvivere. Caduta la Repubblica romana, fuggí a Milano, ma il 23 gennaio del 1799 scoppiò la rivoluzione a Napoli: egli rientrò immediatamente in città. Già prima del suo arrivo fu scelto tra i membri del governo provvisorio e poi diventò il presidente del Comitato di legislazione. Dai primi di febbraio fino al maggio del ’99 Pagano riesce a far discutere, approvare dal comitato di legislazione e rendere operativi molti e importanti provvedimenti legislativi. Nel febbraio medesimo vengono aboliti i fedecommesi, per i quali i patrimoni feudali venivano trasmessi al primogenito impedendo la divisione e la diffusione della proprietà. In questa occasione Pagano fa un discorso di elogio e di ricordo di Gaetano Filangieri che aveva sostenuto l’importanza di dividere i latifondi e di modificare le leggi ereditarie per permettere la diffusione della proprietà. Dopo quindici giorni vengono abolite le servitú feudali, poi viene abolito il testatico, una legge che già Tommaso Campanella due secoli prima aveva attaccato perché era una “tassa sulla propria testa” cioè una tassa dovuta per il semplice fatto di esistere e quindi la piú iniqua di tutte. Fa abolire la tortura, la carcerazione segreta, tutte le tasse sul grano, sulla farina, sulla pasta e sul pesce, sugli alimenti popolari. Fa inoltre discutere una riforma complessiva di tutto l’ordinamento giudiziario, e alcuni provvedimenti di questo riordino globale entrano subito in atto: viene provvisto di difesa legale chi non si può permettere un avvocato. Avanza proposte di legge per la confisca dei beni dei nobili emigrati e per ridistribuire i beni confiscati. Nel frattempo Pagano, il 1° aprile del 1799, dà alle stampe il progetto di Costituzione. Il 5 giugno il Governo provvisorio deve emanare un decreto di chiamata alle armi dei patrioti perché si stanno avvicinando le armate reazionarie. Pagano impugna anch’egli le armi e si dedica alla difesa di San Martino. Con un nucleo di ufficiali francesi, rimasti anch’essi a resistere, stipula una resa a condizione con borbonici e inglesi, un atto con una precisa validità formale. Per quanto riguarda Pagano la condizione è quella di essere detenuto in attesa di giudizio sull’‘Audace’, una nave inglese. Senza rispettare i patti sottoscritti tra le parti contraenti, Ferdinando IV, tornato a Napoli, fa prelevare Pagano dall’‘Audace’ e lo fa rinchiudere nel Maschio Angioino (Castel Nuovo) nella fossa del coccodrillo, la zona piú buia e umida riservata ai criminali piú pericolosi per fiaccarne le forze. Dopo averlo logorato in questa segreta lo trasferiscono al carcere della Vicaria e ai primi di agosto a Sant’Elmo. Qui finalmente arriva il giudice, ma questi rifiuta di prendere atto delle dichiarazioni di Pagano e gli dice che la Corte lo odia e il popolo vuole la sua testa e che quindi è inutile che si difenda in quanto il suo destino è già segnato. Pare che Pagano abbia risposto di auspicare che il popolo parlasse in prima persona piuttosto che attraverso suoi rappresentanti cosí falsi e disonesti, come il giudice che calpestava in quel momento la legge. Questa è la testimonianza di Diomede Marinelli dell’esecuzione del 29 ottobre 1799 (da Giustino Fortunato: I napoletani del 1799): «29 ottobre 1799 – Vi è stata gran giustizia nel mercato su di persone di gran merito, sono stati afforcati con quest’ordine: Pagano, Cirillo, Chiaia e Pigliaceli, tutti e quattro bendati. Don Mario Pagano andava senza calzette con due dita di barba e misero di vestiti, era tutto calvo di testa e patí nel morire. Don Domenico Cirillo gli andava dietro con berrettino bianco in testa e giamberga lunga di color turchino, procedeva con intrepidezza e presenza di spirito. La sera avanti cenarono poco o niente dicendo che dovevano sostenere per poco una breve vita. Si parlò la sera avanti tra di loro come avvenisse la morte negli afforcati, ognuno disse il suo parere e Don Domenico Cirillo decise: per la morte di questi la città tutta ha patito». Francesco Mario Pagano era il principale esponente di una commissione di cinque giuristi incaricata di stendere la costituzione della Repubblica, ma è ormai certo – dopo le ricerche di Mario Battaglini — che la stesura della Costituzione della Repubblica napoletana è sua. La Costituzione fu stampata in un opuscolo il 1° aprile: doveva essere discussa dal Comitato di legislazione per essere poi approvata; purtroppo per gli eventi drammatici non si riuscí a portarla a esecuzione. Vincenzo Cuoco, esponente dell’ala moderata della Rivoluzione napoletana, ha sostenuto che la Costituzione fosse stata ricalcata su quelle francesi: egli scrisse che era «molto francese e poco napolitana». Ciò è falso. Mario Battaglini, giurista che ha dedicato la sua vita all’analisi della storia istituzionale della Repubblica del 1799, ha dimostrato che Pagano ha