Opere Scritte
"L’Olos svolto dal lato filosofico, religioso,
politico, sociale”
Giuseppe Gallone.
- Napoli : Stab. Tip. di A. Morano
1893-1897“

















“Dei programmi politici di destra e di
sinistra:
parole del principe di Moliterno e Tricase
ai soci dell’Associazione
costituzionale dell’ordine in Napoli.”
- Napoli :stab. tip. dell’Unione, 1879. -

“Discorso detto dal senatore principe di
Moliterno e Tricase
all’Associazione costituzionale dell’ordine di Napoli
il 17
maggio 1879.”
Napoli : stab. tip. dell’Unione, 1879
Vittoria Aganoor e i Principi di Moliterno
Studio
di
Giuseppe Centonze

Vittoria Aganoor, nota a
Castellammare per la sua suggestiva poesia intitolata Villa Moliterno (Quisisana)
e dedicata «alla Principessa di Tricase», cui apparteneva quella splendida
residenza stabiese, fu considerata una delle piú importanti, se non la piú
importante poetessa italiana del periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento1.
Diamo un brevissimo sguardo
alla sua vita e al suo rapporto con Napoli, per meglio capire il personaggio e
il suo ambiente familiare e culturale, nonché il momento e l’occasione in cui fu
ideata Villa Moliterno.
Nacque nel 1855 a Padova, dal
conte Edoardo, di origine armena, e da Giuseppina Pacini, milanese. Ebbe una
buona educazione umanistica e artistica, anche se non classica così come le
quattro sorelle piú grandi Angelica, Virginia, Maria (Mary) ed Elena ed ebbe
come suoi maestri di composizione metrica i poeti Andrea Maffei e, soprattutto,
Giacomo Zanella, al quale rimarrà sempre riconoscente e affezionata.
Nel 1876, per meglio curare una
malattia nervosa manifestatasi in Mary, la famiglia si trasferí a Napoli, nel
palazzo Caputo al Corso Vittorio Emanuele2.
«Se vedesse come Napoli è bella ella scrisse il 15 aprile 1877 allo Zanella, se
vedesse questo cielo e questo mare per un momento da una finestra della sua
Vicenza non tarderebbe un minuto a porsi in viaggio»3.
Vittoria non si trovò inserita
soltanto in un incantevole paesaggio, che la spingeva a gioire di fronte alla
bellezza e alla forza della natura ed insieme a riflettere e meditare; ebbe
anche l’amicizia e la «guida preziosa» di Enrico Nencioni, grazie al quale i
suoi orizzonti letterari e culturali si ampliarono enormemente4.
Ebbe contatti con molti esponenti della cultura e della letteratura, allargò e
approfondì le letture dei poeti e perfezionò l’arte di far versi scrivendo
poesie, che inviava in visione agli amici (e ancora al suo «carissimo
professore» Zanella), nonché a varie riviste per la pubblicazione. Non le
mancarono poi le frequentazioni importanti e le esperienze umane, gli amori e le
sofferenze d’amore, le riflessioni sui sogni, sulle illusioni e sullo stesso
pensiero che crea infelicità5.
Intorno al 1895 la famiglia
tornò in Veneto, a Venezia, nel palazzo in via Ponte dei Greci (il salotto fu
frequentato da uomini di cultura e scrittori come Antonio Fogazzaro), e nella
residenza estiva di Basalghelle, in provincia di Treviso.
Ma il suo rapporto con Napoli
non per questo terminò. Infatti la sorella Angelica, sposata giovanissima a un
capitano dei bersaglieri, ma separata nel 1876, aveva acquistato a Cava dei
Tirreni un fabbricato con giardino poi trasformato in una bella villa, dove
viveva; inoltre a Napoli abitava la sorella Virginia, sposata nel 1892 con
Francesco Maria Mirelli (Cesco), duca di Santomenna, magistrato. Pertanto
Vittoria faceva continui viaggi per recarsi dalle due sorelle e incontrare gli
amici napoletani.
Nel 1899 morí la madre (il
padre era morto nel 1891), che lei aveva assistito con dedizione e sacrifici.
Cominciò un periodo di tristezza e di sconforto, che cercò di superare curando
in sua memoria l’edizione della raccolta di liriche Leggenda Eterna
(Milano, Treves, 1900) e con le sue attività culturali, i suoi viaggi e
spostamenti, le sue importanti relazioni, la sua fitta corrispondenza.
Leggenda Eterna, che cantava il vero e il sogno, il dolore e l’illusione,
che non nascondeva le reminiscenze di Leopardi, di Zanella o di Carducci, di
Pascoli o D’Annunzio, che anzi fondeva romanticismo e classicismo, decadentismo
e simbolismo in maniera nuova e moderna, fece conoscere e considerare ancora di
più Vittoria in campo nazionale, proiettandola tra le migliori voci poetiche del
nuovo secolo.
A Napoli, nel frequentato
salotto della sorella Virginia a palazzo Mirelli, incontrava la nobiltà (tra i
piú assidui v’era la principessa di Moliterno) e gli amici intellettuali
partenopei, tra i quali Di Giacomo e Verdinois6.
Frequentava anche il salotto
della principessa di Moliterno, Antonia (Antonietta) Melodia7,
molto intima dei Mirelli come si è appena visto, nel palazzo Cassano Serra. Qui
infatti fu presentata il 28 maggio 1900 la nuova raccolta Leggenda Eterna
durante una serata organizzata in suo onore dalla principessa e descritta da
Salvatore Di Giacomo con il bell’articolo Salotti napoletani. Vittoria
Aganoor a Napoli, uscito su «L’Illustrazione italiana» del primo di luglio.
La casa dei Moliterno a Napoli era il salotto dei più importanti aristocratici e
intellettuali napoletani così come la villa Moliterno a Quisisana, sulle alture
di Castellammare di Stabia, fu il corrispondente salotto estivo, grazie alla
principessa ed agli attivissimi animatori della vita estiva stabiese: il
marito Giuseppe Gallone (finché non lo colse la morte nel gennaio del 1898)
e il figlio Pietro Giovanni Battista (Gino).

La Villa Moliterno o
Villa Antonietta (già Villa Lieven perché appartenuta al principe
Alessandro di Lieven, ambasciatore di Russia a Napoli), acquistata nel 1868 dal
principe di Moliterno Giuseppe Gallone e dalla consorte Antonietta, ben
prestandosi, col suo suggestivo e incantevole scenario, alle eleganti attività
estive, aveva ospitato molte personalità illustri; ed anche se, dopo la morte di
Giuseppe Gallone, non fu più vissuta intensamente come prima, soprattutto
dalla vedova, continuò tuttavia ad offrire i suoi conforti, il suo incanto e il
suo fascino a chi ebbe il privilegio di esservi ospitato.
Immersa nel verde, al limite
del fitto e fresco bosco di Quisisana, aveva un proprio bellissimo parco con
alti alberi palme avvinte da glicini, cedri del Libano, araucarie e magnolie,
con aiuole e con verdi prati che a valle affacciavano sull’azzurro della dolce
insenatura stabiese del golfo di Napoli, impreziosita davanti alla foce del
Sarno dal romantico isolotto fortificato di Rovigliano e dominata, proprio di
fronte, dal vicinissimo, scenografico, custode all’apparenza, eppur minaccioso «sterminator
Vesevo».

In questa deliziosa villa,
appunto, insieme con la sorella Virginia e il cognato Cesco, fu ospite
nell’estate del 1901 Vittoria Aganoor, che vi ideò e compose (se pure non
avendoli ancora del tutto «martellati») i versi che da essa presero il titolo di
Villa Moliterno.
La lirica fu ben conosciuta dai
Napoletani, che la lessero subito sulla prima pagina del «Corriere di Napoli»
del 3 ottobre 1901 e, dopo quasi quattro anni, sulla rivista «Regina» del 30
maggio 1905, dove ne poterono ammirare, riprodotta a tutta pagina, una copia
scritta dalla mano stessa dell’autrice, con alcune trascurabili varianti, quasi
tutte nella punteggiatura. Fu poi inserita nella raccolta Nuove Liriche
(Roma 1908), con l’aggiunta della dedica «alla Principessa di Tricase» e con
qualche altra variante ancora relativa alla punteggiatura, e, naturalmente,
riportata in identica versione tra le postume Poesie complete curate da
L. Grilli (Firenze 1912).
Non erano completamente note,
tuttavia, le circostanze e la situazione in cui la poesia era stata composta.
Ebbene, il ricchissimo (anche se solo in parte pubblicato) epistolario dell’Aganoor
ci viene incontro.
Vittoria amava scrivere agli
amici lettere non nate certo per la pubblicazione e pertanto non curate nella
forma e spesso affrettate, ma spontanee e rispondenti al suo bisogno di
comunicare novità, attività, programmi, pensieri, confessioni, speranze; per lei
le lettere, come scrisse a Domenico Gnoli il primo di luglio 1898, «quando non
sono composizioni letterarie, tengono il posto della conversazione
parlata»8.
La sua corrispondenza è pertanto utilissima per conoscere il personaggio e le
sue frequentazioni, il suo animo e la sua vita anche quotidiana e, inoltre,
situazioni e particolari riguardanti i familiari e gli amici stessi.
In particolare, nel nostro
caso, alcune delle lettere a Marina Sprea Baroni Semitecolo, a Almerigo da
Schio, a Domenico Gnoli, a Guido Pompilj, a Francesco Cimmino e a Salvatore Di
Giacomo consentono o di datare con buoni margini di precisione la poesia
Villa Moliterno e di collocarla sentimentalmente, o di conoscere meglio un
momento significativo anche se breve della vita di Vittoria e il suo rapporto
con Castellammare e Quisisana. Cercheremo di ricavare il più possibile dal loro
esame, pur sapendo che molto probabilmente esistono ancora, in archivi pubblici
e familiari, lettere inedite dell’Aganoor che potrebbero contenere ulteriori
notizie interessanti sul suo soggiorno a Castellammare o sulla composizione di
Villa Moliterno.
