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PERFORMANCE |
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Una situazione paradossale La critica
della ragione impura La scelta e la
prep. di un programma |
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UNA SITUAZIONE PARADOSSALE Abbiamo
preparato con cura il programma del concerto, insistito per inserirvi i pezzi
piu' difficili del nostro repertorio; provato e riprovato i passi piu'
difficili; ora ci sembra tutto OK, non ci resta che confidare sulla nostra
buona stella nel momento in cui saremo chiamati davanti al pubblico. Non
manca molto, aspettiamo solo di entrare in scena. Ci
sembra di avvertire in noi una tensione che via via ci distacca dalla realtą
del quotidiano, ci altera il normale
stato emotivo: negli ultimi istanti di attesa vorremmo fare qualcosa ma
....... e' arrivato il momento, dobbiamo entrare in sala. Improvvisamente, ci
sembra di aver dimenticato qualcosa ......., ma no, ricordiamo
tutto.......Oddio!, non ne siamo piu' sicuri; vorremmo prenderci ancora
qualche istante ...... qualcuno ci esorta: dobbiamo entrare. Entriamo
con ansia, il passo affrettato e rigido. Vediamo il pubblico senza guardarlo,
abbozziamo un goffo inchino. Salutiamo il direttore d' orchestra ma
dimentichiamo di stringere la mano al primo violino. Prendiamo
il "la" dall' orchestra ma non capiamo se il nostro e' calante o
crescente e per non stare li' a tediare il pubblico oltre misura
improvvisiamo una semi-accordatura con i nervi gia' duramente provati. Notiamo
anche che il leggio e' basso, ma lo alziamo di troppo: da questo momento
nessuno vedra' piu' la nostra faccia. Si
comincia a suonare: stacchiamo un tempo totalmente diverso da quello tenuto
durante le tre prove di preparazione. Qualcosa va, ci sembra accettabile, ma
poi, improvvisamente, "il" passaggio ci tradisce. A questo punto
sentiamo che i muscoli non funzionano: le braccia sono incredibilmente
rigide, le gambe bloccate, le dita non rispondono ai nostri comandi, non
siamo piu' in grado di controllare l' esecuzione. Abbiamo
perso il contatto con la torre di controllo ma non possiamo piu' fermarci: si
procede in volo cieco. In pochi
attimi siamo capaci di distruggere ore e ore di studio ........; i tanti
esercizi tecnici, le "prove di volo", ora ci abbandonano, non
accorrono in nostro aiuto. Alla
fine, comunque, riusciamo ad atterrare, il pubblico applaude la nostra
esecuzione. Siamo ora preda di un caleidoscopio di sentimenti, difficili da
distinguere: gioia perche' tutto e' finito, ma anche rammarico per cio' che
non ha funzionato; euforia si, ma anche rabbia contro noi stessi. In
camerino diamo sfogo a tutto questo: commentiamo a caldo la tal battuta, il
tal attacco, l' entrata sbilanciata, e c' e' chi e' gia' pronto a consolarci;
altri si complimentano con noi, e forse sono anche in buona fede; altri
ancora, e sono i piu' stronzi, ostentano sorrisini da serpente, occhiatine di
malcelato piacere sadico; altri, infine, ci vengono incontro con l'
espressione austera e paternalistica di chi sembra volerci dire "ego te absolvo". Siamo
letteralmente usciti dalla scena, non sentiamo neanche il pubblico che ci
chiama; entra qualcuno a sollecitarci ad uscire nuovamente; e questa uscita
e' piu' penosa della prima: i lineamenti stravolti, l' espressione
indefinita, vorremmo chiedere scusa, perdono, ma ci risolviamo in un inchino
frettoloso e poi via, di corsa, con tutti i problemi anche questa volta
irrisolti, con le nostre colpe da espiare, con un incubo ancora vivo che ci
lascia, soli, con un senso di stordimento. Ma
cosa diavolo e' successo? Perche' tutto questo? Perche' quello che doveva essere, poteva essere, un buon concerto si e'
risolto per noi nella trasfigurazione della normalita' nell' impossibile,
della comunicabilita' nell' impotenza, del piacere nell' amarezza dell'
angoscia? Vorremmo
la rivincita subito, ma dobbiamo aspettare. E
dire che l' avevamo preparato cosi' bene ......... . . . . . ed ora
riflettiamo . . . . . Anche
se potra' sembrarvi per taluni aspetti paradossale, la situazione che abbiamo
qui descritto puo' rappresentare con sufficiente attendibilita' la
"situazione tipo" di alterazione dello stato psichico in negativo durante l' esecuzione.
Possono, ovviamente, cambiare le misure
di tale alterazione, riducendosi a minimi (normali?) istanti di disattenzione, o, al contrario, assumendo
proporzioni catastrofiche. Ma
la dinamica non cambia. Inizia da
molto lontano, trae origine cioe' da un atteggiamento molto personale nei
confronti della dinamica di relazione,
da un verso, e dallo spettro del
giudizio, dall' altro. Ma c' e' ancora dell' altro. Dall'
analisi nel nostro racconto possiamo trarre insieme tutti gli spunti che
svilupperemo nel corso dei capitoli successivi. Che
cos' e' un ponte? E' qualcosa che collega due punti (terre, strade, sponde)
fra di loro, rendendo possibile una comunicazione, permettendo - per meglio
dire - una dinamica di relazione.
Se il ponte non c' e', o se si interrompe, o se, pur essendoci, non risulta
efficace, altrettanto inesistente, precaria o difficoltosa risultera' la
comunicazione. Ma
il ponte e' soprattutto una scelta
dell' uomo, una sua iniziativa per rispondere a determinati bisogni; nei
processi comunicativi, e quindi anche nelle nostre pubbliche esecuzioni, esso
rappresenta una necessita', un
presupposto, che noi dobbiamo saper costruire. Dimostrero' che non saremo i
soli a farlo; sara' proprio il pubblico ad aiutarci se favorito ed
incoraggiato dal nostro atteggiamento. Molto
raramente - credetemi - il soggetto "pubblico" e' reticente alla
costruzione del ponte di simpatia fra
noi e lui. Se cio' che dico non fosse vero, dovremmo ritenere come valide
tesi che a mio avviso sono invece semplicemente assurde e paradossali, e
cioe': - il pubblico verrebbe al nostro concerto
sperando di assistere ad una catastrofe, per godere delle nostre difficolta',
per trascorrere e condividere con noi momenti di angosciosa tensione; - il pubblico, a concerto finito, non
spererebbe altro che di poter
esprimere giudizi negativi, frantumare la dignita' di un povero Cristo,
criticare violentemente una sciaguratissima performance. Tutto
questo non e' vero, non puo' essere vero, visto che la sua partecipazione e',
fino a prova contraria, frutto unicamente di una scelta libera. Il pubblico ha
scelto cioe' di vivere un' ora diversa da quella della normale routine, per divertirsi (?), per
stimolare una legittima curiosita' (?), per ascoltare musiche nuove (?), per
sentire e vedere un artista dal vivo (?)......... o, piu' semplicemente,
perche' non aveva nient' altro di meglio da fare. Tutto, cioe', all' infuori
che di voler trascorrere l' ora piu' brutta della giornata. C' e' quindi
molta disponibilita' nel soggetto pubblico: questo noi dobbiamo saperlo, di
questo noi dobbiamo essere convinti, ma veramente
convinti. Il pubblico e' li', ci aspetta, ha scelto di essere presente:
ora non potra' restare indifferente; potra' solo sorriderci ...... ma potra'
anche amarci. E amarci davvero, senza conoscerci. Anche
il pubblico si emoziona, prima dell' inizio del concerto: e' un' emozione
diversa dalla nostra, certo, ma e' altrettanto vera, palpabile. Se imparerete
ad osservare i volti, le espressioni della gente che ci sta guardando subito
dopo il nostro ingresso in sala (v. esercizio), potrete notare gli sguardi
attenti, il sorriso cordiale ed elegante, in alcuni - addirittura - lo stesso
rossore che e' sul nostro volto. Sono, questi, attimi bellissimi, che non
possiamo permetterci di perdere: ci danno la stessa emozione che avvertiamo
intimamente quando incrociamo uno sguardo profondo, insistente. Non c' e' ancora
la musica, ma c' e' gia' la ricerca di una "sintonia"; e' nato un
desiderio di relazione, una fantasia.
W. Shakespeare chiarisce bene questa dinamica ne Il mercante di Venezia: - Dimmi, dove nasce la
fantasia. Nel cuore o nella testa? Come si genera, come si sviluppa? Dimmi,
dimmi. - Dagli occhi si
genera, si nutre dal guardare e muore nella culla dove vive. Altro
che entrare frettolosamente, vedere il publico senza guardarlo, pensare a lui
come ad una giuria implacabile senza volto. Nulla di piu' assurdo! Il
pubblico e' qualcosa di vivo, di positivo, non chiede altro che di essere, in
qualche modo, "amato". Vede in noi la possibilita' di un rapporto
di comunicazione sui generis senza
il linguaggio delle parole, al di la'
delle parole, piu' autentica delle parole. Ed e' per questo pubblico che noi
siamo li', sulla scena: per offrirgli un qualcosa che non puo' non risultare
gradito. Sia noi che loro, dunque, siamo qui per questo. Quanto
piu' riuscirete a cogliere questi attimi di preludio, di corteggiamento,
tanto piu' saprete attingere al mare della emotivita' collettiva,
sintonizzarvi sulle "frequenze" in sala. Il pubblico vi ha accolto,
vi gradisce veramente, ha gia' costruito la sua parte di ponte; ora aspetta
voi, il vostro entusiasmo, la vostra intelligenza. Esercizio Entrate in sala con passo calmo e nel contempo
risoluto, guardando i volti di coloro che vi sembrano maggiormente cordiali
nei vostri confronti. Dopo aver salutato tutto il pubblico con un
inchino profondo ed elegante, "agganciate" subito un rapporto con i
soggetti dapprima individuati: guardateli con attenzione, soffermandovi per
qualche istante ad osservare attentamente dei piccoli particolari: la forma
degli orecchini, il nodo di una cravatta, il colore di una giacca. Queste
persone diverranno, per tutto il concerto, i vostri punti di riferimento, le
"coordinate" fra il pubblico, i "pilastri" del ponte.
Sorridete ad essi, spendete ancora, prima di iniziare, qualche attimo nei
loro sguardi. Ne ricaverete enormi benefici, una grande energia positiva. In
questo modo, anche voi avrete gettato il vostro primo "pilastro". Un
altro momento importante per l' artista e' quello che precede immediatamente
la sua entrata in scena; immediatamente si fa per dire, visto che l' attesa
"dietro le quinte" puo' durare anche un' ora. In
questi 60 minuti, se si potesse fotografare lo stato nervoso di chi si
appresta ad uscire, avremmo una serie di fotogrammi che evidenzierebbero un
crescendo di ansieta', per la verita' molto rischiosa, che tende a logorarci
ancor prima del nostro ingresso in sala. In
quest' ora tutto puo' succedere: gente che viene a salutarci, personale del
teatro che continua a raccomandarci questo e quest' altro
"rompendoci" la necessaria concentrazione (e non solo quella!),
amministratori che vogliono i nostri dati anagrafici, altri che sventolano i
moduli della SIAE; leggii che non si trovano, pagine in fotocopia che si sono
staccate e nessuno ha portato - ovviamente! - il nastro adesivo per
incollarle (e' gia' questa una buona ragione per non fotocopiare la musica),
e cosi' via ....... Cosa
fare, dunque, per gestire al meglio l'
ora dietro le quinte? Innanzitutto
consiglio di arrivare nel luogo del concerto proprio un' ora prima, ne' piu',
ne' meno. Un' attesa eccessiva finirebbe con il logorare ancora di piu' i
nostri nervi o, in altra ipotesi, col deconcentrarci per il troppo tempo di
inattivita'; al contrario, arrivare al concerto solo 15 minuti prima potrebbe
essere molto rischioso perche' (il diavolo solo sa come cio' potrebbe
accadere) potremmo aver bisogno di ..... non so, cucire un bottone della
nostra camicia, sostituire una corda dello strumento, ecc. Analizziamo
dunque l' ora dietro le quinte e proponiamo le attivita' da fare. 1.
Per prima cosa, se non lo si e' fatto prima o se altri non avra' cura di
farlo per voi, sistemate il vostro leggio e gli spartiti sulla scena, dopo
averli controllati e disponendoli con precisione nell' ordine di esecuzione. 2.
Rientrati nel vostro camerino, indossate gli abiti da concerto,
rinfrescatevi; preparatevi come se l' ingresso fosse imminente. 3.
