Papá, Verení, Lorenzo, Juanqui, Astricar, Fak, Sebastián,
Anastasia, mi chiquitina...
Io sto bene, sono viva(…) Prego Dio affinché guidi i miei
passi ogni giorno. Jimena, tu sei stata luminosa, straordinaria, hai
riempito la mia vita, sono molto fortunata…
Lorenzo, tu sei sempre presente; fra tutti, tu sei quello che sa che io
tornerò, non ne hai mai dubitato, l’hai sempre saputo, questa forza che hai
in te giunge fino a me e mi aiuta molto…
. Mamma, certe volte riesco a sentirti alla radio; quello che stai facendo è
bello, improntato alla solidarietà verso coloro che sono nella stessa
situazione, alla prudenza, alla delicatezza, all’umiltà, alla forza, alla
convinzione.
Tu sei qui, mi dai forza ,ti amo.
Juanqui (Juan Carlos),voglio che mi prometti di occuparti di mia madre
affinché non le manchi niente, di accompagnarla e vegliare su di essa. Ti
amo, e l’amore è come l’acqua che trova con semplicità il suo cammino (…)
Vivere insieme i momenti difficili che abbiamo passato, lontani l’uno
dall’altro, perché è così. So che mi pensate, come io penso sempre a voi.
Che fortuna che tu esista e sia lì, con i miei bambini, con Juanqui, come
parte integrante di me, come un fratello, come padre dei miei bambini, come
l’uomo che amo!
Sebastian, so che sei lì, con i tuoi fratelli e con me, grazie. E alla mia
Anastasia, le chiedo di chiamare tutte le sere sua nonna per parlarle della
telenovela e ridarle coraggio (…)
Che lui studi bene al collegio, e non giochi con le spade (?).
Tutti voi, la mia famiglia, vi porto nel cuore, siete la
mia forza; ma mi piacerebbe salutare un’altra famiglia, quella di tutti
coloro che pensano a me, non mi hanno dimenticata, che si sono mobilitati
per me, che hanno lottato per me e per tutti quelli in questa situazione.
Voglio salutare coloro che hanno scelto di non dimenticarci, in Colombia e
fuori della Colombia, e specialmente la Francia ed i Francesi la cui voce si
è levata in occasione degli ultimi avvenimenti, e si è chiaramente fatta
sentire fin nella giungla, come una luce, come la promessa che il mondo può
essere migliore (…)
Vorrei salutare l’ambasciatore francese in Colombia, Daniel Parfait, ed i
Francesi che mi sostengono malgrado la distanza ed il tempo, grazie…
Siamo molto tristi e scioccati dalla morte di Gilberto Echeverri e di
Guillermo Gaviria. Vorrei dire alle loro mogli e famiglie che noi
condividiamo il loro dolore ,e soltanto loro sanno cosa vuol dire
condividere questo dolore.
Ho molto riflettuto su questi avvenimenti, e vorrei affrontare dei temi
difficili ma di cui è necessario parlare.
Io so che vi siete mobilitati, mia madre, la mia famiglia, Yolanda Pinto,
tutte e tutti, per impedire che fossero organizzate delle operazioni di
salvataggio.
Io chiedo al contrario alla mia famiglia di sostenere le Forze Militari, e
che queste si impegnino ad organizzare delle operazioni di salvataggio che
possano condurre alla nostra liberazione.
Sono convinta che non possiamo chiedere ai nostri soldati di essere pronti a
donare la propria vita per difendere le nostre istituzioni ed i nostri
diritti se non siamo pronti noi stessi a rischiare la nostra vita per
difendere la nostra libertà. Penso che si possano fare molte concessioni, ma
non si possa cedere nulla della propria integrità umana, non si può
rinunciare ai propri diritti, alla libertà, anche se per prudenza.
So che è difficile per voi accettare queste parole, è dura anche per me, ma
credo che se vogliamo preparare la pace in Colombia, dobbiamo agire secondo
i nostri principi e non in funzione dei nostri soli interessi.
Evidentemente, di fronte ai recenti avvenimenti, la morte di Guillermo
Gaviria e di Gilberto Echeverri, questa riflessione dev’essere portata più
lontano.