Già nel luglio del 1900 la
sorella Virginia, che non stava bene in salute, soggiornò per curarsi a
Castellammare (verosimilmente a Quisisana, nella villa dell’amica principessa di
Moliterno, visto che Antonietta Melodia dopo alcuni giorni andrà anch’essa a
Castellammare e le farà compagnia, come si vedrà). Lo sappiamo dalla stessa
Vittoria, che, tornata dal caldo di Cava a Venezia, lo annunciava il 29 giugno
1900 all’amico poeta Domenico Gnoli9
(al quale dichiarava, quand’era già iniziata la sua relazione sentimentale con
l’orientalista e poeta napoletano Francesco Cimmino, di essere «mutata» nei suoi
confronti e tuttavia di non fargli mancare la sua «buona amicizia fraterna»),
confessandogli anche la propria incapacità a trarre pienamente gioia e conforto
dalla contemplazione della natura:
Sí, avete ragione, l’aria di Cava non mi si confà molto; ora tornata qui, mi
sento più serena e forte. Virginia non sta ancora
bene del tutto, ma andrà presto a Castellammare per
prescrizione medica e spero che quell’aria e quei bagni le gioveranno. Anche a
voi l’estate giova; in questo andiamo d’accordo, solo forse non ritraggo dalla
contemplazione della natura, più colorita, più luminosa e nelle sue varie forme,
quell’ebbrezza e quel conforto che voi ne ritraete. Voi siete più poeta di me e
a voi la cupola di San Carlo dà gioie che a me certamente non darebbe o almeno
di gran lunga più tenui. [...] Angelica è rimasta alla Cava; Virginia come vi ho
detto andrà a Castellammare e suo marito su e giù. A Varallo io conto andare o
alla fine di Luglio o ai primissimi di Agosto. Ho proprio bisogno di doccie10.
L’11 luglio 1900, sempre da
Venezia, in una lettera volutamente discreta al suo nuovo appassionato amore
Francesco Cimmino11
nella quale chiedeva una romanza e delle fotografie promesse ed elogiava
l’articolo scritto per lei da Salvatore Di Giacomo su «L’Illustrazione italiana»
del primo luglio 1900 scriveva con piacere che la Moliterno avrebbe fatto
compagnia alla sorella Virginia a Castellammare:
Sento che la Moliterno andrà anch’essa a Castellamare, sarà una cara
compagnia per mia sorella Virginia e ne godo davvero12.
La lettera al Cimmino ci
consente una non inopportuna digressione sul particolare momento della vita
dell’Aganoor, che poco tempo prima gli aveva detto: «Chiedimi pure tutto quel
che vorrai: ti dico: farò sempre quello che tu mi dirai di fare; sarò quella che
tu mi dirai di essere»13.
Pochi mesi prima aveva scritto già a Gnoli: «Mi farebbe molto bene una calda ma
tranquilla affezione che sapesse molto intendere e molto compatire e molto
perdonare; non “vinetto annacquato” ma salutare e ritemprante soccorso. Non
agli altri io chiedo questo. Volete?»14.
Vittoria aveva paura del futuro, della solitudine, si sentiva sfiorire sempre di
più; avrebbe voluto star vicina a un uomo che avesse potuto offrirle sicurezza,
comprensione, una «tranquilla affezione»; voleva afferrare le ultime possibilità
di sposarsi. Aveva perciò coraggiosamente preso queste iniziative; ma entrambi i
tentativi non erano andati in porto.
Inoltre l’addoloravano molto
gli scoppi d’ira della sorella Mary, malata di mente, nei suoi confronti.
Scrisse il 6 marzo 1901 all’amica scrittrice Neera (Anna Radius Zuccari):
«Traverso un periodo della mia vita molto triste [...] ogni energia di azione e
di lavoro sento che se ne va da me, e rileggendo la cara tua lettera fraterna
sorrido di amarezza pensando che mi crederesti ancora capace di ricominciare la
vita! Ah sí, questo te lo confesso, sono in me momenti di ribellione e una sete
di un po’ di pace d’un po’ di bene, sempre sognato e non avuto mai; ma
sono momenti, giacché vedo l’assurdità d’ogni mia speranza. “Scegli tra i
tuoi ammiratori (tu dici) un uomo semplice, di cuore che sappia apprezzarti e
che ti ami”. – Ma tu mia cara e buona amica parti da un punto fantastico e
giungi cosí all’impossibile. Io non ho che qualche raro ammiratore letterario,
ma gente che “mi ami” nessuno. / Ora ti domando come si fa a scegliere
o anche soltanto a prendere qualcosa che non esiste? / Tu puoi
credermi, giacché vedi come ti scrivo. Io sono ormai una vecchia
donna che può ispirare dell’amicizia, nient’altro, ed io mi accontenterei ormai
d’un po’ di pace, ma anche questa, pare, mi sarà negata fino alla morte»15.
Dopo, però, volle tener conto
del consiglio di Neera. Aveva già conosciuto lo statista umbro Guido Pompilj16,
colto, intelligente, attivissimo in politica, ed era attratta dalla sua figura;
nei primi giorni di gennaio 1901 gli aveva scritto a lungo della sua vita, della
sua famiglia, gli aveva «aperto l’anima»17.
Il 16 maggio 1901, da Napoli, gli palesò coraggiosamente le sue intenzioni:
«Perché vorrei ora prender marito? perché sarebbe l’unica maniera di
vivere con Lei, per Lei, vicina a Lei; ché se fosse possibile far questo senza
sposarla io non Le chiederei, cioè non Le avrei chiesto di sposarmi mai
[...]. Quando speravo ancora [...] posso confessarglielo, quella mattina là a
Roma ho sperato, d’un tratto, quasi con sicurezza ch’Ella mi volesse
bene! avrei voluto dirle io: “Se mi vuoi bene, se vuoi sposarmi, facciamo
presto, presto, presto, ch’io possa darti ancora questo ultimo clemente guizzo
di vespero. Ora, per questa gran gioia, per questo mio grande amore, mi sento
ancora giovane, sono ancora giovane, ma domani, chi sa? dunque non
aspettiamo, te ne supplico”. Questo pensavo, questo avrei voluto dirle allora,
quella mattina indimenticabile e unica»18.
Per tornare al nostro discorso,
a giugno del 1901 Virginia di nuovo non stava bene e le fu prescritta per il
secondo anno la cura dei bagni minerali a Castellammare. Vittoria le fece
compagnia. Il 6 luglio fu a Castellammare con la sorella e il cognato, nella
bella dimora dei Moliterno a Quisisana, fu incantata dal paesaggio e, spinta
dalle preghiere della principessa, cominciò subito ad ideare le immagini, le
parole e i versi di Villa Moliterno. Intanto approfittò per fare anche
lei, con giovamento, la cura dei bagni. A Quisisana conduceva «una vita di
igienica contemplazione» e «molto all’aperto», come scrisse a Marina Sprea,
godendosi il bel paesaggio e il fresco del parco o con passeggiate nel
vicinissimo bosco, manteneva le sue fitte relazioni epistolari, componeva
qualche verso, insieme con Virginia e Cesco riceveva gli amici in visita da
Napoli o in villeggiatura. Il 19 agosto, lasciando i Mirelli, partì per Cava dei
Tirreni, dove continuò a elaborare i versi nati a Quisisana; il 2 settembre era
di nuovo a Castellammare per rivedere e salutare Virginia e Cesco prima del
ritorno a Venezia; vi rimase fino al 9, quando ritornò a Cava da Angelica; il 20
partì per Venezia.
Ripercorreremo da vicino questi
momenti del soggiorno stabiese e cavese di Vittoria attraverso il racconto da
lei fatto nelle lettere agli amici.
In quella inviata da Napoli il
27 giugno 1901 a Guido Pompilj sono descritti i tentativi per poterlo incontrare
a Napoli o a Portici (dove risiedeva la madre, Giuseppina Becherucci risposata
Palmucci), anche a costo di far rimandare ulteriormente la partenza per
Castellammare fissata per il 6 luglio, e non è celata la speranza di vederlo
venire, possibilmente, proprio a Castellammare:
Guido caro. Proverò ad ottenere che si rimandi di due giorni la partenza, ma
non so che pretesto addurre per questo. Ieri Mirelli s’impazientò pensando che
si era rimandato di giorno in giorno fino al sei. Ad ogni modo vedrò di
riuscirvi, ma Le saprò dire poi se si o no. Sarebbe altrimenti difficile ch’io
potessi venire a Portici proprio la vigilia della partenza, mentre vi saranno
disposizioni da prendere e la gente di casa in giro, e Virginia vorrà forse fare
qualche ultima visita etc. etc. Se fossi sicura di trovar Lei a Portici
il 4, verrei io, senz’altro, senza dire che è giunto; e solo per salutare i
suoi prima di partire. Poi direi che Ella venne senza avvisare e la trovai
là, e che il ... sarebbe venuto a vederci. Ma se Ella deve andare un giorno in
campagna prima di partire da Perugia non potrà essere a Portici nemmeno il 4, e
allora io vi andrei per nulla [...]. A Levico si ricordi che non deve
rinunziare per nulla al mondo. A Castellamare verrà quando potrà, ma a Levico
bisogna che vada; Le raccomando tanto! Ha necessità assoluta d’un
po’ di riposo e di buon’aria di non pensare che alla
salute, almeno per una ventina di giorni [...].
Piú tardi a colazione ho tirato il discorso sulla partenza, e vedo che
non è possibile rimandare [...]. Siamo rimasti così, per cui, il 4 io
potrei venire a Portici anche col pretesto di sentire dalla sua mamma se
Lei viene o non viene il dí dopo, ma bisognerebbe che il 4 Lei fosse di certo a
Portici e che io lo sapessi. Se no ci vorrà pazienza, e aspetterò dopo il suo
ritorno da Levico, se anche a Castellamare non potrà venire. E mi voglia bene e
senta che gliene voglio tanto. Fadette19.
