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b. come l'aria e il pane dei quali il
corpo ha assoluto bisogno: «Finché non si ritiene la pietà necessaria per
noi, così come il pane e l'aria per vivere, saremo insufficienti, vuoti e
volubili» (Pensieri, p. 135; cf CISP 294); c.
come il sangue per l'organismo umano: «la preghiera è come il sangue, che
parte dal cuore, attraversa tutte le membra, nutrendo e vivificando
l'intero organismo» (Pensieri, p. 134).
La preghiera diventa la «santità in atto». Senza
preghiera non riusciamo a manifestare quello che dobbiamo
essere.
2. Utilità della
preghiera
Dice Jean Guitton: «La preghiera è un atto
di pensiero e di amore che ci pone nello stesso tempo nell'eterno e, nel
tempo». Chi prega è « eternista»: egli si pone in un sol colpo nell'intimo
dell'essere divino che gli domanda di essere «più essere», si rivolge alla
Pienezza per essere «più pienezza»: Pregando, anche senza rendercene
conto, entriamo nel mistero, «in quel sistema tra eterno e tempo, tra
finito e infinito e prendiamo in mano il nostro destino e lo trasformiamo
in fine». La parola greca «mysterion» si può tradurre «progetto
segreto»: la preghiera ci inserisce nella dinamica del progetto di Dio su
di noi, che rimane a noi segreto nel suo svolgersi, ma ci dona là certezza
di essere strumenti nelle sue mani e quindi la pace di essere nella sua
volontà, Per questo don Alberione afferma a più riprese: «Se si
facessero bene le pratiche di pietà, si otterrebbero dei risultati che
alcuni non osano neppure sperare». «Il mezzo più efficace per trovare vie
d'uscita nelle nostre difficoltà è sempre la preghiera». «Dio lavora per
chi lavora per lui. Disponiti dunque a fare come se tutto dipendesse da te
e pregare e sperare nel Signore come se tutto dipendesse da lui»
(Pensieri, pp. 134-135).
PREGARE: COSA OCCORRE CHIEDERE
Il brano di Lc 11,1-13 è ricco di insegnamenti per capire come
rapportarci con Dio quando ci poniamo in preghiera. Uno dei discepoli
si accosta a Gesù e gli chiede di insegnare loro a pregare come fece
Giovanni Battista con i suoi discepoli. Gesù pare disattendere la domanda
del discepolo: Gesù non risponde al «come» pregare, ma dice semplicemente:
«pregate». Noi siamo sempre tentati, anche nella vita spirituale, di
chiedere e cercare delle «ricette»; invece Gesù risponde con uno
straordinario principio di vita spirituale: per imparare a pregare,
occorre pregare. Come non si insegua a un bambino a camminare: lo si
sostiene semplicemente; così non si insegna a pregare: si prega e basta;
vale a dire: ci si abbandona alla presenza dello Spirito che è dentro di
noi, e si dice, si ascolta, si fa quello che lo Spirito suscita dentro di
noi (cf Rm 8,26-27). La preghiera non è altro che prestare la
voce, prestare le nostre mani, il nostro corpo allo Spirito. Allora
subiamo il fascino di questa presenza e capiamo la
preghiera.
1. La domanda del discepolo non era del
tutto giusta; essa però era stata originata da un misterioso fascino. Dice
Luca che «Gesù si trovava in un luogo a pregare». Quanto aveva pregato?
Forse tutta la notte. Certamente a lungo. Si era creata un'intimità
stupenda con il Padre, per cui Gesù doveva essere come rivestito della sua
potenza, della sua luce, del suo calore, della sua bellezza. E
necessariamente tutto questo traspare. Luca continua: «Quando ebbe finito»
ritornò in mezzo ai suoi discepoli. Che cosa vide il discepolo? Un volto
trasfigurato dalla preghiera; e ne rimase
conquistato.
2. Gesù nei vv. 5-13 racconta quindi
la parabola dell'amico importuno per indurci a una preghiera perseverante
ed insistente.
3. Di conseguenza con i tre
imperativi: «Chiedete, cercate e bussate», ci invita a credere alla
potenza della nostra intercessione. Gli esegeti fanno notare una cosa
curiosa: sono tre imperativi senza oggetto, cioè Gesù non dice «che cosa»
dobbiamo chiedere o cercare; eppure sarebbe stato importante dirlo, perché
molto facilmente possiamo chiedere cose sbagliate. Ma proprio questo ci
fa capire anzitutto che la preghiera non ha come scopo principale di
ottenere quello che pur sentiamo di chiedere; ha invece lo scopo di farci
sentire la soavità di questa presenza e di avere la certezza - se
sperimentiamo l'esaudimento - di essere inseriti nel progetto di Dio in
quanto abbiamo chiesto ciò che lui fin dall'eternità aveva destinato a noi
in questo momento. Pregare allora significa entrare totalmente nel disegno
di Dio, entrare nella logica di Dio per trovarci a chiedere e a cercare
proprio quello che lui ha stabilito per il nostro bene. E’ chiaro che
questo modo di pregare è un dono dello Spirito. E Gesù ci fa capire,
continuando la sua catechesi, qual è l'oggetto di questo chiedere, di
questo cercare e dove con insistenza dobbiamo bussare: l'nica cosa
essenziale da chiedere è lo Spirito, l'unico senso della vita è
cercare il volto dello Spirito di Gesù; e ci sarà dato di certo di
trovarlo; e bussare quindi alla porta del nostro intimo, dove lo Spirito
ha posto, per volere di Gesù, la sua dimora. Che sia questo l'oggetto
dei tre imperativi lo si deduce chiaramente dall'ultimo versetto del brano
di Luca: «Se dunque voi che siete cattivi, sapete dare cose buone ai
vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo
a coloro che glielo chiedono». Ecco, che cosa è essenziale
chiedere: ogni tipo di preghiera (di petizione, di ringraziamento, di
pentimento) deve ricondurre a questa incessante e perseverante richiesta:
lo Spirito. Ci ritroveremo a vivere non più in una preghiera sopportata o
stanca, ma vivificata dalla presenza forte e soave dello Spirito, che
guida la nostra vita a discernere le «vie» di Dio che stranamente non sono
mai le nostre vie, ad assumere i pensieri di Dio che difficilmente sono i
nostri (cf Is 55,6-9).
