il Rimino - Riministoria

MARINERIA E SOCIETÀ RIMINESE (1700-1800)
Relazione presentata al Convegno su Giuseppe Giulietti,
Rimini, 21 giugno 2003

Nel corso del 1700 e per la prima metà del 1800 nella vita sociale di Rimini, la Marineria gioca un ruolo molto importante, a cui però non corrispondono né una soddisfacente condizione economica, né un qualsiasi coinvolgimento nella gestione della cosa pubblica.
Nel 1791 Francesco Battaglini scrive che alla «classe marinaresca tanto utile alla Città nostra, e nel tempo stesso sì grama, e misera», fanno capo «a dir poco» duemila persone.
Cinque anni dopo, nel 1796, un documento ufficiale della Municipalità riminese calcola questa classe in «circa tre mila Persone», quasi un quarto degli abitanti della città. Faticosamente, dopo l’armistizio del 23 giugno dello stesso 1796, la Municipalità riminese ha impedito «l’emigrazione di molti abitanti del Porto».
Nel 1835 «Naviganti e Pescatori» attestano che la «numerevole marina» del nostro Porto è «forte di tremila e trecento anime tutto compreso, tanto naviganti che peschereccia». Cessato ogni commercio e resosi «scarsissimo il pesce» (essi scrivono alla Segreteria di Stato), «languiscono e moion di fame sì i Naviganti, che i Pescatori colle innocenti numerevoli loro Famiglie»: sono «gente buona sì, ma rozza, impetuosa, ed amareggiata da una miseria, che quasi la sospinge alla disperazione».
1843: la «classe infelice» e «numerosa de’ Marinai, e Calafati non che Commercianti» si dichiara costituire «una quarta parte della Popolazione» riminese. [B 684]
1856: «più di cinque mila persone» sono «dedite specialmente ai negozi marittimi d’ogni specie». Lettera del Gonfaloniere di Rimini all’ingegner Maurizio Brighenti (autore di un progetto di rinnovamento del canale).
1857: risultano 908 addetti per 199 navigli (23 capitani mercantili, 65 «paroni di piccolo corso» ed 820 marinai in genere).
1861: 1.659 addetti (1.165 per il commercio e 494 per la pesca) per 123 navigli (46 da commercio e 77 da pesca).
Commercio: 27 capitani, 108 padroni, 730 marinari, 300 mozzi.
Pesca: 90 padroni, 334 marinai, 70 mozzi.

Ad una famiglia di miseri pescatori appartiene Giulietti che nasce nel 1879, sul finire di un secolo in cui le cose non mutano granché rispetto al Settecento, come non muteranno neppure all’inizio di quello successivo, secondo quanto testimonia il deputato liberale Gaetano Facchinetti a proposito degli eventi bellici del 1915, annotando che essi colpirono gravemente «la numerosa e povera classe marinara».
Nella catena delle forze sociali che vivono all’interno dell’«antico regime», la «classe marinara» costituisce l’anello più debole. Essa però è ugualmente temuta, come ricaviamo da una lettera del 14 luglio 1796 (dopo l’apparire dei Francesi in Romagna), in cui la Municipalità scrive al Legato, che questa «classe marinara» è non soltanto «numerosa», ma anche «poco docile».
E «poco docile» essa si è già dimostrata il 26 aprile 1768, organizzando «un terribile tumulto» contro Serafino Calindri ed il suo progetto di espurgazione del canale. Calindri se ne era andato da Rimini temendo che un bandito (il «noto Brugiaferro»), fosse stato assoldato per toglierlo dalla circolazione, allo scopo di favorire il prolungamento dei moli proposto dal medico Giovanni Bianchi, nume tutelare della cultura e della scienza riminese. Sono questi gli anni in cui padre Boscovich definisce il porto «massima risorsa» della nostra città.
Ma «poco docile» la classe marinara appare anche nelle questioni che oggi chiameremmo sindacali, quando si tratta di difendere i diritti dei lavoratori nei confronti dei «Padroni» delle Barche che, ad esempio, somministravano ai loro marinai cattivo vitto e «vino corrotto».
«Padroni» sono detti non i proprietari, ma i «Conduttori» della barche. Non sempre i «Padroni» sono anche proprietari delle barche. Ad investire nell’ambiente del porto, oltre ai commercianti, figurano pure nobili cittadini che «impiegano vistose somme di denaro in crediti, cambi marittimi e nell’acquisto di barche».
Fra questi nobili troviamo Nicola Martinelli, il quale, seguendo le teorie di Cesare Beccaria, si batte per la libertà di panizzazione, e si oppone a Francesco Battaglini che sostiene invece il sistema pubblico dell’Annona. La famiglia Martinelli inoltre possedeva 21 case nel Borgo San Giuliano.