Arrivata a
Castellammare, dalla Villa Moliterno a Quisisana, dove i Mirelli sono ospiti di
Antonietta Tricase, il 10 luglio 1901 Vittoria scrive all’amico Almerigo da
Schio20.
Spiega il motivo di questo suo soggiorno, l’incanto del posto, le virtú dei
bagni della Confluente iniziati quel giorno da Virginia e da lei stessa:
“Il mio desiderio è di venire a trovarvi” questo autunno, ma come volete che
si possa far progetti quando il destino pensa lui a mutare ogni proponimento?
Partendo da Venezia, il mio pensiero era di tornarvi in Luglio dopo aver
passato un mese con Virginia e un mese con Angelica. Invece Virginia si ammalò,
io non ebbi naturalmente cuore di lasciarla, e quando il medico le prescrisse i
bagni di Castellamare ed ella mi pregò di accompagnarvela, non seppi dire di no.
Così resterò tutto il Luglio con lei, e poi dovrò andare da Angelica un
po’ di tempo, giacché mi tiene già il broncio per il mio
ritardo.
Prevedo che non potrò tornare nel Veneto che in Settembre [...].
Io sto benino in questa pace e in questo clima delizioso. Figuratevi che né a
Napoli finché vi fui, né qui ora si ha ancora avuto il
vero e seccante
caldo che a Venezia mi dicono abbia imperversato. Qui sempre un’aria fresca e
impregnata di odori silvestri o di mare, perché da un fianco della villa abbiamo
l’incantevole bosco di Quisisana, e d’intorno le alte piante del parco
magnifico, in fondo al quale, disposto sul declivo erboso sparso di macchie e
incorniciato da palme e cedri del Libano, s’apre gloriosa la magnificenza del
mare. A destra la valle di Pompei; più in là il Vesuvio fumante, con le falde
biancheggianti di ville e paesi; l’isoletta romantica di Revigliano e un
andirivieni di paranzelle e di barche tutte piene di sogni. Un incanto vi dico.
Virginia ora va proprio rifiorendo di giorno in giorno, e oggi appunto
cominciò i bagni della Confluente. Io pure li fo. Sono
ricostituenti, vi è ferro, arsenico, zolfo e mille altre
buone cose. Ma il medico mi diceva che attribuisce la
loro efficacia più che altro a una loro qualità di elettrolisi; forse
sbaglio a ridire, ma insomma a certa elettricità che la loro composizione
sviluppa21.
Si avvertono, nella lettera, la
gioia di Vittoria nel vedere Virginia rifiorire, a soli quattro giorni
dall’arrivo, e, intenso, il piacere suscitato dal posto, dall’aria, dal
paesaggio incantevole. Nella ispirata descrizione ella usa già le immagini che
costituiranno le prime tre strofe della lirica Villa Moliterno (Una
dimora che ai convegni eletta / certo avriano le Grazie, e, accanto, i lieti /
trionfi delle palme, intorno avvinte / dalla glicine in fiore, e i cedri insigni
/ del Libano, e i metallici fulgori / delle magnolie. // Molli prati e vivide /
famiglie di verbene in mezzo al fresco / idillio d’ombre, finché poi non s’apre
/ libero, a pie’ della ridente china, / il velario magnifico del verde / sulla
gloria del mare. // Ali di candide / paranze vanno per l’azzurro, e insieme /
passano con veloce ala i ricordi, / passano le veloci ombre dei sogni. / Certo
non mai la dolce estasi il core / mio scorderà, della bellezza eterna / finché
s’accenda). I versi, quindi, erano già nati nella sua mente e probabilmente
già abbozzati sulla carta.
È da notare anche il suo
interesse per i bagni della Confluente (così detta perché costituita
dalla confluenza di acque con caratteristiche e virtù diverse provenienti da
alcune delle principali sorgenti stabiesi) nello stabilimento termale di
Castellammare e per la «qualità di elettrolisi» a cui il medico attribuiva la
loro efficacia.

Il 15 luglio 1901 scrive a
Marina Sprea Baroni Semitecolo22
partecipando anche a lei la malattia di Virginia, il motivo del soggiorno a
Castellammare, l’incanto del posto e della villa in cui soggiorna e l’efficacia
della cura dei «bagni ferrati che mi giovano molto per l’anemia». Esalta inoltre
le infinite attenzioni della principessa Antonietta, anch’essa presente fino ad
allora e in procinto di partire per Aix, lasciando tuttavia la villa affittata
ai Mirelli per tutta l’estate:
Anch’io sono scusabile se non ti ho scritto prima. A Napoli ebbi Virginia
malata (dolori alle reni, perdite abbondanti e prolungate, etc etc.) quasi per
un mese, ed avendole il medico prescritto assoluto riposo, io la facevo
pazientare a letto con lunghe letture e chiacchierette etc etc. Il dottore le
prescrisse poi i bagni di Castellamare e Virginia mi pregò di accompagnarla qui,
né io ebbi cuore di rifiutarle quel che mi chiedeva, non vedendola ancora del
tutto riavuta. Ora, grazie a Dio posso dirti che Virginia sta proprio benino e
va rifiorendo di giorno in giorno. Qui la temperatura è mitissima anzi
deliziosa. Abbiamo alle spalle il bosco di Quisisana, davanti il mare, e l’aria
è sempre fresca e impregnata di selva o di salsedine. Questa villa poi è un
incanto, e la buona principessa che ci vuole ospiti sue fino a oggi (domani ella
parte per Aix e la villa resta fittata ai Mirelli per tutta la stagione) ci
colmò di tante e tali bontà che a enumerarle ci vorrebbe un volume. Basterà dire
che la sua ospitalità può quasi andar a pari con la tua, e come te ci fece
trovare sulle toilettes e sulle scrivanie ogni utile cosa, perfino i bolli da
lettere come fai tu [...]. Angelica mi aspetta a Cava col muso, e vi andrò in
Agosto, ma ora sono qui e faccio anch’io questi bagni ferrati che mi giovano
molto per l’anemia [...]. Io vedi che per ora non posso tornare nel Veneto, e
non potrò farlo penso, che in Settembre23.
Il 2 agosto scrive allo Gnoli
dicendosi «sbalordita» per i bellissimi e originali versi da lui incredibilmente
composti nelle forme «moderne» sotto il nome di Giulio Orsini ed orgogliosa
perché erano stati scritti pensando a lei; smentisce poi le «cattiverie» da lui
manifestate accusandola di aver voluto confonderlo «tra le schiere degli
ammiratori» e di non volere la sua «amicizia affettuosa»; infine lo rassicura di
essere «discreta» e di non rivelare l’identità dell’Orsini24.
La lettera, molto importante per i motivi ora accennati, non contiene tuttavia
riferimenti a Castellammare e alla nascente lirica Villa Moliterno.
Domenico Gnoli è venuto a
Castellammare a trovare l’Aganoor e forse proprio nella villa di Quisisana si è
trovato confuso e trascurato «tra le schiere degli ammiratori». Lo si ricava
dalla lettera scritta da Vittoria nello stesso 2 agosto all’«amico buono»
Salvatore Di Giacomo25.
Il Di Giacomo, infatti, è stato a Quisisana, ha fatto delle belle foto (di
Vittoria, dei presenti, della villa «che riuscí d’incanto»), ma in nessuna
compare lo Gnoli:
Sento proprio un gran bisogno di ringraziarvi e specialmente di questa
piccola fotografietta quadrata su cui scriveste una parola cara. Son quasi tutte
riuscitissime queste fotografie ed io vorrei pregarvi di mandarmi qualche altra
cartolina col mio ritratto solo; perché ho trovato modo di togliere con un
finissimo temperino quelle due tremende (e ahimé autentiche!) rughe agli angoli
del naso e della bocca, e sono ridiventata giovane che mai! Vorrei anche (o sono
orribilmente indiscreta?) che mi mandaste alcune cartoline con la villetta, che
riuscí d’incanto. La Marchesa Vasaturi è beata di quelle dei suoi bambini e
Cesco pure e Virginia. Contento penso che non sarebbe il Gnoli, il quale non è
riuscito né bene né male pover’omo! Come va che non lo si vede mai?26.
Accanto alla richiesta di altre
stampe delle «riuscitissime» foto, la lettera contiene, a proposito delle
canzoni digiacomiane, interessanti impressioni e riflessioni, che rivelano anche
gli stati d’animo di Vittoria in quel periodo:
Ho letto solo ieri la vostra canzone sul
Corriere di Napoli. Dovrei
dire le vostre, ma per me la prima è assai superiore alla seconda, e la
ho riletta tante volte e l’ho mandata a mente, e mi piace tanto, ed è
tanto triste come tutto infondo quello che scrivete e che pensate e anche
che dite talora. Ma è anche tanto giusta, vera, umana; (non so dire)
quella canzone. Infondo a ciascuno di noi vi è la sfiducia, la diffidenza, lo
scetticismo più nero, ma intanto che sete di gioia e di fede! Mai mai mai un’ora
di completa sincerità, di completo abbandono, e sempre invece intesi a
imbavagliare le voci dell’anima nostra, gl’impeti caldi e schietti, gli slanci
di tenerezza e di passione. E allora naturalmente non si crede più a niente, e
anche non importa più di credere. Pensiamo che tutti mentono, e che vada bene
cosí; ma “Carulí” ha detto d’amarci; ebbene prestiamole fede per un ora, e dopo
basta27.