CARATTERISTICHE DELLA PREGHIERA
«Abbandonando la preghiera, tutto l'edificio spirituale
cade e rimane un cumulo di rovine, un bel castello ma diroccato» (UPS 1[,
12). La necessità inderogabile della preghiera deve spingerci a
ricercare quali siano le sue caratteristiche principali per poterla vivere
autenticamente, senza tradire questo impegno essenziale per la vita di
ogni persona e di ogni comunità cristiana, in particolar modo di ogni
comunità di consacrati. Di caratteristiche se ne potrebbero evidenziare
parecchie; ma la Parola di Dio ci suggerisce le due essenziali, senza le
quali molto difficilmente sussiste la preghiera. Dei discepoli radunati
nel Cenacolo, in attesa della venuta dello Spirito, san Luca dice: «Tutti
erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune
donne e con Maria, la madre di Gesù» (At
1, 14). Ecco le due caratteristiche essenziali perché la comunità
sperimenti la sua profonda unità nella preghiera: «unanimiter" e
"perseveranter".
1. Unanimiter. -
La preghiera è unanime quando la comunità è concorde nel chiedere le
cose che sono essenziali; di più: le stesse cose. La forza della preghiera
comune non sta tanto nel fatto di essere insieme, ma di chiedere
concordemente le stesse cose; non tanto nel fatto di dire insieme le
stesse formule (anche se queste sono sempre importanti, perché sono un
compendio di esperienza spirituale; però occorre avere l'avvertenza di
farle nostre!), ma nel fatto di accordarci per domandare le stesse cose:
«In verità, in verità vi dico: se due di voi sopra la terra si
accordano per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei
cieli ve la concederà...» (Mt 18,19-20). L'unanimità è molto più profonda
dell'uniformità:, l'uniformità è dire insieme le stesse cose, dare le
stesse risposte, recitare la stessa preghiera; l'unanimità è invece
quell'unità profonda di cuori, per cui avviene che ciò che chiede un
membro della comunità diventa la richiesta di tutti; ciò che soffre uno
della comunità diventa la sofferenza di tutti; e nella preghiera questa
comunità diventa «un cuor solo e un'anima sola». Se la comunità vive
solo l'uniformità della preghiera, rischia di fossilizzarsi e
formalizzarsi; per questo avviene molto facilmente il rifiuto di questo
modo di pregare (fortunatamente!), ma a volte avviene anche il rifiuto
della preghiera comunitaria, perché solo formale. Se invece la comunità
vive l'unanimità nella preghiera, ritroverà in questi momenti la sua anima
profonda, la sua originalità, la sua vivacità più autentica; e diventerà
testimone del Dio invisibile e generatrice di tante
vocazioni.
2. Perseveranter. - Per capire
il significato vero di questa perseveranza a cui ci invita Gesù,
possiamo dire ciò che non è perseveranza:
* non è
la perseveranza dei pagani che moltiplicano le parole nel timore che Dio
non li senta; che sia distratto, disattento. È una perseveranza che ha
come presupposto una mancanza di fiducia in Dio; è quindi priva di una
condizione essenziale per entrare nel progetto di Dio: la fede (cf Mt 6,7);
* non è neppure la perseveranza dei
sacerdoti di Baal, che per tutta la mattina saltarono intorno all'altare
invocando il fuoco del loro dio sulla vittima offerta (1 Re 18,25).
Invocavano un dio che non esisteva. È un rischio che corriamo sovente
anche noi, quando invochiamo un dio distributore autornatico o un dio
distante. Ben altro è il Dio di Gesù, Padre misericordioso, continuamente
chino sull'uomo e sulle sue sofferenze, pronto al perdono;
* non è
neppure la perseveranza degli abitanti della città di Betulia, ridotti
ormai alla fame dall'assedio degli Assiri. Era una perseveranza che poneva
delle scadenze a Dio. E Giuditta li rimprovera aspramente, perché non
possiamo «pretendere di impegnare i piani del Signore Dio nostro... Perciò
attendiamo con fiducia la salvezza» (Gdt 8,12-17). Invece la perseveranza è l'attesa
fiduciosa dell'intervento di Dio, intervento liberatore o consolatore; per
questo:
* è come la perseveranza di Elia sul monte Oreb, che non
piagnucola per ottenere la pioggia (eppure erano già tre gli anni di
siccità), ma attende con fede che il Signore manifesti il suo volere (1 Re 18;41-46);
* ed è soprattutto la sublime ed
inimitabile perseveranza di Gesù che nell'orto del Getsemani - come dice
l'evangelista - ripeteva «eundem sermonem» (Mt 26,44); perché queste
parole entrassero con efficacia nella sua vita e lo rendessero capace non
solo di «fare» la volontà di Dio, ma di «divenire» ed «essere» la volontà
di Dio. |