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        Carlo Goldoni - Opera Omnia >>  Le femmine puntigliose





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ALL'ILLUSTRISSIMO SIGNOR CAVALIERE FRANCESCO DE' MEDICI PATRIZIO FIORENTINO

L'Umana felicità, Illustrissimo Signor Cavaliere, direbbe il Poeta essere, come l'Araba fenice, che si crede vi sia, ma non si sa dove si ritrovi, tutti la cercano, pochi sono quelli che la conoscono, e credo, che pochissimi sieno quelli, che di possederla si vantino. Mancano i mezzi a taluno per rintracciarla a talun altro manca il merito per conseguirla. Vi è chi non può esser felice per difetto di sua natura, v'è chi non può esserlo, per difetto di volontà, poiché, cercando l'umana felicità tra i vizi, o tra i piaceri scorretti, trova in cambio di essa, le amarezze, i pericoli, le disavventure. Io certamente sono uno di quelli, che lusingar non si possono di possederla, ma ho sempre desiderato conoscerla, e con que' principi di Morale Filosofia, che Dio mi ha impressi nell'animo, sono andato attentamente osservando quelle persone, che mi parevano esser felici, per istabilire, se veramente lo fossero. Per formare un tale giudizio, conosco anch'io, che non bastano le osservazioni, che far si possano sui caratteri delle persone, e né tampoco sulle azioni loro, poiché la vera felicità consiste nella contentezza del cuore, e questo occultandosi per lo più dalla malizia degli Uomini, a pochissimi si vede in fronte, ed è sempre equivoco, e pericoloso il giudicare di essi. Vi sono però certi adorabili temperamenti, che hanno la sincerità per costume, che mostrano a tutti il cuore, e colle parole, e colle azioni loro, e fra questi andava io rintracciando l'Uomo felice, perché se non lo è, merita almeno di esserlo.

Parmi di averlo già ritrovato, e se l'umana felicità, Illustrissimo Signor Cavaliere, non alberga nel vostro seno, io non saprei in qual altra parte del Mondo continuare lo studio di rintracciarla. Non crediate già, ch'io voglia ora formar un Panegirico di quelle lodi, che per gl'infiniti meriti vostri, vi son dovute, o per acquistarmi viepiù la protezione vostra, o per indurvi ad accettare con miglior animo quella Commedia, che umilmente vi raccomando, e vi dedico, e con questo mio riverente foglio ardisco di presentarvi. Voi siete naturalmente gentile, amoroso, benefico, non avete bisogno di esser lodato, né io saprei farlo adequatamente. Vi prego permettermi di ragionare di Voi, e di ben bene considerarvi, sicché io possa non solo colla opinione mia, ma di quelli, che delle ragioni mie persuasi saranno, decidere, stabilire, e consolarmi, che se nel mondo può darsi vera felicità, questa con Voi alberga da Voi meritata, e da Voi posseduta. Per provare l'assunto mio, è necessario, prima d'ogni altra cosa, ch'io stabilisca qual sia l'umana felicità. Questa io la considero in vari gradi distinta li quali se in Voi saranno venficati, niuno potrà contendermi, che Voi siate l'Uomo felice, che siate Voi quella Fenice, che ricercasi, e non trovasi.

La prima immensa felicità comune a tutti i viventi dell'uman genere, è l'Essere. Sono infinite le creature possibili, come è infinita l'onnipotenza del Creatore, ma che noi siam compresi nel numero determinato degli Uomini, è una felicità incomprensibile, senza di cui né il bel Mondo, né il bellissimo Cielo sarebbe stato per noi. Vero è che questo Essere per taluni sarà funesto, e meglio sarebbe per essi, che stati non fossero, ma colpa sarà celesta del tristo abuso, che fatto avranno di un tanto bene, e confessar dovranno aver posseduto quella inesplicabile felicità, che a tutte la altre poteva loro servir di guida. Voi dunque siete in possesso di questo bene, comune agli Uomini tutti, egli è vero, ma felicissimo in Voi, poiché conoscendone il pregio, e ottimo uso facendo della vita vostra, grato a Dio vi rendete, e utile alla società umana.

Dopo la felicità dell'Essere, qual altra maggiore può immaginarsi oltre quella del nascere in grembo di Santa Chiesa, succhiando col latte la vera Fede, e cancellando coll'acque del Sacro Fonte la colpa de' primi nostri Patenti? Gli occulti, impenetrabili arcani della Provvidenza han noi arricchiti di un tanto bene Miseri quelli, che nati fra gli errori, ed allevati colle superstizioni, chiudono le orecchie alla grava, e induriscono il cuore sotto il peso della ingannevole educazione, ma più miseri quegli ancora che prevaricatori si chiamano del Vangelo, ribelli della Cattolica religione, i quali vendendo, a similitudine di Esaù, per poche lenti la Primogenitura Celeste, calpestano il più bel dono della imperscrutabile predilezione Divina Voi lo conoscete questo bel dono, e colle azioni vostre, e con i vostri ragionamenti date altrui a conoscere aver radicata nel petto la vera Fede. Non si sentono a Voi cadere dal labbro certi arguti concetti, che feriscono la Religione nel cuore. Pare a' dì nostri, che Uomo non sia di lettere colui, che di certi oltramontani Libri non sa far pompa, colui, che non sa porre in ridicolo il Dogma, le Tradizioni, e fino le sacre Carte medesime, spargendo massime false, anche contro il proprio suo cuore, detestate internamente nell'animo, ma lanciate con imprudenza, o per acquistare la grazia di un personaggio, o per far ridere la brigata. Si può rinunziare per meno ad una si grande felicità?

Dietro a cotesta inestimabile ed eterna, pongo io quella immediatamente di sortire dalla Natura un corpo bene organizzato, una macchina ben disposta in cui l'armonia delle parti, e l'equilibrio degli umori formino un perfetto temperamento. Non vi ha dubbio, che l'anima non sia d'un'istessa natura, di una bellezza, e perfezione medesima in tutti gli Uomini, onde la diversità degli abiti, delle inclinazioni, e delle passioni procede dalla costruzione di questa macchina, la quale fa piegar l'anima, ove, per così dire, le ruote interne la spingono. Vero è, che la ragione fu data all'Uomo da Dio, a distinzione di tutte le create cose per reggere, e illuminare quest'anima, ma non è da desiderarsi, che la Ragione abbia da usar violenza agl'impeti della natura, e beati coloro, i quali si conducono per forza d'inclinazione a operar bene, senza la guerra delle passioni nemiche, e l'Anima, e la Ragione sedendo unite, e comandando nel cuor dell'Uomo, danno esse il moto alle membra, ai sensi, alla volontà, ai pensieri, né schiave, né tiranne del corpo, ma di lui compagne, regolatrici, ed amiche.

Per questa parte, Veneratissimo Signor Cavaliere, chi può negare, che Voi non siate felici? Non parlo già dell'avvenenza esterna del vostro corpo, la quale non è poi tanto necessaria negli Uomini, ma dell'interna proporzion delle parti, dell'armonia degli organi, ove l'anima le sue operazioni principalmente eseguisce, la quale interna perfezion delle parti, se agli occhi non comparisce, coll'uso, e colla pratica si riconosce, quella egualità di temperamento, quella dolcezza di tratto, quella indifferenza per le vicende umane, la compassione verso de' bisognosi, la moderazione nelle passioni, l'umiltà in mezzo alle magnificenze, sono virtù dell'anima, non impedite in Voi da alcuna mala organizzazione del corpo, onde vi riesce di eseguire tanti abiti virtuosi, senza il contrasto delle passioni, e con facile studio della Ragione. Anche la forma esterna è argomento dell'interna bellezza, e quantunque, come diceva, non sia necessaria nell'Uomo quella beltà di volto, di cui le Donne abbisognano, Voi avete anche questa prerogativa di più, e potete assicurare, colla dolcezza del vostro viso, la candidezza del vostro cuore.

Il quarto grado dell'umana felicità lo reputo io il nascere da Genitori onesti, molto più poi da nobili Genitori, e tanto questa si accresce, quanto più puro è il sangue, che dà la vita. Vero è, che l'origine di tutti noi da un solo Padre deriva; che la pasta, onde siam formati è la medesima in tutti, e che di tutti egualmente struggesi collo stesso fine, ma non può negarsi però, che coll'andar del tempo non siasi prodotta certa diversità fra gli Uomini, che fa distinguere dall'aspetto il nobile dal plebeo, siccome ancora gli Uomini di una nazione, da quelli di un'altra. Ogni regola è soggetta alle sue eccezioni; accordo ancor io, e la pratica lo dimostra, che la Natura scherzando, darà talvolta ad un Pastorello un 'immagine da Sovrano, ma per lo più si ravvisa il contrario, anzi, per meglio dire, la natura giustifica per lo più co i lineamenti del volto la nobiltà de i natali. Sia ciò derivato per ragion dell'educazione, che a poco per volta ha regolato la macchina in virtù degli abiti virtuosi, o sia per la natura de' cibi, che hanno resa più delicata la complessione, o per la qualità degli esercizi, che quanto men faticosi tanto più rendono gentile il corpo, e avvenente, certissima cosa è, che il nascere da genitori nobili è un maggior bene. Bene massimo egli è altresì cotesto, perché col sangue si traggono per lo più da' nobili Genitori le inclinazioni magnanime e generose, e sarà un bene singolarissimo anche per questo, perché gli Uomini lo rispettano, lo stimano e lo hanno in venerazione. Chi sa distinguere l'onesto contegno dalla vanità, e dalla superbia, può ricevere senza colpa gli omaggi degl'inferiori. Anzi non deve seco loro familiarizzarsi soverchiamente, ma proteggerli con amore, trattarli con dolcezza, e farsi rispettare beneficandoli.

Se in Voi dunque ricercasi quella felicità, che dalla nobiltà del sangue deriva, a chi è ignota l'origine della Sovrana Casa de' Medici, da cui la vostra nobilissima è provenuta? Questo basta per provare la chiarezza de' vostri natali, la Croce invitta de' Cavalieri di Malta brilla mirabilmente sul vostro petto, e tutti quegli onori, che possono caratterizzare una famiglia illustre, nella vostra abbondantemente si trovano. Farei torto a chi per avventura leggesse questo mio foglio, volendone parlare distintamente, e vi vorrebbero dei Volumi pel farlo. A me basta poter concludere, che felicissimo siete rispetto alla nobiltà de' natali, che della felicità umana ho collocato nel quarto grado.

Che cosa pensate Voi, ch'io voglia considerare nel quinto? La Ricchezza forse? No; non ancora. Permettetemi ch'io chiami felicità una cosa, la quale potrebbe da alcuni credersi una facezia, ed a me sembra un articolo molto essenziale. Considero dunque felicità umana il nascer Uomo e non Donna. Che dite Voi Gentilissimo Signor Cavaliere, parvi, che sia ragionevole il mio pensiero? La Donna è più gentile di noi, e anche più bella, se certa bellezza esposta agli occhi altrui si consideri, ella è da noi provveduta, servita, amata. Ma se cerchiam fra le Donne le più servite, le meglio amate evvi paragone veruno colla libertà nostra, colla nostra virile autorità, col dominio (però discreto), che Dio ci ha dato sopra di esse? Quella perpetua soggezione che soffrono è compensata bastantemente colle finezze, che da noi ricevono? Non parlo io già di quelle Donne, che hanno l'abilità di porsi gli Uomini sotto i piedi, e calpestando le leggi del loro sesso, vivono con una libertà, che eccederebbe anche il diritto degli Uomini, queste hanno poi de' peggiori mali, sono in discredito presso le persone onorate, si deridono nelle conversazioni e passano per cattiva erba nel giardino del Mondo. Parlo delle femmine oneste, delle femmine virtuose, possono essere più soggette di quel, che sono? Fanciulle, sotto l'austera disciplina de' Genitori. Congiunte, sotto quella, talvolta asprissima, de' Mariti. Vedove, soggette assai più alla critica, alle osservazioni del Mondo, alle leggi del buon costume. Le Religiose sarebbero le più felici, se volessero esserlo. Nell'angusto loro recinto sono meno soggette di quelle, che passeggiano per le strade, obbediscono è vero, ma sono anche in grado di comandare, e si obbediscono fra di loro per effetto di virtuosa rassegnazione, che rende amabile l'obbedienza. Ciò non ostante, trovo preferibile per troppe ragioni lo stato nostro, e credo felicità l'esser Uomo, ed io mi consolo di esserlo, e mi rallegro con Voi, che lo siate, e tanto più ho ragione di rallegrarmi, quanto che non solo siete Uomo per la virile essenza, ma lo siete col senno, colla prudenza e colle virtù robuste dell'animo.

Il nascere in un buon Paese è un altro grado di felicità, che io considero in sesto luogo. Grandissima disavventura per mio giudicio è di coloro, che nascono in un Paese tiranno, in un Paese incolto, in un clima infelice. Chi nasce in Firenze, come Voi nato siete, nasce nel Giardino del Mondo, giacché l'Europa è la migliore delle sue quattro parti, e in questa ha il primo luogo l'Italia, e dell'Italia la bellissima parte è la Toscana tutta, e della Toscana la più vaga, la più deliziosa e l'inclita sua Capitale. Nulla manca a Firenze, per essere un soggiorno invidiabile. La situazione è amena, il clima è dolcissimo, le Vie spaziose, e piane, i magnifici Tempii, i sontuosi Palagi, le pubbliche grandiose Fabbriche, i Ponti, il Regal Fiume, le Gallerie stupende, le Biblioteche, le Statue, i Giardini, le amemssime Ville, i Teatri, i pubblici divertimenti son forti attrattive de' forestieri, che non solo vengono di lontano per vagheggiarla, ma lungamente vi si trattengono per goderla. E che dirò io della umanità, della cortesia de' gentilissimi Fiorentini? Questa è adorabile sopra tutto; questa ha colmato me pure di beneficenze, e di grazie, e se tanto si è usato meco, senza mento, e senza grado, convien dire, che benignissimi sian per natura, e a compatire, e a beneficare inclinati. Che più poteva io desiderare in questa Città famosa, Patria d'Uomini illustri, di felicissimi talenti a' giorni nostri ripiena? Accolte furono le mie Commedie da' Fiorentini, come se difettose non fossero, sofferte furono sulle Toscane Scene, ed acclamate ancora, indi alla luce mandandole per via dei Torchi, lo dirò a mia gloria, s'affollarono per averle Voi, Benignissimo Signor Cavaliere, Voi più di tutti compassionando le miserabili circostanze di un Uomo, condotto dalla disperazione ad arrischiare moltissimo, per la salvezza della propria riputazione, Voi mi deste animo, protezione, e consiglio, giungeste per fino ad esibirmi denaro, e sarei stato certo di ogni vostro soccorso, se Iddio Signore benedicendo le Opere mie, non mi avesse col frutto de miei sudori assistito. Non cesserò mai di lodar Voi, e di benedire la vostra Patria, e di considerar felicissimo chi in essa ha la fortuna di nascere, anche per un'altra ragione, non inferiore a quelle, delle quali ho parlato. Questa è la purgatissima Lingua, che vi si parla, mentre sceltissime sono le parole, graziosi gli adagi, e spiritosi i concetti. Quivi parlasi quella Lingua, che tanto difficilmente dagli stranieri si scrive, ed utilissimo studio credo io per un Uomo di lettere, trattenersi per qualche tempo in Firenze ad imparar dalle Balie e dalle Fantesche ciò, che altrove si mendica dal Bembo, dal Boccaccio, o dal la Crusca medesima. Ma già ben mi accorgo, che a troppo lunga faccenda impegnato mi sono esaminando i gradi della umana felicità. Altre circostanze importantissime mi rimangono dopo le sei da me alla meglio considerate, le quali non deggio io omettere, perché non credasi, o che io non le conosca, o che in Voi non si ritrovino. Le accennerò brevemente per non abusarmi della vostra umanissima tolleranza, e le rammenterò soltanto accennandole alla sfuggita.