Due giorni dopo, domenica 4
agosto, sempre dalla villa Moliterno, riscrive al Di Giacomo una lettera
interessante per quel che dice di sé e dell’artista napoletano e per particolari
riferimenti a persone e fatti. Afferma tra l’altro in fretta e in maniera un po’
enigmatica evidentemente il poeta glielo ha chiesto che Francesco Cimmino (il
suo amore ormai passato) non è venuto «a vedere il chiaro di luna». Dice che a
Quisisana si aspettano l’«amico buono» Di Giacomo per la prossima domenica,
verso le dieci, l’ora in cui arriva abitualmente Santamaria28.
Annuncia che il 15 partirà per Cava dei Tirreni, per cui sarebbe contenta di
essere un’altra volta fotografata, magari in una luce che la mostrasse
giovanissima. Seguono i complimenti per l’uomo e l’artista, quindi saluti e
ringraziamenti vari:
Ho perfino rimorso di rubarvi qualche ora con le fotografie e il resto, ma vi
sono tanto grata di essere ad ogni modo così squisitamente cortese. No, Cimmino
non venne “a vedere il chiaro di luna”. Voi dovreste tornare Domenica prossima e
appunto nell’ora che viene Santamaria, verso le dieci. Avvisatecene sempre, ve
ne preghiamo, perché Cesco si fa una festa di venire incontro agli ospiti, e noi
non vogliamo (le solite civetterie anche delle donne vecchie, anzi di queste)
farci trovare spettinate, e in veste da camera. Io parto il 15 per Cava e sarei
tanto contenta se mi faceste davvero una fotografia, in cui mi rivedessi nella
buona luce... dei miei sedici anni. Ma nessuna Kodak al mondo potrà mai togliere
a un viso umano le crudeli graffiate del tempo e del dolore. Che belle queste
imitazioni pel nostro fascicolo, che vere! ma come sapete far tutto bene
e quanto dovete esser contento di voi! [...]. Ho detto alla Marchesa e al
Marchese Vasaturi dei vostri saluti e li ricambiano cordialmente. Li manderò
anche a Gnoli scrivendogli. Cesco e Virginia vi aspettano e quest’ultima vuole
vi chieda se riceveste la sua lettera con le insinuazioni di Cesco il quale vi è
gratissimo dei giornali (appunto oggi venne il Santamaria ma non li mostrammo il
Monsignor Perelli!!) e delle stampe. Voglio le vostre canzoni, le altre
vostre canzoni; assisterò con gioia al vostro “inebriamento settembrino”,
la massima delle benedizioni per un artista. E aspetto il ritratto. Portatemi
tutto, voi, e abbiatevi fin d’ora i miei ringraziamenti tanto vivi e schietti29.
Il 7 agosto ancora scrive al Di
Giacomo, ringraziandolo delle fotografie avute e richiedendo altre cartoline con
la piccola foto della villa Moliterno; chiede inoltre il suo intervento per la
corretta spedizione di due copie del numero di «Piedigrotta» commissionate
all’editore Ricordi da entrambe le sorelle (una da inviare a Cava, dove Vittoria
il giorno 15 conta di trasferirsi, e l’altra a Quisisana, dove Virginia
continuerà la sua permanenza estiva); in aggiunta, dopo la firma, il suo sperato
«arrivederci» alla prossima domenica:
Mille e mille grazie di queste bizzarre fotografie, e più dei vostri due
ritratti che mi piacciono tanto. Guarda levarsi e svanire le chimere del fumo il
poeta, o giungere le legioni dei sogni? Vorrei ........ delle altre
villette
in cartolina chiara, da potervi scrivere su. (Che indiscreta quella
Vittoria!) ma voi siete tanto buono. Abbiamo mandato la bolletta di commissione
al Ricordi per il Numero di Piedigrotta, ma vedete voi che non facciano
confusione, perché la bolletta era una sola e vi abbiamo posto due firme; una io
e una la Virginia. La mia bisogna che me la mandino a Cava dei Tirreni
e
quella della Virginia qui. Vi raccomando. [...].
Arrivederci domenica – vero?30.
Interessante anche la lettera
che la sorella Virginia scrive al Di Giacomo il 9 agosto, e non tanto per i
consigli che premurosamente, quasi maternamente, dà al poeta di non affaticarsi
troppo e non «consumare la propria esistenza» (parte che non riportiamo), quanto
per una nuova richiesta della «cartolina della fotografia del villino
Moliterno», tanto bene riuscita, e l’invito a venire la domenica successiva con
l’indicazione della corsa del treno da «scegliere» e l’alternativa di
anticiparsi per ascoltare insieme la messa nella cappella della villa:
Me lo farete il grande piacere di procurarmi una cartolina colla fotografia
del villino Moliterno che vi riuscì cosí bene? Non mi dite indiscreta, ma che
volete, la trovai così carina, così perfetta, che non seppi resistere alla
tentazione di mandarla a Aix alla Principessa, ed io .... son rimasta senza. Mi
compiacerete senza troppo mormorare? E Domenica vi avremo con noi? Se si, badate
che vi voglio anche a colazione, scegliete dunque le ore antine. C’è
un nostro amico che verrà pure quel giorno e prenderà il treno che parte di
costà alle 10.55 per essere qui circa un’ora dopo; potreste scegliere anche voi
quella corsa. Tanto meglio però se veniste prima, si ascolterebbe insieme la
messa nella cappellina della villa31.
Il 10 agosto 1901, sempre da
Villa Moliterno, Vittoria comunica anche ad Almerigo da Schio di restare in quel
«vero paradiso» fino al giovedì 15 agosto per spostarsi poi a Cava dalla sorella
Angelica:
Io resterò qui, in questo vero paradiso, ancora fino a giovedì, 15. Poi andrò
a Cava dei Tirreni dall’Angelica che comincia a impazientarsi del mio lungo
indugio. A Cava vorrei rimanere non più d’un mese e poi in Settembre tornarmene
a Venezia anche per qualche affaruccio da sbrigare32.
A Domenico Gnoli, ancora
nell’agosto, scrive sulla nuova poesia da lui composta con lo pseudonimo di
Orsini e risponde al suo rimprovero di non avergli inviato gli auguri per S.
Domenico33.
Allo stesso Gnoli invia il 14 agosto una cartolina con una veduta di
Castellammare da Quisisana, contenente qualche affrettata comunicazione e
qualche breve domanda34.
Anche in queste due occasioni non parla allo Gnoli del luogo e della poesia che
sta componendo.
Rimasta a Castellammare,
nonostante i propositi di partire il 15 agosto, il giorno 16 scrive a Marina
Sprea di aver rimandato la partenza per Cava al lunedì 19. Le manifesta anche la
sua contentezza, perché erano state da lei gradite le tipiche gallette di
Castellammare che le aveva in precedenza spedito, e di nuovo descrive il
soggiorno a Quisisana e la vita «molto all’aperto» nel vicino «delizioso» bosco
e nell’ombroso panoramico parco della villa in cui alloggia, decantato con
immagini da confrontare utilmente con quelle della lirica Villa Moliterno:
Le gallette te le ho mandate io perché sono bonissime col latte, il caffè,
etc e leggierissime. Sono tanto contenta che tu le abbia accolte bene [...]. Io
parto di qui lunedì prossimo, 19, per Cava dei Tirreni, giacché l’Angelica non
vuol più sentir parlare di dilazioni, e d’altra parte volendo io essere a
Venezia per la metà di Settembre, debbo affrettarmi giacché altrimenti non
resterei nemmeno un mese con lei [...].
Virginia ora sta proprio bene e la lascio tranquilla affatto [...]. Qui
facciamo una vita di igienica contemplazione, perché davanti alla villa, fino
alle 4 p. m. abbiamo l’ombra, e così stiamo là, fra le palme e i cedri del
Libano, guardando il mare col Vesuvio in fondo, e le nuvole e i sogni che recano
sulle lor mobili groppe. Qualcuno vien sempre da Napoli a colazione o a pranzo
da noi, e la vita si fa molto all’aperto, nel bosco di Quisisana (delizioso) che
abbiamo alle spalle o come ti dissi nel parco della villa35.
Suscita interesse l’espressione
«le nuvole e i sogni che recano sulle lor mobili groppe». Se infatti, insieme
con quella della lettera 246 ad Almerigo da Schio («un andirivieni di paranzelle
e di barche tutte piene di sogni»36),
la si confronta coi versi Ali di candide / paranze vanno per l’azzurro, e
insieme / passano con veloce ala i ricordi, / passano le veloci ombre dei sogni,
potrebbe probabilmente indicarci come legando simbolicamente i sogni ora alle
barche ora alle nuvole si sarebbe sviluppata la moderna, quasi ‘ermetica’
immagine delle veloci ombre dei sogni.
Ad Almerigo da Schio, su
cartolina di Castellammare con veduta di Corso Garibaldi, nello stesso 16 agosto
invia una breve comunicazione sulla partenza per Cava fissata per il 19:
Io parto lunedì 19 corrente per Cava dei Tirreni. Sto preparandomi alla
partenza e però vi scrivo in fretta37.
Parte per Cava dei Tirreni
dalla sorella Angelica, che ha insistito per averla con sé. Il 31 agosto è
ancora a Cava, da dove scrive a Salvatore Di Giacomo38.
Ma il 2 settembre è già andata via, secondo quanto in quel giorno Angelica
scrive ad Almerigo da Schio («Vittoria è partita per Venezia e credo che il 26
sarà a Verona pel Congresso della Dante Alighieri»)39.
Vittoria non torna subito a
Venezia; si reca ancora a Quisisana per rivedere e salutare Virginia e Cesco e
decide di rimanervi per alcuni giorni. Il 9 settembre, infatti, scrive una
cartolina ad Almerigo da Schio da Castellammare:
Venni qui a salutare i Mirelli prima di tornarmene nel Veneto e stasera sarò
a Cava dei Tirreni di nuovo, di dove partirò il 18 o 19 per Venezia
40.
