il Rimino - Riministoria

Il Tempio incompiuto
di mons. Giacomo Lercaro (1950)

[Da Ariminol n. 25 del 23 ottobre 2003]

Discorso di mons. Lercaro nella inaugurazione del Tempio Malatestiano (1950)

E' ben singolare la vicenda di questo tempio! A me pare che essa misteriosamente si innesti sulla storia dell'idea cristiana nei secoli e ne sia oggi anche presagio di eventi futuri.

Non so se qui, tra l'arco d'Augusto e il ponte di Tiberio, sia sorto un giorno un tempio pagano, che il cristianesimo abbia poi consacrato al vero Dio.

Penso di no; rare volte la Chiesa consacrò al Signore gli antichi templi di divinità pagane; la stessa loro struttura, che rispondeva ad altro pensiero e ad altre esigenze, mal si adattava alla concezione e agli sviluppi della sinassi liturgica cristiana. Piuttosto la Chiesa fece sua la basilica, già abituata ad accogliere, sia pure per usi profani, assemblee e tribunali; vi innalzò sulla fronte l'atrio quadriportico della casa romana, che aveva ospitato le prime riunioni eucaristiche; la terminò coll'abside ad indicare così, nella struttura architettonica del tempio, la struttura gerarchica della nuova comunità, e creò quel miracolo di bellezza e di armonia che è la basilica cristiana.
Io penso che qui a Rimini, dove già nei primi secoli la Chiesa si riuniva a concilio, mentre il mondo cristiano attendeva i responsi conciliari di Rimini per misurarvi la sua fede, penso che qui sia sorta una di quelle basiliche che gli elementi della architettura romana univano in meravigliosa armonia e dominavano collo spirito del cristianesimo.

Non so se quella basilica abbia sentito le influenze dell'Oriente, che si affaccia all'altra sponda dell'Adriatico e, come nella mia Ravenna, si sia rivestita di fulgori musivi, di ricamati capitelli, di eleganti pulvini… Una cosa so certo: che qui, dove oggi sorge il Malatestiano, fu già una chiesa romanica; una di quelle tante chiese romaniche che, in un momento decisivo per la storia del mondo, popolarono l'Europa tutta. Grande cosa una chiesa romanica, che traduce nella pietra una interessante pagina di storia! Col suo arco a tutto sesto, con le sue colonne, col suo equilibrio la chiesa romanica sta a documentare il perennarsi della tradizione classica, che l'idea cristiana aveva accolto in eredità e nei monasteri conservava nella letteratura e nel pensiero, ma già tutta penetrava del suo spirito.

Quella tradizione classica nei secoli duri viene trasmessa alle nuove generazioni barbariche, che hanno invaso l'Europa e travolto l'Impero di Roma; a queste generazioni fanciulle la romanità sublimata nella spiritualità cristiana s'impone; ed eccole a tradurla nelle loro costruzioni con l'ingenuità del bimbo e colla vergine energia d'una razza fresca e primitiva. Nasce, dall'incontro, in arte, la chiesa romanica; nasce ad attestare la potenza dello spirito cristiano che domina, che educa, che istruisce, che eleva quelle orde e dà all'Europa un nuovo volto, dal quale la luce si irradierà nel mondo.

Poi, in altri climi, la chiesa romanica si svilupperà: l'arco a tutto sesto si romperà nell'ogiva, i pilastri si spingeranno a verticalismi vertiginosi, quasi a tradurre nella pietra l'ansia del divino e quell'aspirazione all'eterno che frattanto permea le pagine dei mistici e spinge Dante al suo viaggio misterioso; e le pareti si foreranno, quasi a rivelare ai mortali, nella iridescenza delle vetrate, il Paradiso…

Ma qui, sulla spiaggia sottile dove il sole inonda, nelle terre d'Italia perdura l'equilibrio della chiesa romanica. Una chiesa romanica, quella di Rimini, dedicata a S. Francesco, il santo, che in una crisi storica del mondo cristiano era apparso a riportare nella parola ispirata, nella vita miracolosa, nel corpo stigmatizzato l'Evangelo di Gesù.
Tempio romanico, dunque, quello di S. Francesco a Rimini: robustezza di costruzione in pietra squadrata, equilibrio di masse, penombra raccolta, suggestiva religiosa visione di tutte le cose che dagli erbari, dai lapidari, dai bestiari, erano qui riunite nella scultura primitiva a tradurre il cantico delle creature al Signore, origine, termine e centro di tutta la realtà.