Un «Padrone», per farsi la barca, deve indebitarsi per un periodo così lungo che normalmente coincide con quasi tutta la durata della barca stessa, che è di dieci-quindici anni. Il povero pescatore, si scrive nel 1869 in un documento ufficiale, consuma tutta la sua vita «sempre in debito ed a vantaggio di quattro vampiri: costruttore, fabbro-ferraio, cordaio e venditore di pesce».
Il «Padrone», nell’ingaggiare i marinai della sua ciurma, deve rispettare alcune regole che la Municipalità impone nel 1745 con i «Capitoli del Porto», seguendo l’«inveterato stile» comunemente osservato. Sono regole che costituiscono una specie di contratto collettivo di lavoro. Nel periodo che va da dopo le «Feste di Natale» sino a Pasqua, il Conduttore non può licenziare gli uomini della barca «senza legittima causa da riconoscersi dal Signor Capitano» del Porto, sotto pena del pagamento dei danni da calcolarsi «secondo il guadagno della Barca». In caso di malattia, sia al «Patron conduttore» sia a qualsiasi «Uomo di Barca», è garantita «almeno per un Mese» la solita parte di guadagno.
A proposito dell’«inveterato stile» comunemente osservato, riporto un episodio del luglio 1804: «due Barche Pescareccie di questo Porto» sono «fatte preda di un Corsaro Inglese», e di conseguenze trenta marinai restano senza lavoro. Con una petizione alla Municipalità, essi chiedono ai «Patronati di Barche» di anticipare di due o tre mesi il «costume di aumentare un uomo per Barcha prima che entri la nuova stagione», che iniziava a novembre. La Municipalità immediatamente sollecita i proprietari ad anticipare questo «solito aumento di un uomo per Barca».
I pescatori sono più tutelati dei lavoratori dei campi, duramente colpiti dalla carestia che si sviluppa pure a Rimini tra 1765 e 1768: molti di loro fuggono a Roma, ospitati a spese dell’Erario in due «serragli», in mezzo ad un’epidemia di vaiolo. In questa «miserabile città», scrive il cronista Ubaldo Marchi nel 1767, i marinai sono «in molto gran numero» e lavorano su 40 barche pescarecce; tremila sono invece i poveri che campano «con cercare elemosina».
Un altro cronista cittadino, Ernesto Capobelli, scrive che «il Pontefice non pensò a solevar in conto alcuno li suoi sudditi, dispensò soltanto tesori spirituali». La Congregazione del Buon Governo nel 1767 fa sapere ai riminesi che con «Erbaggi e Frutti» si poteva supplire «a qualche defi-cienza di Pane».
Certamente la nostra marineria non era come il popolo romano durante la carestia, descrittoci da un abate francese, Gabriel François Coyer: «bien dévot, bien soumis», esso si riuniva soltanto «pour faire des processions et pour gagner des indulgences sous le doigt de Sa Sainteté».
Alla carestia, il 22 luglio 1765 si aggiunge l’alluvione del Marecchia che porta all’«ultima rovina» il porto canale.
Nel 1799 la marineria riminese dimostra tutta la rabbia accumulata in molti decenni di sofferenze. Prima mette in fuga i soldati francesi dopo l’arrivo degli austriaci. Poi, seguìta dai «villani» dei dintorni, organizza una sommossa lunga e violenta che subentra alle devastazioni, alle prepotenze, agli abusi dei napoleonici.
I ripetuti e severi proclami degli austriaci, lasciano il tempo che trovano. Dal 30 maggio 1799 al 13 gennaio 1800, la Municipalità riminese vive una crisi istituzionale che non è una insorgenza a favore del Papato. Gli umori popolari sono ben riassunti da un sonetto anonimo in cui Roma è definita «infame», e si inneggia agli austriaci. I quali innalzano le insegne, care ai reazionari, dell’aquila imperiale e dell’«amore della Santa Fede».
I rivoltosi saccheggiano le botteghe degli Ebrei, assaltano il Palazzo Publico, dove rubano «tutto quello che vi era», dopo aver «rotto ogni cosa». Arrestano, incarcerano, mandano in esilio.
Entrati nella Guardia Civica, i marinai fanno da pompieri e da incendiari. Il loro comandante Lorenzo Garampi ne approfitta per tentare di dominare sulla città, favorito dal fatto che agli austriaci sfugge il controllo di una situazione in continuo fermento. I marinai tentano di sistemare anche Lorenzo Garampi che per salvarsi, il 27 agosto in cattedrale durante una «sanguinosa zuffa», è costretto a rifugiarsi sul campanile.
Per tutto il Settecento i «Poveri Pescatori» tentano di migliorare le loro condizioni. A Roma trovano più ascolto che a Rimini, dove negano la loro miseria in base a due argomenti: essi si costruiscono case, e le loro mogli vanno «come tutto dì si vedono, tanto pompose».