Il giorno dopo, ritornata a
Cava (probabilmente per non dispiacere alla sorella Angelica che sempre
reclamava la sua presenza), scrive a Domenico Gnoli ancora sulle poesie di
Gnoli-Orsini e sull’atteggiamento dell’editore Treves restio alla pubblicazione.
Poi, nel riferire sul modo di trascorrere il tempo a Cava («scrivo molte lettere
e qualche verso»), afferma di essersi proposta di «finire e limar a dovere» i
versi scritti sul Trasimeno e di inviargli, dopo averli «un po’ martellati
ancora» («Piaceranno poi all’Orsini?»), quelli della lirica Villa
Moliterno, composta su richiesta della principessa di Tricase («che me ne
pregò tanto»). Dalla lettera abbiamo anche l’ulteriore conferma che lo Gnoli è
stato a Castellammare a trovarla durante il suo soggiorno stabiese:
Dunque Treves duro? Avreste potuto
benissimo dirgli che m’avevate vista a Castellammare; vi
assicuro che non avrebbe mai collegato l’Orsini con voi [...]. Che
faccio alla Cava? scrivo molte lettere e qualche verso; ne scrissi alcuni sul
Trasimeno che se mi riesce di finire e limar a dovere vorrei
dare al Ferraris, che da tanto mi chiese qualcosa per l’Antologia. Poi scrissi.
anche dei sciolti per la Villa Moliterno, o cioè per la proprietaria
di quella villa che me ne pregò tanto, e ve li manderò, appena li abbia un
po’ martellati ancora. Piaceranno poi all’Orsini?
Io vorrei ripassare da Roma il 18, e alle 8 di sera aspettando il treno delle 11
e 10. Ma se mutassi vi riscriverò o telegraferò.
Ricevo ora la vostra del 9. Fui a Castellammare dai Mirelli, e tornai qui
solo iersera, per cui trovai qui la vostra cartolina dal Foro Romano, che
l’Angelica trattenne con le altre lettere dovendo io tornare presto. Sto bene e
potrete constatarlo passando io per Roma come vi dissi il 18 di sera; ma conto
restare a Venezia solo l’Ottobre e tornare a Napoli ai primi di Novembre. Così
ci rivedremo ancora. Anche l’Angelica vuol esservi ricordata con molta amicizia
e si augura di vedervi qui un altr’anno; anzi è un po’
in collera con voi perché foste a Castellammare
e non pensaste a Cava dei Tirreni così poco lontana. Ma io le dissi che avevate
il tempo contato ecc. ecc. Bugie in fondo, perché realmente
avreste benissimo potuto fare una punta da lei41.
Villa Moliterno, tanto
richiesta dalla principessa Antonietta, non era stata dunque ultimata il 10
settembre 1901, nel senso che i versi richiedevano di essere ulteriormente
rifiniti e curati, «un po’ martellati ancora», il che
avvenne molto probabilmente prima del giorno 20, quando Vittoria ripartì per
Venezia per prepararsi alle nozze con Guido Pompilj, o forse anche qualche
giorno dopo. Ad ogni modo la poesia fu pubblicata il 3 ottobre sul «Corriere di
Napoli», in prima pagina, nella rubrica Api Mosconi e Vespe firmata
«Vice», preceduta da un garbato trafiletto dal titolo Le ville, nel
quale, anche se con un’inesattezza sul periodo di soggiorno di Vittoria a
Quisisana («ha passato tutto il settembre»), si accennava al rapporto tra le due
sorelle e altri villeggianti a Castellammare di loro conoscenza, nonché al
permesso di pubblicare i versi fatto pervenire da Venezia: «Nella villa di
quella gentilissima e finissima signora che è la principessa di Tricase e
Moliterno, in quella fresca e suggestiva dimora estiva della dama piú amata
nella nostra aristocrazia, Vittoria Aganoor ha passato tutto il settembre,
assieme alla sorella duchessa di Santomenna. In questo tempo le gentili signore
hanno attorno a loro raccolto, in lieto e spirituale convegno, tutti coloro che
villeggiavano a Castellammare e che hanno il piacere di conoscere cosí colte
dame. Ora la villa Antonietta non ha più ospiti: la signora duchessa di
Santomenna è a Cava dei Tirreni, Vittoria Aganoor è tornata a Venezia. Ma di là,
sempre cortese, memore ancor sempre delle indimenticabili giornate passate a
Quisisana, ella non si rifiuta alla preghiera che le ho dato e mi permette di
pubblicare i suonanti e be’ versi che dedica al felice albergo ove ha passato
così felici giorni»42.
Nella sua stesura definitiva,
la lirica, col titolo Villa Moliterno (Quisisana) e con dedica «alla
Principessa di Tricase», è composta di ventinove endecasillabi sciolti (di cui
due sdruccioli con omeoteleuto) ripartiti liberamente in cinque strofe di non
pari lunghezza, agganciate l’una coll’altra attraverso quattro endecasillabi
(vv. 6, 11, 17, 24) recisi ciascuno in due emistichi, di cui il primo chiude una
strofa e il secondo apre la successiva.
È un espediente, questo, che
crea da una parte una pausa marcata tra una strofa e l’altra, ma che anche
provoca dall’altra l’attesa dovuta al desiderio di continuare il verso
interrotto, di andare al di là dell’interruzione. Del resto è ciò che in qualche
modo capita anche con quasi tutti i versi di questa poesia attraverso il
procedimento dell’enjambement, che, separando due parole concettualmente
legate, fa prolungare oltre la pausa ritmica il periodo logico e crea una
particolarissima vaga musicale sensazione.
La musicalità della poesia è
poi evidente negli accenti, nelle cadenze, nelle accennate, quasi celate
assonanze, nel ruolo che sembrano assolvere le liquide di creare nel suono il
fremito della natura e il rapimento dell’anima dell’autrice.
Villa Moliterno non è
solo armonica, ben costruita, nobile per forma e stile; è anche densa di
immagini, di suggestioni, di riflessioni, di sentimento; e può certamente
considerarsi tra le piú riuscite delle 71 composizioni che confluiranno nel 1908
in Nuove Liriche. Se ne era ben accorto l’esigente e raffinato Ferdinando
Martini quando scriveva a Guido Pompilj il 14 gennaio 1909 a proposito della
nuova raccolta di Vittoria Aganoor: «Qui il sentimento è vivo e schietto:
l’espressione alata, l’eloquio ricco, il verso tornito e forbito. / La mia
ammirazione (e io non sono uomo da complimenti) non solo si conferma ma cresce.
/ Quali di queste poesie mi piacciono piú; questo domandi. Trasimeno
(sebbene sia la tua glorificazione) - Castel di Zocco - Villa Moliterno - Il
Giudizio - In morte di un poeta - Dal Frontone - Sera estiva: - aggiungerei
Villa Medici, che ha impeti veramente belli e alcune strofe perfette; ma
in altre la forma non è sempre squisita come in quelle: e c’è troppo lusso di
colore, un epitetare frequente, con non sempre utile abbondanza»43.
L’Aganoor inizia la prima
strofa con l’immagine della bella villa, che le stesse Grazie avrebbero scelto
per i loro convegni, con accanto le splendide palme avvinte dalla glicine in
fiore, i maestosi cedri del Libano, le magnolie dalla metallica lucentezza:
Una dimora che ai
convegni eletta
certo avriano le
Grazie, e, accanto, i lieti
trionfi delle palme,
intorno avvinte
dalla glicine in
fiore, e i cedri insigni
del Libano, e i
metallici fulgori
delle magnolie.
Nella seconda strofa lo sguardo
si posa sui soffici prati e sulle rigogliose famiglie di verbene, in mezzo alla
ombrosa e fresca cornice degli alberi. Anni prima, in Leggenda Eterna,
Vittoria aveva già sognato con qualche immagine pascoliana un solitario prato
tutto verde (è nel mio sogno un prato tutto verde / solitario, tra due /
spalle di monte, e l’erba trema al soffio / dell’ombra... / Di là, nel sole,
cantano, / ma il canto va lontano e poi si perde... / Più solitario resta / e
più silenzïoso, / nel mio sogno, quel prato tutto verde...44).
Ma qui ora il verde, degradando gradevolmente, s’apre «libero», interamente e
splendidamente, sulla magnificenza del mare:
Molli prati e vivide
famiglie di verbene
in mezzo al fresco
idillio d’ombre,
finché poi non s’apre
libero, a pie’ della
ridente china,
il velario magnifico
del verde
sulla gloria del
mare.
Ora è l’azzurro del mare,
solcato dalle bianche vele delle paranze come ali nel cielo, che attira lo
sguardo; ed è come se passassero velocemente le ali dei ricordi, così come le
ombre dei sogni (sogni legati alle barche, ma anche alle nuvole, come si è visto
prima nella lettera del 10 luglio 1901 ad Almerigo da Schio e in quella del 16
agosto 1901 a Marina Sprea Baroni). Il cuore non potrà scordare la «dolce
estasi» provocata dalla «bellezza eterna»:
Ali di candidede
paranze vanno per
l’azzurro, e insieme
passano con veloce
ala i ricordi,
passano le veloci
ombre dei sogni.
Certo non mai la
dolce estasi il core
mio scorderà, della
bellezza eterna
finché s’accenda.
Sensazioni che sono
squisitamente e profondamente aganooriane. Vittoria stessa, nella premessa alla
lettura tenuta al Collegio Romano nel marzo del 1906, riconosceva questi «moti
dell’animo» suo anche nella sua fanciullezza: «Mia sete grande era poter dire in
versi tutto ciò che mi passava nell’anima; e mentre, poniamo, guardavo da una
finestra, sul vespero, una vallata e i monti lontani e sentivo l’odore della
selva vicina in germoglio; e vedevo scolorarsi il cielo al miracolo delle
stelle; mi struggevo di non poter rendere, non quella scena soltanto, ma insieme
i centomila pensieri che mi turbinavano in mente a quella visione di bellezza, e
le sensazioni suscitate da quelle fragranze, e le fantasie strane, che a me
parevano presentimenti o ricordi, e, insomma, tutta la indefinibile deliziosa
inquietudine dell’età sognatrice»45.