In settimo luogo, quel che rende l'Uomo felice è la Salute, senza la quale ogni altro bene di questa vita è un miserabile bene, e Voi, grazie all'Altissimo siete sano, e Dio vi faccia esser tale in tutti i giorni di vostra vita, che vi bramo lunghissima.

Succede in ottavo grado alla salute del corpo quella dell'animo, se a quella del corpo non si voglia preferire; chiarezza di mente, prontezza di spinto, fecondità d'intelletto, sono segni evidenti di un animo sano, robusto, e vivace, che rende l'Uomo più facilmente felice Voi di ciò siete ben provveduto. Unir sapete alle applicazioni domestiche, dovute ad un ricchissimo Patrimonio, lo studio delle lettere, e l'erudizione. Ma giacché il ricco Patrimonio vostro mi è accaduto per incidente di nominare, lasciate, che io vi dica essere la Ricchezza il nono grado della ricercata felicità.

Altri non avrebbono aspettato sinora a ragionare della Ricchezza, ma collocandola in più alto posto, l'avrebbono mandata innanzi a parecchi gradi, considerandola il sommo ben della vita. Io non ho certamente in tanta estimazione i tesori, che ardisca di anteporgli alla salute, alle scienze, alla nobiltà, e né tampoco alla felicità della Patria, desiderandomi aver più tosto tre Paoli al giorno in Italia, che dieci Doppie in uno dei gelati Paesi del Settentrione. So, che Voi pure calcolate il bene delle vostre doviziose rendite per mantenere con decoro, e con lustro la nobilissima Casa vostra, ed il buon uso, che fate dell'oro, e dell'argento, dimostra, che Voi lo apprezzate sol quanto merita, ma, a quel che merita più, non lo preferite.

Non è fuor di proposito considerare fra i gradi della nostra felicità, la libertà ancora, e collocarla nel decimo luogo di questa nostra rassegna Voi la godete perfettamente, con un Ordine in petto, che vi difende dalla catena del Matrimonio. Io non dirò, che sieno le nozze generalmente di peso agli Uomini, e di tormento, anzi sostituirei a questo grado di felicità il Matrimonio medesimo, se di una discreta moglie potesse alcuno gloriarsi, ma poiché il dubbio è grande, ed il pericolo è manifesto, la libertà è un gran bene, un bene, che si conosce meglio, quando si perde, ma è meglio non perderlo, a costo ancora di non conoscerlo perfettamente.

L'undecimo grado diamolo noi meritamente all'uso delle sociali Virtù. Rendono queste l'Uomo amabile, e desiderato, arbitro delle oneste conversazioni, e posseditore dei migliori cuori del Mondo. Sono certe virtù quelle, che io chiamo virtù sociali, che derivano da una buona Morale, e si adattano alle circostanze. Per esempio ridere, barzellettare, brillare colle persone di spinto, ragionare colle persone di senno, non inquietare coloro, che sono di malinconico umore, parlar di scienze coi dotti, astenersene cogl'ignoranti, non irritare i superbi, non avvilire i pusillanimi. Esser savio coi savi, ma ben guardarsi di non impazzire coi pazzi. Mentre accenno queste regole della felicissima Società, non intendo già di darle a Voi, quasiché abbiate ora necessità d'impararle. Voi siete adorno di tutte le più amabili qualità, siete un perfetto conoscitore del Mondo, e avete per gli onesti piaceri, che il mondo ci somministra, un ottimo discernimento, un perfettissimo gusto.

Ecco la duodecima, ed ultima condizione, la quale, secondo me, può render l'Uomo felice: il buon gusto, il sano discernimento. Iddio ha creato il Mondo per noi, e tutte le sue delizie sono delizie nostre. Guardiamoci dall'abusarcene, non dal goderle. Senza andar dietro ai piaceri vietati, tanti noi ne abbiamo dei permessi, che smentir possiamo coloro, i quali tristo chiamano il Mondo. È l'appetito smoderato degli Uomini quello, che cambia aspetto alle cose, per altro vi è da godere, vi è da prendersi divertimento, senza traviare dal sentiero dell'onestà. Vi vuol buon gusto, vi vuol perfetto discernimento; Voi l'uno, e l'altro avete, e lodevole uso ne fate: Voi siete dunque felice. Che se alcuno mi volesse opporre, essere necessario per la felicità dell'Uomo il comando, no, gli direi, t'inganni. Possono gli Scettri, e le Corone appagar l'ambizione, non rendere contento il cuore. Un grado solo dell'umana felicità, che manchi al Sovrano, lo può rendere nella sua grandezza infelice, e tutta la sua grandezza non vale a procacciargli la pace del cuore.

Io dunque mi rallegro con Voi, Illustrissimo Signor Cavaliere, e mi rallegro di cuore con me medesimo, per aver ritrovato, e conosciuto in Voi il tesoro dell'umana felicità. Voi non potete non desiderare felici gli altri per effetto della Virtù, onde a ragion mi lusingo, che mi vorrete beneficare, donandomi ora per e sempre la benignissima grazia vostra, accettando come un tributo d'ammirazione, di servitù, ed ossequio questa miserabile Commedia, che vi offerisco, e permettendomi, che possa dire di essere, quale umilmente mi sottoscrivo,

Di V. S. Illustriss. Umiliss. Devotiss. ed Obblig. Serv.

CARLO GOLDONI

L'AUTORE A CHI LEGGE

Se nella lettera precedente ho ragionato dell'umana felicità, ora teco, Lettor carissimo, ragionare dovrei dell'umana miseria. Leggi la Commedia che seguita, e la rileverai da te stesso, senza che io te ne faccia parola.

Le Femmine puntigliose non solo fabbricano per se stesse dei mali che non vi dovrebbono essere al Mondo, ma vogliono dei pregiudizi loro fare anche agli Uomini sentir il peso. Eredi in ciò funestissime della prima Madre, tutti gli amari pomi voglion dividerli con noi meschini; e prevalendosi del sopravvento, che loro la debolezza nostra concede, ci rendono ministri della loro ambizione. Ogni picciolo moto scompone ed agita la loro macchina delicata; arrendevoli ad ogni urto della passione, conoscono che per se stesse non hanno bastante forza per vendicarsi, ricorrono all'Uomo, l'interessano ne' loro vani puntigli e gli avvelenano il cuore.

Le nobili non si degnano delle inferiori; le ignobili aspirano all'egualità colle Dame; le ricche disprezzano le miserabili, e queste hanno le altre in aborrimento. Esaminiamo le fonti di tai puntigli, e si vedrà chiaramente ch'esse provengono dallo smoderato amor proprio, dall'invidia e dall'ambizione. Non basta alla Nobile la nobiltà, vuol esser ricca. Non basta alla Ricca la sua ricchezza, vuol esser nobile. Non basta ad una Donna esser nobile ed esser ricca, vuol esser sola. Rarissime Donne ho io conosciuto, che si amino fra di loro, e le più amiche e le più amorose non se la perdonano ad ogni minima occasione di criticare. Di quante Commedie ho composto, argomento più spazioso di questo non mi proposi. Io era, come suol dirsi, confuso nell'abbondanza e se non avessi limitato i puntigli colle regole del Teatro, avrei fatto una Commedia sola per tutto il resto de' giorni miei.

Il puntiglio principalissimo su cui raggirasi la mia Commedia è quello di una Femmina ricca, la quale in mezzo a tutti i comodi della vita si crede infelice, se non può comparir fra le Dame. Io non credo, che possa darsi maggior pazzia di cotesta. La Nobiltà è un fregio grande, desiderabile da chicchessia, ma è quel tal fregio che unicamente può dalla nascita conseguirsi. Tutto l'oro del Mondo non è bastante a cambiar il sangue, e sarà sempre stimata più una Femmina doviziosa nel pro - prio rango, di quello possa ella sperare innalzandosi a qualche Ordine superiore. I ragionamenti di Pantalone su tale articolo, fatti da lui per instruzione di Don Florindo, potrebbero essere salutari consigli a tutti quelli che hanno tai pregiudizi nel capo, e l'esempio di Donna Rossaura può servire di specchio a qualche femmina troppo vana. La Contessa Beatrice fa una trista figura nel ceto della nobiltà. Io non credo che tal carattere si ritrovi. Una Dama che voglia per cento doppie arrischiar il decoro del suo Paese, ed esporre agli scherni una Forestiera, non credo vi sia mai stata. Ho figurato un carattere da Commedia per mettere i puntigli in ridicolo, sicuro quasi dentro di me medesimo, che non avrei potuto esserne rimproverato. Ma il Mondo che vuol fare scena di tutto, ha preteso di riscontrar degli originali, e mi ha caricato di averli io temerariamente imitati. Protesto non esser vero, ed è una prova della verità che sostengo, l'essersi l'istessa favola in ogni Paese narrata, in cui si rappresentò la Commedia. Non è verisimile che possa lo stesso fatto in più di un luogo verificarsi; non è credibile ch'io abbia voluto espormi al pericolo di una vendetta; è ben probabile che per tutto vi sieno degli spiritosi talenti, che cerchino di mettere in ridicolo le persone e di screditare gli Autori. Ciò non ostante ho dovuto fare qualche cambiamento nella Commedia; ho trasportato la Scena in un paese lontano, in cui non vi sono mai stato, acciò apporre non mi si possa averla io sulla verità lavorata. Questa ed altre simili mutazioni a me, in un'opera mia, non mi può essere impedito di farle, ma non era poi lecito al Correttore, che all'edizione del Bettinelli presiede, omettere nella Scena III dell'Atto I i più interessanti ragionamenti di Pantalone sull'articolo importantissimo della condotta di Don Florindo, che per aderire alla vanità della moglie, abbandona i propri interessi per una falsa immagine di decoro. E se mai fosse vero che l'Editore ed il Correttore medesimo mutilata avessero ricevuta la mia Commedia, apprendano esser giuste le mie querele, e che gli Autografi (per servirmi del loro termine) si prendono dalle mani dell'Autore, non da quelle di un terzo. Anche la parte dell'Arlecchino vedesi dimezzata e in quella di un Lacchè convertita. Ciò mi sovviene aver io medesimo fatto per compiacere un Arlecchino particolare, che dalla parte di un Moro credevasi pregiudicato, con animo di rimetterlo come prima, all'occasione di pubblicar con le stampe la mia Commedia; che se inoltre ho fatto senza di cotal Maschera, parmi che non s'abbia a togliere ove s'adoprano il Pantalone e il Brighella. - Un'altra cosa restami a dire sul buon evento di tal Commedia. Ella è stata fortunatissima da per tutto, fuor che in Venezia, quantunque l'annotazione del Bettinelli per otto sere di seguito asserisca colà essere stata rappresentata. - La ragione del minor incontro in una Città di ottimo gusto, e per le Opere mie benignamente inclinata, procede dal costume medesimo del paese. Non corrono in Venezia certi puntigli stucchevoli, certe ridicole affettazioni che usare in qualche altra Città si vedono. La Nobiltà è in cotal grado costituita, che niuno di qualunque altro rango inferiore può aspirare a confondersi colla medesima, ed ella riconoscendosi superiore bastantemente per il suo grado, tratta tutti con affabilità, e non ha pretensione di quegli onori che cotanto riescono incomodi alla società; che però siccome piace la commedia critica, quando in essa vi si riconosce il costume, non può allettare moltissimo il ridicolo di tai puntigli alla mia Patria stranieri.

Personaggi

Donna Rosaura,
moglie di
Don Florindo Aretusi,
mercante siciliano
La contessa Beatrice
Il conte Onofrio,
suo marito
La contessa Eleonora
La contessa Clarice
Il conte Ottavio
Il conte Lelio
Pantalone de' Bisognosi,
mercante veneziano
Brighella,
staffiere di donna Rosaura
Arlecchino,
servidore della medesima in figura di Moro
Un servitore
della Contessa Beatrice
Un paggio
della Contessa Eleonora
Un bravo

La Commedia si rappresenta in Palermo.

Atto primo

Scena prima

Appartamento nella locanda, in cui sono alloggiati don Florindo, e donna Rosaura.

Donna Rosaura, e Don Florindo.

FLORINDO

Signora consorte carissima, credo, che ce ne possiamo tornare al nostro paese, e se aveste aderito a quello, che io diceva, non saremmo nemmeno venuti a Palermo.

ROSAURA

Che avrebbero mai detto di noi le donne del nostro rango, se dentro il primo anno del nostro matrimonio non fossimo venuti a far qualche sfarzo nella città capitale?

FLORINDO

E che cosa diranno di noi, se torneremo alla patria, senza che una dama di questo paese siasi degnata di ammetterci alla sua conversazione?

ROSAURA

Ciò basterebbe a farmi morir di dolore.

FLORINDO

Penso che sarebbe stato meglio, se in luogo di aspirare alla conversazione delle dame, ci fossimo contentati di quella delle mercantesse della nostra condizione.

ROSAURA

Oh, questo poi no. Sono venuta a Palermo per acquistare qualche cosa di più. Per esser distinta a Castell'a Mare, basta ch'io possa dire, sono stata in Palermo alla conversazion delle dame.

FLORINDO

Ma se questa conversazione, non si può ottenere?

ROSAURA

Il Conte Lelio mi ha dato speranza, che forse, forse si otterrà.

FLORINDO

Il Conte Lelio, e molti altri cavalieri ci trattano, ci favoriscono, mostrano desiderio d'introdurci per tutto; ma so, che le dame non vogliono ammetterci assolutamente.

ROSAURA

Eppure sono stata a casa di alcune, e mi hanno ricevuta.