Prendete il vostro strumento (ricordatevi: gli spartiti devono essere gia' in
sala!) e controllatene l' efficienza e l' intonazione. Se volete suonare, non
fatelo per piu' di 10 - 15 minuti, e, comunque, limitatetvi a note lunghe,
qualche scala, una successione di arpeggi: sappiate che il concerto non e'
ancora iniziato e che quindi ostinarsi a voler suonare per quasi tutta l' ora
sarebbe enormemente deleterio perche': -
disperde enormemente le vostre energie, che invece sono, ora piu' che mai, preziosissime; -
infastidisce i vostri colleghi; -
non vi consente di eseguire i necessari esercizi di rilassamento e di
concentrazione; -
non aggiunge comunque nulla alla
vostra preparazione; -
dapprima incuriosisce, poi distrae, infine disturba il pubblico che e'
entrato in sala il quale, in questo momento, sta anch' esso a suo modo predisponendosi
al concerto, cosi' come state facendo voi. Ricordatevi che il tempo delle
prove e' finito. Non possiamo credere che siano sufficienti pochi minuti a
rivoluzionare un fraseggio o a perfezionare un passaggio di tecnica. In
quello stato emotivo, poi! Quindi, quel che e' fatto e' fatto. Meglio
dedicarsi ad altro. 4.
Eseguite con calma gli esercizi di preparazione. ESERCIZI
DI RILASSAMENTO FISICO Esercizio
n. 1 Sedetevi su una sedia dura non molto bassa (in
mancanza di questa, puo' andar bene anche se starete seduti sul bordo di un
divano); appoggiate le braccia sulle ginocchia, assumendo la posizione di un
cocchiere; curvate la schiena in avanti e guardate con gli occhi verso il
pavimento che e' davanti a voi. Restate in questa posizione per qualche
minuto, come se steste leggendo un giornale su una panchina. Non parlate.
Respirate tranquillamente. Ma soprattutto, siate ottimisti! Esercizio
n. 2 Alzatevi evitando movimenti bruschi, quindi
passate a scaricare la tensione accumulata nei vostri muscoli, in particolar
modo nel collo, braccia, polsi, mani e gambe. - per il collo:
stando dritti, ruotate lentissimamente il collo verso sinistra, cercando di
girarlo all'indietro il piu' che potete. Arrivati al punto di massima
tensione, restate in questa posizione per 5 secondi, poi tornate nella
posizione iniziale. Respirate normalmente. Ripetete l' esercizio per 4 - 5
volte e poi, ancora, simmetricamente, eseguitelo ruotando la testa verso
destra, con le stesse modalita'. E' importantissima la lentezza dei movimenti
e la regolarita' della respirazione. - per le braccia:
stando in piedi, disponetevi parallelamente ad una parete (o ad un mobile),
alla distanza di 80 cm. circa (la parete o il mobile sono alla vostra
destra). Alzate il braccio destro verso destra fino a portarlo in linea con
le spalle e cercare di "tirarlo" avvicinandovi con la punta delle
dita alla parete. Abbiate cura di non spostare il tronco durante questo
esercizio. Ora, invertite tutto, e fatelo con il braccio sinistro. - per i polsi:
portate le braccia bene in avanti; ruotate i polsi contemporaneamente (il
destro in senso orario e il sinistro in senso antiorario). Effettuate questo
esercizio lentamente e per non piu' di 30 secondi. - per le mani:
massaggiate energicamente la palma della mano destra con la mano sinistra e
viceversa, come se steste modellando un corpo di cera. Poi, massaggiatele
ancora come se vi steste asciugando. Per chi tende ad avere una sudorazione
eccessiva nelle mani, questo esercizio puo' essere eseguito utilizzando un
panno di lino. - per la schiena:
sedetevi sul bordo di una sedia, appoggiando le mani sulle vostre gambe;
cercate ora di "allungare" la schiena come se voleste raggiungere
con la testa qualcosa che e' sopra di voi. Non alzate le spalle. Respirate
lentamente e profondamente. Cercate di allungarvi sempre di piu', ma, allo
stesso tempo, non eseguite questi esercizi con sforzo. Arrivati al punto di
massima tensione, restate immobili per 5 secondi poi, respirando lentamente,
tornate alla posizione del cocchiere (v.). Ripetete questo esercizio 3 volte. - per le gambe:
state dritti all' impiedi, mani dietro la schiena. Contraete e rilassate i
muscoli delle gambe in successioni di 5 + 5 secondi; eseguite questo
esercizio 5 volte. Poi, alzatevi lentamente sulle punte e restate in questa
posizione per 10 secondi. Ripetete la sequenza 3 volte. Quindi, alzatevi (si
fa per dire!) sui talloni, osservando tempi e successioni dell' esercizio
precedente. Nota
importante. Nell' eseguire questi esercizi di rilassamento
fisico, e' indispensabile osservare quanto segue: - eseguiteli con scrupolo e con il massimo
rigore; - eseguiteli lentamente; - eseguiteli nella convinzione che essi sono
parte integrante della vostra preparazione. Passiamo
ora agli esercizi di concentrazione. Innanzitutto
non si parla qui di esercizi in grado di produrre il "miracolo",
risolvere cioe' passaggi tecnici, rivelare fraseggi straordinari. Sono, e lo
sottolineo, esercizi che mirano ad accumulare le energie, a fare il conto
delle risorse, a stabilire uno stato di benessere psichico. Potete
eseguire questi esercizi anche affacciati ad una finestra (se il panorama
merita), o seduti comodamente su una poltrona: l' importante e' potersi
isolare dagli altri, evitare interferenze, distrazioni. Meglio ancora se li
eseguite tenendo in mano il vostro strumento (concediamo una deroga solo a
pianisti e contrabbassisti). Vi
siete isolati mentalmente? Bene, tra poco la vostra mente sara' invasa da
mille pensieri. Si sta scatenando, nella vostra testa, una tempesta di idee,
da quelle apparentemente piu' lontane dalla situazione reale, a quelle piu'
banali, e poi, di nuovo, a quelle piu' remote. C' e', comunque, una idea
fissa, piu' ostinata delle altre: quella di provare paura, la paura di
sbagliare, di essere giudicati male, di poter distruggere tutto. Analizziamo. La
paura e' un sentimento normalissimo nell' uomo e, come tale, puo' e deve essere vissuto. Non bisogna aver paura della paura. Non e'
un fatto patologico, una dimensione assurda (altra cosa e' il terrore); e'
come la fame, la sete, il desiderio: e come la fame, la sede, il desiderio
puo' essere "saziata". Dobbiamo
cercare di capire, dunque, "di che cosa" si ha paura. Puo'
esistere una paura soggettiva e una
paura, per cosi' dire, "oggettiva".
La
paura soggettiva puo' essere
neutralizzata pensando che: - non vi apprestate ad entrare in un' aula di
tribunale e, comunque, anche se cosi' fosse, sareste testimoni di un fatto
(evento musicale), non imputati di un reato; - avete scelto un programma consono alle
vostre possibilita' tecniche e competenze musicali (v. il Cap. "La
scelta del programma") e quindi nessuno vi chiedera' di spingervi al di la' dei vostri confini; per di piu'
lo avete studiato attentamente; - chi vi ascolta e' ben disposto verso di voi
(v. Cap. "Il ponte di simpatia"), non ha alcuna idea omicida nei
vostri confronti; per di piu', e' comunque piu' disposto al perdono che alla
vendetta; - avete la fortuna, riservata a pochi (e di
questo siatene veramente felici) di
poter esprimere la vostra emotivita' per mezzo di un'arte che conoscete, ed e' un' arte
meravigliosamente unica. Siete privilegiati per questo. Il vero giudizio (ammesso che ne abbiate
bisogno) sara', per voi, solo il vostro. Se
invece la vostra paura e' determinata da fattori oggettivi, quali, ad esempio: - avete scelto un brano che va al di la' delle
vostre possibilita' tecniche; - non lo avete studiato con sufficiente cura o
lo avete provato con i vostri partners
solo due o tre volte, facendo affidamento soprattutto sulla buona sorte e
seguendo quindi le regole dell' Italian
marke'tting style (da notare l' accento); - arrivate in sala 10 minuti prima dell'
inizio del concerto; allora si, avete ragione ad aver paura! Siete
stati degli incoscienti. Solo un pubblico di incompetenti puo' salvarvi dalla
vostra vergogna. Ma non siatene felici. La vostra professionalita' non si
misura, ne' potra' mai crescere, con fortune ed espedienti. Se per voi essere
musicisti e' ancora una cosa degnitosa, rifiutate pressappochismi e
approssimazioni da idioti. Il mondo ne e' gia' pieno. Siate da tutt' altra
parte. Esercizio Rilassatevi stando seduti o affacciati ad una
finestra. Non lasciatevi distrarre da nulla. Respirate regolarmente. Evitate
movimenti superflui. Osservate attentamente il vostro strumento, guardatelo a
lungo, con affetto. Ripercorrete con la memoria i momenti piu' significativi
della vostra storia, i concerti migliori, le occasioni in cui vi siete sentiti
affascinati da questo strumento. Visualizzate questi ricordi, attingendo
serenita' e benessere dal piacere
della memoria. Pensate che, dopotutto, vi accingete a percorrere un' altra
delle tante tappe naturali della vostra attivita', della vostra carriera. Ne
siete tranquillamente all' altezza. Gia' altre volte siete stati in grado di
dimostrarlo. Fuori, in sala, il pubblico vi e' amico, vuole accogliervi con
affetto. Ripagatelo con altrettanta eleganza. Riflettete ancora qualche
istante su questi pensieri. Meditate con tranquillita'. Sorridete. Preparate
il vostro strumento, riscaldatelo: sta per regalarvi momenti di grande
intensita' emotiva. In
questo capitolo cerchero' di descrivere analiticamente la situazione che
viene a crearsi nel momento in cui si e' varcata la soglia che ci introduce
nella sala da concerto. Un buon decollo avviene solo quando i motori sono
stati adeguatamente riscaldati, gli strumenti rispondono con perfetta efficienza
ai comandi, ogni dettaglio e' stato accuratamente controllato. Allo stesso
modo, noi dobbiamo convincerci che il concerto e' gia' iniziato con il training descritto nel capitolo precedente, e' ad esso
indissolubilmente legato, consequenziale: del resto, non si puo' "decollare" cosi',
dal niente. Ebbene,
se avete preparato il vostro ingresso con cura, evitate ora di entrare in
sala con l' atteggiamento di chi e' costretto a gettarsi fatalisticamente
nell' arena, ma esprimete, al contrario, sicurezza ed eleganza gia' in questi
primi momenti della vostra
apparizione. Il pubblico resterebbe alquanto sorpreso nel vedere in voi l'
espressione triste, debole,
incerta, sofferente, di chi, cioe', sembra manifestare - magari solo in
apparenza - una personalita' opaca, grigia, perdente. Provate a pensare se
possa essere possibile lasciarsi affascinare
da un tipo cosi! Presumo che sarebbe alquanto difficile. Alcune
cose di questo capitolo sono state gia' esposte o solo accennate quando
abbiamo parlato del "Ponte di simpatia"; cerchero' quindi ora di
indicare le varie situazioni psichiche, cosi' come si succedono, attimo per attimo, e proporro' un
esercizio corrispondente a ciascuna di esse. Dunque,
procediamo con ordine. Si
entra in sala, accolti dall' applauso del pubblico. Cio' desta, e'
innegabile, una certa "emozione", ed e' giusto, normale. Dirigetevi
tranquillamente verso il vostro leggio. Salutate il pubblico ed,
eventualmente, l'orchestra ed il direttore. A questo punto, eseguite l'
esercizio esposto nel capitolo 1. Una
raccomandazione: non prendete subito il "la", catapultandovi
incoscientemente nella dimensione del tempo:
c' e', ancor prima, qualcos' altro da fare nell' ambito dell' altra
dimensione, quella dello spazio. Sappiate
infatti che la mancanza, o anche la
sola riduzione, di sufficiente
autocontrollo emotivo ha, come diretta conseguenza, la perdita o, meglio, l' alterazione della dimensione spazio - temporale, per cui,
improvvisamente, non si percepisce piu' la misura reale di dove si e', cosa