Nel 1787 in via provvisoria, e nel 1791 definitivamente, al posto del dazio del 15 per cento «del Prezzo ricavato» dalla vendita del pesce, subentra una tassa annuale sulle barche, suddivise in sei categorie. L’accordo finale approvato dal Legato, è firmato il 20 giugno 1792 come Transazione, e amichevole composizione fra Comunità riminese e Procuratore dell’Arte della Pesca a nome dei suoi iscritti.
La Municipalità per difendere il dazio del 15 per cento, ha sostenuto che esso normalmente dall’appaltatore era ridotto all’otto, e che se i pescatori guadagnavano poco, la colpa era soltanto dei rivenditori del pesce, i cosiddetti «porzionevoli», che formavano società fra loro per esportare al prezzo più vantaggioso il pesce a Bologna ed in Toscana. Questo fatto diminuiva il «frutto de’ sudori, e pericoli degli infelici Pescatori». E lasciava Rimini senza pesce, o lo faceva pagare ad un prezzo maggiorato di un terzo.
Nel 1805, secondo un testo ufficiale, nel porto di Rimini sono attive 104 barche con 780 marinai: settanta sono da pesca con 480 marinai, e trentaquattro da traffico con 300 addetti. In un anno nel nostro porto «entrano più di 400 bastimenti carichi di varie mercanzie e generi, e ne partono altri quattrocento carichi di effetti del Paese e dell’Estero». Per questa sua situazione, si sottolinea, Rimini meriterebbe di ottenere il «Porto Franco».
L’indotto è costituito da un cantiere senza loggiato, dove non è possibile lavorare nei mesi invernali; da fabbriche di cordami; e dalla manifattura della cotonina per le vele (con 300 donne impiegate annualmente).
Esistono poi a Rimini buone fabbriche di concia di pelle, di vetri e cristalli a uso di Venezia, di ombrelle di tela cerata, di cappelli fini a uso di Germania, ed «un considerevole lavoro di seta greggia». Si fanno «paste di frumento a uso di Genova» ed il «Biscotto pei Marinai».
Questo «Biscotto» è un tipo di «pane par-ticolare per gusto, e per la forma», che i marinai «trasportano in Mare», ed è diverso da quello spacciato dall’Annona che «non può resistere ai dieci, o dodici giorni di navigazione».
Il 5 dicembre 1799 all’Annona era stata imposta dalla Reggenza municipale la fabbricazione provvisoria di una «terza qualità» di pane ad uso esclusivo della Marineria, «fra il Bianco, ed il Bruno», che è migliore del «Bruno», richiede una maggior cottura, ed ha «il sale, che vi occorre uniformemente a quello che sogliono fare in casa» gli stessi marinai. Esso poteva essere spacciato soltanto alle «Porte di S. Giuliano, e di Marina in Città».
Peggio se la passano gli altri cittadini. Due anni dopo, nel 1801 il medico Michele Rosa illustra il modo di rendere commestibile la ghianda, ed un panettiere lo mette subito in pratica ottenendo un’entusiastica approvazione da parte della Municipalità.
Nel 1816, racconta Carlo Tonini, avvengono tumulti cittadini contro l’aumento del prezzo del frumento, con la partecipazione «di villani e di marinai, ai quali ultimi dalla stagione burrascosa e imperversante era impedito il rimettersi in mare». I «sedizioni del porto» hanno anche un cannone levato da una loro barca, con il quale entrano in città, e che puntano da sotto la statua di Paolo V «contro la scala del palazzo consolare». Una trattativa e la promessa di diminuire il prezzo del grano, fanno rientrare i marinai nel porto, assieme alla loro bocca da fuoco, mentre il vescovo li benedice da palazzo Garampi.
Nel 1817, l’11 aprile, per «improvvisa, e gagliardissima burrasca», affondano quattro «baragozzi da pesca», e perdono la vita 25 «individui di mare»: ventritré famiglie restano «nella massima desolazione e miseria».
Se nella seconda metà del 1700 il numero delle barche pescarecce aumenta del 128 per cento, a cavallo dei due secoli c’è un calo del 15 per cento. Segue fino al 1836 una risalita del 36 per cento, a cui subentra un calo di quasi il 50 per cento sino al 1869, quando la flotta pescareccia torna con 51 barche al livello di un secolo prima (1773). Il declino continua se nel 1902 le barche sono soltanto 46.
Nel giro di un secolo, dal 1805 al 1902, la forza lavoro passa da 480 marinai a 280, cioè ad oltre un 41 per cento in meno.