FLORINDO

Sì. In privato tutte ci faranno delle finezze, ma in pubblico non è possibile.

ROSAURA

Mi ha promesso il Conte Lelio, che la Contessa Beatrice prenderà ella l'impegno d'introdurmi.

FLORINDO

Questa dama non la conosco. Non le ho portato veruna lettera di raccomandazione.

ROSAURA

La lettera di raccomandazione, che dovremo noi presentarle, sarà un piccolo regaletto di cento doppie.

FLORINDO

Cento doppie? A che motivo?

ROSAURA

Per gl'incomodi, che si dovrà prendere per causa nostra.

FLORINDO

E sarà tanto vile, per vendere a denaro contante la sua protezione?

ROSAURA

Il Conte Lelio maneggia l'affare: io gliel'ho promesse, e son certa che in questo non mi farete scorgere. Purché ottenghiamo l'intento nostro, che importa a voi il sagrificio di cento doppie?

FLORINDO

Quando riesca la cosa bene, le sagrifico volentieri, unicamente per compiacervi.

ROSAURA

Anzi ho divisato donare al Conte Lelio un orologio d'oro per gratitudine dei buoni uffici, che fa per noi.

FLORINDO

Ed egli l'accetta?

ROSAURA

Perché volete, che lo ricusi?

FLORINDO

Per quel, ch'io vedo, si vende la protezione, come il panno, e la seta.

ROSAURA

Ci siamo, bisogna starci.

FLORINDO

In otto giorni, che siamo qui, abbiamo speso più di trecento scudi, senza veder cosa alcuna.

ROSAURA

Non voglio andare in nessun luogo, senza una dama, che mi conduca.

Scena seconda

Brighella, e detti.

BRIGHELLA

Signori...

ROSAURA

Villanaccio (a Brighella con isdegno gittandogli un fazzoletto in faccia).

BRIGHELLA

Lustrissima...

ROSAURA

Dammi, quel fazzoletto.

BRIGHELLA

Lustrissima sì. Gh'è qua l'illustrissimo sior Pantalon, che li voria reverir.

ROSAURA

Pantalone non è illustrissimo.

BRIGHELLA

La perdona, signora...

ROSAURA

Asino!

BRIGHELLA

Illustrissima, la me compatissa.

FLORINDO

Digli che passi.

BRIGHELLA

Signor sì... Illustrissimo sì. (No me posso avvezzar) (parte).

ROSAURA

Non voglio sentire le seccature di questo vecchio. Vado nella mia camera; se viene il Conte Lelio, mandatelo da me.

FLORINDO

Sarete servita.

ROSAURA

Se questa dama ci favorisce, bisognerà trattarla.

FLORINDO

Siamo forestieri, probabilmente sarà ella la prima a trattarci.

ROSAURA

Basta; purché si spunti, si ha da spendere senza riguardo (parte).

Scena terza

Don Florindo, poi Pantalone.

FLORINDO

Bel negozio, che ho fatto a prendere questa signora sposa! Ella mi ha dato una ricca dote, ma credo, che al terminar dell'anno sarà finita.

PANTALONE

Sior don Florindo, mio patron reverito.

FLORINDO

Buon giorno, il mio caro signor Pantalone.

PANTALONE

Son vegnù a reverirla, e in tel medesimo tempo a dirghe, che ho recevesto la lettera d'avviso per pagarghe i mille zecchini, a tenor della lettera de cambio, che gieri lu m'ha fatto presentar.

FLORINDO

Non v'era bisogno, che per questo v'incomodaste, mentre ieri, anco prima della lettera d'avviso, avete con bontà accettata la mia cambiale.

PANTALONE

Gh'ò tanta stima per la so degna persona, gh'ò tanto credito alla so dita, che anca senza lettera de cambio l'averia servida, se la s'avesse degnà de commanderme.

FLORINDO

Vi sono molto tenuto per la bontà, che mi dimostrate.

PANTALONE

La sarave bella! Semo stai tanto amici col sior Anselmo so barba, che gierimo, se pol dir, fradei. Quello el giera un omo! Quello ha fatto i bezzi! Con mille ducati, che gh'à dà so pare, in manco de dies'anni, l'ha fatto un capital de cinquantamille.

FLORINDO

Veramente a mio zio Anselmo ho tutta l'obbligazione.

PANTALONE

Credo de sì, l'ha lassà tutto a ela, co l'è morto, el giera la prima dita de sti paesi, e ela, la me permetta, che ghe diga, se la seguiterà el bon ordine de so sior barba, la sarà un dei primi mercanti della Sicilia.

FLORINDO

Io, caro signor Pantalone, sono in un grado di non aver più bisogno di far il mercante. Ho tanti capitali, ho tanti crediti, ho tanto danaro in cassa da poter vivere comodamente, senza continuare la mercatura.

PANTALONE

La me perdona se me avanzo troppo. Cossa gh'àla d'investìo?

FLORINDO

Oh poco! A riserva d'un bel palazzo per villeggiare con tre, o quattro campi tirati a giardino; non ho poi comprato né terreni, né case.

PANTALONE

La senta, e l'ascolta un omo vecchio, pratico delle cosse del mondo, e interessà per i so vantazi. I bezzi i se spende, e quando, che in tel scrigno se cava, e no se mette, presto se ghe vede el fin. La mercanzia la val poco in te le man de chi no seguita a negoziar; e i crediti i gh'à la so gran tara, e no se scuode quando che se vol. Voggio mo dir, che continuando a negoziar, la pol mantegnir, e aumentar i bezzi, e el capital; che lassando el negozio, la pensa almanco a investir, per non aver un zorno da suspirar. La xè zovene, la xè novizzo, probabilmente l'averà dei fioi, a questi, anca solamente previsti, semo obbligai a pensar. La fazza conto de ste parole, e la le receva da un omo, che per etae, per amor, e per debito, se protesta d'esserghe come pare.

FLORINDO

Caro il mio amatissimo signor Pantalone; voi siete pieno di bontà per me, vi ringrazio de' salutevoli documenti, e vi prometto di porli in pratica.

PANTALONE

Quando la crede, che mi ghe diga la verità, e che la sia persuasa de voler mantegnir in credito la so dita, mi la conseggio andar al so paese, tender ai so negozi, e seguitar le pratiche, le usanze, e le corrispondenze de so sior barba.

FLORINDO

Ho i miei ministri, che agiscono in mia vece.

PANTALONE

I ministri i xè bei, e boni; ma col paron no gh'abada, le cosse no le va mai ben. Tutti cerca el proprio interesse, e pochi xè quei, che s'impegna con zelo, e con calor in favor dei so principali.

FLORINDO

Quanto prima tornerò a Castell'a Mare; ma giacché sono in Palermo, non è giusto, ch'io parta senza far vedere alla mia sposa le cose principali della città.

PANTALONE

Se la commanda, mi la farò servir.

FLORINDO

Vi vorrebbe qualche signora, che si prendesse l'incomodo di accompagnare mia moglie.

PANTALONE

Gh'ò una nezza maridada in t'un dei primi marcanti. La gh'à carrozza, la gh'à staffieri, la la servirà ela.

FLORINDO

Ma poi, s'anderà in veruna conversazione?

PANTALONE

M'impegno, che i ghe farà tre, o quattro sontuose conversazion, e che la sarà trattada, come una principessa.

FLORINDO

Quand'è così, riceveremo le vostre grazie.

PANTALONE

Vado subito a avvisar mia nezza.

FLORINDO

Trattenetevi un momento, tanto, che avvisi di ciò la mia sposa. Ehi, signora Rosaura? (la chiama).

Scena quarta

Donna Rosaura nell'altra camera, e poi esce, e detti, poi Brighella.

ROSAURA

Cosa volete? (di dentro).

FLORINDO

Favorite, venite qui, che vi ho da parlare.

ROSAURA

Non vi è nessuno, che alzi la portiera? (come sopra)

FLORINDO

Non vi è nessuno.

PANTALONE

Gh'àla mal ai brazzi? La servirò mi (alza la portiera).

ROSAURA

Obbligatissima alle sue grazie (esce).

FLORINDO

Il signor Pantalone è tutto bontà, tutto gentilezza. Sentite le belle esibizioni, ch'egli ci fa. Ci offerisce la buona grazia d'una signora sua nipote, la quale ci favorirà colla sua carrozza, e ci condurrà alla conversazione.

ROSAURA

È dama questa sua nipote? (a Pantalone)

PANTALONE

No la xè dama, ma la xè una delle prime mercantesse de sta città.

ROSAURA

Va alla conversazione delle dame?

PANTALONE

La va alle conversazion de par soo; de signore tutte oneste, e civil; signore, che non xè nobili; ma che gh'à dei soldi.

ROSAURA

Signor Pantalone, la riverisco (vuol partire).

PANTALONE

Come! No la se degna de lassarse servir da mia nezza?

ROSAURA

Sì, anzi, mi farà piacere (sprezzante).

PANTALONE

Vago subito a dirghe, che la se prepara per vegnirla a riverir.

ROSAURA

No, no, per oggi non s'incomodi. Mi duole il capo.

PANTALONE

Donca la vegnirà doman.

ROSAURA

Se starò bene, vi avviserò.

PANTALONE

Mo gh'àla mal?

ROSAURA

Mi duole il capo. Non posso nemmeno sentir parlare.

PANTALONE

Co l'è cusì, per non disturbarla de più, vago via.

ROSAURA

Scusi di grazia. Quando mi duole il capo non so che cosa mi dica.

PANTALONE

Me despiase infinitamente. Sior don Florindo, bisogna remediarghe; no sentela, che alla sposa ghe dol la testa?

FLORINDO

Lo so pur troppo. (Mia moglie ha il suo male nella testa, e mi dispiace, che non vi è rimedio) (da sé).

BRIGHELLA

Lustrissima, el sior Conte Lelio desidera de reverirla (a Rosaura).

ROSAURA

Venga, è padrone (a Brighella, che parte).

PANTALONE

Mo se ghe dol la testa, come farala a sentirlo a parlar? (a Rosaura)

ROSAURA

La ragione per cui egli viene, interessa tutte le mie premure. Fate una cosa, signor Florindo, servite in un'altra camera il signor Pantalone, e lasciatemi col Conte Lelio a trattar l'affare, che voi sapete.

FLORINDO

Ma non potremmo noi prevalerci del signor Pantalone, che ci esibisce una sua nipote?

ROSAURA

Mi maraviglio di voi. Sapete l'impegno, in cui sono.

FLORINDO

Signor Pantalone; andiamo, se vi contentate (stringendosi nelle spalle).

PANTALONE

(Poverazzo! El se lassa menar per el naso) (da sé).

ROSAURA

(Ehi! per vostra regola, acciò non facciate qualche cattivo giudizio, osservate ho preso le cento doppie) (piano a Florindo, e gli mostra la borsa).

FLORINDO

(Si potrebbero pur risparmiare) (piano a Rosaura).

ROSAURA

Son chi sono; voglio così (adirata).

FLORINDO

Andiamo, andiamo, signor Pantalone (parte).

PANTALONE

(Questi i xè de quei dolori de testa, che patisce le muggier, co le gh'à per marii de sta sorta de mamalucchi) (parte).

Scena quinta

Donna Rosaura, poi il Conte Lelio, e Brighella.

ROSAURA

La nipote del signor Pantalone? Farei una gran figura, se andassi con lei!

LELIO

Riverente m'inchino alla signora donna Rosaura.

ROSAURA

Serva, signor Conte, chi è di là? (chiama).

BRIGHELLA

Lustrissima.

ROSAURA

Da sedere.

BRIGHELLA

Lustrissima sì (porta due sedie).

LELIO

Galantuomo, siete forestiere? (a Brighella).

BRIGHELLA

Signor sì.

ROSAURA

Dimmi, il moro è in casa? (a Brighella).

BRIGHELLA

Lustrissima sì.

LELIO

Siete lombardo? (a Brighella).

BRIGHELLA

Signor sì.

ROSAURA

Va' via (a Brighella).

BRIGHELLA

Lustrissima sì.

LELIO

Sentite una parola (a Brighella). Mi date licenza ch'io dica un non so che al vostro servitore? (a Rosaura)

ROSAURA

Siete padrone.

LELIO

(Voglio un poco vedere, perché a lei dà dell'illustrissima, e a me del signore). (Ditemi quel giovine, al vostro paese che regola si usa nel dar i titoli?) (a Brighella a parte).

BRIGHELLA

Ghe dirò, signor, in certi paesi dove, che ho praticà mi: chi li merita non li cura, e a chi non li merita i se ghe dà per burlarli.

LELIO

Bravo, mi piacete. Se vi occorre nulla, sarò per voi.

BRIGHELLA

Signor sì.

ROSAURA

Portateci la cioccolata.

BRIGHELLA

Lustrissima sì (caricato, e parte; e a suo tempo ritorna).

LELIO

(Così con bella maniera costui si burla della sua padrona) (da sé).

ROSAURA

Favorite d'accomodarvi.

LELIO

Ricevo le vostre grazie (siede).

ROSAURA

Che buone nuove mi recate del nostro affare?

LELIO

Il tutto è accomodato. La Contessa Beatrice verrà da qui a pochi momenti a visitarvi; voi le anderete a render la visita; in casa sua farà, che si trovino varie dame. Vi introdurrà con esse, e vi condurrà pubblicamente nella loro conversazione.

ROSAURA

Caro Contino, siete adorabile. Non poteva sperare diversamente dal vostro spirito, dalla vostra buona condotta.

LELIO

Circa alle cento doppie, bisogna condur la cosa con buona maniera.

ROSAURA

Le si potrebbe dare un anello, che fosse di tal valore.

LELIO

No, un anello non accomoderà i suoi interessi.

ROSAURA

Il danaro è pronto. Disponetene come vi aggrada.

LELIO

Faremo così; procureremo, che accada di fare una scommessa di cento doppie fra voi, e la Contessa Beatrice; voi perderete la scommessa, ed ella averà il danaro contante.

ROSAURA

In questa maniera, non riconoscerà da me il dono, ma dalla sorte.

LELIO

Se la cosa è prima concertata, lo riconoscerà unicamente da voi.

ROSAURA

Se si concerta così, può anche ricevere le cento doppie, senza far la scommessa.

LELIO

Signora no; ella pretende salvar con ciò la delicatezza del suo decoro.

ROSAURA

Può salvarla presso di tutti gli altri, quando non lo sappiano altri che ella, ed io.

LELIO

Non vuole scomparire nemmeno con voi.

ROSAURA

Ma se io ho a sapere la verità.

LELIO

Non importa; le resta sempre un rimorso di meno; e ancorché ella sia certa, che la scommessa sia inventata per regalarla, ciò nonostante, vanterà con voi medesima il suo bello spirito nell'aver saputo trionfare coll'oppinione.