Ma ecco il Rinascimento. E' una svolta curiosa, questa, che l'Umanesimo segna nella storia del mondo cristiano; un fenomeno molteplice, vasto.
A guardarlo nel fondo, a sondarlo nella sua anima, l'Umanesimo è stata una grande tentazione; l'antica, l'eterna tentazione, quella che già il serpente aveva sibilato ai progenitori: "essere come Dio", mettersi al posto di Dio, rovesciare le posizioni: non Dio al centro ma l'uomo; antropocentrismo, non teocentrismo. E non più, dunque, i valori eterni; non più ideali nell'aldilà, ma l'ideale nella vita presente…
E la tentazione si affacciava allo spirito, ormai affinato, con tutta la malia e la suggestione della bellezza in cui si era concretata nell'arte, nella letteratura, nel pensiero del mondo ellenistico-romano.

La tentazione fu forte e vasta; ma, nella vastità del fenomeno, che toccò l'Europa tutta, specialmente nei suoi centri culturali, non tutti travolse, e soltanto una minoranza visse fino in fondo quello spirito di ribellione a Dio e perciò a Cristo e al suo Vangelo; mentre i più tentarono di conciliare una adesione, che era tradizionale ed era profonda nell'anima, alla fede cristiana con un indirizzo di pensiero e un atteggiamento di vita paganeggianti. Nacque così quell'intimo dissidio, quel disagio profondo, quella incoerenza, quella contraddizione interiore che contraddistingue tutto il movimento umanistico e rinascimentale.

E' allora che l'antica chiesa romanica di S. Francesco, per il volere di un potente, Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini e per l'arte di un genio, Leon Battista Alberti, si trasformò.

Le Cappelle sorsero meravigliosamente armoniose; sulle pareti, dalle quali a stento, attraverso gli sguanci profondi, entrava la luce, s'aprirono luminosi gli occhi, sorrisero i putti ignudi, versarono in abbondanza la loro fratta le cornucopie, la mitologia riapparve colle sue forme seducenti e la natura tutta vi cantò un inno: il Malatestiano spuntava come un fiore di privilegiata bellezza tra i mille fiori d'arte, di cui l'epoca creatrice del 4-500 popolava l'Italia.

Ma portava con sé l'intimo dissidio; sotto il sorriso delle forme perfette premeva il disagio interiore. E si direbbe che ben lo sentisse Sigismondo, quando traducendo l'insopprimibile esigenza religiosa nelle mura e negli altari di un tempio, vi accoppiava follemente gli ardori della sua passione, alternando al segno della croce le sigle intrecciate di Isotta e sua.

C'era il profondo disagio; e, se sulle pareti fiorivano le grazie elleniche, e appena i veli coprivano o, non piuttosto, rivelavano pagane nudità, se tutto un incanto di seduzione sorrideva nell'interno, già misticamente oscuro, del tempio, dentro, sotto i marmi del nuovo rivestimento, fremeva ancora l'anima della chiesa romanica con tutta la ricchezza della sua tradizione di fede, con tutta la forza della sua elevazione mistica, col richiamo di più profonde esigenze interiori; e a quella ritornavano ancora, con profonda nostalgia, gli spiriti…

C'era nel tempio, e vi restò per secoli, quell'intimo disagio; ed ognuno che vi entrava e restata sorpreso dalla bellezza e dalla grazia dell'arte, avvertiva che qualcosa stonava, che quasi un interno travaglio rompeva l'armonia delle linee, oscurava la grazia delle sculture: suggestione di una tentazione che incanta e monito e rimorso di una verità tradita.

Il Malatestiano restò perciò incompiuto! Restò incompiuto, quasi nel timore di uno sviluppo fatale; come s'arresta talvolta, paventando, il pensiero, di fronte alle conseguenze logiche d'un atteggiamento che il cuore incauto persuade ad accogliere; il Malatestiano tacque!