A metà della crisi, nel 1864, Luigi Tonini censisce 5.284 riminesi «portolotti», cioè pescatori, naviganti, calafati, commercianti, industrianti ed i componenti i loro nuclei famigliari. Sono poco meno di un terzo della popolazione urbana complessiva (rioni di città e borghi), «che nel 1862 ascendeva a 16.874 anime». I pescatori risultano 419, i naviganti 458. I pescatori e le loro famiglie sono soltanto mille persone, un terzo di quanto erano sul finire del secolo precedente. I naviganti e famiglie arrivano a 1.823 unità.
I «portolotti» abitano prevalentemente, ma non soltanto, nei Borghi Marina e San Giuliano, ed anche in zone lontane dal mare.
Le imprese che abbiamo incontrato nel documento del 1805, hanno dimensioni molto ridotte: da altra fonte del 1812, ricaviamo che appaiono consistenti soltanto il filatoio di seta con 66 dipendenti e due fabbriche di vetri e cristalli con 49. Nel 1824 «la fabbricazione delle vele di canapa e cotone risulta quasi totalmente abbandonata»: vi provvedono con lavoro a domicilio circa 70 donne per quelle di canapa; e 30 per quelle di cotone, contro le 300 impiegate nel 1805.
Nel 1840 la più grossa fabbrica di Rimini è quella dei fiammiferi di sicurezza Ghetti (1837 c.), con 300 donne e 50 uomini.
Nel 1818 la tassa d’ancoraggio per le barche è raddoppiata rispetto al 1796. Il 1829 è una «calamitosa annata» per la pesca. Il papa concede un «caritatevole sussidio di scudi 1.000» che però non si sa come distribuire, mentre si confida che «cessato il vento i pescatori andranno in Mare» a guadagnarsi da vivere perché quel sussidio risulta inadeguato alla necessità.
Dal 1836 il «Legato» del conte Giacinto Martinelli bonae memoriae benefica annualmente con 200 scudi i «Marinai di questo Porto, quivi nati, e domiciliati, vecchi oltre l’età di cinquanta anni, miserabili, ed invalidi».
A questo lascito nel 1877 si aggiunge quello (più sostanzioso, mille scudi) di Giambattista Soardi. Dal 1883 entrambi i «legati» sono trasformati in opere pie che l’anno successivo sono riconosciute come enti morali dal re d’Italia Umberto.
La situazione idraulica del nostro canale rende «poco servibile il porto», reca «danno al commercio» e mette «in crisi l’attività delle costruzioni marittime». A questa situazione negativa si cerca di porre rimedio tra 1842 e ’63 con un duplice prolungamento dei moli secondo la ricetta settecentesca dal medico Giovanni Bianchi, per complessivi 328 metri a Levante e 373 a Ponente.
Nel frattempo (1843), nasce l’industria turistica balneare su cui s’indirizzano gli interessi e le cure della classe dirigente locale, a danno delle attività portuali, per le quali mancano gli investimenti necessari. Ed il rinnovato e restaurato Porto Corsini di Ravenna dal 1870 toglie a quello di Rimini il primato che aveva nel tratto di costa fra Venezia ed Ancona.
Nel 1859 inoltre il porto di Rimini è stato declassato a semplice Commissariato di prima classe da Capoluogo di circondario marittimo che era dal 1803. Il nuovo Capoluogo è Ravenna. Nel 1843 il nostro porto era stato dichiarato «scalo di merci per la Toscana». Quando passa da Rimini alla fine del 1860 il re Vittorio Emanuele, una commissione gli consegna un foglio «per il Porto».
Più che la crisi del porto e della marineria, è stato scritto, è l’intera crisi politica della città, provocata dai suoi «maggiorenti conservatori», che ne ipotecano «le forme ed i tempi dello sviluppo».
E contro quest’ordine delle cose insorgono i popolani nel settembre 1845 con Pietro Renzi, lasciando una testimonianza di rivolta contro l’arretratezza e la stagnazione degli Stati Pontifici. Parte degli insorti fuggono via mare, aiutati proprio dai pescatori riminesi.
Nel successivo novembre i nostri marinai tentano una sommossa contro l’aumento del prezzo del grano. Il Cardinal Legato Giorgi con un editto assicura la popolazione che il governo vegliava anche sopra i poveri, e che non temessero.
Altre due proteste delle donne di marina avvengono nel luglio 1848, la seconda con l’incendio totale di una barca che doveva esportare grano a Venezia.
Nel 1855 arriva il «Cholera Morbus» con i suoi danni anche sull’attività marittima, e con 717 decessi dei 1.264 affetti su di una popolazione cittadina di 17.627 abitanti. La sua prima comparsa è proprio nel Borgo di San Giuliano con la morte di un pescatore il 18 marzo, dopo tre giorni di malattia. Quel Borgo San Giuliano che un suo figlio illustre, lo scrittore Luigi Pasquini, battezzerà come «il sobborgo più torbido della città», e «covo di “anarchici storici”».

Antonio Montanari


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807/21.06.2003