ROSAURA

E qual è la scommessa che dobbiamo fare?

LELIO

La scommessa caderà sopra le ore. Voi per esempio direte, che sono sedici. Ella dirà, che sono diciassette. Si farà la scommessa; io deciderò in favore della Contessa, e voi le darete le cento doppie.

ROSAURA

Benissimo; per decidere con fondamento, favorite, tenete quest'orologio (gli dà un orologio d'oro).

LELIO

Credo che il mio sarà sufficiente.

ROSAURA

Non pretendo sprezzare il vostro, ma questo è uno dei migliori di Londra. Tenetelo, e state certo che non isbaglierete.

LELIO

Ve lo renderò dopo la scommessa.

ROSAURA

Spero che non mi farete un simile torto.

LELIO

Donna Rosaura, voi siete troppo obbligante.

ROSAURA

Un Cavaliere, che mi dimostra tanta parzialità, può anche permettermi, ch'io mi possa prendere con esso lui una simile confidenza.

LELIO

Per dir il vero, la premura, ch'io nutrisco delle vostre soddisfazioni non è senza interesse, ma la mercede, a cui aspira il mio cuore, val molto più di quello mi avete graziosamente donato.

ROSAURA

E qual è la mercede, che a misura del vostro merito possiate da me ottenere?

LELIO

Qualche generosa porzione della vostra grazia.

ROSAURA

Oh via, signor Conte, vedo, che vi prendete spasso di me.

LELIO

Mostrerei di essere poco conoscitore del merito, se non aspirassi all'onore di essere da voi ben veduto.

ROSAURA

Ben veduto, stimato, e venerato voi siete.

LELIO

E niente più?

ROSAURA

Che cosa pretendereste di più?

LELIO

Niente amato? Niente affatto?

ROSAURA

Onestamente, posso anche amarvi.

LELIO

Oh si sa! Onestamente.

ROSAURA

Caro Conte, ditemi con sincerità. Siete impegnato con alcuna dama?

LELIO

Cinque ne ho servite in un anno, e tutte cinque si sono disgustate di me per femminili puntigli. La prima, perché ho procurato di accomodare in un'altra casa un servitore, che aveva ella licenziato. La seconda, perché in faccia sua ho detto, che mi piacevano gli occhi d'una romana. La terza, perché giocando all'ombre le ho dato un codiglio. La quarta, perché innocentemente ho scoperta una sua bugia; e la quinta, per essermi scordato una sera d'andarla a prendere alla conversazione. All'ultimo, mi sono posto a servire la Contessa Beatrice, la quale non è tanto puntigliosa quanto le altre.

ROSAURA

Presto, presto, essa pure vi scarterà.

LELIO

Per qual motivo?

ROSAURA

Può essere per causa mia.

LELIO

Per sì bella cagione, rinunzierei tutte le più belle dame del mondo.

ROSAURA

Mi burlate?

LELIO

Dico davvero.

ROSAURA

Caro Conte!

LELIO

Adorabile madamina!

BRIGHELLA

Lustrissima. La signora Contessa Beatrice, l'è fermada colla carrozza alla porta; e la manda a veder, se Vosustrissima è in casa, e se la pol vegnir a farghe una visita.

ROSAURA

Padrona (s'alza).

BRIGHELLA

(Adesso la camisa no ghe tocca el preterito) (parte).

ROSAURA

Veramente è sollecita questa dama.

LELIO

Spero, che resterete contenta.

ROSAURA

Ha marito?

LELIO

Sì. Il Conte Onofrio. È un buonissimo uomo; mangia, e beve, e non pensa ad altro.

ROSAURA

Lascia far tutto alla moglie?

LELIO

Tutto.

ROSAURA

Felici quelle donne, che possono far così.

LELIO

Bisognerà andarle incontro.

ROSAURA

Ma dove?

LELIO

Io direi alla scala.

ROSAURA

Oh no, Contino mio, basterà, ch'io vada alla porta di camera.

LELIO

Per la prima volta, che viene a visitarvi, potete far qualche cosa di più.

ROSAURA

Se lo facessi una volta, sarei obbligata di farlo sempre.

LELIO

Abbondare in gentilezza è cosa sempre ben fatta.

ROSAURA

Chi troppo si abbassa non esige rispetto.

LELIO

Finalmente è una dama.

ROSAURA

Ed io non sono la sua cameriera.

LELIO

Presto, andatele incontro. Vedetela, è qui alla porta.

ROSAURA

Basta, che mi veda disposta per incontrarla (fa qualche passo verso la porta).

Scena sesta

La contessa Beatrice, e detti.

BEATRICE

È qui la signora Rosaura?

ROSAURA

Oh! Servitori ignoranti! Non mi hanno avvisata. Sarei venuta a riceverla.

BEATRICE

Non importa, non importa.

ROSAURA

Serva umilissima, signora Contessa.

BEATRICE

Serva sua, signora donna Rosaura. Addio Conte.

LELIO

Con tutto il rispetto (inchinandosi).

ROSAURA

Mi rincresce, che la signora Contessa siasi preso l'incomodo di venire sin qui; sarei venuta io a riverirla.

BEATRICE

Il Conte Lelio mi ha procurato l'incontro di conoscere una signora di merito particolare, ed io non ho tardato ad accellerarmi un tal piacere.

ROSAURA

S'accomodi. (Parla molto sostenuta) (piano a Lelio).

LELIO

(Si serve dei veri termini) (piano a Rosaura).

ROSAURA

(Converrà misurar le parole) (da sé). Ma favorite d'accomodarvi (a Beatrice).

BEATRICE

Eccomi accomodata (siedono tutti tre uniti; Beatrice alla dritta, Rosaura in mezzo, il Conte alla sinistra).

LELIO

(Così non istiamo bene. La Contessa non ha il suo posto) (piano a Rosaura).

BEATRICE

Conte, avete fatto ammobiliar voi questo appartamento per la signora Rosaura?

LELIO

Sì signora, ho avuto io una tale incombenza.

BEATRICE

E i suoi servitori, gli avete procurati voi?

LELIO

Ne ho ritrovati alcuni, per la pratica della città.

BEATRICE

Perdonatemi; l'avete servita male. Cattivi mobili, e pessimi servitori.

LELIO

Perché dite questo, signora Contessa?

BEATRICE

Non vedete? Siete pur Cavaliere. In una camera di udienza, le sedie tutte eguali non istanno bene. E i servitori non le sanno disporre.

LELIO

(Non ve l'ho detto? La Contessa non ha il suo posto, e vi voleva una sedia distinta) (piano a Rosaura). Signora, regolerò io le mancanze del servitore, giacché per i mobili non vi è rimedio (s'alza, porta la sua sedia in distanza di Rosaura, e fa che Beatrice resti alla dritta della medesima).

ROSAURA

(Ho piacer d'imparare; anch'io a Castell'a Mare farò così) (da sé).

BEATRICE

Conte mio, vi siete preso un incomodo, che lo potevate risparmiare. L'errore non consisteva nella vostra sedia, ma nella mia. Il sole di quella finestra mi offende la vista.

LELIO

(Ho capito). Permettetemi ch'io vi rimedi (s'alza; fa alzare Beatrice, e porta la di lei sedia in distanza di Rosaura colla spalliera verso la finestra, cosicché viene a restare in faccia a Rosaura nel primo luogo della camera d'udienza).

BEATRICE

(Conte, se l'ho da condurre alla conversazione delle dame, insegnatele qualche cosa) (piano al Conte, e siede).

ROSAURA

(Questa poi non l'intendo) (piano al Conte).

LELIO

(Quello è il primo luogo. Nella camera d'udienza, sempre la persona, che si riceve, va collocata in faccia la padrona di casa, e in faccia alla porta, o almeno di fianco) (piano a Rosaura).

ROSAURA

(Anche questa è buona per Castell'a Mare) (da sé).

LELIO

Su via, signore mie, diciamo qualche cosa di bello (torna a portare la sua sedia vicino a Rosaura, e gira alquanto quella di essa Rosaura, acciò resti in faccia alla Contessa Beatrice).

BEATRICE

E così, signora Rosaura, come vi piace la città di Palermo?

ROSAURA

Non posso dirlo, perché non l'ho ancora veduta.

BEATRICE

Quant'è, che ci siete?

ROSAURA

Saranno otto giorni.

BEATRICE

In otto giorni, sarete stata in qualche luogo.

ROSAURA

Non sono uscita di casa, altro che una volta sola.

BEATRICE

Per qual ragione?

ROSAURA

Per non aver avuto una dama, che mi favorisse.

BEATRICE

(Che pretensione ridicola!) E partirete di Palermo senza vederlo?

ROSAURA

Spero che la signora Contessa mi onorerà della sua compagnia.

BEATRICE

Conte, che ora abbiamo?

LELIO

Non lo so davvero; il mio orologio va male; voi che venite ora di fuori, potreste saperlo meglio di me (a Beatrice).

BEATRICE

Ma pure, che ora direste voi, che fosse?

LELIO

Signora Rosaura, dite voi la vostra opinione.

ROSAURA

Io dico, che saranno sedici ore.

BEATRICE

Ed io dico, che saranno diciassette.

ROSAURA

Quando la signora Contessa lo dice, sarà così.

LELIO

(Oh diavolo! E la scommessa?) (piano a Rosaura).

ROSAURA

(È vero, non ci ho pensato). Signora Contessa, io scommetto che sono sedici ore.

BEATRICE

O sedici, o diciassette non ci penso. Ma è ora che vi levi l'incomodo, e me ne vada (sostenuta).

LELIO

(Sentite? Se l'ha avuto per male) (piano a Rosaura).

ROSAURA

(È molto puntigliosa!) (piano a Lelio)

LELIO

(Eppure è delle più correnti, e facili, che vi sieno) (piano a Rosaura).

BEATRICE

A mezzogiorno devo esser a casa, ove alcune dame saranno per favorirmi.

LELIO

A che ora suona il mezzogiorno?

BEATRICE

Alle diciassette.

LELIO

(Dite alle diciotto) (piano a Rosaura).

ROSAURA

Perdoni, signora Contessa, ella s'inganna; il mezzogiorno suona alle diciotto.

BEATRICE

Lo volete insegnare a me? Suona alle diciassette.

LELIO

(Ora è il tempo) (piano a Rosaura).

ROSAURA

Scommetto che suona alle diciotto.

BEATRICE

Scommetto, che suona alle diciassette.

LELIO

Animo, che cosa volete scommettere, signore mie?

BEATRICE

Tutto quello, che vuole la signora Rosaura.

ROSAURA

Scommetto cento doppie.

BEATRICE

Doppie di Spagna?

ROSAURA

Vi s'intende.

BEATRICE

Benissimo. Accetto la scommessa. Cento doppie di Spagna, che mezzogiorno suona alle diciassette.

ROSAURA

Che suona alle diciotto.

BEATRICE

Ma chi deciderà la scommessa?

LELIO

Io, signore, se vi contentate. Ecco un giornale veridico, ed accreditato. Ecco qui: Tavola del mezzogiorno: undici Aprile, a ore diciassette. Signora donna Rosaura, avete perduto la scommessa.

BEATRICE

Ho vinto, ho vinto (con allegria).

ROSAURA

Benissimo, ed io sono pronta a pagare. Ecco, signora Contessa, una borsa con cento doppie di Spagna. Contatele se ne avete dubbio.

BEATRICE

Mi maraviglio. Mi fido di voi.

LELIO

(Anche questa è andata bene, che non credevo) (da sé).

BEATRICE

Il mezzogiorno dunque suona alle ore diciassette; ma presentemente, che ora sarà?

ROSAURA

Io direi, che fossero sedici.

BEATRICE

Ed io scommetto, che sono diciassette.

ROSAURA

Signora Contessa, siete troppo brava; con voi non scommetto più. (Ne piglierebbe altre cento) (da sé).

BEATRICE

Orsù; volete venire con me? (a Rosaura).

ROSAURA

Dove?

BEATRICE

A casa mia, dove vi saranno quattro, o cinque dame invitate unicamente per voi.

ROSAURA

Riceverò volentieri le vostre grazie. Ma prima, se vi contentate, beviamo la cioccolata. Chi è di là? (chiama).

Scena settima

Arlecchino, e detti, poi Brighella.

ARLECCHINO

Comandar.

ROSAURA

Porta la cioccolata.

ARLECCHINO

Subito servir (in atto di partire).

BEATRICE

Che grazioso moretto!

ARLECCHINO

Mi star graziosa moretta, e ti star galanta bianchetta (a Beatrice).

BEATRICE

Come ti chiami?

ARLECCHINO

Mi chiamar con bocca.

ROSAURA

Va' via di qua, impertinente.

LELIO

Lasciatelo dire, che la Contessa avrà piacere. È il più caro moro del mondo.

ARLECCHINO

Per ti star cara (a Lelio).

LELIO

Per me sei caro? Perché?

ARLECCHINO

Perché non aver quattrini, per mi comprar.

BEATRICE

Bravo moretto, bravo!

ARLECCHINO

Oh cara! Quanto star bella! Mi voler bena. Mi, se ti voler, far razza mezza bianca, e mezza mora (a Beatrice).

ROSAURA

Va' via, briccone. Porta la cioccolata.

ARLECCHINO

Per ti, e per ti portar cioccolata (a Rosaura, e Beatrice). E per ti polentina (a Lelio, e parte).

LELIO

È maledetto costui!

BEATRICE

Dove l'avete avuto? (a Rosaura)

ROSAURA

Vi dirò; questo è un moro, che quando fu preso, fu portato a Venezia, dove ha principiato a parlar italiano, e sentitelo, che dice quasi tutte parole veneziane corrotte. Egli poi venne in Sicilia sopra una nave, e piacendomi infinitamente il suo spirito, e le sue facezie, l'ho comprato dal capitano.

BEATRICE

Che nome ha?

ROSAURA

Perché è tanto burlevole, e giocoso; gli ho messo nome Arlecchino.

LELIO

Ma gli Arlecchini sono goffi, e costui è furbo come il diavolo.

ROSAURA

In oggi i buoni Arlecchini sono più spiritosi, che goffi.

BRIGHELLA

L'illustrissimo sior Conte Onofrio vorria riverirla (a Rosaura).

BEATRICE

Mio consorte (a Rosaura).

ROSAURA

Favorisca, è padrone. Presto, un'altra sedia. Lì lì, presso la signora Contessa (a Brighella).

BEATRICE

Che volete, ch'io faccia di mio marito vicino?

ROSAURA

Aspetta (a Brighella). (Dove l'abbiamo da mettere?) (piano a Lelio)

LELIO

(Appresso di voi) (piano a Rosaura).