Salvataggio sì, definitivamente sì, per principio, ma non un qualsiasi
salvataggio. Un salvataggio, se non riesce, non ha ragione d’essere.
La Colombia non può accontentarsi della politica del minimo sforzo secondo
la quale un salvataggio è semplicemente un’opportunità politica che mette in
gioco la vita di molti cittadini e da cui lo stato esce sempre vincitore;
vincitore se gli ostaggi sono liberati vivi, come trofei, vincitore anche se
si recuperano i cadaveri incolpando il nemico.
Credo che bisogna fare un’analisi in profondità di ciò che ha portato al
fallimento del salvataggio di persone così importanti come Guillermo Gaviria
e Gilberto Echeverri e delle otto persone che sono morte nel combattimento
con loro, eroi della nostra nazione.
Credo che non possiamo accontentarci di un’orazione funebre per le persone
che si sono sacrificate per la pace, senza spiegare nei minimi particolari
ciò che è successo.
Ho sentito dire che il Presidente Uribe aveva assunto con coraggio la
responsabilità dei fatti che hanno portato alla morte di Guillermo e di
Gilberto. Credo che sia importante che sia il Presidente a prendere la
decisione di organizzare o meno un’operazione di salvataggio.
Non credo che sia una decisione militare; è un’operazione politica che
trascende di molto un’operazione militare. Credo che con questo
atteggiamento il Presidente si stia impegnando nel dettaglio delle
operazioni di salvataggio; bisogna che sia così.
Non deve essere un semplice controllo strategico. Un’operazione di
salvataggio è un’operazione minuziosa nella quale bisogna valutare con molta
cura i dettagli e la messa in opera; è importante che sia il Presidente a
valutare i rischi e la possibilità di successo e quindi che noi, gli
ostaggi, otteniamo la liberazione e non la morte.
Penso anche che sia necessario che il Presidente informi i familiari prima
di un’operazione di salvataggio; non si tratta di consultarli, in quanto è
molto probabile che non siano d’accordo. Bisogna informarli, non solo per
scrupolo d’umanità e per rispetto del dolore e della responsabilità di
queste famiglie nell’amore che le unisce alle persone che stanno per essere
liberate,(…)e assicurarci che queste operazioni di salvataggio accrescano il
livello d’esperienza grazie al quale otterremo delle operazioni riuscite,
perché solo di questo si tratta.
Un’operazione di salvataggio deve riuscire, altrimenti non ha ragione
d’essere. La questione dello scambio, dell’accordo umanitario è certamente
valida, non possiamo cedere al facile pensiero che se vi sono dei salvataggi
riusciti, non c’è bisogno di negoziazione. Noi, gli ostaggi, siamo tanti. E’
materialmente impossibile salvarci tutti con operazioni militari. E noi, i
Colombiani, tutti i Colombiani, non solo gli ostaggi, abbiamo una
responsabilità davanti ai soldati ed ai poliziotti prigionieri di guerra,
alcuni da più di cinque anni.
L’ho già detto al Congresso, quand’ero ancora libera, lo ripeto in
prigionia, lo scambio è un obbligo morale per uno stato democratico; lo
scambio di persone della stessa condizione, soldati, in uniforme, uomini
armati catturati in combattimento in un campo come nell’altro.
In questo caso, moralmente, lo scambio è indispensabile.
Io non posso dire a mio figlio o a mia figlia che indossino l’uniforme delle
forze militari con orgoglio e che vadano a difendere la bandiera della
nostra democrazia, dei nostri valori, delle nostre istituzioni , ma non
potrò che dire loro "se ti catturano, lo Stato non farà nulla per te".
Abbiamo un obbligo morale: aiutare questi ragazzi che hanno messo la loro
vita al servizio della nazione e che in questo momento sono prigionieri
della guerriglia. E’ un obbligo morale, il più importante di tutti. E’ un
obbligo morale perché queste persone, contrariamente a noi, civili,
combattevano, ed è un rischio assunto dalle istituzioni che inviano i nostri
ragazzi a combattere.