Si veda anche ciò che scrisse a Gnoli il 26 agosto 1898 per disapprovare la
«troppa serenità olimpica» dei sonetti della Brunamonti, composti osservando la
natura con «animo tranquillo»: «Quel che mi passa sotto gli occhi,
specialmente nella campagna [...] io non lo guardo mai, o quasi mai, con “animo
tranquillo”. I versi più belli, quelli che non ho mai mai scritti, quelli
che non scriverò mai, mi cantano allora dentro, mi commovono, mi esaltano, e
vorrei saper dire che impeti di ammirazione e di amore mi scotono, e vorrei
parlare a voce alta e magari gridare talora tanto è complesso quello che sento,
sensazione e sentimento, intuizione improvvisa di eternità e d’infinito,
annientamento di tutto che è in me di meschino, reminiscenza confusa, ma certa,
(chissà?) d’altre vite. Non so dire, ma voi mi intendete ugualmente. Come volete
si possa guardare le montagne, queste figliole del caos e della violenza, queste
millenarie veterane che rammentano le battaglie del foco e degli oceani, come
volete che si possano guardare “con animo tranquillo”? Niente in natura è
tranquillo e niente è tranquillo dentro di noi»46.
In fondo il Vesuvio fuma
minaccioso. Ma ad un’Aganoor dall’animo anche leopardiano, che sente e riflette,
nel mentre le rose intorno fremono segretamente un loro inno alla gioia che non
dura, l’aria intorno sussurra: «Non vedi? Il giorno è breve. Accogli avida nella
tua anima in estasi il balsamo di quest’ora come augurio del domani»:
Minaccioso in fondo
fuma il vulcano, ma
da presso io sento
fremere un lor
segreto inno le rose
alla gioia fuggente,
e l’aria intorno
susurrarmi: — “Non
vedi? il giorno è breve;
augurio del domani
avida accogli
per entro la rapita
anima il vivo
balsamo di
quest’ora”.
Ecco che una rosa perde i
petali e il tramonto distende i suoi mesti veli giú per le rive e i porti di
Castellammare, mentre, sopra il tremulo specchio del silenzioso golfo, l’ultima
rampa del Vesuvio immutata sfavilla verso il cielo:
Ecco si sfogliaia
una rosa, e laggiù
distende i veli
mesti il tramonto
per le rive e i porti,
mentre immutata, del
silente golfo
sovra il tremulo
specchio, al cielo incontro
del Vesuvio
l’estrema erta sfavilla.
La lirica si chiude con questa
immagine di sapore ancora leopardiano. La riflessione dell’Aganoor, però, non è
sull’indifferenza e sull’inganno della bella e onnipotente natura, quanto
sull’eternità della bellezza da una parte e sul tempo che trascorre inesorabile
e sulla «gioia fuggente» dall’altra. Abbiamo visto come la stessa Vittoria
avesse scritto a Domenico Gnoli: «Forse non ritraggo dalla contemplazione della
natura, più colorita, più luminosa e nelle sue varie forme, quell’ebbrezza e
quel conforto che voi ne ritraete»47.
Abbiamo visto anche come il Croce avesse colto il motivo del dolore che
«pervade» tutta la sua poesia, la ricerca della pace, l’amore e la pena d’amore,
e, oltre l’amore, «altri semplici e fondamentali sentimenti umani e femminili:
l’incapacità di rassegnarsi al tramontare della gioventù, della bellezza, della
freschezza corporea e spirituale; l’incapacità di rassegnarsi alla perdita del
padre, della madre, delle persone care»48.
Il tempo infatti fa sfiorire
(glielo ricordava la rosa che si sfoglia e l’aria stessa le sussurrava: Non
vedi? il giorno è breve; / augurio del domani avida accogli / per entro la
rapita anima il vivo / balsamo di quest’ora) ed ora l’Aganoor, all’età di
quarantasei anni, ne era convinta più che mai. Si pensi all’insistenza quasi
ossessiva con cui chiedeva le sue foto al Di Giacomo, a come desiderasse
apparirvi più giovane e rivedersi nella «buona luce» dei suoi «sedici anni»,
senza le «crudeli graffiate del tempo e del dolore», ai tentativi di togliervi
con un temperino le «tremende» rughe che segnavano il suo volto. Fu allora, fu
in quell’atmosfera idillica, in quel paesaggio da incanto che meditò ancora sul
senso della vita e sul trascorrere del tempo e volle cogliere, pensando al
matrimonio con Guido, «l’augurio del domani».

Il soggiorno stabiese sembra
quindi aver accompagnato una decisione tanto importante e difficile e Villa
Moliterno, convertendo e superando la passionalità di certe liriche di
Leggenda Eterna, sembra offrirci la chiave per capire questo periodo di
svolta dell’esistenza di Vittoria.
Compendiamo, a chiusura, molto
brevemente la sua vita successiva.
Tornata a Venezia da Cava dei
Tirreni e confermata la decisione del matrimonio con Guido Pompilj decisione
allora non facile in considerazione della sua età, lo annunciò con qualche
pudore prima a pochissimi amici. Il 7 ottobre lo confidò a Marina Sprea: «Subito
dopo le sorelle ecco io scrivo a te la grande novella che fra gl’indifferenti
susciterà chiose e canzonature per la mia età, poco indicata per le nozze. Mi
sono fidanzata a Guido Pompilj, un alto cuore un alto ingegno, e mi sposerò alla
fine del novembre prossimo. Ecco detto tutto. Lo dirò fra qualche giorno ai più
vecchi amici di casa, e il più tardi possibile a tutti gli altri, giacché mi
figuro che giudicheranno con sogghigni ironici e poco benevolmente la mia
decisione. Poco m’importa; ma ad ogni modo desidero che essi possano divertirsi
alle mie spalle il più tardi possibile, e però ti raccomando per ora, per alcuni
giorni ancora il segreto»49.
Il 14 ottobre scrisse anche alla buona ‘consigliera’ Neera: «Io non voglio
credermi scordata da te: io non scordai i tuoi consigli e le tue esortazioni
fraterne. Sono fidanzata a Guido Pompilj e mi sposerò agli ultimi del Novembre
prossimo o ai primi del Dicembre. Mandami una parola affettuosa e te ne sarà
tanto grata l’amica tua»50.
Pensando alle condizioni di
salute di Virginia e di Angelica (che era stata anch’essa ammalata) andò a
sposarsi a Napoli. La cerimonia civile avvenne in Municipio il 28 novembre 1901;
uno dei due testimoni della sposa fu il figlio di Antonietta Tricase, il nuovo
principe di Tricase e di Moliterno, Pietro Giovanni Battista Gallone; l’altro fu
l’abituale frequentatore dei Mirelli (anche durante il soggiorno di Cesco e
Virginia a villa Moliterno), il senatore Santamaria Niccolini. Il rito religioso
fu celebrato il sabato successivo in casa Mirelli. «Affronti ormai le lotte
della vita appoggiata sur un nobile e forte braccio; ben lo meritava» augurò
all’«anima dulcissima» con un biglietto il Carducci51.
Si trasferí nella casa del
marito a Perugia, adattandosi bene alla nuova situazione, ma senza tralasciare
le relazioni culturali e letterarie e le sue corrispondenze epistolari.
Nel 1903 fu ristampata
Leggenda Eterna (Torino-Roma, Roux e Viarengo).
Nel 1908 uscirono le Nuove
Liriche (Roma, La Nuova Antologia), contenenti Villa Moliterno.
Vittoria si ammalò e morì per
un tumore in una clinica romana, dopo una duplice operazione, nella notte tra il
7 e l’8 maggio 1910. «Tacque all’orecchio degl’Italiani una voce di schietta,
pensosa, nobil poesia; voce che scaturiva dal profondo di un’anima eletta e
dell’anima cercava il profondo»52.
Dopo poche ore Guido, non resistendo al dolore, si uccise con un colpo di
pistola. Il tragico caso fu eclatante e addolorò tutta l’Italia.
Nel novembre del 1911 le due
salme furono traslate da Roma a Perugia, accompagnate da Angelica, Virginia,
Francesco Mirelli, la sorella e il fratello di Guido Pompilj. Non molto tempo
dopo morí anche Virginia e l’anno successivo Francesco Mirelli si risposò. Nel
dicembre del 1912 morí Elena, nel febbraio 1913 morì Angelica a Cava dei
Tirreni. Mary, invece, sopravvissuta alle sorelle e ricoverata in manicomio,
morì nel 1926.
La prima edizione delle
Poesie complete di Vittoria uscì nel 1912, a cura dell’amico Luigi Grilli
(Firenze, Le Monnier).

Quanto alla Villa Moltiterno,
intorno al 1902 si tentò di trasformarla in un hôtel di lusso, l’Hôtel
du Parc (allora il solo nella zona fornito di luce elettrica in tutte le
stanze e con la possibilità di bagni minerali al suo interno), subito
frequentato da personaggi noti dell’aristocrazia o della cultura napoletana come
ad esempio Roberto Bracco. Vi furono ospitati anche, nel giugno del 1903,
Augustine e Sybil Fitzgerald, consigliati nel loro itinerario napoletano da
Matilde Serao, da Salvatore Di Giacomo e dal duca e dalla duchessa Dusmet de
Smours; e Augustine ne dipinse all’acquerello la veduta dal parco per illustrare
il loro libro su Napoli che sarebbe uscito l’anno dopo53.
Per promuovere il nuovo
hôtel si ricorse talvolta anche a Villa Moliterno di Vittoria Aganoor.