tenuto presente soprattutto la Costituzione francese del ’93 e quella del ’95 oltre alla Costituzione della Repubblica ligure del ’97, nella convinzione storicamente fondata che quelle fossero le costituzioni piú avanzate, da prendere come modello. Pagano però fa presente questo: «A esso (cioè il Comitato di legislazione) adottata la Costituzione della madre Repubblica francese egli è ben giusto che da quella mano istessa, da cui ha ricevuto la libertà, ricevesse anche la legge, custode e conservatrice di quella [le armate francesi ci hanno aiutato a riconquistare la libertà ed è giusto che anche la legge noi l’abbiamo dai francesi], ma riflettendo che la diversità del carattere morale, le politiche circostanze e ben anche la fisica situazione delle nazioni richiedono necessariamente dei cangimenti nelle Costituzioni, propone alcune modificazioni che ha fatte in quella della Repubblica madre e vi rende conto altresí delle ragioni che a ciò l’hanno determinate». Nel preambolo c’è la prima parte che riguarda i diritti e i doveri. La parte dedicata ai diritti è nuova rispetto a quella delle costituzioni francesi in quanto vengono articolati i diritti dell’uomo, del cittadino, del popolo e quelli dei magistrati. I diritti vengono elencati in maniera molto precisa e non vengono considerati da Pagano quali indicazioni di tipo morale, preambolo generico di carattere filosofico-morale, come nelle Costituzioni francesi, ma vengono considerati come norme di legge. La parte sui doveri è completamente nuova ed è ispirata a un principio che viene da Antonio Genovesi e da Gianfrancesco Gravina, cioè dal pensiero civile napoletano del ‘700: Robespierre si era decisamente rifiutato di far inserire nelle costituzioni (’89, ’91, ’93) oltre ai diritti anche i doveri, in quanto vedeva il pericolo che una sezione sui doveri riproponesse un elemento di autorità, bilanciasse e cancellasse i diritti che erano la grande novità del secolo dei Lumi. Dopo la morte di Robespierre (luglio ’94) nella costituzione termidoriana del ’95, conservatrice rispetto a quella del ’93, vengono inseriti i doveri nella chiave che Robespierre aveva temuto. Ma i doveri che Pagano inserisce non li ricava dalla Costituzione francese del ’95, bensí dalla concezione di Gravina e di Genovesi per cui l’essere umano, pienamente considerato, se deve essere cittadino di uno Stato libero, proprio per la sua natura morale, oltre che titolare di diritti è anche portatore di doveri: una concezione filosofica diversa che parte proprio dalla dignità dell’uomo come portatore di istanze morali. Pagano giustifica il fatto che ci sia nella Costituzione una sezione così importante sui doveri: «Dal medesimo principio della somiglianza e uguaglianza di natura abbiamo fatto scaturire tutti i doveri dell’uomo. Essendo gli uomini tutti simili ed uguali ciascuno si deve, nei versi dei suoi simili, comportare come verso di sé, se gli è pur vero che siano simili i rapporti dell’essere stesso verso degli esseri simili. Il fondamentale dovere, base di ogni morale, è che ciascuno sia verso gli altri affetto come è verso di se stesso» (deve avere per gli altri lo stesso senso di solidarietà, deve avere gli stessi affetti che ha verso se stesso). Vengono enumerati il dovere del rispetto dell’altro, il dovere di soccorrere gli altri uomini, il dovere sacro di alimentare i bisognosi. Nel paragrafo 20, infine si legge: «è obbligato ogni uomo di illuminare e di istruire gli altri». Francesco Mario Pagano prevede due istituti che nelle costituzioni francesi sono assenti: la censura e l’eforato. La censura serve a prevenire gli attacchi alla democrazia, bisogna che vi sia una misura nella società e quindi, per renderla democratica e egualitaria, bisogna prevenire il fatto che costumi sfarzosi prevarichino sulla miseria e possano offendere il cittadino. è quindi previsto un organismo di censura con una serie di contrappesi per evitare che i censori diventino a loro volta oppressori. C’è poi l’istituto molto importante dell’eforato. Gli efori sono un corpo che si affianca ai tre poteri di Montesquieu (legislativo, esecutivo e giudiziario) ed esercitano poteri di vigilanza ben circoscritti. Pagano precisa anche i tempi di riunione, i tempi di rieleggibilità, la non eleggibilità in altre cariche degli efori, che sono i supremi garanti della Costituzione e devono stare attenti a che nessun potere prevarichi sugli altri. E’ un organismo che vigila sull’equilibrio dei vari poteri, organismo completamente estraneo a tutta la tradizione delle tre costituzioni rivoluzionarie francesi, un frutto originale dell’esperienza giuridica e della riflessione di Francesco Mario Pagano, il principale estensore di una costituzione di nuova concezione purtroppo mai entrata in vigore per l’esito tragico della Repubblica napoletana del ’99.