succede, cosa si sente. Se perdura questa alterazione, se non si riconduce subito il tutto al vostro controllo,
si e' costretti a "decollare" in malo modo, con il rischio di
pregiudicare la successiva "linearita'" del volo. E, si sa, il
"decollo" e' un momento molto importante e delicato. Occorre
prestarvi quindi la massima attenzione. ESERCIZI
PER IL CONTROLLO DELLA DIMENSIONE SPAZIALE Esercizio
n. 1 Osservate la sala, percorrete con lo sguardo
il perimetro e, anche qui, soffermatevi su qualche particolare, assumetelo ad
ulteriore vostra "coordinata". Meglio se i punti prescelti si
trovano lontani da voi, in modo tale da "coprire" tutta l' area
della sala. Cercate di capire che voi siete nella sala, ne rappresentate una coordinata importante, e che
essa non comprende solo il pubblico, ma anche lo spazio della scena dove voi
vi trovate. Cercate dunque di visualizzare la superficie totale della sala,
con voi e il pubblico presenti, come le la steste guardando dall' alto. Esercizio
n. 2 Sistemate il leggio, anche se vi sembra
perfettamente a posto; toccatelo, spostandolo magari di un centimetro. Aprite
il vostro spartito e provate a leggervi qualcosa (il numero di pagina, l'
edizione): questo piccolo espediente, apparentemente inutile, se non
addirittura fuorviante, e' invece utilissimo perche' consentira' al vostro
stato psichico di non alterarsi, costringendolo
alla "normalita'" delle cose. Esercizio
n. 3 Sistematevi al vostro posto, identificando l'
"area di manovra", lo spazio della scena cioe' dove potrete
"muovervi" a vostro agio. E' importante potersi sentire a proprio
agio, prima di suonare, verificarlo, convincersene. Potrebbe accadervi,
alrimenti, di dover cominciare a suonare con la paura che prima o poi il
direttore vi infilera' la bacchetta in un occhio, o di non riuscire a vedere
comodamente il vostro pianista, o di finire in braccio all' ignaro
orchestrale che sta dietro di voi. Esercizio
n. 4 "Sentite" l' appoggio delle piante
dei piedi sulla superficie del pavimento; oscillate un po' con il busto,
distribuendo il peso del corpo ora su una gamba, ora sull' altra; controllate
che le spalle non siano strette, irrigidite. Tenete le braccia lunghe sui
fianchi. Respirate normalmente, "agganciandovi" alle vostre
coordinate (particolari nel pubblico e nella sala) e scaricando la tensione
sulle piante dei piedi. Uno
sguardo al vostro strumento segnera' il passaggio dalla dimensione dello
spazio a quella del tempo. ESERCIZI
PER IL CONTROLLO DELLA DIMENSIONE TEMPORALE Esercizio
n. 1 Emettete il "la" dal vostro
strumento. Questa nota deve essere ben tenuta, appoggiata, espressiva. In
molte occasioni ho potuto verificare come alcuni "prendano" il
"la" con una flebilita' di suono tale che - di fatto -, soprattutto
negli strumenti a fiato, falsa completamente l' intonazione. La vostra prima
nota deve essere espressiva, non insistente o petulante, certo, ma veramente
ben sostenuta. In tal modo, inoltre, potrete approfittare per controllare la
respirazione o la tenuta dell' arco. Se non siete poi sicuri di avere un
orecchio eccellente per controllare la vostra intonazione, non esitate a
chiederne conferma al direttore, al primo violino, al vostro partner: non e'
cosa di cui vergognarsi, tenuto conto anche del fatto che, dall' esterno,
risulta ancor piu' agevole verificare l' intonazione. Esercizio
n. 2 Quando si emette il "la", cercate di
sentire il vostro "suono di ritorno"; non il suono cioe' che e'
vicino a voi, ma quello che si diffonde in sala. Questo fatto vi fara'
sentire ancor piu' partecipi nella relazione con il pubblico, permettendovi
di oltrepassare il muro di vetro tra voi e lui, costituira' la prima
"passeggiata" di prova sul ponte della simpatia e vi consentira',
infine, di saggiare il grado di risonanza della sala e di adeguarvi ad essa. Esercizio
n. 3 Sorridete al publico, riflettete ancora
qualche istante concentrandovi, questa volta, sulla velocita' e sul carattere
del tempo che dovete "staccare" e poi ....... via, si parte. Esercizio
n. 4 Durante l' esecuzione, mantenete un
atteggiamento il piu' possibile tranquillo e sereno, sentite il "suono
di ritorno", approfittate delle vostre pause per consolidare il contatto
con i punti, le coordinate. Quando potete, guardate in sala, senza alcun
timore. L' esecuzione sara' costellata da contatti
sempre piu' frequenti fra voi e il pubblico di cui imparerete a seguire le
espressioni, apprezzandone i cenni di assenso. Esercizio
n. 5 A brano ultimato, raccogliete gli applausi,
tutti gli applausi, per condividerli con i vostri partners, senza egoismi.
Evitate di fuggire in camerino,
ringraziate con atteggiamento cordiale, quasi familiare, chi vi sta facendo
omaggio di apprezzamenti spontanei; evitate pure quelle ridicole espressioni
del volto che sembrano voler dire "Uffff!.
finalmente questa tortura e' finita!", oppure "Ah!, quell' errore non ci voleva proprio!", oppure
quello sguardo, terreo ed incavato, ad uso di chi vorrebbe farci credere di
essere stato testimone di un rito allucinante ...... Siate familiari,
affettuosi, eleganti. Il pubblico apprezzera' il vostro stile anche in
questo. E voi, senza neppure saperlo, avrete suonato meglio, sarete cresciuti
anche come entita' psichiche: il "contatto" che avete
stabilito con il pubblico vi fara' desiderare sempre piu' di incontrarvi, di
approfondire una magnifica esperienza. E questo desiderio, credetemi, sara'
reciproco. Senza alcun dubbio. LA CRITICA DELLA RAGION IMPURA Quando
si guarda un panorama, si osserva un quadro, si legge una poesia, si discute
su una questione, fosse anche la piu' banale, non ci limitiamo, quasi mai, ad
una partecipazione distaccata, anaffettiva.
Quasi sempre tale attivita', tale dinamica,
si accompagna ad un giudizio.
Ovvero, difficilmente riusciamo ad esimerci dall' esprimere considerazioni -
le piu' varie - sulla tale questione: considerazioni che equivalgono, di
fatto, alla collocazione della situazione in esame in un ambito particolare
della logica del discorso che - dunque - la giudica secondo
"parametri", "criteri di valutazione". Tali criteri, a
loro volta, possono variare da persona a persona, da circostanza a
circostanza, da momento a momento. Il giudizio e' sempre, in ogni caso, relativo. Dettato da una moda, da un
modo di pensare, da una civilta' di
pensiero, influenza, determina giudizi conseguenti per subire, da questi,
conferme, trasformazioni, ribaltamenti. Basti pensare, per esempio, al
criterio in base al quale, nell'antichita' classica, venivano distinti gli
uomini liberi dagli schiavi o ..... facendo un salto nella
storia di 2000 anni, a come veniva e viene tuttora "giudicata" la
donna presso le comunita' integraliste islamiche. O anche, al giudizio che
gli Italiani hanno dato dell' esperienza del centro-sinistra dell' asse
Craxi-Andreotti e a quello, diverso e uguale, proposto dall' alleanza
Bianco-D' Alema. Ma lasciamo da parte schiavitu', maomettani e progressisti
italiani, e giungiamo al nostro discorso. Dopo
un concerto e' ovvio e normale che si esprimano dei commenti. Sarebbe del
resto assurdo, e mortificante per noi,
se cio' non avvenisse: significherebbe che il nostro concerto non ha destato
il minimo interesse, non ha prodotto alcuna reazione. Ma quale atteggiamento
possiamo per noi ipotizzare nei confronti dei molteplici e diversissimi
commenti? Quale, insomma, puo' essere la nostra reazione al giudizio espresso
dagli altri? Quale e' - in sostanza - quale puo' essere il "giudizio del giudizio"? Innanzitutto cerchiamo
sempre di venire a conoscenza della reazione
del pubblico alla nostra performance,
non la evitiamo, anche se sarebbe certo di cattivo gusto stimolarla oltre
misura perche' - alla fine - finiremmo col renderci ridicoli e petulanti. E'
importante pero' capire cosa al pubblico e' piaciuto e cosa, invece, non lo
ha del tutto convinto, ma non per adeguarci supinamente ad un gusto che, tutto sommato, avremmo
anche il diritto di non condividere; ma, piu' semplicemente, per
"prenderne atto", per poterci regolare di conseguenza, secondo le nostre intenzioni e anche,
probabilmente, per un certo "dovere professionale". Fuggire la
realta', chiudere gli occhi davanti ad essa finisce sempre con l' essere una
reazione di autoannullamento, e' l' affermazione cieca ed ostinata dell' ideologia, dell' astratto gratuito,
cioe' ......... della stupidita' piu' concreta (e lo dico anche con una certa
dose di rispetto!). E'
altresi' vero che il giudizio del pubblico non puo' e non deve
"influenzarci" piu' di tanto. Pensiamo, per esempio, alla
molteplicita' di sensazioni
(perche', quasi sempre, solo di questo si tratta) da cui puo' essere invasa
una platea eterogenea. C' e' il fan
a tutti i costi, quello che segue la moda, il pensiero dominante, il modello
imposto prepotentemente dall' universo dei media: il piu' delle volte esprimera' un giudizio stereotipato,
scontato, prevedibilissimo. C' e', poi, il presunto intellettuale, che soffre
di "depravazione estetica",
il quale, quasi certamente, sara' stato attratto magari dal particolare piu'
insignificante, avendo perso tranquillamente il senso unitario di una frase
musicale: "Si, pero', quel trillo
cominciato dalla nota reale! In Veracini, poi!" , detto magari con
la voce di falsetto, irritato, con l' espressione dell' impotente deluso per
la sua impotenza. C' e', ancora, l' iper - accigliato, quello a cui non va
bene niente, quello che liquida Leonard Bernstein come il "massacratore
di Beethoven", il "cowboy con la bacchetta", citando, per
contrasto, direttori che soltanto lui conosce. C' e' quindi l' amico, il
compagno, quello che si preoccupa della nostra fatica e finisce col dirci
quello che noi vorremmo sentirci dire .......; insomma, ce n' e' per tutti i
gusti. E' importante, quindi, non nascondersi, ma - soprattutto - e' ancor
piu' importante imparare ad esprimere, da
noi stessi, il nostro giudizio
sul nostro lavoro. E questa
attivita' ha un nome preciso: di chiama semplicemente verifica. Dunque,
che cosa e' una verifica, come si esprime, quando si esprime ed, infine, quale
e' l' uso migliore che ne va
fatto? La
verifica e' il confronto fra cio'
che e' e cio' che deve essere, o di cio' che e' stato rispetto a cio' che
sarebbe potuto essere. Si capisce percio' benissimo che occorre da parte
nostra aver acquisito una reale capacita' di analisi, condotta questa
volta, con lealta' di giudizio (questa si, che e' una bella espressione!).
Ripercorriamo con la memoria la nostra esecuzione, soffermandoci su quelli
che ci sono sembrati gli aspetti negativi, i passaggi dubbi, imprecisi, e
cerchiamo di capire cosa realmente
e' successo. Svisceriamo tranquillamente il problema, senza inutili guaiti ,
con obiettivita' e distacco scientifico. Ormai ci siamo "separati"
da un fatto (il nostro concerto), non ne dobbiamo piu' subire il
coinvolgimento emotivo, appartiene alla storia, alla nostra storia, a cio' che e' stato: ora ci interessa l' analisi, solo questo e' importante.
Che cosa ha determinato quella tale imprecisione? Si e' trattato di una
svista, di un errore tecnico? Da che cosa e' dipeso? Ma, soprattutto, che
cosa possiamo fare per "rimediare"? In altri termini, effettuata la
diagnosi, cerchiamo ora di indicare
una terapia. Ancora, e' dipeso
dalla nostra stanchezza? Dalla nostra ostinazione ad aver voluto inserire, a
tutti i costi, quel dato brano che pure
sapevamo inadatto alle nostre possibilita'? Al nostro stato psico-fisico?
Alla disattenzione dei nostri partners?