Ma il pensiero e l'atteggiamento, che animava il Rinascimento e la contraddizione intima, che ne costituiva il profondo disagio, dovevano invece fatalmente e inesorabilmente svilupparsi; ché una insopprimibile esigenza logica domina il pensiero degli uomini. E il pensiero filosofico del Rinascimento, sganciatosi dal Vangelo, sottrattosi alla fede, ribellatosi alla teologia, doveva, attraverso il Razionalismo, arrivare alla desolazione dell'Agnosticismo. Ebbe, sì, poi, per un momento, l'illusione di riprendersi nel panlogismo idealistico, che tentò di riassumere ancora nei suoi schemi tutta quanta la realtà; ma dovette riconoscere ben presto la sua insufficienza: aveva raccolto dei concetti vuoti e la realtà, la realtà dell'esistenza - fu detto - gli era sfuggita. Al fallimento dell'idealismo si univa il fallimento del Materialismo, che aveva tentato ancora la conquista della realtà universale, ma ridotta alla miseria del sensibile: le esigenze dello spirito umano e le sue aspirazioni vanno fortunatamente ben oltre! Oggi la filosofia, dopo il travaglio dei secoli che han seguito al movimento della Rinascenza, ha proclamato il fallimento; il suo grido è un grido di angoscia; quando non tenti, come in Bergson, di trovare rifugio nelle esperienze ultrarazionali dei mistici. E col pensiero è crollata la vita; una vita che si era tentato di sottrarre alla legge di Dio, nella ricerca di un'autonomia folle, nell'affermazione di una libertà che era ribellione. Ma gli uomini, sganciati da Dio, furono sottratti all'amore e hanno incontrato nella vita e nella storia delle terribili esperienze; le abbiamo vissute noi pure e le viviamo, come un incubo e abbiamo sentito che l'uomo non è sufficiente a sé stesso e che, fatto centro della sua vita e della sua storia, si imbestia e fa del mondo un inferno.

Il Malatestiano era rimasto incompiuto! Ma pur su di lui dovevano pesare le conseguenze di quello sviluppo del pensiero e della vita; e la guerra tormentò coi suoi bombardamenti anche il tempio, che ne fu ferito, lacerato, devastato… Presentava così nelle sue mura sventrate, nella sua volta sfondata, nei suoi marmi martoriati le conseguenze di quella tentazione che aveva icasticamente espresso e alla quale l'umanità aveva dolorosamente, follemente ceduto.

Ora è risorto. Non è stato l'orgoglio e la passione di uno solo a ricostruirlo a documento della sua potenza e delle sue debolezze, ma l'unione dei popoli sgomenti delle rovine dell'odio, nella coscienza che da Dio è la pace; restano i segni del passato, ma l'anima ribelle ne è morta e le forme velate dal tempo stanno soltanto a dire che la tentazione è ormai un ricordo.

E' risorto il Malatestiano, ne è riconsacrato l'altare e sull'altare rialzato si compie il Sacrificio. Non è ormai storia quella che il Malatestiano canta, ma è presagio, è profezia: perché la tentazione è superata e l'umanità, che ha vissute le tragiche conseguenze della sua avventura di prodigo, sta oggi ritornando a Dio. Il bisogno di Lui, della sua verità, della sua grazia, della Sua legge e del suo amore è così profondamente sentito nell'anima di oggi! E il dissidio che tormentò l'Umanesimo è oggi superato, perché sentono gli uomini che il Vangelo nessuno dei valori umani, anche contingenti, anche terreni, rifiuta, ma tutto l'uomo eleva, accostandolo a Dio, che, in Cristo, s'è misteriosamente accostato a lui. Nessuno dei valori: non la bellezza, non l'arte, non la letteratura, non la ricchezza; nessuno dei valori umani viene respinto dal cristianesimo, ma tutti vengono coordinati e subordinati ai superiori valori e alle esigenze di Dio. E il Malatestiano risorto e riconsacrato appare quasi luminosa traduzione, nella pietra e nella linea, della grande affermazione di Paolo: "Tutto è vostro!". Non ha da esserci un dissidio nell'anima cristiana o una contraddizione; il Vangelo non ha mai guardato né annunziato il mondo in termini di manicheismo: nessuna condanna per la natura, nessuna proscrizione per l'arte, nessuna soffocazione per l'intelligenza; "tutto è vostro!", "Ma voi siete di Cristo": una subordinazione della ragione alla fede, della volontà alla grazia, del terreno al celeste, del temporaneo all'eterno, che è per la ragione luce, per la volontà forza, per il terreno e il caduco elevazione e pegno di immortalità, per tutta la realtà è ordine; perché "Cristo è di Dio". E tutto per Lui, con Lui ed in Lui viene riferito al Padre. E in questa visione dell'universo, che nulla esclude e tutto sublima, che si eleva oggi il Malatestiano ad annunciare che l'umanità sta ritornando a Cristo e per Cristo al Padre; e sta ritrovandosi così la garanzia di giorni sereni sulla terra, nella speranza dei destini eterni del cielo.

Giacomo Lercaro Arcivescovo di Ravenna


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857/26.10.2003