ROSAURA

(Di sopra, o di sotto!) (come sopra)

LELIO

(Oh di sopra, di sopra!)

ROSAURA

Mettila qui (a Brighella).

BRIGHELLA

(Se i mi padroni i sta troppo qua, i deventa matti) (mette la sedia, e parte).

BEATRICE

(Questa povera donna è in una gran confusione) (da sé).

Scena ottava

Il conte Onofrio, e detti.

ONOFRIO

Schiavo di lor signori.

LELIO

Amico, vi son servo.

ROSAURA

Signor Conte posso bene annoverarmi fra le donne più fortunate, se vi degnate di onorar la mia casa coll'autorevole vostra presenza.

ONOFRIO

Oh garbata signorina! Chi è questa signora? (a Beatrice)

BEATRICE

Questa è la signora donna Rosaura, moglie del signor Florindo Aretusi di Castell'a Mare.

ONOFRIO

Mercante, non è vero? (a Rosaura)

ROSAURA

Fu mercante.

ONOFRIO

Ed ora, che cosa è?

ROSAURA

Vive del suo, signore.

ONOFRIO

Non si è ancora fatto nobile?

ROSAURA

Quanto prima, comprerà un titolo.

ONOFRIO

Se vuole il mio, glielo vendo (ridendo).

BEATRICE

Siete qui sempre colle vostre barzelette (al conte Onofrio).

LELIO

Il Conte Onofrio è sempre di buon umore.

ONOFRIO

Contessa, sono venuto ad avvisarvi, che la Contessa Eleonora, e la Contessa Clarice, col Conte Ottavio, sono a casa nostra, che vi aspettano. (Ditemi, avete bevuto la cioccolata?) (piano a Beatrice)

BEATRICE

(Or ora la portano). È molto tempo che ci sono?

ONOFRIO

Sarà mezz'ora.

BEATRICE

Signora donna Rosaura, queste due dame le ho fatte venire per voi; se volete, che andiamo, principierete a conoscere queste, e vi servirà d'introduzione all'altre.

ROSAURA

Sì, signora, andiamo: non le facciamo aspettare, non commettiamo questa mala creanza.

BEATRICE

Io non so commettere male creanze (alterata).

ROSAURA

Voglio dire... Vi s'intende. Se aspettan me....

BEATRICE

No, no, non aspettano voi.

ROSAURA

Dunque io non ci ho da venire?

BEATRICE

Sì, verrete con me.

ROSAURA

(Io mi confondo) (da sé).

BEATRICE

(Poverina! È imbrogliata a voler far da signora) (da sé).

Scena nona

Arlecchino, poi Brighella, e detti.

(Arlecchino con una guantiera con quattro chicchere di cioccolata, e vari biscottini).

ROSAURA

Ecco la cioccolata.

BEATRICE

Ma l'ora si fa tarda, e le dame aspettano.

ONOFRIO

Che aspettino. Quando avremo bevuto la cioccolata, anderemo.

ROSAURA

Vi prego; accomodatevi (a Beatrice, perché prenda la cioccolata).

BEATRICE

Potreste intanto prendere il ventaglio, e prepararvi per montare in carrozza (a Rosaura).

ROSAURA

Ho tempo d'accomodarmi la testa?

BEATRICE

Eh, che siete accomodata abbastanza!

ROSAURA

Servitevi della cioccolata; vengo subito. Ehi? (chiama. Brighella viene)

ROSAURA

Alza quella portiera (a Brighella, e passa nell'altra camera).

BRIGHELLA

(Se i la vedesse a Castell'a Mar, i creperia da rider) (parte).

Scena decima

Il conte Onofrio, la contessa Beatrice, il conte Lelio e Arlecchino

ONOFRIO

Sediamo; la cioccolata si raffredda (siede, e prende una chicchera di cioccolata col biscottino).

ARLECCHINO

Per quella panza, no volir cioccolata, ma polenta.

BEATRICE

Moretto, è buona questa cioccolata? (ne prende una chicchera).

ARLECCHINO

Star bona, perché star color de moretta (porta la cioccolata a Lelio).

LELIO

Non ne voglio. L'ho presa.

BEATRICE

Bevetela che è buona (a Lelio).

LELIO

No, no, mi mette troppo calore.

ARLECCHINO

Bever, bever, che ti star pover giazzada (a Lelio).

LELIO

Se non portassi rispetto alla tua padrona, ti bastonerei.

ONOFRIO

Ehi? (ad Arlecchino; mette giù la chicchera vota, e ne prende un'altra piena col biscottino)

ARLECCHINO

Star Cavalier de bona fama.

BEATRICE

Prendi (mette giù la sua chicchera).

ARLECCHINO

Voler quest'altra? (a Beatrice)

BEATRICE

Non voglio altro; bevila tu.

ARLECCHINO

A mi no piaser; piaser maccarugna.

ONOFRIO

Ehi? (mette giù la chicchera vota, e prende la terza piena col biscottino, e beve).

ARLECCHINO

Evviva scrocca!

LELIO

(Quel Conte Onofrio, è veramente sordido!) (da sé)

BEATRICE

(Mio marito non si contenta mai) (da sé).

Scena undicesima

Donna Rosaura, e Don Florindo, poi Brighella, e detti.

ROSAURA

Signora Contessa, mio marito vuol aver l'onore di rassegnarle la sua servitù.

FLORINDO

Rendo infinite grazie alla signora Contessa per la bontà, con cui si degna favorire mia moglie, e la prego ricevere me pure nel numero de' suoi servidori.

BEATRICE

Signora donna Rosaura, avete un bel giovinotto per marito.

FLORINDO

E questo signore chi è? (a Lelio, accennando il conte Onofrio).

LELIO

È il signor Conte Onofrio, consorte della Contessa Beatrice.

FLORINDO

Permetta, che con lei pure... (ad Onofrio).

ONOFRIO

Schiavo, schiavo, senza cerimonie (voltandogli le spalle).

FLORINDO

(Questo trattamento non mi finisce) (da sé).

ONOFRIO

Signora Rosaura, avete della cioccolata molto buona.

ROSAURA

Ne ho portata un poco per me, se comandate, la spartiremo.

ONOFRIO

Mi farete piacere, vi sarò obbligato.

ROSAURA

Ehi? (chiama).

BRIGHELLA

Lustrissima.

ROSAURA

Senti, porta subito, subito venti libbre di cioccolata a casa della Contessa Beatrice (piano a Brighella).

BRIGHELLA

Subito la servo (parte).

BEATRICE

O via andiamo. Conte Onofrio, date mano alla signora donna Rosaura.

ONOFRIO

Volentieri, son qui la mia ragazza (a Rosaura).

ROSAURA

Florindo, servite la signora Contessa.

BEATRICE

Eh, no, non v'incomodate. Conte Lelio, favorite (chiama Lelio).

LELIO

Ma se si esibisce l'amico Florindo...

BEATRICE

Andiamo, andiamo (prende Lelio per la mano).

ROSAURA

Mio marito verrà in carrozza con noi? (a Beatrice)

BEATRICE

In carrozza non vi si sta più di quattro. Verrà a piedi.

ROSAURA

Basta... abbiamo anche noi la nostra carrozza.

BEATRICE

Dunque verrà colla vostra (parte con Lelio).

ROSAURA

Florindo, abbiate pazienza.

ONOFRIO

Ehi? Avete buon cuoco? (a Florindo)

FLORINDO

Sì signore, buono.

ONOFRIO

Lo proveremo (parte con Rosaura).

Scena dodicesima

Don Florindo solo.

FLORINDO

Ed io ho da andare a piedi, o solo nella mia carrozza a vettura? E il signor Conte Onofrio mi usa questa bella creanza? E la signora Contessa Beatrice, che vuol trattar mia moglie, fa di me questa stima? E quel che è peggio, mia moglie lo comporta? Ma io sono stato una bestia. Ma l'ha detto il signor Pantalone, me l'ha detto. Rosaura ha pagate le cento doppie, e queste serviranno a comprarci mille dispiaceri, mille torti, mille affronti. Tra i mercanti io era distinto. Qui tra i Cavalieri non sono considerato. Mai più non faccio simile bestialità. Dalla Contessa Beatrice non ci voglio andare, e quando torna mia moglie a casa, faccio i bauli, e subito prendo le poste, e la riconduco a Castell'a Mare (parte).

Scena tredicesima

Appartamento in casa della Contessa Beatrice.

La contessa Eleonora, la contessa Clarice, ed il conte Ottavio.

ELEONORA

Per assoluto, voglio andar via.

OTTAVIO

Ma perché, signora Contessa Eleonora, v'impazientite voi tanto?

ELEONORA

La Contessa Beatrice non sa il trattare. Ci manda l'ambasciata, perché venghiamo da lei a sedici ore e sono ormai diciassette.

OTTAVIO

Vi ha pur fatto dire da suo marito, che abbiate la bontà di trattenervi, se ella tardasse alcun poco a venir a casa.

CLARICE

Queste ambasciate si fanno fare alle serve, non alle dame, che sono al par di lei, e qualche cosa più di lei. Si vede bene, che i vizi di suo marito le hanno fatto non solo consummare l'entrate, ma perdere ancora la civiltà.

OTTAVIO

Anche voi vi riscaldate, Contessina Clarice?

CLARICE

Mi riscaldo con ragione, e se non avessi licenziato la mia carrozza, me ne anderei assolutamente.

ELEONORA

Venite nella mia, andiamo. Già io sto poco di qua lontano. Vi contenterete, che smonti al mio palazzo, e vi farete servire a casa.

CLARICE

(Vuol esser servita prima lei?) No, no, vi ringrazio. Aspetterò ancora un poco.

OTTAVIO

Sentite una carrozza, sarà quella della Contessa Beatrice.

CLARICE

Sarà la mia, sarà la mia.

OTTAVIO

Or ora ve lo saprò dire (parte per assicurarsene, e poi torna).

ELEONORA

Per che causa mai ci ha fatto venir qui stamattina?

CLARICE

Non lo so nemmen io. Ma suo marito, che è stato a invitarmi, mi ha fatto una gran premura.

ELEONORA

È stato il Conte Onofrio a invitarvi?

CLARICE

Egli in persona

ELEONORA

Ed a me ha mandato il bracciere, non so perché abbia a usar questa differenza.

CLARICE

Ha voluto far a me questa finezza.

ELEONORA

Dunque voi restate, ed io partirò (in atto di andarsene).

OTTAVIO

Per dove, signora Contessa? (incontrandola)

ELEONORA

Dove mi pare, e piace.

OTTAVIO

Così risoluta?

ELEONORA

Risolutissima; e voi che mi avete accompagnata qui, riaccompagnatemi sino a casa.

CLARICE

Brava, e io resterò sola come una pazza.

OTTAVIO

Io non posso dividermi in due.

CLARICE

E bene, di chi era la carrozza? (ad Ottavio)

OTTAVIO

Non era né la vostra, né quella della Contessa Beatrice.

CLARICE

Dunque di chi?

OTTAVIO

Era della Contessa Flamminia.

ELEONORA

E per qual ragione non è smontata?

CLARICE

Sarà stata invitata come noi; non ha trovato la dama in casa, e se ne sarà andata.

ELEONORA

Ha fatto benissimo, andiamo anche noi.

OTTAVIO

Epure non è partita per questo.

CLARICE

Dunque perché?

OTTAVIO

Mentre voleva smontare, ha veduto venire la carrozza della Marchesa Ortensia, e per non essere obbligata a salutarla, ha ordinato al suo cocchiere tirar di lungo.

ELEONORA

Se s'incontravano, a chi toccava di loro a salutare l'altra?

CLARICE

Toccava alla Marchesa, perché la Contessa era ferma, ed ella andava.

ELEONORA

Ma la Marchesa Ortensia è qualche cosa di più della Contessa Flamminia. Siamo cugine di sangue.

CLARICE

Circa al sangue, la Contessa Flamminia non è punto inferiore; e imparentata anche colla mia casa.

OTTAVIO

Sentite un'altra carrozza.

CLARICE

Sarà la mia, sarà la mia.

OTTAVIO

Ne domanderò ai servitori (parte).

ELEONORA

Se viene la Contessa Flamminia vado via subito.

CLARICE

Non siete amiche?

ELEONORA

Non sapete, che cosa mi ha fatto?

CLARICE

Non lo so da donna d'onore.

ELEONORA

L'altro giorno, che eravamo alle nozze della Baronessa Lucrezia, mi passò dinanzi due volte senza nemmen salutarmi.

CLARICE

Ma per che causa?

ELEONORA

Ve lo dirò io perché. Ha collera con me, perché nell'ultimo festino, che abbiam fatto al casino, io ho ballato dodici minuetti, ed ella solamente otto.

CLARICE

Oh, in quanto a quella pazza si disgusta con tutte. Una volta è stata un mese senza guardarmi in viso, perché nel giorno, che ella si è messo un abito nuovo, io ne ho rinnovato uno più bello del suo. Ecco la Contessa Beatrice.

ELEONORA

Eccola, eccola la Contessa senza creanza.

CLARICE

Non ne ha mai avuta, e non ne avrà mai.

Scena quattordicesima

La contessa Beatrice servita dal conte Lelio, Rosaura dal conte Onofrio, il conte Ottavio, e dette.

BEATRICE

Vi dimando scusa, se vi ho fatto aspettare (ad Eleonora ed a Clarice).

ELEONORA

Niente, Contessina mia, niente (a Beatrice).

BEATRICE

In verità, aveva del rammarico per causa vostra (come sopra).

CLARICE

Voi siete piena di gentilezza; abbiamo aspettato pochissimo (a Beatrice).

ELEONORA

Chi è questa dama? (a Beatrice accennando Rosaura)

ROSAURA

Una vostra umilissima serva (inchinandosi ad Eleonora).

BEATRICE

Appunto, io desiderava di farla conoscere a voi due, che siete le più compite dame della nostra conversazione (ad Eleonora ed a Clarice).

ELEONORA

Per parte mia vi sono molto tenuta, dandomi questo vantaggio.

CLARICE

Io pure mi chiamerò fortunata per questo felice incontro.

BEATRICE

Sediamo, se vi contentate. Chi è là? Da sedere (i servidori portano le sedie).

ROSAURA

(Io non so qual abbia ad essere il mio posto) (da sé).

ELEONORA

Contessa Beatrice, fateci il piacere, ponete a sedere quella dama vicino a noi.

CLARICE

Ecco il suo posto. In mezzo.

BEATRICE

Signora donna Rosaura compiacete quelle due dame.

ROSAURA

Per obbedirle anderò (s'incammina, poi siede in mezzo alle due dame suddette).

ELEONORA

(Avete sentito? Le ha detto: signora donna Rosaura; non è titolata) (a Clarice, piano).

CLARICE

(Non importa, basta che sia nobile) (ad Eleonora).