O ad un evento fortuito (e' crollato improvvisamente il muro della sala, si
e' spezzato l' archetto del nostro violino, il direttore e' svenuto, abbiamo
finalmente inghiottito quella mosca che continuava a borbottarci sulla
faccia). Lasciando da parte le cause di "forza maggiore", analizziamo
quelle che ci sembrano piu' verosimilmente possibili. E tiriamo le
conclusioni, per poterci regolare di conseguenza. D' ora in poi, non
arriveremo piu' stanchi, "massacrati" al concerto, eviteremo, in
futuro, di sfidare la sorte con brani non appropriati, preferendone altri
piu' consoni al nostro livello di
preparazione, eseguiremo con maggiore attenzione gli esercizi di preparazione
al concerto, avremo cura di scegliere piu' attentamente i nostri partners. Questo dobbiamo fare, questo va
fatto, ma con senso di maturita', di responsabilita' e, soprattutto,
senza facili ed inutili isterismi. Ma, al contempo, dobbiamo essere in grado anche di sottolineare cio' che ci e'
apparso corretto, ben fatto, cio' che e' riuscito a soddisfarci. Sarebbe un
gravissimo errore, oltre che sintomo chiarissimo di immaturita' critica,
omettere questa parte dalla considerazione del nostro giudizio, dimenticare
cioe' la "sponda buona" del nostro fiume; il negativo non e', e non puo' mai essere, piu' determinante del positivo. Come avviene nei rapporti
tra persone, i torti, le offese, le mancanze non possono in alcun caso farci
dimenticare le numerose prove di amicizia, le espressioni di affetto, le
passioni. Ma questa e' un' altra storia. Apparentemente. Ritornando
ora al discorso del giudizio del pubblico, ho gia' detto che va considerato
utilmente e con sufficiente equilibrio da parte nostra. Diffidate degli
adulatori cosi' come non buttatevi giu' se qualcuno, magari ritenuto una
specie di Vate della musica, non si e' espresso molto bene nei vostri
confronti. I Vati, generalmente, fanno una fine indecorosa anche se il loro
busto, nei giardini pubblici, risulta molto apprezzato .............
soprattutto dai piccioni. Imparate
a cogliere, invece, l' autenticita' emotiva di chi, a concerto finito, viene
a trovarvi in camerino, magari bussando, come si usa tra persone semplici, educate. E' la cosa piu' bella, quella
che vi fara' veramente capire come, in definitiva, il pubblico non sia venuto
al concerto per dirvi "bravo!",
ma, fatto ancor piu' importante, per voler vivere, condividere con voi, una
"cosa" buona, un' energia positiva, una atmosfera magica perche'
umana, solo e profondamente umana. Poco importa a costoro se il Telemann non
e' risultato poi perfettamente e rigorosamente in stile, poco importa se, nella tal nota, eravate leggermente
calanti rispetto all' orchestra: si e' sentito pero' emotivamente coinvolto,
e' riuscito ad "agganciarsi" a voi, ha vissuto un' atmosfera
magica, si e' fatto amare e vi ha amato. Ed ora vuole esservi grato di tutto
questo, vuole guardarvi da vicino. A
questo proposito, vorrei raccontarvi un aneddoto. Era
il luglio del 1990. Avevo allora 29 anni e mi trovavo per la prima volta a
Mosca, a suonare come solista nella Sala della Filarmonica: in programma, il
Quinto Brandenburghese e due concerti di Vivaldi per flauto e orchestra. L'
orchestra, di ottimo livello - come nella gloriosa tradizione sovietica - era
guidata da un direttore di assoluto prestigio musicale. Dopo il concerto si
formo', fuori dai nostri camerini, un gruppo di persone che volevano
incontrare gli artisti, conoscerli, salutarli. Entro' per prima una signora
italiana, a Mosca per un soggiorno turistico. Mi disse di aver letto sul
giornale l' annuncio del mio concerto e cosi', per spirito di patria, aveva
deciso di venire. Cosa egregia, non c' e' dubbio, se non avesse poi voluto
manifestarmi le sue idee sulla Russia: che non c' era il caffe' che c' e' in
Italia, che non ci sono i negozi come da noi, che i Russi, per strada, vestono
male. Povera Italia! Venne
poi una ragazza, che avevo conosciuto in areo qualche giorno prima,
dipendente dell' Ambasciata svizzera in Italia che si era recata a Mosca per
trascorrere un periodo di riposo a casa di una sua collega d' ambasciata. Con
Yvana ed Heidi (questi i loro nomi) abbiamo poi stretto una cordialissima
amicizia che dura ancor oggi. Entro'
quindi un signore, sovietico, alquanto distinto. Altissimo, nel suo vestito
color nocciola, mi propose un contratto discografico. Parlava un buon inglese
(a quell' epoca la mia conoscenza della lingua russa si limitava a due sole
parole: "da" e "niet", cioe' "si" e "no"),
mostrava di possedere un' ottima conoscenza della nostra tradizione musicale,
mi invito' a visitare la sede della compagnia discografica (una joint - venture sovietico - americana)
per la quale lavorava come direttore artistico: si chiamava Boris
Thikhomirov, saremmo diventati in seguito amici. Ancora:
Thikon Khrennikov, veterano della musica sovietica, una vera e propria
Istituzione, l' uomo che, per conto del Ministero della Cultura, aveva il
compito di controllare i programmi delle sale da concerto, di apporvi la sua
autorizzazione o il suo niet!,
contro il quale ogni protesta sarebbe stata inutile. Si complimento' con
molto garbo, era affabile e autoritario nello stesso tempo; mi chiese alcune
informazioni sulla scelta del programma (era, evidentemente, una sua
deformazione professionale), sulla mia attivita' artistica in Italia, sui
miei interessi musicali in URSS. Salutandomi, mi lascio' il suo biglietto da
visita. Non siamo diventati amici. Infine,
una ragazzina: avra' avuto al massimo 9, 10 anni. Mi fece capire che studiava
flauto in un Istituto Musicale della capitale e che aveva tanto desiderato di
poter avere l' occasione di ascoltare, in concerto, un flautista straniero.
Era emozionatissima: la faccia rossa e tonda, due occhioni azzurri,
apertissimi, puliti. Stringeva in mano un mazzetto di fiori di campo (perche
in Russia c' era, a quel tempo, l' abitudine di recarsi al concerto con dei
fiori per gli artisti): me li diede senza dire una parola. Poi noto' che sui
tavoli c' erano gia' diversi mazzi di fiori, piu' grandi, piu' appariscenti
del suo. Credette forse di avermi dato un omaggio troppo piccolo,
insufficiente a dimostrare la sua ammirazione: infilo' le mani nelle tasche
della sua giacca e mi lascio' tutto cio' che pote' trovare: una caramella e
una piccola matita rossa. Bene, credo che questo fu l' episodio che piu' di
ogni altro riusci' ad emozionarmi, ad incantarmi,
a farmi cogliere - veramente - l' emotivita' piu' autentica che non appartiene alle parole, non si esprime con le parole. A
conclusione di questo capitolo, e' necessario spendere ancora qualche parola
sulla nostra attivita' di verifica, di autovalutazione.
Innanzitutto,
essa non va fatta subito dopo il
concerto. Meglio aspettare un po' prima di tirare le somme; si e' ancora
troppo coinvolti, non e' avvenuta ancora la totale separazione dalla situazione precedente. Consiglio quindi di
esprimersi dopo che ci si e' cambiati d' abito, dopo che si e' lasciata la
sala da concerto, ci si e' concessi un momento di relax. Ma, comunque, va
fatta. Quanto
all' uso migliore che si deve fare della nostra personale verifica, non c' e'
alcun dubbio che essa vada considerata come parte integrante di un
qualsivoglia programma di ricerca, di sviluppo.
Quindi va espressa con razionalita', senza isterismi. L' abbiamo gia' detto.
Ma anche senza altrettanto inutili esagerazioni, enfasi, nell' un verso o
nell' altro: sia cioe' che si tenda all' autoesaltazione o che, viceversa,
alla depressione gratuita. Ricordatevi
che la vostra attivita', la vostra arte, sia pur con l' indubbia peculiarita'
che essa riveste, rientra pur sempre nelle normali attivita' umane, nell' accezione piu' autentica e nobile
del termine. Quindi, sguardo in avanti si, e' importante, ma con i piedi per
terra. Sempre. Nello
studio, come nel lavoro di tutti i giorni, sono gia' contenute quasi tutte le
premesse per un buon risultato. Un solista, un orchestrale, un direttore - al
pari di qualsiasi altro professionista, operaio, artigiano - sanno bene che
l' esito finale del proprio lavoro e' pre-determinato,
con altissima percentuale, dalla quantita'
e dalla qualita' del lavoro che lo
precede. Non esistono "segreti", riti magici, talismani
portafortuna. Una volta sentii dire da un grande allenatore di calcio: "Ci sono tre cose che una buona
squadra deve saper fare per raggiungere grandi traguardi: lavorare, lavorare
e ancora lavorare. Ne potrei aggiungere una quarta: lavorare".
Eccolo, dunque, l' unico "segreto" per raggiungere mete lontane,
traguardi desiderati. Non ci sono altre alternative. Se e' vero quindi che ad
ogni causa corrisponde un effetto ad essa proporzionale, occorre ora
stabilire come va impostato lo
studio giornaliero, come si articola, con quali modalita' occorre
pianificarlo nel tempo, al fine di renderlo proficuo al massimo. Non
dimentichiamo, pero', che il nostro "approccio" alla musica, non
puo' essere, non sara' mai, "staccato" dal nostro vissuto
quotidiano. Il musicista non e' - come qualche idiota si ostina ancora a
farci credere - un essere che vive nell' iperuranio, a meta' strada tra l'
uomo e l' angelo o, se preferite, tra l' uomo e il diavolo (concedo questa
alternativa per il rispetto delle opposte concezioni di pensiero); spesso si
sentono frasi del tipo "beh! che
ci vuoi fare: quello e' un artista!", quasi a voler dire che chi
"fa" arte non mangia, non guarda la TV, non viaggia in treno, non
si veste come gli altri, non ama, non soffre, non va al bagno, non deve
pagare le bollette del telefono, non fa la coda negli uffici pubblici, ecc.,
esattamente come i miliardi di abitanti di questo pianeta. Al contrario,
dobbiamo credere che la sua forza,
la sua particolarita', la sua ragion d' essere, stanno proprio nel
fatto di essere esattamente una
persona come tutte le altre, che sa "confondersi" con gli altri,
che "vive" con gli altri. Semmai - e questo e' il punto - sapra' esprimere la sua interpretazione della vita per mezzo di un linguaggio particolare, utilizzando una materia particolare di cui impara a conoscere
i limiti, le leggi, le possibilita'. Affermazioni gratuite secondo cui l'
artista e', praticamente, un geniale
demente, denotano una ignoranza brillante - non c' e' che dire - una
voglia di annullamento della realta', una effettiva incapacita' di vedere,
nel rapporto interumano, l' unica possibilita' vera di esistenza, una
concezione piatta, sterile, omosessuale,
della vita. Ad alimentarla, questa concezione, sono intervenuti filosofi,
anche "eminenti", uomini di cultura e ........ i tanti, piccoli
"artisti" che, per sentirsi tali sono costretti a vestirsi in
maniera stravagante, a parlare con la "erre" moscia, a fare le cose
piu' insolite negli orari piu' insoliti, a condurre una vita ostentatamente
sregolata. Pia, misera illusione, che farebbe solo ridere se non fosse
tragica, espressione precisa di un forte disagio, di una lacerante frustrazione.
Gli esempi, a sostegno della mia tesi, certo non mancano: passiamo da un J.