ANTONIO GARGANO
Politica e giurisdizione nel pensiero di Francesco Mario Pagano
Dei ‘giacobini’ fondatori della Repubblica Napoletana del 1799 il nome che viene primo alla mente è quello di Francesco Mario Pagano, studiosissimo di Vico, discepolo di Antonio Genovesi, amico di Gaetano Filangieri. Per la sua autorità di giurista, universalmente riconosciuta, i suoi compagni gli affidarono il cómpito di redigere un progetto di costituzione per la nascente Repubblica. Altamente elogiato da Vincenzo Cuoco fin dalla prima stesura (1801) del Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli («I suoi saggi politici sono la miglior cosa che si possa leggere dopo le opere di Vico»), nei Frammenti di lettere a Vincenzio Russo aggiunti al Saggio ricompare come principale destinatario delle critiche che il Cuoco moveva alla visione politica dei giacobini napoletani, la cui rivoluzione egli definì ‘passiva’ perché ispirata, a suo avviso, dall’ideologia rivoluzionaria francese. Si legge infatti nel prologo al Progetto di costituzione che «ha esso adottato la Costituzione della Madre Repubblica Francese»; ma, ovviamente, «con alcune modificazioni» per «la diversità del carattere morale, le politiche circostanze, e ben anche la fisica situazione delle nazioni». Difficile sarebbe d’altronde immaginare che il governo repubblicano di Napoli, costituito d’improvviso per evitar l’anarchia dopo la fuga dei sovrani, e formato da esponenti della nobiltà e della borghesia, di cultura prevalentemente illuministica, potesse proporre «idee tratte dal fondo della Nazione» a sudditi di assai varia condizione e cultura, e tutti avviliti dall’avvicendarsi di monarchie assolute poco disposte a riforme non superficiali. Ma il Cuoco era naturaliter un ‘moderato’, al pari del Galanti, e difatti la sua partecipazione all’attività politica dei suoi amici repubblicani era stata assai lieve. Egli ha soltanto dichiarato d’aver comunicato le sue obiezioni a più punti del Progetto di Pagano non a questo stesso, ma al comune amico Vincenzio Russo; e può darsi che abbia voluto separare i Frammenti dal Saggio per non velare di un politico dissenso la commossa rievocazione del martirio di tanti patrioti. I ‘moderati’, fortemente influenzati dall’ammirazione per il Machiavelli, riponevano ogni virtù riformatrice nel ‘popolo’, o meglio in quella parte del popolo che per superiorità di status sociale ed economico aveva capacità di suscitar moti e di governare. Non è questo il luogo per discutere questioni più volte dibattute, delle quali dà una chiara informazione un libro di Vincenzo Ferrone (La società giusta ed equa, Bari, 2003); e giova piuttosto rammentare, tanto a chi dichiara ‘passiva’ la rivoluzione napoletana quanto a chi la riconosce ‘attiva’, la pagina dettata da una sapiente equanimità a Croce nella Storia del Regno di Napoli (p. 227 dell’ed. settima, 1965): «Pure altra via, in verità, non si offriva alla classe intellettuale di Napoli, di fronte alla rivoluzione di Francia, se non quella che essa effettivamente seguì. Gli ‘illuministi’ del monarcato assoluto dovevano rinnovarsi, come nel fatto si rinnovarono, in ‘giacobini’ ». Non senza ragione Croce ha salvato dall’oblìo la pagina di un giacobino del quale ha ammirato, nell’Albo della Rivoluzione (p. 70), la forza d’animo: Gregorio Mattei. Questi in un suo periodico, «Il Veditore Repubblicano», del germile (21 marzo - 20 aprile) 1799, ha scritto (v. Croce, La rivoluzione del 1799, 7. ed., 1961, p. 234): «I giacobini di Napoli furono i primi che diedero il grido all’Italia sonnacchiosa: quando altri appena ardiva pensare, quando pareva ancor dubbia la sorte della Francia medesima, essi, giovani, inesperti, privi di mezzi, ma pieni di entusiasmo per la libertà, d’odio per la tirannia, tentarono un’impresa difficile, vasta, perigliosa, che, se non fosse andata a vuoto, gli avrebbe resi immortali, e felice l’Italia»; e nel medesimo foglio, in una lettera datata 30 germile e diretta a Vincenzio Russo: «Puoi tu figurarti che tre mesi d’immatura e inaspettata rivoluzione bastino per rendere virtuosi come gli Spartani della prima guerra persiana e i Romani della prima guerra punica? […] attualmente da tre punti di gran dettaglio pende la salute di questa nascente Repubblica: la formazione di un’armata, la restituzione del valore rappresentativo delle carte, l’abolizione