BEATRICE

(Dimmi, è stata portata certa cioccolata?) (ad un servitore, piano).

SERVITORE

(Illustrissima sì).

BEATRICE

(Presto corri a farne tre chicchere).

SERVITORE

(Subito; già l'acqua è calda) (parte).

BEATRICE

Conte Ottavio, accomodatevi lì presso la Contessa Clarice.

OTTAVIO

Obbedisco (vuol sedere presso Clarice).

ELEONORA

Si obbediscono volentieri questi dolci comandi (con ironia ad Ottavio).

OTTAVIO

I comandi della Contessa Beatrice sono da me in ogni tempo stimati.

ELEONORA

Ma specialmente adesso, che vi fanno sedere vicino a una bella dama (accennando Clarice).

CLARICE

Ah, ah; ora vi ho inteso. Conte Ottavio, questo non è il luogo vostro.

OTTAVIO

Ma qual è il mio luogo?

CLARICE

Cercatelo; questo assolutamente non è.

OTTAVIO

Io non credeva di meritarmi di essere discacciato (si alza, e parte di là). Sarà più discreta a soffrirmi la Contessa Eleonora (va a sedere presso Eleonora).

ELEONORA

Io non servo per ripiego a nessuno (si alza, e gli volta la schiena).

OTTAVIO

Fermatevi.

ELEONORA

Andate dove siete stato sinora.

OTTAVIO

Signora Contessa Beatrice, in casa vostra decidete voi.

BEATRICE

In casa mia non comando, quando vi sono delle dame, alle quali per debito, e per rispetto devo cedere tutta l'autorità.

OTTAVIO

Sicché dunque me ne posso andare.

ONOFRIO

(Conte Ottavio, sentite una parola: frattanto che queste pazze puntigliose taroccano fra di loro, volete venir con me in cucina a mangiar quattro polpette?) (ad Ottavio, piano)

OTTAVIO

(Vi ringrazio, per ora non ho appetito) (ad Onofrio).

ELEONORA

Conte Lelio, venite qui.

LELIO

Dove comanda la Contessa Beatrice.

BEATRICE

Sì, sì, sedete presso di lei, ch'io sederò qui vicino a voi.

OTTAVIO

Posso aver l'onore di sedervi appresso? (a Beatrice)

BEATRICE

Siete padrone, se queste dame non s'oppongono.

ELEONORA

Oh siete pur buona! Accettarlo voi, quando lo hanno rifiutato l'altre!

BEATRICE

Dice il proverbio, che i bocconi rifiutati sono i migliori.

ELEONORA

Sì, sì, tanto più ch'è un boccon grosso.

OTTAVIO

E voi siete un bocconcino... (verso Eleonora).

ELEONORA

Via tacete (ad Ottavio con imperio).

OTTAVIO

Ma se due dame...

CLARICE

Basta così, non dite altro (col medesimo tuono).

OTTAVIO

Contessa Beatrice...

BEATRICE

Via, quando lo dicono, tacete.

OTTAVIO

(Ecco qui. Le donne sono tutte puntigli, e noi abbiamo da soffrire senza parlare) (da sé).

ONOFRIO

Io sederò presso di voi, se vi contentate (a Clarice).

CLARICE

Mi fate onore.

ELEONORA

Contessa Beatrice, favorite dirci, chi è questa dama.

BEATRICE

È una signora di Castell'a Mare.

ELEONORA

Ehi! di Castell'a Mare! (guardando Clarice)

CLARICE

Castellana! (guardando Eleonora)

LELIO

(Principiano ad arruffare il naso) (piano a Beatrice).

OTTAVIO

(Contessa, siete in un brutto impegno) (piano a Beatrice).

BEATRICE

La nostra signora donna Rosaura, è piena di merito. Oltre le ricchezze non ordinarie della sua casa, possiede poi molto spirito, e molta virtù.

ELEONORA

È ricca? Me ne rallegro (deridendola).

CLARICE

È virtuosa? Brava (fa lo stesso).

ROSAURA

Io non sono né ricca, né virtuosa; ma quello, di cui mi pregio, è di essere vostra umilissima serva.

ELEONORA

Obbligatissima, ah, ah, ah (ride, guardando Clarice).

CLARICE

La ringrazio, ah, ah, ah (ride, guardando Eleonora).

ROSAURA

(Come! Mi deridono? E la Contessa Beatrice non parla?) (da sé)

LELIO

(Prevedo, che voglia nascere qualche brutta scena) (piano a Beatrice).

OTTAVIO

(Le avete scelte dal mazzo queste due signore) (piano alla detta). (Servitori con tre cioccolate).

BEATRICE

Ecco la cioccolata per chi non l'ha bevuta. Noi l'abbiamo presa (i servitori la portano ad Eleonora).

ELEONORA

Non ne voglio (i servitori la presentano a Clarice).

CLARICE

L'ho bevuta.

ONOFRIO

Non la volete? La beverò io (ne prende una chicchera. Servitore va da Ottavio).

OTTAVIO

Obbligato. L'ho presa.

BEATRICE

Questa signora ha molta stima per le dame palermitane; ed è venuta apposta a Palermo per conoscerne alcuna delle più cortesi, e poter poi rappresentare al di lei paese con quanta urbanità, e pulitezza si trattino da noi le persone di merito come lei.

ROSAURA

La signora Contessa Beatrice mi fa troppo onore.

LELIO

Infatti presso le persone del secondo ordine passa la nostra nobiltà per austera, e troppo sostenuta; non è mal fatto disingannare chi pensa malamente di noi, e dobbiamo ringraziare la signora donna Rosaura, che ci abbia offerta l'occasione di far conoscere al mondo, che sappiamo distinguere il merito in ogni rango, e in ogni carattere.

ROSAURA

Sentimenti propri d'un Cavalier generoso.

OTTAVIO

Mi pare, che il signor don Florindo abbia tralasciato di negoziare (a Rosaura).

ROSAURA

Sì signore. Sono più di tre mesi.

ONOFRIO

E poi, una bella donna si ammette per tutto.

CLARICE

Quel giovine, guardate se è venuta la mia carrozza (ad un servitore, e s'alza).

ELEONORA

Contessa, è tardi, bisogna ch'io vada (a Beatrice, e tutti s'alzano).

ROSAURA

(Ho inteso. Queste dame non mi vogliono; ma la Contessa Beatrice me ne renderà conto) (da sé).

BEATRICE

(Cara amica, vi prego, fatemi questa finezza, dissimulate qualche poco. Soffrite per amor mio. Se sapeste in qual impegno mi trovo, mi compatireste) (va vicino a Clarice, e le parla piano).

CLARICE

(Vi pare una cosa ben fatta? Mettermi a sedere vicino ad una mercantessa?) (a Beatrice, piano).

LELIO

(Cara signora Contessa non fate questo dispiacere alla Contessa Beatrice, non le fate un affronto di questa sorta) (ad Eleonora, piano).

ELEONORA

(L'affronto l'ha fatto a me, invitandomi a questa bella conversazione) (a Lelio, piano).

BEATRICE

(È una giovane propria, e civile, mi è stata raccomandata da un ministro della corte. Ella ha dell'altissime protezioni. Credetemi, che questa cosa vuol esser la mia rovina) (a Clarice, piano).

CLARICE

(Se fossi sola, non m'importerebbe, ma ho riguardo per la Contessa Eleonora. La conoscete; sapete chi è. Una ciarliera, che lo direbbe per tutto. Fate ch'ella se ne vada, e vedrete se le farò delle cortesie) (piano a Beatrice).

LELIO

(Finalmente non è una plebea; è una signora ricca, onesta, e civile; possibile che abbiate cuore di mortificarla così?) (piano ad Eleonora).

ELEONORA

(A casa mia, o a casa sua non averei difficoltà di trattarla, ma qui dove vi sono due altre dame, guardimi il Cielo) (piano a Lelio).

SERVITORE

Illustrissima, la carrozza non è venuta (a Clarice).

CLARICE

Grand'asino quel cocchiere! Non la finisce mai. Contessa Eleonora, se volete andare, non restate per me, ch'io aspetterò la carrozza.

ELEONORA

Dunque anderò io. Amica, compatitemi, non posso più trattenermi (a Beatrice). Signora Rosaura, vi riverisco (sostenuta).

ROSAURA

Serva sua (mortificata).

ELEONORA

(Povera ragazza, mi fa compassione) (a Lelio).

LELIO

(Volete, che andiamo a casa sua a consolarla?)

ELEONORA

(Se credessi, che non si sapesse, lo farei volentieri).

LELIO

(Oggi ci parleremo) (ad Eleonora).

ELEONORA

Conte Ottavio, andiamo (gli dà la mano).

OTTAVIO

Sono a' vostri comandi. Vedete, se anche voi, vi degnate del boccon rifiutato? (ad Eleonora, dandole mano)

ELEONORA

Signor no, non mi degno. Non ho bisogno di voi (parte scacciando da sé Ottavio).

OTTAVIO

Che maladetti puntigli! Non si sa come vivere, non si sa nemmeno come parlare. Tutto prendono in mala parte; tutto le mette in ardenza. Pur troppo è vero: i puntigli delle donne fanno impazzire i poveri uomini (parte).

Scena quindicesima

La contessa Beatrice, la contessa Clarice, Donna Rosaura, il conte Onofrio, il conte Lelio.

ROSAURA

La carrozza della signora Contessa Clarice non è ancora venuta, onde per non farla maggiormente arrossire colla mia conversazione anderò via, se mi date licenza (a Beatrice).

CLARICE

Oh cara donna Rosaura, che dite? Voi avete preso in sinistra parte le mie parole. Godo infinitamente della vostra conversazione, e mi rincresce, che l'ora è tarda, che per altro vi pregherei lasciarvi servire nella mia carrozza, e vi condurrei per Palermo, senza alcuna difficoltà. (Il dirlo non mi costa niente) (da sé).

ROSAURA

Mi sorprende questa vostra inaspettata dichiarazione, la quale non corrisponde certamente al trattamento, che ho ricevuto fin ora da voi e dalla Contessa Eleonora.

CLARICE

Oh, in quanto a quella pazza di Eleonora, non occorre abbadarvi. Ella è sempre così. Anzi mi sarò burlata delle sue caricature, e voi avrete creduto, ch'io ridessi di voi. Me ne dispiace infinitamente.

LELIO

(Che femmine accorte! Che femmine maliziose!).

CLARICE

(Che dite amica, vi do piacere?) (piano a Beatrice).

BEATRICE

(Vi sarò eternamente obbligata). Posso assicurarvi, signora donna Rosaura, che la Contessa Clarice è piena di buon cuore, e non è né superba, né puntigliosa.

CLARICE

Guardimi il Cielo. Voglio bene a tutti. Tratto bene con tutti, e non fo male creanze a nessuno. Anzi, per farvi vedere, che fo stima di voi, oggi verrò a visitarvi (a Rosaura).

ROSAURA

Sarò infinitamente obbligata alle vostre finezze.

BEATRICE

(Cara amica, quanto vi sono tenuta) (piano a Clarice).

CLARICE

(Lo fo unicamente per voi) (piano a Beatrice).

ONOFRIO

Ditemi, fate mai venir del salvaggiume dal vostro paese? (a Rosaura)

ROSAURA

Sì signore; spessissimo. Anzi ieri sera mi hanno mandato delle starne.

ONOFRIO

Oh buone!

ROSAURA

Due fagiani.

ONOFRIO

Oh cari!

ROSAURA

E due cotorni.

ONOFRIO

Oh vita mia!

ROSAURA

Se volete venir questa sera a favorirmi, li mangieremo insieme.

ONOFRIO

Sì, vengo, vengo. Quando si tratta di salvaggiume, non mi fo pregare.

ROSAURA

Se queste dame si degnassero, lo riceverei per onore.

BEATRICE

Non ricuserei le vostre grazie, ma non so, se la Contessa Clarice vorrà venire all'albergo.

CLARICE

Cara Contessa Beatrice, queste cose non si dicono nemmeno.

ONOFRIO

Facciamo una cosa. Mandate qui, e si cenerà qui da noi (a Rosaura).

ROSAURA

Questo sarà per voi troppo incomodo.

ONOFRIO

Niente affatto. Staremo meglio, e con libertà.

ROSAURA

E la signora Contessa Clarice ci sarà?

BEATRICE

In casa mia, spererei non dicesse di no.

CLARICE

Quando non vi sia soggezione, verrò volentieri.

ONOFRIO

A tavola non ha da venir altri: siamo anche troppi.

SERVITORE

Illustrissima, è qui la sua carrozza (a Clarice).

CLARICE

Contessa, a rivederci (a Beatrice).

BEATRICE

Ricordatevi che vi aspettiamo.

CLARICE

Verrò senz'altro.

ROSAURA

Spero di godere anticipatamente le vostre grazie (a Clarice).

CLARICE

Oggi sarò da voi. (Vi andrò presto, in ora, che probabilmente non sarò veduta da alcuna dama) (parte).

Scena sedicesima

La contessa Beatrice, Donna Rosaura, il conte Lelio, ed il conte Onofrio.

LELIO

Questa sera, se la signora Beatrice l'accorda, si potrebbe anche fare una piccola festa di ballo.

BEATRICE

Perché no? Che dite, signora donna Rosaura?

ROSAURA

Io mi rimetto.

ONOFRIO

(Amico, la cera costa cara) (piano a Lelio).

LELIO

(La signora Rosaura ne ha portato due casse).

ONOFRIO

Bene, via, faremo la festa da ballo.

LELIO

Signora Contessa, potete per il ballo invitare qualche altra dama (a Beatrice).

ONOFRIO

Per il ballo sì, ma per la cena no.

BEATRICE

Non vorrei mi nascesse qualche altro sconcerto.

LELIO

In casa vostra, potete far ballare chi volete.

BEATRICE

Per la mia cara Rosaura, farò di tutto.

ROSAURA

Vi sono molto obbligata. Permettetemi, ch'io torni a casa. Mio marito non si è veduto, e mi aspetterà.

ONOFRIO

Son qui, vi servirò io.

ROSAURA

Riceverò le grazie del signor Conte Onofrio. A rivederci questa sera (a Beatrice).

ONOFRIO

Ehi! Non mi aspettate a pranzo, che non vengo (a Beatrice).

BEATRICE

E dove andate?

ONOFRIO

Resto colla signora donna Rosaura.

ROSAURA

Ma non so, se questa mattina vi sarà salvaggiume.

ONOFRIO

Non importa. So che avete un bravo cuoco. Ci sarà qualche buona zuppa (parte con Rosaura).

Scena diciassettesima

La contessa Beatrice, ed il conte Lelio.

BEATRICE

E voi, Conte Lelio, potete restare a pranzo con me.

