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 Libro del mese   

Anno 2015


Epistemologia e storia del pensiero scientifico
GIUGNO 2015 Prima edizione, gennaio 2013

L'Autore

Rupert Sheldrake, inglese, è un ricercatore. È membro dell'Istituto delle Scienze Noetiche, che ha sede in California (USA).

Rupert Sheldrake


Le illusioni della scienza
Dieci dogmi della scienza moderna posti sotto esame

Editore

Urra - Apogeo, Milano, 2013. 

Ed. or., The Science Delusion (2012)

ISBN: 978-88-503-3138-3

Sheldrake
In questo libro si parla dei "dogmi" della scienza moderna. Oggi diamo per scontato che la vita sulla Terra sia definibile come un fenomeno essenzialmente fisico, noi stessi "umani" siamo nient'altro che aggregati di cellule, e così via. La materia è l'unica realtà.

In questo libro si considerano dieci affermazioni che tutti riconosciamo come scientifiche e si dimostra come in realtà siano "dogmatiche". Il fatto di considerare qualsiasi fenomeno che accade nel mondo solo in termini fisici è esso stesso un atto di fede: quindi non ha carattere scientifico.

L'argomentazione è impostata come segue:
I) I materialisti dicono...
II) Ma l'esperienza ci mostra che...
Oppure:
I) I materialisti dicono...
II) Mettiamo alla prova questa affermazione: non è mica un dogma!

Ogni capitolo si conclude con una serie di domande aperte rivolte ai materialisti.
Ho letto con particolare interesse i capitoli 1, 4 e 8.
Nel primo capitolo (La natura è meccanica?) inizialmente si ripercorre l'evoluzione dei paradigmi della scienza dall'antichità all'Ottocento. Nell'antichità si pensava che tutta la realtà fosse vitale (la metafora era quella dell'organismo: l'uomo è un organismo, una pianta è un organismo, la Terra è un organismo). Quest'idea è stata ereditata dalla civiltà cristiana (non mi piace dire "il Medioevo"...). Ma a partire dal XVII secolo la concezione organica è stata abbandonata, in favore di una concezione meccanicistica. Per Galileo, Keplero, Newton, l'universo è una grande macchina, che può essere spiegata mediante i calcoli e la geometria (pag. 3).
Leggiamo questo inciso: «Oggi la teoria meccanica della natura è utilizzata a sostegno del materialismo, ma per i padri fondatori della scienza moderna andava a sostegno della religione cristiana, anziché sovvertirla». Fa pensare, non è vero?
Nei secoli successivi la scienza, mano a mano che faceva progressi, relegava l'intervento divino in posizione sempre più marginale. Da attivo creatore, è diventato una "entità" che ha concepito l'universo ma poi è rimasta a guardare. Nasce nell'Ottocento la teoria del Disegno Intelligente (dove la parola "Dio" scompare).

Nel XX secolo si afferma l'idea che tutti i fenomeni della vita possano essere ridotti a meccanismi fisici e chimici. Andiamo avanti: nel 1976 esce l'opera che rende famoso Richard Dawkins: Il gene egoista (l'ho letto ma non l'ho inserito tra i miei Libri del mese). Lo scienziato americano fa entrare di straforo i progetti intelligenti addirittura nei geni chimici (p. 21).

Alla fine di tutto questo percorso che cosa abbiamo? Una frattura insanabile: le nostre esperienze personali della realtà non contano più nulla: valgono solo le spiegazioni meccaniche degli scienziati (p. 27). Ma non è un sovvertimento del buon senso? Se seguiamo il buon senso ci appare in tutta la sua evidenza che un cane è un organismo vivente. Invece i materialisti vogliono farci credere che sia solo un aggregato di cellule (in sostanza, i materialisti vogliono far sembrare vero quello che è falso).

Il quarto capitolo (La materia è incosciente?) inizia così: «La dottrina centrale del materialismo è che la materia sia l'unica realtà; perciò la coscienza non dovrebbe esistere». Secondo i materialisti, la mente è un epifenomeno, cioè un modo diverso di parlare di meccanismi cerebrali (p. 87). Secondo alcuni di loro, la coscienza è emersa dalla materia inconscia attraverso processi non mentali (= fisici). «Una forma recente di materialismo è la psicologia cognitiva». Questa frase getta una nuova luce su questa disciplina. Finora la consideravo "oggettiva", mentre ora capisco che è "dogmatica". 

L'ottavo capitolo (La mente è confinata nel cervello?) inizia così (p. 187): «Il materialismo è la dottrina secondo cui solo la materia è reale: perciò la mente è nel cervello e l'attività mentale non è altro che attività cerebrale» (sottinteso: "fisica"). Questa affermazione viene messa alla prova ("non è mica un dogma!") e viene confrontata con dati sperimentali tratti dall'esperienza reale. Quanti di noi hanno avuto questa esperienza: sto guidando la macchina, guardo una donna che cammina per la strada e lei se ne accorge e mi guarda? Se l'attività cerebrale fosse solo quello che registrano gli elettrodi messi a contatto col cervello, allora dobbiamo concludere che la scienza non è in grado di spiegare questi casi. L'idea che vuole esprimere l'Autore è che la mente è più estesa di quanto ci voglia far credere la scienza: la vista si estende al di fuori del nostro corpo, le nostre percezioni appaiono essere nel mondo esterno (p. 194).

Tra le tante domande che l'Autore pone ai materialisti ho scelto questa: perché i materialisti negano il libero arbitrio? C'è anche la risposta: perché vorrebbero sentirsi come un automa (p. 205).

Tra gli autori che conosco, nel libro sono citati: Benjamin Libet (pagg. 96-98).
Quando ho letto questa frase: «Anche se comprendiamo come occhi e cervello rispondono alla luce rossa, l'esperienza del rosso non trova una spiegazione», mi è venuto subito in mente il libro di N. Humphrey, Rosso uno studio sulla coscienza.