intera del feudalesimo». È evidente che i giacobini di Napoli erano consapevoli dei problemi che avrebbero dovuto risolvere e dell’assoluta impreparazione della maggior parte della popolazione del Regno. E ancora Croce, richiamando questa lettera, indica il positivo risultato di quel coraggioso tentativo di rivoluzione (Storia del Regno di Napoli, p. 229): «Quei giacobini napoletani, uniti coi loro fratelli di tutta Italia, trapiantarono in Italia l’ideale della libertà secondo i tempi nuovi, come governo della classe colta e capace, intellettualmente ed economicamente operosa, per mezzo delle assemblee legislative, uscenti da più o meno larghe elezioni popolari; e, nell’atto stesso, abbatterono le barriere che tenevano separate le varie regioni d’Italia, specialmente la meridionale dalla settentrionale, e formarono il comune sentimento della nazionalità italiana, fondandolo non più, come prima, sulla comune lingua e letteratura e sulle comuni memorie di Roma, ma sopra un sentimento politico comune». Il fatto è che in quegli studiosi del Vico fattisi giacobini era viva un’idea che ha sempre animato quanti – probabilmente già da Pitagora, certamente da Platone in poi – han volto la mente, prima di ogni calcolo di possibilità d’attuazione, al parádeigma di una polis retta da leggi elaborate da philósophoi: un ideale che era nato da profonda esperienza storica ed era illuminato da un sentimento di umana solidarietà: «Nel cielo, in verità, v’è un modello per chi voglia contemplarlo e, contemplandolo, riformare se stesso» (Platone, Repubblica IX 592 B). ‘Celeste’ perché disegnato dalla divina Dikaiosyne, esso è sicura guida a quella che Platone chiama «costituzione giusta ed equa» (Epistola VII 326 D). Attraverso secoli questo parádeigma si è ripresentato alla mente di Paolo Mattia Doria e di Giovambattista Vico; e quest’ultimo ha scritto nell’autobiografia: «da’ ragionamenti del Doria egli (Vico) vi osservava una mente che spesso balenava lumi sfolgoranti di platonica divinità onde da quel tempo restaron congionti in una fida e signorile amicizia. Fino a questi tempi il Vico ammirava due soli sopra tutti gli altri dotti, che furono Platone e Tacito; perché con una mente fisica incomparabile Tacito contempla l’uomo qual è, Platone qual dee essere». Con altri ammiratori del Machiavelli Galanti e Cuoco si erano sottratti alla suggestione platonica; non meno consapevoli del valore dell’indagine storica del Machiavelli, i lettori di Doria e di Vico divenuti giacobini coltivavano però con particolare impegno la scienza della legislazione e seguivano con attenzione tutte le esperienze politiche del loro tempo. Rivolgendosi ai ‘cittadini rappresentanti’, Pagano ha scritto all’inizio del Progetto: «Gran passi aveva già dati l’America in questa, diremo, nuova scienza, formando le Costituzioni de’ suoi liberi Stati». Filangieri, che morì nel 1788, e i suoi amici erano ben informati in proposito, grazie agli assidui contatti con esponenti di logge massoniche anglo-americane, e sapevano quanto dal 1787 discutessero delle dottrine politiche dell’antichità classica i Costituenti americani. (Ne tratta una lezione di un autorevole studioso belga del pitagorismo, Armand Delatte, edita nel 1948: La constitution des États-Unis et les Pythagoriciens). I saggi di un eminente storico, Gioele Solari, hanno aperto la via ad una corretta intelligenza del pensiero politico e dell’azione del Pagano, nel quale erano giustamente riposte le maggiori speranze dei fondatori della Repubblica Napoletana. Ora un dotto giurista, particolarmente versato nel diritto pubblico, e inoltre fervido cultore delle humanae litterae, ripropone con questo libro la lettura dei Saggi politici e del Progetto di Costituzione, e premette ai testi paganiani un ampio saggio su Politica e giurisdizione nel pensiero di F. M. Pagano. A chi ne leggerà le pagine non potrà sfuggire l’importanza delle sue ricerche e conclusioni, che non solo portano nuovi contributi alla conoscenza della cultura storica e giuridica del Pagano – dalle non mai dimenticate lezioni di Vico all’esperienza rivoluzionaria – ma invitano ad approfondire lo studio dei suoi scritti e dell’influenza che essi hanno esercitato nel processo di formazione della dottrina liberale europea.
Giovanni Pugliese Carratelli
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