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il Rimino - Riministoria

Pascoli socialista.
Intervista a Valdo Spini

Forse pochi lo sanno, ma c'è stato un tempo in cui Giovanni Pascoli vergava le sue lettere con la scritta «zòca e manera». Ceppo e mannaia, motto e grido di battaglia dei rivoluzionari romagnoli. Siamo alla fine del 1870 e nove anni dopo il Pascoli assaporò addirittura tre mesi di carcere. Perché in quel periodo frequentava «certi giovanotti che portavano spavaldamente la cappellina nera calata di sghimbescio sull'occhio e avevano, tra la gente per bene, la fama dei ribaldi e dei tagliacantoni perché disertavano le chiese e parlavano ad alta voce di giustizia sociale e di progresso», così scrisse Guido Nozzoli sull'Unità (frase riportata nel bellissimo saggio di Antonio Montanari nel volume "Pascoli socialista" a cura di Miro Gori).
Ebbene, proprio questo Pascoli, un po' atipico e poco conosciuto, è stato al centro dell'attenzione di Valdo Spini, storico del socialismo presso l'università di Firenze e direttore dei «Quaderni del circolo Rosselli». Spini, a San Mauro in occasione della presentazione del libro di Miro Gori il 6 marzo 2004, ha rivendicato a pieno titolo il nome di Pascoli tra i padri fondatori del socialismo italiano.
«Il Pascoli internazionalista, amico di Andrea Costa, che si fece più di tre mesi di carcere nel 1879, è stato spesso dimenticato. L'impegno militante di Pascoli nelle file dell'Internazionale caratterizzò i suoi anni giovanili, e vide sempre presente in lui una forte sensibilità sociale. Nello stesso anno in cui Pascoli viene incarcerato, peraltro Andrea Costa, con la sua “Lettera agli amici di Romagna”, iniziava quel percorso che doveva portarlo nelle file socialiste e alla elezione alla Camera dei deputati. Anche Pascoli torna in quel periodo agli studi e si dice socialista».
Come spiegare allora il discorso sulla Grande proletaria che si è mossa, quasi anticipatore di una certa demagogia fascista?
«In quel discorso pronunciato nel teatro di Barga in occasione della guerra di Libia del 1911, si sentono gli echi di quel nazionalismo socializzante con cui Enrico Corradini aveva voluto superare il socialismo. Il colonialismo era visto, infatti, come una risoluzione più immediata dei problemi delle masse proletarie italiane, costrette ad un'emigrazione spesso umiliante, rispetto all'attesa del 'Sole dell'Avvenire' propria della predicazione positivistica ed evoluzionistica del socialismo riformista. Dunque, in Pascoli la sensibilità per le sorti del proletariato italiano non si era mai spenta. Il nazionalismo peraltro risultò in qualche modo il terreno di incubazione e il precursore del fascismo. Ed in questo senso la vittoria morale andrà al socialismo umanitario e riformista.»

Filippo Fabbri
Da il Ponte


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