LELIO

Riceverò le vostre grazie.

BEATRICE

Non vi sarà la tavola della signora Rosaura.

LELIO

Vi sarete voi, e tanto basta.

BEATRICE

Che ne dite di quelle due dame?

LELIO

Dico, che vi è più fumo, che arrosto.

BEATRICE

Ma sono nell'impegno, voglio spuntarla.

LELIO

Se non altro, in grazia della scommessa di cento doppie.

BEATRICE

Ecco qui, subito un rimprovero delle cento doppie.

LELIO

Siamo tra noi.

BEATRICE

Siete incivile. Non si mortificano le dame così.

LELIO

Ma se nessuno ci sente.

BEATRICE

Vi sento io, e tanto basta.

LELIO

Via, compatitemi. Andiamo a pranzo.

BEATRICE

Andate al diavolo. Io non pranzo con gente, che non sa trattar colle dame (parte).

LELIO

Ecco, che cosa si avanza colle donne. Sempre puntigli, sempre puntigli! Per buone, per umili, per discrete, che sieno, tutte, e poi tutte le donne sono puntigliosissime.

Atto secondo

Scena prima

Camera prima nella locanda, con bauli, e robe su' tavolini.

Don Florindo, Pantalone, e Brighella.

FLORINDO

Subito, Brighella, ma subito, subito, senza perder tempo, va' alla posta, fa' attaccare al mio carrozzino quattro cavalli, e fa' che il postiglione venga qui col legno immediatamente.

BRIGHELLA

Ma volela partir subito? Senza disnar?

FLORINDO

Non cercar di più, fa' quello, che ti ordino, e torna colla risposta.

BRIGHELLA

Vado senz'altro. (Oh che matti! Oh che matti! Qualche volta i troppi bezzi i fa dar volta al cervello) (parte).

PANTALONE

Donca, la vol andar via?

FLORINDO

Quando ritorna a casa la mia signora consorte, voglio che trovi il carrozzino pronto, e che ritorni meco a Castell'a Mare.

PANTALONE

Ma perché sta resoluzion repentina?

FLORINDO

Non voglio soggiacere a maggiori affronti. Ne ho sofferti abbastanza.

PANTALONE

Ma, la me perdona, l'esser pontiglioso xè proprio delle donne; vorla esser pontiglioso anca ela?

FLORINDO

Il mio risentimento non può chiamarsi puntiglio, mentre, come voi m'insegnate, il puntiglio non è, che una pretensione, o ridicola, o ingiusta, o eccedente. Ma io non ho, che a dolermi del trattamento, che qui ricevo, e voglio assolutamente partire.

PANTALONE

Se la se fusse degnada de accettar le mie esibizion, no ghe sarabe successo sti inconvenienti.

FLORINDO

Dite bene; quella pazza di mia moglie, col fanatismo della nobiltà in capo, mi vuole esposto agli scherni, e alle derisioni.

PANTALONE

E ela la xè tanto debole de lassarse guidar da una donna? Da una donna, che gh'à sta sorte de pregiudizi in testa? Da una donna, che va cercando el precipizio della so casa?

FLORINDO

Io sono uomo di bon cuore. Amo mia moglie, e cerco di compiacerla.

PANTALONE

Amar la muggier xè una cossa bona, ma no bisogna amarla a costo della propria rovina. L'amor bisogna misurarlo col merito della persona; e no merita d'esser amada una femena, che se abusa dell'amor del mario. La sente cossa, che arrivo a dir a sto proposito, e la me fazza giustizia. Digo, che un mario, che ama troppo la muggier, e che per sto troppo amor, se lassa tor la man, se lassa orbar, el xè a pezo condizion d'un omo perso per una morosa. Perché della morosa, illuminà che el sia, el se ne pol liberar, ma la muggier, bisogna co el l'ha segondada a principio, che el la sopporta per necessità, e se la morosa per conservarse la grazia dell'amigo, qualche volta la cede, la muggier cognossendo aver dominio sul cuor del mario, la commanda, la vol, la pretende, e el pover'omo xè obbligà a accordarghe per forza quello, che troppo facilmente el gh'à accordà per amor.

FLORINDO

Sentite, signor Pantalone, è vero, che amo teneramente mia moglie, come vi ho detto, ma se devo dirvi la verità, non è stato l'amore, che ho per lei, che mi abbia unicamente indotto a venir a Palermo.

PANTALONE

Xèla vegnua per negozi? La podeva vegnir senza muggier; perché no va per el mondo a negoziar colla muggier altro che quelli, che fa marcanzia de lumaghe.

FLORINDO

Io non intendo questa vostra frase.

PANTALONE

Ho gusto, che no la l'intenda, perché la xè una barzeletta, che m'è scampada senza che me ne accorza.

FLORINDO

Veramente vi sono venuto più per impegno, che per volontà. Quasi tutti i mercanti del nostro rango, prendendo una moglie ricca, e di buon parentado, come la mia, sono in una specie di obbligo di far un viaggio con essa, di condurla in qualche città capitale, per darle divertimento, e per far quello, che fanno gli altri.

PANTALONE

Questa xè la più forte rason de tutte. Per far quel, che fa i altri; andar in malora per complimento, farse burlar per usanza. Questa xè la rovina dei omeni, questo xè el desordene delle fameggie. Per far quel, che fa i altri se se precipita, se se descredita. A cossa serve le zoggie, che costa un tesoro, e che tien morto un capital, che poderave fruttar? Per far quel che fa i altri. Perché se va in malora? Perché se falisse? Per far quel che fa i altri. E per far quel che fa i altri s'ha da far mal? Scusa debbole, scusa fiacca, che no fa altro, che colorir in ti omeni la mala inclinazion. Se volè far quel, che fa i altri, no gh'aveu tanti esempi de zente, che opera ben, de zente savia, e prudente? Perché no feu quel che fa questi, e voleu far quel che fa quei altri? Sior Florindo, ve parlo con amor, con libertà da pare, che ve posso esser. Tolè esempio da i boni, no ve curè de i cattivi. Perché le critiche dei cattivi le finisse presto con rossor de quei medesimi che le fa, e le lode de i boni le dà credito, le consola, e le stabilisse la quiete dell'omo savio, e da ben.

FLORINDO

Voi dite bene, signor Pantalone; ma se sapeste che cosa vuol dire aver una moglie d'intorno, che non s'acquieta mai, forse, forse compatireste anche me.

PANTALONE

Mi, per grazia del cielo, non ho avù de sta sorte de rompimenti de testa, perché no m'ho mai volesto maridar; ma me par, che se fusse stà maridà, m'averave volesto inzegnar de far a mio modo.

FLORINDO

Ma, come avreste fatto?

PANTALONE

Con una somma facilità, senza andar in colera.

FLORINDO

Per amor del Cielo, ditemi, come avreste fatto?

PANTALONE

L'averia lassada dir, senza responderghe, e senza abbadarghe.

FLORINDO

E se tutto il giorno vi fosse stata intorno a tormentarvi?

PANTALONE

Averia procurà de star con ela manco, che fosse possibile; saria stà in tel mio mezzà, a tender a i mi negozi.

FLORINDO

E se a tavola non avesse fatto altro che rimproverarvi?

PANTALONE

Quattro bocconi in pressa, e via.

FLORINDO

E se a letto non vi avesse lasciato dormire, per tenzonare, e gridare?

PANTALONE

Saria andà a dormir in t'un'altra camera.

FLORINDO

E se vi fosse venuta dietro per tutto a strillare, a mortificarvi?

PANTALONE

L'averia bastonada (con impazienza).

FLORINDO

Bastonare una donna civile?

PANTALONE

Bastonarla in una camera serrada, che nissun savesse gnente, per salvar el decoro; ma bastonarla.

FLORINDO

E poi?

PANTALONE

E po, la sarave vegnua via umile, umile come un agneletto.

FLORINDO

Dunque mi consigliereste bastonare mia moglie?

PANTALONE

No digo sta cossa. No son capace de darghe sta sorte de conseggi. Ma una cossa ghe avverto, e po vago via. Le donne le xè come la pasta da far el pan, o troppo tenera, o troppo dura, o bazotta. Co l'è troppo tenera, bisogna manizarla con delicatezza, e metterghe della farina per ridurla a podersene servir. Co l'è bazotta, ognun xè capace de domarla; ma co la xè dura ghe vol la gramola e boni brazzi per gramolar. Sior don Florindo, a bon reverirla (parte).

Scena seconda

Don Florindo, poi Arlecchino.

FLORINDO

Veramente il signor Pantalone dice bene. Son uomo, sono marito, tocca a me a comandare. Mia moglie dovrà principiar da oggi a fare a modo mio. Saprò farmi obbedire; saprò farmi stimare. Non dico di bastonarla, perché ella forse bastonerebbe me; ma troverò il modo di ridurla senza strepito, e senza violenza. Ehi, moro, dove sei?

ARLECCHINO

Comandar, patron.

FLORINDO

Hai finito di spazzare i miei panni? Sono all'ordine per riporli?

ARLECCHINO

Mi aver fatto tutto.

FLORINDO

Presto dunque, riponi ogni cosa in quei bauli, che or ora abbiamo a partire.

ARLECCHINO

Come! Partir avanti magnar?

FLORINDO

Si mangerà per viaggio.

ARLECCHINO

Ah patron, se mi andar viaggio senza magnar, cascar morto in mezzo de strada.

FLORINDO

Via, mangerai qualche cosa prima di partire. Sbrigati, e termina que' bauli.

ARLECCHINO

Dove star maledetto Brighella?

FLORINDO

Brighella è andato fuori di casa d'ordine mio.

ARLECCHINO

E mi far tutto? Ma se mi fadigar come aseno, seguro voler magnar come porco, patron (va, e torna con un abito da uomo).

FLORINDO

Oh come vuol arrivar nuova a mia moglie questa mia risoluzione!

ARLECCHINO

Patron, sentir carrozza; vegnir patrona (con l'abito).

FLORINDO

Presto, presto, termina il baule, e s'ella t'ordinasse diversamente, seguita a fare il fatto tuo. Dille, ch'io te l'ho comandato, che sei in necessità d'obbedirmi, e avverti bene, che se non eseguirai i miei ordini, ti caricherò ben bene di bastonate.

ARLECCHINO

Per so grazia, no per mio merito.

FLORINDO

Voglio terminar di vestirmi, per essere pronto a partire (parte).

ARLECCHINO

(mette l'abito nel baule, se ne va a prendere un altro da donna, e mentre va per riporlo, incontra quelli che vengono).

Scena terza

Donna Rosaura, il conte Onofrio, e detto.

ROSAURA

Che cosa fai? (ad Arlecchino)

ARLECCHINO

Metter in baula.

ROSAURA

Ma perché?

ARLECCHINO

Patron commandar.

ROSAURA

Non istanno bene gli abiti nel guardaroba?

ARLECCHINO

No star ben roba Palermo, se patron andar per viazo.

ROSAURA

Come? Il padrone in viaggio?

ARLECCHINO

Andar Castella Mar subito senza disnar.

ONOFRIO

(Oh questa ci vorrebbe!) (da sé).

ROSAURA

E se egli vuoi andarsene, per che causa ha da portar seco la roba mia?

ARLECCHINO

Andar patron, andar patrona, e anca povera moretta senza disnar.

ONOFRIO

(Peggio) (da sé).

ROSAURA

È impazzito mio marito?

ARLECCHINO

No saver altro: mi metter in baula.

ROSAURA

Porta via quell'abito; ponilo dov'era.

ARLECCHINO

Oh no poder.

ROSAURA

Portalo dico, che è roba mia.

ARLECCHINO

No certo, mi no lassar.

ROSAURA

Se non lo porti, l'averai a far meco.

ARLECCHINO

Se no metter baula, aver da far con patrugna.

ROSAURA

O portalo dov'era, o con questo bastone te lo farò portar io (prende il bastone di mano al Conte).

Scena quarta

Florindo con bastone, e detti.

FLORINDO

O metti quell'abito nel baule, o ti rompo le braccia (ad Arlecchino).

ARLECCHINO

(Star fresca, star fresca) (da sé).

ROSAURA

Che intenzione avete, signor consorte?

FLORINDO

Che andiamo immediatamente a casa nostra.

ONOFRIO

Senza desinare?

ROSAURA

Come? Perché?

FLORINDO

Or ora verrà il postiglione col carrozzino attaccato.

ROSAURA

L'ho da saper ancor io. Porta via quell'abito (ad Arlecchino minacciandolo).

FLORINDO

Lascia lì quell'abito (al medesimo minacciandolo).

ROSAURA

E perché vorreste fare una simile bestialità?

FLORINDO

Perché degli affronti ne ho ricevuti abbastanza.

ROSAURA

Niente per altro? Porta l'abito nel guardaroba (ad Arlecchino come sopra).

FLORINDO

Metti l'abito nel baule (al medesimo, come sopra).

ARLECCHINO

(Star fresco, star fresco) (da sé con paura).

ONOFRIO

Amico, queste risoluzioni repentine, sono per lo più sconsigliate, e importune. Pensateci un poco. Fate una cosa; desinate, e frattanto avrete luogo a riflettere (a Florindo).

FLORINDO

Vi ho pensato tanto che basta. E voi signor Conte Onofrio, in questo non ci avete da entrare.

ONOFRIO

C'entro, perché siete mio buon amico.

FLORINDO

Se foste mio amico, non mi avreste piantato qui come un villano, obbligandomi a venire a piedi, quando voi andavate in carrozza.

ROSAURA

Veramente mio marito non dice male, e se non avessi avuto riguardo alla Contessa Beatrice, non sarei nemmen io venuta nella vostra carrozza.

FLORINDO

Ho piacere che ancor voi comprendiate la verità (a Rosaura). Metti quell'abito nel baule (ad Arlecchino come sopra).

ROSAURA

Lascia stare. Portalo nel guardaroba (al medesimo, come sopra).

ONOFRIO

Io resto stordito di questa cosa. Non ci ho abbadato. Se mi dicevate qualche cosa, vi dava volentieri il mio posto, ed io sarei restato qui ad aspettarvi, e mi sarei divertito col vostro cuoco.

ROSAURA

Sentite? Non l'ha fatto a malizia, non l'ha fatto per disprezzo, ma con inavvertenza. Vi domanda scusa, che cosa volete di più? (a don Florindo) Moro, va' via con quell'abito (ad Arlecchino).

FLORINDO

Fermati (ad Arlecchino). Ma che abbiamo da fare in Palermo? Che cosa possiamo sperare da queste dame?

ROSAURA

Oh se sapeste, marito mio, quante cortesie ho ricevute, voi stupireste. Non è vero, Conte Onofrio?

ONOFRIO

Verissimo.