S. Bach, le cui giornate scorrevano con incredibile regolarita', ad un
Paganini, la cui imprevedibilita' e dissolutezza sono note a tutti. Ma
ciononostante, furono e sono considerati grandissimi artisti, personalita'
senz' altro geniali. Veramente, nell' arte, l' abito non fa il monaco! L'
approccio con la musica - dunque - si inserisce nella nostra vita, non ne e' avulso, ne e', anzi, influenzato,
condizionato. Possiamo, e' vero, imparare ad astrarci dall' hic et nunc contingente, quando ci
accingiamo ad un concerto o quando siamo in sala di registrazione, ma non
sempre e' possibile e comunque questa e' una facolta' che va acquisita,
sviluppata, perfezionata negli anni. A
22 anni ero a Parigi, con la mia fidanzata. Dovevo suonare in duo con il
pianoforte un programma - per la verita' - molto impegativo: una Sonata di
Platti, la Fantasia op. 79 di Faure', la Sonata di Hindemith,
"Sicilienne et Burlesque" di Casella e, per finire, la Sonata di
Sergej Prokofiev. Mentre ci recavamo al concerto, subimmo uno scippo sulla
metropolitana da parte di due ragazzi marocchini. Anna perse i soldi che
aveva nella borsetta, i documenti e il biglietto di viaggio. Potete
immaginare la mia reazione: arrivato alla sala del concerto (ero,
fortunatamente, in larghissimo anticipo), raccontai l' accaduto al personale
dell' ambasciata italiana li' presente, sfogando tutta la mia rabbia su quei miserables di colore con tale veemenza
......... che a momenti rischiavo l' arresto per apologia delle dottrine
razziste. Altro che artista! Fortunatamente, il largo e casuale anticipo col
quale ero arrivato in sala mi permise di calmarmi: mi procurarono subito un
certificato per il rimpatrio sostitutivo dei documenti di identita', la
prenotazione del viaggio di ritorno e cosi', pian piano, ebbi modo di
concentrarmi, di pensare finalmente al concerto. Concerto che poi, alla fine,
ando' bene, oltre il previsto: ricordo che attaccai la "Burlesque"
di Casella con tale energia che una anziana signora, allieva in gioventu' di
Alfredo Casella, mi fece il complimento piu' bello: "Il Maestro - disse - voleva
questa Burlesque proprio cosi' come lei l' ha suonata": esaltazione
della precisione meccanica, trionfo della tecnica! (si era in pieno
futurismo). Se,
quindi, da una parte la nostra attivita' si inserisce nella vita comune che conduciamo, e' pur vero
pero' che dobbiamo averne una cura, una attenzione molto particolare. Consideriamo
lo studio dello strumento; deve essere impostato in maniera seria, regolare,
scrupolosa: dal lavoro tecnico (e
qui non posso fare esempi, se non per il mio strumento: rimando percio' l'
argomento ad una pubblicazione successiva), consistente nell' acquisizione e
nel potenziamento progressivo di abilita'
strumentali, attraverso una metodologia
di studio rigorosamente programmata; alla conoscenza del repertorio solistico, cameristico, orchestrale; dalla ricerca degli stili esecutivi, alla definizione del "proprio"
stile musicale, che deve essere costantemente verificato, sviluppato, trasformato. E qui sento il dovere, per
un attimo, di approfondire il discorso. Come
si esegue un brano, come si "decodifica"
un testo musicale? Gli
orientamenti di lettura certo non mancano, ce ne sono di diversi, tra loro
piuttosto simili o totalmente diversi. Intanto diciamo subito che, se la
musica e' un linguaggio, dovra'
pure avere una fonetica, una grammatica, una sintassi, una estetica. Per
fonetica intendo la qualita' del
suono, le possibilita' timbriche, i diversi modi di attacco, le coloriture:
aspetti, questi, che non vanno minimamente trascurati e ai quali occorre
dedicare con regolarita' parte dello studio giornaliero, tale e' la loro
importanza. Studiare cioe' il suono del proprio strumento equivale a
possedere una perfetta dizione nella lingua parlata o, se preferite, a poter
disporre di una infinita gamma di colori. C'
e' poi la grammatica, ossia lo
studio dell' articolazione, il meccanismo, i vari tipi di legato e di
staccato, la velocita', l' omogeneita' nei diversi registri, l' uguaglianza
delle dita, ecc.: quella che noi chiamiamo, per l' appunto,
"tecnica". La
sintassi e' lo studio della forma
musicale, la ricerca del fraseggio ("macrofraseggio" e
"microfraseggio"), l' analisi della struttura armonica, dell'
orchestrazione. Un ottimo musicista non puo' esimersi dall' approfondire
incessantemente lo studio della sintassi: in essa vi e' riposta la chiave di lettura vera, autentica, reale, della partitura, lo spirito (mi si consenta il termine)
della musica stessa. Infine,
viene l' estetica, cioe' lo studio
dello stile interpretativo. E qui giunge a sostenerci la nostra preparazione
culturale, lo studio della storia, della poesia, della filosofia, il nostro
essere "spugna" di fronte alle manifestazioni della vita e della
cultura, l' esercizio della critica del
giudizio. Certo, anche la moda, gli esempi cui, inevitabilmente, siamo
portati a guardare come a dei riferimenti precisi. Con gli anni, se si
perdura in questa attivita' di riflessione e di ricerca, si finira' con l'
esprimere un "proprio" stile di lettura, non necessariamente
diversissimo da quello di altri, certo, ma - sicuramente - uno stile proprio,
personale, facilmente riconoscibile. Potrei tediarvi con l' esporvi il "mio"
stile di lettura, ma sarebbe inutile e fuori tema. Potrei pero' proporvi dei
suggerimenti, dire, citando Montale, "cio'
che non siamo, cio' che non vogliamo". Per
prima cosa, l' artista e' tenuto ad interpretare, cioe' a rivelare il testo musicale che
appartiene ad altri ma che resterebbe privo di vita senza la sua rivelazione. La musica e' un' arte che
ha bisogno di mediazione. Come
diceva Furtwaengler, "la musica e'
legata a chi l' interpreta; essa non puo' - come le arti figurative -
testimoniare per se stessa". Ecco, l' interprete e' il testimone, il
rivelatore, il medium. Non e'
possibile, dunque, sostituirsi all' autore, stravolgerne il messaggio,
renderlo altro da cio' che deve
essere invece ri-creato e proposto
in termini di memoria attuale. Cosa
significa questo? Significa che l' interprete e' tanto piu' interprete quanto piu' lascera' trasparire (viviamo nell' epoca in cui
tutti parlano di trasparenza!) la volonta',
l' essere dell' autore. E'
sintomatico come alcune majors
dell' industria discografica propongano l' "Eroica di Karajan", la
"Lucia di Pavarotti", la "Norma di Callas". Certo, va
bene se si vuole intendere l' "Eroica" interpretata da Karajan, la
"Lucia" da Pavarotti, la "Norma" da Callas, e' ovvio: ma
cio' sottindente, e nemmeno velatamente, una preminenza dello "stile" dell' interprete sul testo
musicale, una sovrapposizione delle due personalita' (quella dell' autore e
quella dell' interprete), una confusione - se non un ribaltamento - dei
ruoli. Diceva bene Toscanini quando affermava "il mio stile e' lo stile degli autori che dirigo". Non
si poteva essere piu' chiari; questo e' il concetto di interpretazione!: il "ri-creare", cioe', il
processo compositivo percorso dall' autore. E qui, ovviamente, entrano in
gioco la nostra cultura, la nostra sensibilita', il nostro talento: insomma,
qui ognuno si gioca le carte che ha. Non voglio aggiungere altro su questo
argomento, anche se la tentazione e' notevole. Una raccomandazione, dunque:
ampliate sempre di piu' la sfera dei vostri interessi, studiate la storia, la
filosofia, l' arte, la religione, la poesia. Possono giungervi suggestioni,
intuizioni inaspettate in grado di aprirvi possibilita' nuove, universi
sconosciuti. Per citare ancora Furtwaengler, "tutto cio' che e' puramente meccanico si ottiene con adeguato
esercizio. La vera potenza creativa, la vera arte, non ha nulla a che fare
con la pura esercitazione tecnica". Quanto
alla organizzazione dello studio,
e' importantissimo che ci sia una organizzazione rigorosa, ma e' nociva la
maniacalita' a tutti i costi, l' esibizionismo masochista. Puo' succedere,
per qualsiasi motivo, che in quel preciso momento non siate in perfetta
efficienza fisica, o sufficientemente concentrati. Non e' un problema.
Prendete una tazza di the', fate una passeggiata o lasciatevi distrarre dalla
lettura di un racconto: vedrete che subito andra' meglio. Non
mettete ansia nel vostro studio:
metodo significa poter superare, con
progressivita', tutte le difficolta', procedendo con ordine dalle piu' piccole alle piu' grandi. Gradino per
gradino, dunque: step by step.
Studiate con le varianti ritmiche i passaggi difficili, non andate avanti se
prima non avete superato il tal problema, ripetete la frase in questione non
10, ma 100 volte, se necessario. Resterebbe altrimenti uno scoglio, una
imperfezione, una carenza nella vostra preparazione tecnica. Non
sottoponetevi neanche a prove estenuanti di resistenza: studiare 10 - 12 ore
al giorno puo' andar bene se non vi fara' schizzare il cervello. E'
importantissimo, invece, osservare costantemente il principio del "progresso continuo".
Pensate un po': avevate 11 anni, sapevate suonare solo un semplicissimo brano
musicale; poi, dopo 10 anni, siete giunti al diploma, coprendo, per esempio,
100 Km. di strada. Mi chiedo e vi chiedo: riuscirete, nei successivi 10 anni,
a farne altrettanti? e poi ancora altrettanti, nei successivi 10 anni? Se
cosi' fosse, arriverete a 50 anni di eta' con l' assoluta certezza di essere
degli artisti di classe extra, ma
........ non correrete il rischio di adagiarvi prima, di non voler pretendere
piu', di rinunciare? Che cosa accade? Accade che non vi sarete piu' posti
degli obiettivi precisi, dei precisi programmi di lavoro; prima
settimana: 4 studi di XY, potenziamento del doppio staccato nel terzo
registro, primi due movimenti del concerto di XY; seconda settimana: arpeggi
di settima in tutte le tonalita', esercizi per la velocita', soli d'
orchestra nella "Scozzese", finale del Concerto. E cosi' via, per
tutta la carriera. Questo vuol dire programmazione
e sono convinto che quando un obiettivo
diventa progetto (quindi con i
relativi contenuti, le modalita' di attuazione, i tempi e le verifiche) non potra' non darvi il risultato previsto. Sarebbe
veramente incredibile il contrario. Studiate
con un maestro, scegliendolo tra i migliori, tra i piu' preparati, tra i piu'
seri. Non accontentatevi di un mediocre, cosi' come non vorreste un mediocre
per amico, per amante, per marito o moglie. Non potrebbe darvi nulla, o
quasi, di quello che voi volete trovare; non potete immaginare quanto sia
importante, "fatale", la scelta di un maestro! Ma, allo stesso
tempo, siate "infedeli", concedetevi qualche
"scappatella", non stringete patti a tempo indeterminato. E questo
per due buone ragioni: la prima risiede nel vostro diritto-dovere ad ampliare le vostre esperienze; la seconda, un
rapporto troppo esclusivo finirebbe inevitabilmente con l' instaurare in voi
una eccessiva dipendenza che, a
lungo termine, potrebbe influenzarvi negativamente sotto il profilo
psicologico. In altre parole, non imparerete mai a nuotare da soli. Ma e'
importante scegliere comunque maestri di cui si ha stima autentica, per il
loro impegno, per la loro intelligenza, anche per la loro profondita' umana.
Il maestro migliore e' quello che non
si impone all' allievo, bensi' colui che, sapientemente, ne agevola la nascita, per poi favorirne la crescita autonoma. Come
Socrate, deve saper cogliere quello che c' e' in voi, svilupparlo avanzando
proposte non astratte (siamo di nuovo all' ideologia!), ma con interventi
intelligentemente scelti, con metodologie che, se vanno bene per altri, non
vanno bene per voi e che quindi vanno sostituite con altre piu' appropriate. Per
quanto riguarda il tempo da
dedicare allo studio, non esistono regole fisse. Potrei dire che il tempo giusto e' quello necessario. A volte puo' bastare un' ora, altre volte non ne
bastano sei. Dipende dal vostro
percorso di studio, dal piano di
lavoro che vi siete dati. In ogni caso, evitate di farvi male: non logoratevi con marce a tappe forzate, ne', al
contrario, impigrite nelle "siestas",
altrettanto dannose. Quando potete, distribuite uniformemente nella settimana
e, piu' dettagliatamente, nelle singole giornate, il vostro carico di lavoro.
Con il tempo l' abitudine al lavoro organizzato diverra', per voi, etica professionale: troverete cosi'
un vostro stile di lavoro che, se
scoprirete efficace, conserverete; in caso contrario, potrete tranquillamente
lasciarlo per adottarne un altro. Comunque,
ricordate sempre di coltivare la vostra intelligenza, il vostro talento, la
vostra sensibilita': e, soprattutto, imparate ad essere voi stessi, ricercate
la vostra personalita', cio' che fa di voi una entita' uguale e diversa, per esempio, dalla mia. E' importantissimo. Del
resto, se gia' sono vietate le fotocopie degli spartiti, pensate ad una
esecuzione ....... scimmiottata da altri: una inutile pena! ESERCIZI Esercizio
n. 1 Imparate a concentrarvi sul
"silenzio" che e' dentro di voi, prima di suonare. Riducete al
minimo i pensieri estranei, le interferenze. In questo stato di
"silenzio" provate a suonare, "conducendo" il suono,
controllandone cioe' la sostanza, la "materia", dall' istante in
cui lo attaccate, fino all' ultimissima vibrazione. Questo esercizio si
rivelera' utile per lo sviluppo della facolta' di concentrazione. Esercizio
n. 2 Provate a suonare cercando di
"ascoltarvi" dall' esterno, come se foste, allo stesso tempo,
maestro ed allievo. Anche se potra' sembrarvi curioso, se non ridicolo, "parlatevi"
in terza persona, proprio come fareste se doveste parlare ad un allievo.