Non possiamo lasciare perdurare questa situazione, in quanto Colombiani noi
dobbiamo aprire la porta della libertà a questi soldati e poliziotti e
accoglierli con tutti gli onori, non solo per ciò che hanno sofferto, ma per
reintegrarli nei ranghi, perché meglio di chiunque altro conoscono il nemico
e sono degli esperti che possono aiutare a vincere la guerra che il governo
conduce e per la quale i Colombiani devono (…)
E’ impossibile pensare di poter vincere la guerra se non diamo la certezza
ai nostri soldati che saremo al loro fianco nella buona come nella cattiva
sorte,
(…)Sappiate che io non mi preoccupo per i prigionieri militari stranieri,
americani, perché so che il governo americano li salverà grazie ad
un’operazione di salvataggio riuscita o più pragmaticamente a delle
negoziazioni, perché sono i suoi ragazzi, e li salverà ovunque siano; e io
voglio che noi, i Colombiani, avessimo la stessa certezza che andremmo a
cercare i nostri ragazzi ovunque si trovino.
(…) con l’accordo umanitario per il quale si scambiano dei civili in cambio
di soldati, ed è di nuovo una posizione di principio che mi auguro che la
mia famiglia condivida e capisca; so che è doloroso, che è duro, ma credo
che non si possa accettare che dei civili servano da scudo in questa guerra.
I civili non devono essere implicati in questo conflitto. E’ un no
categorico.
E, di conseguenza, i civili non devono essere oggetto di scambio. E’ una
questione di principio, se vogliamo la pace, se vogliamo arrivare ad una
negoziazione futura il cui asse centrale di riflessione sia il rispetto dei
diritti dell’uomo.
Io vorrei chiedere a mia madre, alla mia cara mamma, che capisca bene ciò
che sto per dire (…) credo che si possano scambiare dei prigionieri armati,
catturati durante i combattimenti, ma credo che le FARC nel nostro caso, o
le ELN, negli altri, debbano fare un gesto unilaterale di pace, cioè una
liberazione umanitaria,(…) indipendentemente dallo scambio di soldati e
poliziotti.
Voglio che difendiate questa linea di condotta con molta forza, voglio che
la capiate. Mio padre ha un modo di dire personale: " uno tiene que buscar
augurios más altos que su duelo", dobbiamo avere una visione che superi il
nostro dolore, e ciò che voglio è la pace in Colombia.
Voglio che ogni volta che intraprendete un’azione, parliate in favore della
liberazione degli ostaggi. Voglio che pensiate alla pace in Colombia a lungo
termine, che pensiate non già ai nostri interessi immediati ma ai valori,
perché noi stabiliremo la pace con dei valori.
Al Presidente Uribe, vorrei dire che noi tutti ostaggi Colombiani pensiamo
costantemente a lui, per lui. E so che anch’egli pensa a noi continuamente,
ogni giorno.
Voglio dire al Presidente che so che prenderà nel suo animo e nella sua
coscienza le decisioni che riguardano la mia vita e quella di molti altri
che sono nella stessa situazione…E, per quello che mi riguardo, ho fiducia.
Voglio dire una sola cosa, nella posizione di forza che ha il Presidente
Uribe oggi, sostenuto da tutta la nazione, non bisogna scambiare un bene in
cambio di un male. So che il Presidente saprà interpretare le mie parole.
Io dico ai miei amici , alla mia famiglia, a voi che amo tanto, che si può
non essere vicini ma continuare a comunicare attraverso un telefono molto
speciale: quello della preghiera.
Vorrei che noi ci riunissimo virtualmente tutti i sabati a mezzogiorno, e
che fossimo tutti riuniti in quel momento, e se non è grazie al telefono, lo
fosse grazie alla preghiera. Non pregheremo per noi ma per la pace del
nostro paese e supereremo il nostro orgoglio e ce ne serviremo come di un
sostegno per tutti i colombiani che attendono la pace ogni giorno per questa
patria che amiamo. Vi porto nel cuore.
Traduzione dal testo pubblicato da El Tiempo 31 Agosto
2003