Infatti troviamo riportata la lirica nel fascicolo Il varo della nave
“Duilio” (pubblicato nel 1913 a Castellammare come numero-ricordo del
giornale «La Verità» per quell’avvenimento del 24 aprile), inserita in una
pagina riservata alla pubblicità dell’Hôtel du Parc, del quale si
annunciava la riapertura estiva per il prossimo primo giugno, si mostravano due
foto e si decantavano il conforto, la posizione, il parco54.
Ma l’Hôtel du Parc non
ebbe lunga vita. Lo stesso Gino Gallone se ne andò da Napoli e da Quisisana e
morí a Roma nel 1932. Otto anni prima era morta la principessa Antonietta. La
villa era stata già venduta intorno al 192055.

NOTE
1
Le fu preferita da qualche contemporaneo la perugina Alinda Brunamonti, ma molti
furono concordi nell’assegnarle il primo posto, anche se la sua poesia non fu
letta allo stesso modo. Di seguito riportiamo tre diversi, significativi giudizi
espressi nel 1910, l’anno della sua morte. Per Gabriele Antonio Borgese «non
palpitava nella sua arte l’ala del genio, ma come ella prendeva sul serio la
vita, cosí non scherzava con l’arte» e «fu nella vita come nell’arte una nobile
e pura signora» (In morte di V. Aganoor, in La vita e il libro, II,
Bologna 1928, pp. 172-175). Per Matilde Serao, invece, ella era «una vera
poetessa, nella piú completa espressione di forza e venustà», in quanto nei suoi
versi —singolare giudizio di una donna su una donna— erano presenti «non una
delle piccole sentimentalità donnesche che, subito, abbassano e rendono mediocre
il tono di una poesia femminile» (V. Aganoor, in «Rivista di Roma», XIV–1910,
10-11, pp. 342-344). Benedetto Croce seppe trovare componenti piú profonde, che
per lui rendevano significativa la sua poesia («una delle piú dolorose che si
siano sollevate in Italia negli ultimi tempi») e bello il suo breve canzoniere
d’amore («certamente il piú bello che sia stato mai composto da donna
italiana»): «Anima di donna, e non già spirito virile, come invece la Brunamonti
[...]. La Aganoor amò e penò per amore, e pianse e rimpianse molto e molte cose,
e cercò sempre, toccandola di rado e per pochi istanti, la pace interiore. [...]
seppe ritrarre altri semplici e fondamentali sentimenti umani e femminili:
l’incapacità di rassegnarsi al tramontare della gioventú, della bellezza, della
freschezza corporea e spirituale; l’incapacità di rassegnarsi alla perdita del
padre, della madre, delle persone care [...]. Di qui il dolore che pervade tutta
la poesia della Aganoor» (La letteratura della nuova Italia, II,
Roma-Bari 1973, pp. 345-352).
2
«Da’ veroni —raccontò lo scrittore abruzzese Domenico Ciampoli che fu tra i
primi amici di Vittoria a Napoli— scorgevasi tutto l’incantevole golfo
partenopeo, dalla punta di Posillipo al promontorio di Sorrento, da Nisida a
Capri» (L’Aganoor giovinetta, in «Roma Letteraria», XVIII–1910, 6).
3
V. Aganoor, Lettere a G. Zanella (1876-1888), a cura di A. Chemello,
Mirano-Venezia 1996, lett. XXXII, p. 40.
4
Cosí lo ricordò Vittoria nella premessa alla lettura tenuta al Collegio Romano
nel marzo del 1906: «Quel mago della parola e del sentimento, prodigioso
rivelatore d’immensità, che ebbe tutte le comprensioni, le intuizioni, le
divinazioni del bello. E allora mi parve che dinanzi alle finestre del mio
pensiero sparisse improvviso qualche avanzo di vecchia muraglia; e piú pieno e
piú largo il soffio dell’aperto mi avvolse, e piú luminoso e piú vasto mi s’aprí
l’orizzonte dell’arte» (V. Aganoor, Poesie complete a cura e con introduzione
di L. Grilli, III ed., Firenze 1927, p. XLIX).
5
Ad es., Vittoria scrisse il 7 maggio 1878 allo Zanella: «Mi torna sempre in
mente il canto del pastore dell’Asia, che verità spaventosa! Mi scriva
presto Professore, fa tanto bene la sua serena parola! è proprio vero che molta
parte della nostra infelicità è figlia del nostro pensiero, ma questo benedetto
pensiero non è poi in fondo il nostro padrone? proviamo a licenziarlo
pulitamente o a scacciarlo senza riguardo; se ne va per questo o piuttosto non
martella in mente piú accanito di prima?» (V. Aganoor, Lettere a G.
Zanella..., cit., lett. XLVII, p. 58).
6
«Che persone vedo? —scriveva il 31 maggio 1900 a Domenico Gnoli— tante! Dei piú
intimi di casa Mirelli sono la principessa di Moliterno (viene spesso anche a
desinare e la sera), Santamaria, il conte Gaetani, il marchese Serra, la
duchessa d’Albaneta (sorella di quel principe d’Abro che sposò la Villamarina)
la principessa di Melissano di Bisignano e altre. Tra i letterati il Cimmino
(che il Fogazzaro
giudica il piú simpatico dei napoletani), il Di
Giacomo, Verdinois (ora assente), il duca Carafa d’Andria e moglie. Ma la folla
dei conoscenti è grande e la prima Domenica (giorno in cui riceve Virginia; ora
fortunatamente ha smesso i ricevimenti per la stagione e anche per prescrizione
medica) mi trovai in una baraonda di gente metà della quale era a me ignota» (V.
Aganoor, Lettere a D. Gnoli (1898-1901) per la prima volta edite da B.
Marniti, Caltanissetta-Roma 1967, p. 194). Si veda anche, tra i Mosconi
della Serao, In casa Mirelli su «Il Mattino» di Napoli del 21-22 maggio
1900: «Ieri, ancor piú affollato dei precedenti riuscí il ricevimento della
domenica, in casa della gentilissima duchessa di Santomenna Mirelli. Negli
eleganti salotti si riunirono moltissime dame, recatesi a portare il loro saluto
alle intellettuali signorine Maria e Vittoria Aganoor, di passaggio per Napoli
[...]. E tutte si congratularono vivamente con la gentile poetessa signorina
Vittoria Aganoor, per l’ultima pubblicazione, fatta dal Treves, di un volume di
versi, cui la nobilissima poetessa ha dato il titolo di Leggenda eterna».
7
Antonia Melodia, sposata a Giuseppe Gallone (principe di Tricase,
principe di Marsiconovo e principe di Moliterno, senatore del Regno d’Italia dal
1861, morto nel 1898), dama di palazzo della Regina Margherita.
8
V. Aganoor, Lettere a D. Gnoli ..., cit., p. 20.
9
Domenico Gnoli (1838-1915), romano, fu critico letterario, poeta della
classicistica Scuola romana, insegnante di letteratura italiana all’Università
di Torino, direttore della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, Direttore
della «Nuova Antologia» dal 1893 al 1897. Dopo Versi del 1871 e Eros
(con lo pseudonimo femminile di Gina d’Arco) del 1896, pubblicò con grande
successo nel 1903 (con lo pseudonimo di Giulio Orsini) un volume di poesie
ispirato all’amore per Vittoria Aganoor, Fra terra ed astri, in cui,
abbandonando la poesia tradizionale e convertendosi alle invenzioni della nuova
poesia e alla sensibilità decadente, dichiarava il suo infelice, sfortunato
amore. Le lettere scrittegli da Vittoria, per qualche tempo legata a lui
sentimentalmente, sono inserite nella importante raccolta curata da Biagia
Marniti (V. Aganoor, Lettere a D. Gnoli ..., cit.).
10
V. Aganoor, Lettere a D. Gnoli ..., cit., lett. n. 139, pp. 200-202.
11
Il napoletano Francesco Cimmino (1862-1939), poeta, orientalista, traduttore di
poemi indiani, tra maggio e ottobre 1900 ebbe una relazione con Vittoria.
L’Aganoor lo conosceva da anni e gli aveva dedicato in passato una sua
fotografia con le parole: «Al cuoco di Revigliano, Vittoria Aganoor» forse in
ricordo di una gita all’isolotto alla foce del Sarno (Cfr. P. Cimmino Gibellini,
F. Cimmino un poeta napoletano tra ‘800 e ‘900, Bologna 2004, p. 40); il
che lascia ipotizzare una sua presenza a Castellammare già anni prima. Il
Cimmino aveva anche letto alcune liriche di Leggenda Eterna nella serata
di presentazione della raccolta a palazzo Cassano Serra.
12
P. Cimmino Gibellini, F. Cimmino ..., cit., pp. 144-145.
13
Parole che compaiono in una lettera inedita del Cimmino datata 8 luglio 1900,
riportate da J. Butcher, Una leggenda eterna. Vita e poesia di V. Aganoor
Pompilj, Bologna 2007, pp. 116-117.
14
V. Aganoor, Lettere a D. Gnoli ..., cit., lett. n. 118 del 7 febbraio
1900, p. 175.
15
A. Arslan, Un’amicizia tra letterate: V. Aganoor e Neera, in «Quaderni
Veneti», 8, dicembre 1988, p. 55-56.
16
Guido Pompilj (1856-1910), di Perugia, fu uomo politico e letterato, deputato
del Regno d’Italia dal 1886 al 1910, due volte sottosegretario di Stato; si
adoperò per l’opera di bonifica del lago Trasimeno. Nel 1901 sposò Vittoria
Aganoor. Le lettere scrittegli da Vittoria sono state pubblicate da Lucia Ciani
(Aganoor la brezza e il vento. Corrispondenza di V. Aganoor a G. Pompilj,
Bologna 2004).