Questo esercizio sviluppera' la vostra facolta' di autocontrollo, vi
insegnera' a distinguere il coinvolgimento
emotivo (che va sempre potenziato) dallo "sconvolgimento" emotivo, che vi costringera', poi, a
procedere in "volo cieco", di cui al capitolo 1. Esercizio
n. 3 Prima di suonare una data frase musicale, e
dopo averla analizzata in tutti i suoi aspetti (fonetici, grammaticali,
sintattici ed estetici), visualizzate mentalmente l' esecuzione, cosi' come
voi vorreste che fosse. Pensatela fortemente. Il concetto che voglio qui
esprimere e' quello della "rappresentazione mentale dell' immagine
ideale". In altri termini, non "buttatevi" a suonare. Ponderate
il fraseggio, concentratevi intensamente su cio' che volete. Questo esercizio
conferira' chiarezza e una notevole forza
persuasiva alla vostra esecuzione. DI UN PROGRAMMA La
scelta di un programma concertistico rappresenta un problema di primaria
importanza. Richiede una analisi ponderata di fattori diversi, corrisponde -
per cosi' dire - alla definizione di un itinerario di viaggio, rientra, anch'
essa, nella "progettualita'" piu' generale. Non
e' insolito - ahime! - presentare programmi concertistici casuali, determinati il piu' delle
volte dall' emergenza, da cio' che si ha pronto in quel momento o, piu'
semplicemente, senza che a tale scelta sia fatto precedere un minimo di
ragionamento coerente. Di fatto, una scelta cosi' equivale a una non scelta. I
criteri che possono determinare la scelta di un programma sono vari, tutti -
piu' o meno - abbastanza validi. Innanzitutto,
la richiesta degli organizzatori
che ospitano il nostro concerto e che talvolta possono imporre, orientano, la
scelta del programma. Se tale posizione si esprime con i caratteri di un aut - aut, e' chiaro che saremmo
fortemente limitati, obbligati, anche questa volta, a non scegliere. Il
piu' delle volte, pero', la definizione del programma concertistico e'
lasciata alla discrezionalita' degli artisti, con qualche generica
raccomandazione sulla durata dei brani, sugli stili, o indicazioni sull'
organico strumentale richiesto. In questo ambito, quindi, abbiamo facolta' e responsabilita' di manovra. L'
evoluzione delle attivita' concertistiche ha fatto riscontrare cambiamenti
notevoli in questa direzione: alcuni programmi di Toscanini, per esempio,
includevano brani sinfonici di grande profilo (Haydn, Beethoven, Brahms),
vicino a composizioni di dubbio valore musicale, oggi totalmente scomparse
dalle sale da concerto. O, anche, negli Stati Uniti d' America si possono
osservare programmi del tipo: prima
parte - "Till Eulenspiegel", Concerto per ottavino ed archi di
Vivaldi; seconda parte - Arie
celebri per soprano e pianoforte e, per finire, Serenata per archi di
Ciaikovsky. Al contrario, la Russia predilige programmi monografici, direi
piu' coerenti, della durata media di due ore e piu'. E' soprattutto un problema
di "gusto" del pubblico, questo, di cui diro' in altro capitolo. Quindi,
l' omogeneita'/eterogeneita', la coerenza storico-estetica o il contrasto di stili diversi, l' uniformita' o la variabilita' dell' organico strumentale sono criteri che possono
essere tutti legittimamente accolti e condivisi. Questione di gusti da parte
degli artisti, degli organizzatori, del pubblico, insomma. Ricordo, per
esempio, che il compianto Gastone Tosato, fondatore e direttore artistico del
Gonfalone di Roma, ancor oggi una delle piu' prestigiose istituzioni
concertistiche della capitale, invitava "molto
categoricamente" a presentare programmi addirittura monografici, concedendo rarissime
eccezioni. Altri, al contrario, preferivano adottare il criterio della varieta' degli autori. Onestamente,
non saprei dire - ab astracto -quale
criterio possa ritenersi il migliore: eseguire sei Concerti Grossi di Haendel
in un' unica serata puo' essere cosa ottima, coerente, di enorme interesse
musicale; parimenti, proporre sei concerti di autori diversi (magari
appartenenti allo stesso periodo storico) puo' rappresentare una proposta
altrettanto valida. Siamo qui, insomma, di fronte ai concetti di similitudine/diversita', di omogeneita'/eterogeneita', del bello perche' uguale e del bello perche' diverso. Una
cosa pero' e' importante: e cioe' (neanche a farlo apposta!) la
"cura" nella preparazione
del programma. Chi
ha avuto sufficiente pazienza da leggere questo mio lavoro fin qui sa gia',
puo' ben immaginare, cosa sto per dire. Ma, "repetita iuvant", dicevano i latini; meglio dunque
riaprire il discorso. Innanzitutto
la scelta del repertorio: non deve
essere mai casuale, estemporanea,
a-critica. E' imporante notare come artisti (assai mediocri, per la verita')
cosi' esigenti e puntuali nella scelta di una cravatta, o cosi' precisi
quando ordinano il menu' al ristorante ("mi
raccomando la pasta: per me senza formaggio ma quasi al dente ..... pero' non
troppo cruda"), siano poi ......... altrettanto distratti e
disinteressati nella scelta di brani che, perdiana, hanno la responsabilita'
di proporre ad un pubblico auditorio, magari pagante (ma questo e' un
dettaglio): "si, va bene, o Mozart
o Beethoven, poi facciamo Brahms ...... oppure no, Hindemith e' meglio".
Cose da pazzi, cose da irresponsabili, espressioni di chi non sa distinguere,
poniamo, una locomotiva da una caffettiera ("tanto sbuffano entrambe") o una donna da un elicottero
solo perche' ....... entrambe fanno girare la testa! Siamo seri. Se la scelta
spetta a voi, ragionate innanzitutto con coerenza. L' istituzione che vi
ospita avra' pure una "fisionomia" artistica, una
"tradizione" nei cartelloni. Se dovete suonare per una Istituzione
che opera prevalentemente nell' ambito della musica barocca o della
produzione contemporanea, avrete sicuramente la coerenza di proporre
programmi barocchi o contemporanei, questo e' certo. E' buona norma,
pertanto, consultarsi con il direttore artistico, approfondire meglio il
problema onde evitare, per esempio, di dover suonare brani che sono stati
gia' eseguiti due settimane prima da un altro gruppo musicale e per la stessa
Istituzione concertistica. Il che, credetemi, non e' cosa affatto rara,
specialmente in provincia. Informatevi,
anche, sulle preferenze del pubblico dell' Istituzione che vi ha chiamati
(preferenze di organico, di genere musicale, di repertorio): cio' puo'
risultare vitale per la "riuscita" del vostro concerto (v. il Cap.
"Dalla parte del pubblico"), anche se non certamente indispensabile
- va detto - ai fini prettamente artistico-esecutivi della vostra proposta. La
scelta del programma, inoltre, e - ancor piu' - la sua preparazione determina
una notevole influenza sul vostro stato psichico. Occorre dunque voler scegliere, ma anche saper scegliere. Ognuno di voi avra' senz' altro
delle personali preferenze di repertorio; bene, in mancanza di altri
riferimenti, lasciatevi pure guidare da questo criterio. Che e' poi sempre un
criterio valido, saggio. La
scelta del programma non deve essere infatti considerata come una sfida, una prova di coraggio: nelle sfide si puo' anche morire,
ricordiamolo. Cio' nondimeno, lo stimolo alla misura delle proprie capacita' (in ogni senso, intendo) puo' e
deve essere costantemente provocato: ma in un programma di studio, in un
preciso piano di lavoro e non cosi', avventatamente ....... ancora una volta
confidando nella buona sorte. Si
ascoltano concerti - molto patetici, per la verita' - in cui il poverino si
vede che non ce la fa: ce la mette tutta, si affatica, ma alla fine e'
costretto a soccombere. Anche Quantz, il grande Johann Joachim Quantz,
raccomandava ai suoi allievi di eseguire in pubblico brani che sono sempre al di sotto delle loro capacita'
tecniche. E' fondamentale. Quanto
al modo di preparare il programma, occorre
veramente porre la massima
attenzione. Ora, se il concerto sara' un recital
di un solo artista, potrebbe gia' essere sufficiente quanto ho detto nel
capitolo precedente. Ma se invece e' prevista la partecipazione di complessi
da camera, di formazioni orchestrali, allora ........ qui vengono le dolenti
note! Viviamo
nel Paese che vanta la piu' grande tradizione musicale e ........ riveliamo
la peggiore impreparazione, approssimazione, stupidita' ed arretratezza
culturale che si possano riscontrare in tutte le Nazioni cosidette
"avanzate". E questo fatto assume dimensioni di inaudita stoltezza,
al punto da diventare incredibile,
se parliamo dei musicisti che operano nell' ambito della produzione musicale
cd. "classica". Assistiamo alla formazione di decine e decine di
gruppi musicali, che nascono e muoiono nell' arco della vita di una farfalla
(senza, peraltro, averne il fascino), basati su due, al massimo tre
motivi costitutivi, "obiettivi" - si fa per dire! - piu' o meno
dichiarati: a) " intanto ci provo,
poi vedo"; b) "due prove
e concerto, mi raccomando!"; c) "lavorare
meno per lavorare peggio". Il tutto, nella rituale cornice
goliardica, resa ancor piu' squallida dall' immancabile sorrisino idiota, il solito sorrisino idiota che
contraddistingue, anche all' estero, il musicista italiano dal secondo
dopoguerra ad oggi da tutti gli altri professionisti della musica. Ora, mi
dite voi quali potranno mai essere gli "esiti artistici", le
prospettive di carriera di un gruppo
che parte da tali premesse? Ve lo dico io: una grande noia, e poi una
frustrazione ancora peggiore, si impadronira' presto del gruppo, che si
sciogliera', nel costatare l' inutile senza futuro; tale inutilita' sara' ancor piu' colpevole
se si considera la presenza del gruppo
nel contesto della societa' civile (ricordo, a questo proposito, che l'
artista e' "anche" un un
uomo comune); tra poco, ma non fra
molto, la presenza sul mercato musicale internazionale della musica prodotta
da computers, a costi ridottissimi e ad elevato livello tecnologico, rendera'
inutile anche ....... l' esistenza fisica
di costoro. A meno che non si sappiano riconvertire
in altre attivita' socialmente utili - avendone le necessarie competenze - o
non adottino, finalmente, una giusta etica
professionale. Le
prove sono una cosa seria, non
vanno trascurate, occorre profondervi la massima energia, il massimo grado di
entusiasmo: sono la "bottega" dell' artigiano, la
"palestra" dell' atleta e pertanto vanno vissute con tutta l'
intelligenza, con tutto l' impegno, con tutta la partecipazione emotiva.
Ecco, vedete, siamo tornati al punto di partenza: l' emotivita'.
"Provare" significa sperimentare, verificare, trasformarsi ed
evolversi costantemente, all' infinito. Oggi si ascoltano orchestre nelle
quali i violini primi "attaccano" il suono in maniera diversa dai
secondi, mentre i violoncelli non sanno quello che devono esattamente fare e
allora ........ preferiscono direttamente non venire alle prove ("tanto Vivaldi e' facile!"),
oppure ne saltano due si e una no. Questa e' ignoranza, e' stupidita', certo;
ma e' anche un qualcosa di piu' triste: e' mancanza di coscienza sociale,
della nostra "societa'", disgregata proprio da coloro che pensano
all' impegno come a un optional,
alla coerenza come a un lusso, alla competenza come a un privilegio o -
peggio - a un trucco per fare soldi, alla mediocrita' come alla norma (e qui
sono maestri indiscussi anche i nostri rappresentanti politici, veri e propri
campioni di mediocrita' - salvo rare eccezioni). Il lavoro serio non puo' non essere premiato da
buoni risultati. Occorre aver fede, credere nell' obiettivo e, soprattutto, lavorare, lavorare e ancora lavorare
per ottenerlo. Personalmente
provengo da una famiglia di modestissima estrazione sociale: nessuno, se non
con il cuore, ha potuto mai aiutarmi. Ma da qualcuno devo aver appreso la
tenacia. Se sono riuscito a raggiungere obiettivi tutto sommato egregi per
uno che non ha mai avuto santi in Paradiso, cio' e' dovuto solo alla mia
volonta' di fare, alla fortuna di aver imparato presto la potenza della programmazione. La mia
vita artistica, sia pur con le "normali" difficolta', mi piace per
questo: perche' la vedo crescere, costantemente
crescere. Dietro c' e' il sudore del lavoro, a volte anche il sangue, e
nessuno lo vede. Ma se si vuole costruire, specialmente se anche voi siete,
come me, dei "self-made men",
vi si richiede un impegno ancora maggiore, senza la minima dispersione di
energia. Solo cosi', vi accorgerete, in poco tempo, quanta strada si puo'
fare. Quindi
raccomando uno studio d' insieme ancor piu' meticoloso di quello individuale:
dopo la lettura individuale (che e' obbligatoria e va fatta con molto
scrupolo!), viene lo studio d' insieme, enorme e meticoloso. Ogni singola
frase, ogni piccolo inciso va riflettuto, analizzato, provato e riprovato,
cercando di esprimerlo ogni volta meglio. Bisogna saper unire le diverse
personalita' dei componenti del vostro complesso, fino ad arrivare ad una
fusione che - sappiatelo - si raggiungera' solo dopo anni e anni di studio.
Ho conosciuto, nell' '83, i membri del "Quartetto Amadeus", ho
assistito alle loro prove, ho visto pure come vivevano: insieme nella vita
cosi' come nel lavoro, avevano raggiunto un tale affiatamento che, in
concerto, non avevano piu' bisogno di "guardarsi" per un attacco,
per una dinamica: i loro spartiti erano completamente bianchi, era tutto "dentro", distribuito in
eguale misura in ciascuno di loro. Miracolo? No, "semplice" lavoro di tutti i giorni. Nel
secondo capitolo di questo libro ho introdotto il concetto di "ponte di simpatia", la
dinamica di relazione, cioe', che si stabilisce fra il concertista e il suo pubblico. E' una relazione
importante, la "ragion d'
essere" del concerto in quanto tale: quando in sala, per esempio,
non entra nessuno, il concerto non ha piu' luogo, viene automaticamente annullato. E' indispensabile, quindi, spendere un
capitolo di questo lavoro per conoscere meglio tale soggetto, il monstrum che ci sta di fronte, questa "sfinge" che tanto ci
affascina quanto ci spaventa, il suo
profilo, le sue dinamiche, la sua natura. Nei
Conservatori e nelle Accademie di Musica non si e' mai dato spazio
sufficiente allo studio dell' "evento"
concertistico in quanto tale, al rapporto artista/pubblico
in sala, lasciando tale competenza all' acquisizione, naturale, spontanea, con un percorso individuale per ognuno di
noi. Cio' e' completamente assurdo, rappresenta una colpevole omissione da
parte delle Istituzioni Musicali del nostro Paese. E dire che gli esempi che
ci vengono dall' industria americana dello spettacolo (perche' ove c' e'
pubblico, li' c' e' spettacolo: spectaculum
- specere - speculum - dalla radice etimologica fondamentale "spek", che indica il "guardare durativo",
attestata nell' area indo-iranica e greca) basterebbero da soli a farci
capire quanta importanza si attribuisca alla costruzione del profilo dell' artista, maniacalmente
"gestito" anche nell' immagine che questi deve comunicare nel momento in cui e' di fronte al suo pubblico. Esagerazioni, direte
voi. Forse. Ma anche espressione di un valore attuale, quello della comunicazione, che e' fondamentale
nelle attivita' di relazione,
concerti inclusi. Abbiamo
gia' detto che il pubblico, nel momento in cui decide di entrare in sala, ha
gia' fatto una precisa operazione di
scelta. Una volta in sala, si predispone all' ascolto. Nel momento in cui
- infine - saluta il vostro ingresso, e' alla ricerca di una relazione. Cosa e' importante per il
pubblico adesso, quando cioe' promuove
tale dinamica di relazione? Innanzitutto, la conferma - da parte vostra -
della disponibilita' a rispondere
alla comunicazione. Se suonate ignorando il pubblico, o peggio, rifiutando il pubblico, la
comunicazione non potra' mai avvenire. O, meglio, sara' una comunicazione di
altra natura, non certo quella che il pubblico chiede di poter stabilire,
sara', cioe', la comunicazione di non comunicazione. E' come quando si sbaglia
numero telefonico: ti aspetti di
sentire la voce del tuo ragazzo e invece ...... ti risponde il commissario di polizia. Si verifica, in altri
termini, un clamoroso errore di
contatto, avviene - cioe' - cio' che non ci si aspetta, l' inaspettato. Il pubblico prova una
prima, gravissima delusione. A questo punto, sara' portato a restare passivo nel corso del rapporto che, in
ogni caso, intercorrera' tra voi e lui. Seguira' lo svolgersi delle musiche
svogliatamente, solo perche' e' gia' in sala, ma con gli occhi puntati piu'
sull' orologio che sulla scena. L' unico rimedio puo' essere quello di
compensare, con una interpretazione stratosferica, il vostro distacco emotivo, il vostro
rifiuto al rapporto. Ma, il piu' delle volte, il grande artista sa essere
anche un grande comunicatore. Chi
ha avuto modo di osservare personaggi come Leonard Bernstein, Mstislav
Rostropovic, Maria Callas, James Galway, nel corso delle loro pubbliche performances, non ha potuto non notare
il loro totale coinvolgimento fisico
nel rapporto col pubblico, la loro "full
immersion" nella emotivita' che e' in sala, dalla quale ricevono e
danno stimoli, accolgono e provocano reazioni, in una tensione emotiva costantemente dinamica. Nell' ambito della
musica cd. "leggera", cosi' come nel rock, nel pop o nel jazz, tale
fenomeno assume proporzioni ancora maggiori: il rapporto fisico diventa presupposto essenziale al concerto, il
pubblico raggiunge una "osmosi" con l' artista (e viceversa), si
arriva quasi alla identificazione
dell' uno nell' altro. Certo, siamo ad una sfera di significati estetici diversi, ad un diverso livello di comunicazione. Ma tant' e': non possiamo non
riconoscerlo. La comunicazione si basa sulla capacita' di persuasione, a
volte anche "indipendentemente" da cio' che si esprime, dal contenuto, cioe', del messaggio. Il grado di sintonia tra "emittente"
e "ricevente" determina,
in misura direttamente proporzionale, il grado di comunicabilita' tra i
termini del rapporto comunicativo. Cose che ben conosce chi fa, della propria
capacita' di persuasione, il mezzo principale per costruire la sua esistenza,
la chiave del successo, l' arma del suo potere. Personalita' geniali - da
questo punto di vista - appartengono alla storia di ogni Nazione: basterebbe
ricordare il potere, la capacita' di mobilitare milioni di persone diverse
per estrazione e cultura, espressi da autentiche "genialita'" della
comunicazione: Hitler, Mussolini, Churchill, Mao, veri e propri maestri in
questo genere ..... indipendentemente dai risultati. Ma
per poter comunicare - e convincere
- bisogna innanzitutto essere convinti.
Sarebbe gia' sufficiente "pensare"
di esserlo. Si sappia infatti che quasi mai il nostro messaggio arriva esattamente come noi lo esprimiamo.
Cio' dipende - e' ovvio - anche dalla soggettivita' del nostro auditorio,
dalle personalita' singole e che sono tra di loro troppo diverse, eterogenee,
dal filtro che ognuno di essi pone
- senza volerlo - tra noi e loro, da cio' che Stravinsky chiamava, con bella
espressione, "il prisma del
soggettivismo". Il messaggio, dunque, arriva deviato, come accade quando un fascio di luce incontra, nel corso
della sua traettoria, un prisma che in qualche misura lo riflette. E' quindi "doveroso" cercare di ottenere una definizione quanto piu' determinata
del messaggio, proprio sapendo che esso sara' comunque soggetto ad una
alterazione di grado. C' e' sempre una dispersione
di potenza, cio' che in idraulica
si chiama perdita di carico. E'
chiaramente consequenziale quindi che occorrera' rafforzare la portata del messaggio: dare 20 per
ottenere 10, 15 al massimo. In musica questo si chiama "esagerare i
colori, le dinamiche", definire cioe' con la massima chiarezza la struttura formale del brano che stiamo
eseguendo; certo. Ma siamo ancora a livello cerebrale, ad una comunicazione
intellettuale, ad una comprensione anaffettiva.
Il coinvolgimento totale, la dinamica di relazione
globale, avviene solo quando il contatto si manifesta anche a livello
emotivo, sub-conscio, quando cioe' il pubblico "crede" di
desiderare cio' che in quel momento sta ricevendo da voi, quando - in altre
parole - e' chiamato, "costretto"ad un rapporto
materiale, fisico: insomma, quando non e' solo "spettatore". Quando
suonerete in "full immersion",
per l' appunto, in sintonia di frequenza. Analizzate le grandi personalita'
dello spettacolo, coloro che non a caso chiamiamo "animali da
palcoscenico", proprio perche', degli animali, conservano il fiuto, l' istinto al contatto, la vitalita',
l' anima. Potrete notare la loro tensione al rapporto costantemente
espressa, ricercata, esaltata. Anche questo rientra nelle
"richieste" del pubblico, che ama ricevere, lasciarsi stimolare
e che sono richieste, a ben guardare, fondamentalissime. Possiamo solo
immaginare come potevano essere Paganini, o Chopin, in concerto: carismatici,
dotati di una forza, di una energia magnetica pari solo al loro straordinario
talento. Provate ora ad immaginare voi sulla scena, indipendentemente da cio' che suonerete, o da come lo suonerete. Che sensazioni riuscite a percepire da
parte del pubblico, quali tensioni,
quali "affetti", come
dicevano i nostri maestri dell' epoca barocca: stupore, entusiasmo, attesa,
partecipazione o ..... prevedibilita', "deja
vu", noia per l' ovvieta' che si ripete? Sbaglia chi crede che cio'
sia un dettaglio, un trascurabile dettaglio. Ne risulta pregiudicato l'
intero concerto, credetemi, ed il pubblico ne uscirebbe deluso nelle sue
aspettative. Provate, per un momento, a mettervi nei suoi panni, nell'
esecuzione di questi esercizi. Esercizio
n. 1 Videofilmate una vostra esecuzione e poi,
annullando totalmente l' audio, dirigete la vostra attenzione sui singoli
fotogrammi, analizzandoli come se foste "altri" da coloro che
scorrono nelle immagini. Rilevate le espressioni del viso, le posizioni che
assumete durante il concerto. Verbalizzate gli "affetti" che,
indipendente dalla musica, vi sembra che vengano trasmessi, la vostra capacita' comunicativa, la forza di persuasione. Annotate le
vostre osservazioni per iscritto e, per ognuna di esse, indicate le
correzioni da apportare. Esercizio
n. 2 Durante un vostro concerto, provate a
"visualizzarvi" dall' esterno, come se anche voi foste uno
spettatore, seduto nelle ultime file di posti. E' importante che vi
"vediate" dal fondo della sala perche' cio' vi costringera' ad ampliare,
a potenziare al massimo grado la chiarezza
e l' intensita' del vostro messaggio. "Dirigetevi" dall'
esterno, come se foste un direttore o un regista. Non rischierete nessuno
sdoppiamento, state tranquilli. Potrete solo perfezionare la capacita' di
"gestire" al meglio la vostra immagine. E non e' poco. "Accidenti! Hai saputo di XY? Al
Conservatorio era uno dei tanti ed ora so che ha un contratto con una casa
discografica americana!". Ecco, questa puo' essere la dimostrazione
piu' lampante che, purtroppo, la bravura
e il successo non sempre coincidono
perfettamente, non sempre sono l' una presupposto unico dell' altro. Di casi come questi, ne potrei citare a
decine, ma tutti riconducibili ad un unico "fatto": la bravura, cioe' l' abilita', la capacita',
la preparazione, e' presupposto indispensabile
ma non sufficiente per ottenere il
successo delle proprie iniziative. Un tempo, forse, non era cosi'. E questo
per diversi motivi. C'
era, senza alcun dubbio, meno concorrenza
nel settore, e quindi la possibilita' di poter agire su una maggiore area di
intervento, su un piu' ampio raggio d' azione. Bastava essere
"bravi"; a volte, neppure "sufficientemente" bravi.