17
L. Ciani, Aganoor la brezza e il vento, cit., p. 57.
18
L. Ciani, Aganoor la brezza e il vento, cit., pp. 92-93.
19
L. Ciani, Aganoor la brezza e il vento, cit., pp. 97-99. Vittoria si
firma «Fadette» in alcune lettere a Guido alludendo alla protagonista de La
petite Fadette di George Sand; nella lettera del 4 gennaio 1901 si trova la
motivazione: «In questi giorni ho riletto “La petite Fadette” figurandomi
che la leggesse anche Lei (chi sa invece se l’avrà trovata!) e parendomi cosí di
esserle vicina. Che squisita cosa! Benché io la conoscessi ne sentii,
rileggendola una commozione cosí fresca e nuova da stupirmene io stessa. Che
delizioso idillio!» (L. Ciani, Aganoor la brezza e il vento, cit., p.
47). Ad ottobre e novembre si firmerà anche «tua tua tua schiavetta Fadette.
Vittoria vinta», «la tua felicissima schiavetta Vittoria Fadette», «tua
obbediente schiavetta Vittoria Fadette», «ti bacio la mano ti adoro, e sono la
tua schiavetta obbediente e umile Vittoria-Fadette».
20
Il conte Almerigo da Schio (1836-1930), di Vicenza, scienziato e umanista,
appassionato di alpinismo, aeronautica e meteorologia, scriveva su molte riviste
scientifiche e letterarie e sui piú importanti quotidiani. Collaborò attivamente
al progetto e alla realizzazione dell’Italia, la prima aeronave italiana.
La sua amicizia con Vittoria fu molto salda e intensa, come si evince dalla
copiosa corrispondenza epistolare pubblicata recentemente da Lucia Ciani (V.
Aganoor – A. da Schio. Lettere (1886-1909), [Udine] 2005.
21
L. Ciani, V. Aganoor – A. da Schio ..., cit., lett. 246, pp. 234-235.
22
Marina Sprea, sposata al conte Baroni Semitecolo, fu compagna di collegio e
amica di Giuseppina Pacini, la madre di Vittoria, e fu molto affettuosa anche
con le giovani Aganoor, spesso sue ospiti nella villa Cà Rezzonico a
Bassano del Grappa. Le lettere scrittele da Vittoria —che in esse la chiamava
anche «mammina» o «mammetta»—, conservate nella Biblioteca Civica di Bassano del
Grappa con la segnatura Epistolario in corso XII.3, sono state pubblicate
nell’e-book V. Aganoor, Lettere d’amicizia a M. Sprea Baroni
Semitecolo (1881-1909). Introduzione, trascrizione e note a cura di O.
Vitocco Pittarello.
23
V. Aganoor, Lettere d’amicizia a M. Sprea Baroni Semitecolo..., cit.,
CVI. Ep. in corso, XII.3.3139.
24
V. Aganoor, Lettere a D. Gnoli..., cit., lett. n. 164, pp. 222-224. Nella
data l’anno è omesso e un’annotazione a lapis non fa bene intendere se debba
leggersi «1901» o «1902», ma il riscontro con le altre lettere da Castellammare
a D. Gnoli e vari riferimenti in esse contenuti non lasciano dubbi che si tratti
del 1901 (cfr. la nota di B. Marniti alla lett. 164 in V. Aganoor, Lettere a
D. Gnoli..., cit., p. 350).
25
Il Di Giacomo, che frequentava i Mirelli e che aveva scritto il citato articolo
Salotti napoletani. V. Aganoor a Napoli su «L’Illustrazione Italiana» del
primo luglio 1900, apprezzava molto Vittoria e le fu amico; nell’anno della
ristampa di Leggenda Eterna (1903) le dedicò anche le novelle Nella
Vita (Bari 1903) e nel 1904, in segno di omaggio, rese in napoletano col
titolo ‘A farfalla una sua poesia in dialetto veneto di sapore popolare,
La pavegia (‘A farfalla sarebbe diventata qualche anno dopo la
famosa canzone Palomma ‘e notte). Le lettere di Vittoria e di Virginia
Aganoor al Di Giacomo si trovano tra i manoscritti della Raccolta Di Giacomo
presso la Biblioteca Lucchesi Palli di Napoli (già diretta dallo stesso Di
Giacomo), sezione della Biblioteca Nazionale.
26
Napoli, Bibl. Naz. Vittorio Emanuele III, Sez. Lucchesi Palli, B.IV.A 448.
27
Napoli, Bibl. Naz. Vittorio Emanuele III, Sez. Lucchesi Palli, B.IV.A 448.
28
Il senatore Francesco Santamaria Nicolini, primo presidente della Corte di
Cassazione, amico dei Mirelli. Insieme con Pietro Giovanni Battista Gallone,
sarà testimone di nozze per Vittoria.
29
Napoli, Bibl. Naz. Vittorio Emanuele III, Sez. Lucchesi Palli, B.IV.A 446.
30
Napoli, Bibl. Naz. Vittorio Emanuele III, Sez. Lucchesi Palli, B.IV.A 445.
31
Napoli, Bibl. Naz. Vittorio Emanuele III, Sez. Lucchesi Palli, B.IV.A 449.
32
L. Ciani, V. Aganoor – A. da Schio..., cit., lett. 247, pp. 235-236.
33
V. Aganoor, Lettere a D. Gnoli ..., cit., lett. n. 165, pp. 224-226. La
lettera, non datata, porta l’indicazione a penna «agosto 1901», quasi certamente
dello stesso D. Gnoli; è, comunque, successiva almeno di alcuni giorni al 4
agosto (S. Domenico).
34
V. Aganoor, Lettere a D. Gnoli ..., cit., lett. n. 166, pp. 226-227. La
data si ricava dal timbro postale.
35
V. Aganoor, Lettere d’amicizia a M. Sprea Baroni Semitecolo..., cit.,
CVII. Ep. in corso, XII.3.3183. La lettera ha una datazione incompleta in quanto
non porta l’indicazione dell’anno, ma i riferimenti al soggiorno stabiese e il
confronto con altre date e lettere non lasciano dubbi che debba riferirsi al 16
agosto 1901, come vuole la curatrice dell’epistolario O. Vitocco Pittarello;
hanno evidentemente torto A. Arslan e P. Zambon quando affermano che la lettera
è posteriore al matrimonio di Vittoria (Inediti aganooriani, in «Quaderni
Veneti», 7, luglio 1988, pp. 22-23).
36
L. Ciani, V. Aganoor – A. da Schio ..., cit., lett. 246, p. 235.
37
L. Ciani, V. Aganoor – A. da Schio ..., cit., lett. 248, pp. 236-237.
38
Napoli, Bibl. Naz. Vittorio Emanuele III, Sez. Lucchesi Palli, B.IV.A 450.
39
L. Ciani, V. Aganoor – A. da Schio ..., cit., lett. 5 di Angelica, p.
298.
40
L. Ciani, V. Aganoor – A. da Schio ..., cit., lett. 249, p. 237. La
cartolina è illustrata con una veduta non di Castellammare, ma della Badia di
Montecassino.
41
V. Aganoor, Lettere a D. Gnoli ..., cit., lett. n. 168, pp. 227-229.
42
In «Corriere di Napoli», XXX 275 (Giovedí 3 Ottobre 1901), p. 1. Nella prima
stesura di Villa Moliterno (Quisisana) ivi pubblicata non appare la
dedica «alla Principessa di Tricase», inserita soltanto nell’edizione di
Nuove Liriche (1908); inoltre la prima parte del v. 17 non è finché
s’accenda, come si legge nella stesura apparsa su «Regina» (1905) e nelle
Nuove Liriche, bensí finché s’accende. Per il resto le differenze
sono soltanto nella punteggiatura: il v. 2 certo avriano le Grazie, e
accanto, i lieti diventerà nel 1908 certo avriano le Grazie, e, accanto,
i lieti; il v. 9 libero a piè della ridente china diventerà nel 1908
libero, a pie’ della ridente china, (attraverso la variante su «Regina»
libero, a piè della ridente china,); la seconda parte del v. 11 Ali,
di candide (ma forse qui la virgola è un refuso) diventerà nel 1905 e nel
1908 Ali di candide; il v. 20 alla gioia fuggente e l’aria intorno
diventerà nel 1905 e nel 1908 alla gioia fuggente, e l’aria intorno.
43
F. Martini, Lettere [1860-1928], Milano 1934, p. 436.
44
V. Aganoor, è nel mio sogno..., in Leggenda Eterna, Milano 1900,
p. 96.
45
V. Aganoor, Poesie complete..., III ed., cit., pp. L-LI.
46
V. Aganoor, Lettere a D. Gnoli ..., cit., lett. n. 28, pp. 49-50.
47
V. Aganoor, Lettere a D. Gnoli ..., cit., lett. n. 139, p. 201.
48
B. Croce, La letteratura della nuova Italia, II, cit., p. 349.
49
V. Aganoor, Lettere d’amicizia a M. Sprea Baroni Semitecolo..., cit.,
CIX. Ep. in corso, XII. 3. 3141.
50
A. Arslan, Un’amicizia tra letterate..., cit., p. 60.
51
G. Carducci, Lettere, XXI, Bologna 1960, p. 44.
52
Cosí, tra le numerosissime voci della cultura che vollero commemorarla, si
espresse Arturo Graf (in «La Favilla» di Perugia, fasc. in onore di V. Aganoor,
luglio-agosto 1910).
53
Naples, painted by A. Fitzgerald, described by S. Fitzgerald,
London 1904, p. 90, ill. n. 27 (View taken from the Grounds of the Villa
Antonietta, Quisisana / Now known as the Hotel du Parc). Si legge nella
prefazione: Many of gardens painted in this book are also reminiscent of the
kind hospitality and courtesy of their proprietors (p. V).
54
Da notare che la poesia fu riportata nella versione apparsa nel 1905 su
«Regina», ma con il refuso spoglia al posto di sfoglia al v. 24.
55
Oggi appartiene alla famiglia Petrella di Castellammare.
Da “Cultura & Società”.
Rivista dell’Associazione “Cultura & Territorio”, Anno I - N. 1- 2007, pp. 53-72
(Fine)
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