Banalizzando il discorso, tanto per introdurre una ennesima polemica, tutti
sanno che fino a 10, 15 anni fa si poteva diventare docenti di Conservatorio
con pochi titoli e che spesso si veniva addirittura chiamati a casa dal
direttore: l' effetto di tutto questo e' la presenza, nei nostri
Conservatori, di molti mediocrissimi docenti: gente che lascia il proprio
strumento a casa, che passeggia nei corridoi mentre il tirocinante tiene la classe, che non e' piu' in
professione (e che forse non vi e' mai stata), gente totalmente sconosciuta
se non ai prorpi familiari, gente - ancora - che "rovina" gli
allievi, che inganna gli allievi, che non costruisce, non puo' costruire, non
sa costruire. Fortunatamente, ci sono anche molte eccezioni; ma questo e' un
fatto culturalmente grave, socialmente inaccettabile. Chissa'!,
forse fra qualche tempo, e se qualcuno si decidera' a promuovere una bella
inchiesta a tappeto, avremo anche i docenti pentiti a seguito dell' operazione ..... "note pulite"! Il
livello medio-generale di 40 anni fa era - presumibilmente - piu' basso dell'
attuale. Le punte di diamante non fanno media, ovviamente. Oggi invece,
facilitati dalla grande comunicazione, si' e' raggiunto uno standard esecutivo senza dubbio
superiore agli anni precedenti, soprattutto laddove esistono realta'
didattiche serie: ma non e' questo il punto. Il fatto e' che ci viene
richiesta, sempre piu' insistentemente, un' altra capacita', una competenza diversa, indispensabile al
pari della nostra bravura: la capacita' di avere successo, di
"vincere" la concorrenza, di emergere dallo standard comune. Anche
in passato - tuttavia - la bravura non sempre si legava al successo, ma il
divario non assumeva le proporzioni di oggi. Pensiamo ai potenti nelle corti
del Settecento europeo: vere e proprie istituzioni musicali, dettavano mode,
imponevano stili, pur non essendone sempre all' altezza, facevano opinione. Quanti "mediocri illuminati" non
sono stati in grado di riconoscere, per invidia, per incompetenza, per
incapacita' ad esporsi contro il pensiero dominante, personalita' di spicco,
genialita' ad altri evidenti e, per questo, costrette ad una vita difficile,
assurda. Ma cio', quando avveniva, costituiva un' eccezione, non era la
prassi. Oggi, al contrario, assistiamo
ad autentici prodigi, ad
eclatanti fenomeni di successo: si inventano
i personaggi, poi si costruiscono,
infine si vendono sul mercato
internazionale della musica. Bisogna saper riconoscere che sono cambiate le regole del gioco: non si vendono
dischi perche' si e' bravi, ma si e' tanto
piu' bravi quanto piu' dischi
si vendono, quanto piu' si appare in televisione, quanto piu' si e'
"star" nell' universo della comunicazione di massa. Complessi
musicalmente mediocri, se non addirittura irrilevanti, si impongono - ci
vengono imposti - sul mercato internazionale; si rovesciano i rapporti: non
e' il consumo che crea il mercato, ma e' il mercato a creare il consumo. Del
pari, il meglio resta spesso tagliato "fuori" dal circuito. E' la
costruzione - "in vitro" -
del divo, del personaggio di successo. E il pubblico si adegua, orienta, con
la sua scelta obbligata, le
preferenze di consumo, "sceglie" perche' costretto, perche' solo questo e' messo in condizione di poter
scegliere. E la preferenza del pubblico di consumatori determina, a sua volta, gli indirizzi di programma,
le scelte di produzione delle industrie discografiche, delle grandi
organizzazioni di spettacolo le quali, a loro volta, provocano una richiesta
sempre crescente del tal prodotto in una escalation
simmetrica, in una dinamica coatta estesa, teoricamente, su scala
illimitata. Cio' che si ha diventa
cio' che si vuole, e si finisce per
volere solo cio' che si ha ....... e cosi' via, "cantando". E'
pur vero che oggi noi viviamo nell' epoca dell' esaltazione della tecnologia;
e' cambiato il nostro modus vivendi,
la nostra sensibilita' e'
altrimenti orientata, sono cambiate le nostre esigenze e i nostri
"ritmi" di consumo. Si consuma di piu', piu' velocemente, piu'
superficialmente. In una societa' come la nostra, basata sul primato del tecnologico sulla
dimensione dell' essere - come
splendidamente analizzato dal filosofo contemporaneo Emanuele Severino nella
sua opera "La tendenza fondamentale del nostro tempo" - non si e'
per cio' che si e' ma, piuttosto, per cio' che in qualche modo si da, cioe'
per cio' che altri possono avere da noi, nella misura in cui - quindi - noi
riusciamo a "soddisfare i loro e i nostri bisogni" (espressione
veramente triviale!). Ecco che percio' anche la musica, non piu' "arte",
si adegua ai tempi, alle mentalita', alle richieste dei consumatori che
qualcuno vorrebbe farci credere "sempre piu' esigenti": in altri
termini, diventa "prodotto". Cade il fascino della individualita' del singolo per lasciare il passo
alla esaltazione strumentale dell' immagine del singolo; allo stesso
tempo, si tende alla "omogeneizzazione"
del pubblico per consentire il successo di prodotti standardizzati, buoni "per tutte le eta' e per tutte le
occasioni". Questa e' la realta'. Ma possiamo ancora fare qualcosa,
sperare in un "miracolo" che forse e' piu' vicino e reale di quanto
non si creda. Con l' amico Gigi spesso ci siamo soffermati su queste
considerazioni, duranti i nostri viaggi in aereo o nei soggiorni in albergo.
Gigi e' convinto che l' esaltazione spasmodica della tecnologia, la sua
capacita' di occupare tutti i settori della vita produttiva, tanto piu'
diverranno "totalizzanti", tanto piu' finiranno con l' autoesaurire
la propria forza proprio perche ' ....... libereranno l' uomo - finalmente! -
dalla coercizione allo spreco: spreco di tempo, di energie, di danaro, di
risorse. In altri termini potremmo forse assistere ad un nuovo umanesimo che imporra' - questa volta
- all' uomo di rivalutare la sua dimensione dell' essere, oggi cosi'
fortemente pregiudicata. Una teoria senza dubbio affascinante e certamente
non priva di coerenza logica. Ma siamo ancora lontani, dovremo aspettare
ancora. E, nel frattempo, impariamo a pianificare
la nostra vita (la vita professionale, intendo). Dobbiamo convincerci che un obiettivo non si raggiunge cosi', per
caso o per fortuna, per congiunzioni astrali favorevoli. Occorre innanzitutto
elaborare un' idea, ma un' idea possibile, realizzabile, e
definirla chiaramente. Se questo non c' e', allora si vivra' cosi', alla
giornata, "galleggiando dolcemente
e lasciandosi cullare", come diceva Modugno. Ma se l' idea c' e', essa, da sola, ancora non
basta. Occorre trasformarla in progetto. Si chiariscano le motivazioni, le premesse, i contenuti,
gli obiettivi a breve, medio e lungo
termine, i tempi, le risorse umane e finanziarie, i mezzi e gli strumenti,
le verifiche, le ricadute. Ma, soprattutto - e qui sta
il punto, il nodo del problema - occorre individuare le strategie, ossia le modalita' di attuazione. Un progetto senza
strategie e' come un esercito che avanza allo sbaraglio, pur essendo dotato
magari di un buon armamento, pur essendo capace di esprimere una notevole
forza d' urto; e' il non sapere come
fare, pur sapendo cosa voler fare.
Come quando Toto' e Peppino, arrivati per la prima volta a Milano, chiedono
al vigile "per andare dove
vogliamo andare, per dove dobbiamo andare?". Ecco, si sa cio' che si
vuole, ma non si conosce il percorso da seguire, si ignora il "modus operandi". Qui possono
venirci incontro le strategie aziendali: provatevi ad analizzare il
"piani di sviluppo" di un ente economico, di una impresa
produttiva. Potra' sembrarvi, quasi certamente, insopportabilmente arido, ma
sara' proprio questa nuova competenza
che potra' aiutarvi a capire, a risolvere, a gestire "l' arido" di
una civilta' che ha sovvertito totalmente le leggi dell' esistenza. E le
leggi, per non soccombere, vanno comunque osservate. Pena la riduzione di liberta'. Qualche
giorno fa ho fatto una prova a sezione con la mia orchestra da camera: c'
erano Pio, Fabio, Cristina e Caterina. Dimostrano, sempre di piu', di voler
acquisire anche questa prospettiva di veduta, questo aggancio forte con la
realta' "reale". Insieme a loro, sto tentando di attuare un metodo
di studio coerente, uno "stile"
di lavoro che - ahime! - vedo totalmente estraneo dalla quotidianita' dell'
esperienza professionale dei molti complessi musicali. Saro' forse un pazzo,
o un ingenuo, o un ostinato: questo non ha alcuna importanza per me; per me
conta solo il fatto che l' "intelligenza
attiva" e' la sola arma che puo' salvarci dal fallimento, dall'
illusione di un falso attivismo. Cosi' mi disse per lo meno Angelo
Persichilli, il mio maestro, nel corso della mia prima lezione con lui. Sono passati
venti anni, dal quel giorno. Debbo riconoscere che aveva proprio ragione. Sono
giunto alla fine di questo lavoro. Vi lascio con la sensazione di non aver
detto tutto quello che avevo da dire, forse e' normale, e' meglio cosi': ora
mi interessano le vostre riflessioni, le vostre considerazioni sulle idee fin
qui esposte. Se solo saro' riuscito a chiarirvi un concetto, o a suggerirvi
una strategia, o a insinuarvi l' ipotesi
del dubbio, il mio intento sarebbe gia' stato sufficientemente raggiunto.
Sarebbe gia' tanto, per me, sapere che un piccolissimo libro, che presto
riporrete forse tra le cose inutili, sia stato capace di fermarvi per un
momento a riflettere: e cio' che piu' manca, oggi, e' proprio la pratica del ragionamento, l' esercizio della riflessione. Si
vive e si muore di tifo. Il tifo
che ci fa esaltare e che ci chiude gli occhi di fronte alla considerazione
del possibile, il tifo che ci nutre
di dogmi, il tifo che ci rende - e spesso a nostra insaputa - tristi
manichini senza vita, senza sangue, senza pensiero, senza futuro. La
mia ostinazione a voler credere nell' ottimismo dell' intelligenza, nella
potenza della volonta', mi fa sperare allo stesso tempo di non essere solo in
questo percorso; mi rende del tutto estraneo - altresi' - agli inevitabili
sorrisini degli scettici, alla negazione, altrettanto prevedibile, di chi non
e' portato - suo malgrado - a credere nella possibilita' di un' alternativa,
nella verita' della trasformazione, nell' etica dell' esistenza. Gli
esercizi che ho voluto indicare non sono delle mere enunciazioni teoriche;
pur riconoscendone la piena paternita', ho avuto piu' volte modo di
costatarne l' efficacia, direttamente o in coloro che me li hanno richiesti.
Vi invito a sperimentarli, dunque, nel corso della vostra attivita' di studio
e di ricerca. Male non vi potranno fare. Anche gli aneddoti che ho voluto
raccontarvi sono tutti reali, esattamente cosi' come li ho descritti. Sono
serviti per "rompere" lo
stile di un discorso nel momento in cui questo rischiava di farsi troppo
arido, astratto; per calare nella realta' del vissuto, nella verita' dell'
esperienza, enunciati altrimenti teorici; ma anche per avvicinarmi di piu' a
voi: sono stati - insomma - il nostro "ponte di simpatia". Vi
lascio, ora, con qualche certezza in piu', soprattutto per me. Si perche' -
vedete - riuscire a mettere per iscritto cio' che magari si e' avuto modo di
dire in tante occasioni, nel corso di lezioni con gli allievi o in
discussioni con colleghi, aiuta a chiarire il proprio pensiero, costringe ad elaborarlo. Provate anche
voi a farlo. Ne ricaverete benefici inaspettati. Poteva
esaurirsi, questo libro, in due, tre capitoli al massimo; ho ritenuto pero'
piu' opportuno approfondire alcune tematiche proprio perche' la capacita' di
controllo emotivo non puo' prescindere dalla capacita' di gestire al meglio
le proprie risorse, il proprio tempo. Ne' potremmo prescindere da un buon
metodo di studio per poterci sentire maggiormente capaci di controllare l'
esecuzione in concerto. Anche la conoscenza del pubblico determina la giusta
direzione delle nostre energie, cosi' come quella del "mercato"
puo' orientare le nostre strategie di
carriera. Insomma,
ho fatto quel che ho ritenuto giusto fare. Ora lascio questo mio lavoro nelle
vostre mani; se avrete suggerimenti da fare o critiche da muovermi, ne saro'
felicissimo e ve ne sono grato fin da ora. Le svilupperemo ulteriormente, le
potremmo elaborare "a quattro mani": il che - in definitiva -
rappresenta il vero fine di ogni
ricerca: la ricerca senza fine. |
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