ROSAURA

Vi era la Contessa Eleonora; che galante dama! Vi era la Contessa Clarice; che dama compita! Mi hanno fatto tante finezze, mi hanno fatto sedere in mezzo di loro, non si saziavano di lodarmi. Oggi verranno a farmi visita. Stasera verranno tutte alla festa di ballo della Contessa Beatrice, staranno colà a cena, e noi balleremo e ceneremo con tutte le dame.

ONOFRIO

E voi ci manderete il vostro salvaggiume, e il vostro cuoco (a Florindo).

ROSAURA

(Tutto voglio, che mandiate. Tutto, anco la cera per il festino) (piano a Florindo).

FLORINDO

Ma, come tutto in una volta, queste dame si sono mutate?

ROSAURA

Basta che una dia principio, tutte le altre corrono dietro. Siamo obbligati alla Contessa Beatrice.

ARLECCHINO

Porto, o metto? (a Florindo, e Rosaura)

ROSAURA

Vanne.

FLORINDO

Fermati.

ONOFRIO

Se sapeste quanto ho operato per voi! Basta, ne parleremo con comodo. Non andate ancora a desinare?

ROSAURA

Il Conte Onofrio, oggi favorisce di pranzar con noi.

FLORINDO

Mi rincresce, che per la risoluzione di partire non ho fatto preparar nulla.

ONOFRIO

Oh! Cosa avete fatto? Dov'è il cuoco? (a Florindo)

FLORINDO

Sarà in cucina.

ONOFRIO

Presto, presto; cuoco, dove siete? Cuoco. Animo legne, carbone, in quattro salti facciamo tutto (parte).

FLORINDO

Presto; al cameriere, che trovi il bisogno (parte).

ROSAURA

Presto, la padrona di casa, che dia fuori la biancheria (parte).

Scena quinta

Arlecchino, poi Brighella.

ARLECCHINO

Oh, questa star bella. Cossa mo aver da far? Se star qua, no magnar; se metter robba baula, padrona bastonar; se portar guardaroba, padron romper brazza. Mi star imbroiada come pulesa in perucca tegnosa.

BRIGHELLA

Dov'è el padron?

ARLECCHINO

Brighella, star vegnuda a tempo.

BRIGHELLA

Cossa voler?

ARLECCHINO

Tegnir abita (gli dà l'abito).

BRIGHELLA

Cossa aver da far?

ARLECCHINO

Quel, che ti voler. Cusì mi no metter, mi no portar: né patron, né patrona mi bastonar (parte).

BRIGHELLA

Costù l'è un gran matto. Vado a avvisar el patron, che el carrozzin l'è pronto (parte).

Scena sesta

Camera d'udienza nell'appartamento di don Florindo.

Donna Rosaura sola.

ROSAURA

Manco male, che mi è riuscito di acquietar mio marito. L'aveva fatta la risoluzione, e s'io non arrivava in tempo, trovava i bauli sul carrozzino. Per obbligarlo a restare, non è stato mal fatto, ch'io gli abbia dipinto diversamente il trattamento delle due dame. Veramente mi hanno fatto ingoiare qualche boccone amaro; ma spero, che si cangeranno, e quelle buone grazie, che non mi hanno usato stamane, spero, che le otterrò questa sera. Con le buone maniere, con le parole rispettose, e obbliganti, e co i buoni offici della Contessa Beatrice, spero d'ottener l'intento. Mi basta una sol volta poter dire di essere stata in una conversazione numerosa di dame, accolta, trattata, e ammessa indistintamente con esse. Dopo ciò, me ne vado immediatamente alla patria, e per conseguir un tale onore farei qualunque gran sagrifizio.

Scena settima

Brighella, e detta.

BRIGHELLA

Lustrissima. Gh'è la siora Contessa Clarice in carrozza, che la manda l'imbassada per vegnirla a reverir, se la se contenta.

ROSAURA

È padrona. Chi ha mandato?

BRIGHELLA

El braccier.

ROSAURA

Digli, ch'è padrona, e poi torna qui.

BRIGHELLA

A Castell'a Mar donca, no se va più.

ROSAURA

No, non si va per ora.

BRIGHELLA

Se la sentisse, cossa che dise el postiglion.

ROSAURA

Bene, che cosa dice?

BRIGHELLA

El dise robba del diavolo. El canta de musica come un sopran (e mi sotto ghe fazzo el basso) (da sé; parte, e poi torna).

ROSAURA

Si vede, che la Contessa Clarice fa stima di me, manda a farmi l'ambasciata per il bracciere, e non per lo staffiere.

BRIGHELLA

Ghe l'ho dito (torna).

ROSAURA

Presto, prepara le seggiole.

BRIGHELLA

Subito (tira innanzi due seggiole della camera).

ROSAURA

No, no, va' in sala, prendi una sedia grande coi bracciuoli.

BRIGHELLA

La servo (va, e torna con un seggiolone antico, e pesante).

ROSAURA

Ho imparato come si fa. Non mi fo più burlare.

BRIGHELLA

Eccola qua, la pesa, che l'ammazza.

ROSAURA

Metti lì (gli addita il luogo).

BRIGHELLA

Dove? Qua?

ROSAURA

No, un poco più là.

BRIGHELLA

Qua, come el trono.

ROSAURA

E qui la mia (in distanza dell'altra).

BRIGHELLA

E qua la sua.

ROSAURA

Vanne, vanne, che vien la Contessa. Alza la portiera.

BRIGHELLA

(Figureve cosa, che l'ha da far al so paese. L'ha da far smattir tutta la servitù) (parte).

ROSAURA

Voglio incontrarla sulla porta.

Scena ottava

Clarice, e Rosaura, poi Brighella.

CLARICE

Riverisco la signora donna Rosaura.

ROSAURA

Serva della signora Contessa.

CLARICE

Vedete, se vi voglio bene, se vi sono venuta a vedere?

ROSAURA

Onor, ch'io non merito; grazia, ch'io ricevo col più rispettoso sentimento del cuore.

CLARICE

Avete desinato?

ROSAURA

Signora no, non ho desinato. Ho bevuto la cioccolata, e mi riserbo a cenar questa sera dalla Contessa Beatrice. Vi supplico accomodarvi.

CLARICE

Perché mi volete mettere in sedia d'appoggio? Questa è sufficiente (accenna l'altra, che Rosaura teneva per sé).

ROSAURA

Di grazia fatemi quest'onore. Quella è la vostra sedia, e quello è il vostro luogo.

CLARICE

Ma se non m'importa.

ROSAURA

Ma se vi prego di questa grazia.

CLARICE

(Che ridicola affettazione!) Per compiacervi, sederò dove volete (si prova a mettersi a sedere, ma col guardinfante non v'entra a cagion de' bracci del seggiolone). Signora donna Rosaura, non sono in grado di ricevere le vostre finezze.

ROSAURA

Perché, signora Contessa?

CLARICE

Non vedete? I bracci di questa sedia son tanto stretti, che il guardinfante non ci capisce.

ROSAURA

(È vero; non so trovare il ripiego). Mi dispiace, che in questo appartamento non vi sono altre sedie distinte.

CLARICE

E a me non m'importa niente. Vi dico, che sederò qui (va a sedere sulla sedia, ch'era per Rosaura).

ROSAURA

Siete padrona di servirvi come v'aggrada. Ehi! (chiama).

BRIGHELLA

Lustrissima.

ROSAURA

Senti. Con vostra licenza (a Clarice, poi parla nell'orecchio a Brighella).

BRIGHELLA

Lustrissima sì (parte, e poi torna).

CLARICE

E voi, signora, non sedete?

ROSAURA

Or ora sederò, se mi date licenza.

BRIGHELLA

(viene con un piccolo panchettino, su cui Rosaura siede).

CLARICE

(Oh che freddure, oh che caricature!) (da sé).

BRIGHELLA

(E viva i matti!) (parte, poi torna).

CLARICE

Nel vostro paese, che è porto di mare, e porto mercantile, vi saranno delle stoffe d'oro magnifiche, e di buon gusto?

ROSAURA

Qualche volta ne vengono delle superbe. Ultimamente ne ho reso tre tagli per far tre abiti, che mi lusingo sieno qualche cosa di particolare.

CLARICE

Gli avete portati con voi?

ROSAURA

Sì signora, con idea di farmi far gli abiti da un sarto palermitano.

CLARICE

Mi fareste il piacere di lasciarmi vedere queste stoffe?

ROSAURA

Subito vi servo. Ehi! (chiama)

BRIGHELLA

Lustrissima.

ROSAURA

Osserva in guardaroba, che vi sono quelle tre pezze di stoffa d'oro; portale qui, e portaci un picciolo tavolino.

BRIGHELLA

La servo subito (Sta' a veder, che la lustrissima vol far botteghetta). Volela anche el brazzolar?

ROSAURA

Animo, sbrigati.

BRIGHELLA

(La vorrà guadagnar el viazo) (parte, poi torna).

CLARICE

Mi dispiace darvi quest'incomodo.

ROSAURA

È onor mio il potervi servire.

CLARICE

Vi prego d'una grazia, se vedete la Contessa Eleonora, non le dite nulla, ch'io sia stata qui da voi.

ROSAURA

Sarete obbedita. Ma per qual motivo non volete, che mi glori d'aver ricevuto e vostre grazie?

CLARICE

Se sapesse, ch'io son venuta da voi senza dirlo a lei, lo avrebbe per male.

ROSAURA

È puntigliosa?

CLARICE

E come! Basta dire, che un'altra volta si è disgustata con me per essermi vestita da estate, senza averla avvisata.

BRIGHELLA

(col tavolino, e le tre pezze di stoffa, poi parte).

ROSAURA

Ecco quanto ho portato meco in tal proposito.

CLARICE

Questa è vaga, ma poco ricca.

ROSAURA

Riesce meno pesante.

CLARICE

Questo è un colore, che non mi piace.

ROSAURA

È colore moderno.

CLARICE

Oh questa poi, mi piace infinitamente.

ROSAURA

Veramente non può negarsi, che non sia di buon gusto.

CLARICE

Quante braccia sono?

ROSAURA

Ventiquattro.

CLARICE

Il bisogno per un andrienne. Ditemi, ve ne privereste?

ROSAURA

Veramente l'ho provveduta per mio uso, ma quando si tratta di servire la signora Contessa, non ho difficoltà di privarmene.

CLARICE

Vi ringrazio infinitamente. Quanto vi costa il braccio?

ROSAURA

Quando vi degnate riceverla dalle mie mani, non avete da curarvi di saper quanto costi.

CLARICE

Oh, non sarà mai vero, ch'io la riceva senza, ch'io vi rimborsi del valore.

ROSAURA

Non posso meritar questa grazia?

CLARICE

No assolutamente.

ROSAURA

Quand'è così, per obbedirvi, vi dirò, ch'ella mi costa tre zecchini il braccio.

CLARICE

Non è cara. In tutto quanto importa?

ROSAURA

Il conto, io non lo so fare.

CLARICE

Aspettate lo farò io. Ventiquattro braccia, a tre zecchini il braccio. Tre volte ventiquattro. Venti e venti quaranta e venti sessanta. Quattro, e quattro otto, e quattro dodici; sessanta, e dodici quanto fa? Sessanta, e dieci settanta, e due settantadue. Importa settantadue zecchini.

ROSAURA

È verissimo. Settantadue zecchini.

CLARICE

Stasera vi porterò il danaro dalla Contessa Beatrice.

ROSAURA

Siete padrona.

CLARICE

Che bella stoffa! Non si può far di più. Il disegno è vago a maraviglia, l'oro non può esser più bello. È un drappo che in Palermo non ho veduto il compagno.

ROSAURA

Ho piacere, che la signora Contessa sia contenta.

CLARICE

Credetemi, che oltre il pagamento, mi avete fatto un gran regalo. Bisogna poi dirla, gran Parigi! In Italia, non sanno fare di queste stoffe.

ROSAURA

Eppure, signora Contessa, assicuratevi, che questa stoffa è fatta in Italia.

CLARICE

In Italia! Dove?

ROSAURA

Io so di certo, ch'è stata fatta in Venezia.

CLARICE

Quando non è di Francia, compatitemi, non la voglio.

ROSAURA

Ma s'è tanto bella; se non si può fare di più!

CLARICE

Non importa; per esser bella deve esser di Francia.

ROSAURA

Queste altre due pezze, sono di Francia, e non hanno che fare con questa.

CLARICE

Lo voleva dire, che queste due erano di Francia. Vedete che finezza d'oro?

ROSAURA

Eh, signora Contessa, è l'oppinione che opera. In Italia sanno lavorare al pari di Francia, ma fra noi altre donne corre un certo puntiglio, che la roba forestiera sia meglio dell'italiana, e se i nostri artefici vogliono vendere con riputazione i loro lavori, è necessario dare ad intendere, che sono manifatture di Francia, e così sagrificando al maggior guadagno la propria estimazione, si scredita la povera Italia, per la falsa opinione degl'italiani medesimi.

CLARICE

Dite quel, che volete; ma io non porto stoffa, se non è forestiera.

ROSAURA

Queste altre due sono forestiere.

CLARICE

Non mi piacciono.

ROSAURA

Dunque?

CLARICE

Dunque scusate l'incomodo, che vi ho recato (s'alza).

ROSAURA

Volete privarmi delle vostre grazie?

CLARICE

In altro tempo goderò della vostra conversazione.

ROSAURA

Questa sera, dalla Contessa Beatrice. Credo che vi sarà qualche poco di ballo.

CLARICE

Fa invito?

ROSAURA

Non lo so. Voi siete attesa.

CLARICE

Verrò a vedere. (Mi daranno regola le circostanze). Signora donna Rosaura, vi riverisco (s'incammina per partire).

ROSAURA

Serva divota (resta al suo posto).

CLARICE

(Non fa grazia d'accompagnarmi nemmeno alla porta?) (da sé, e si ferma).

ROSAURA

Signora, vi occorre qualche cosa?

CLARICE

Queste tappezzerie, l'avete portate voi? (camminando)

ROSAURA

Signora no (la seguita).

CLARICE

In quest'altra camera qui, chi ci sta? (camminando)

ROSAURA

Vi è il guardaroba (la seguita).

CLARICE

Da questa porta si va in sala? (camminando sino alla porta)

ROSAURA

Signora sì (la segue sino alla porta).

CLARICE

Basta così. Non occorr'altro (parte).

Scena nona

Rosaura, poi Brighella.

ROSAURA

Ora capisco. Si è voluta far accompagnare sino alla porta. Sin dove arriva il puntiglio! Ambisce di essere complimentata anche per forza, anche in luogo, ove nessuno la vede. Non importa; voglio soffrir tutto per superare il mio punto. Se arrivo ad essere ammessa, e ben accettata in una pubblica conversazione di dame, son contenta, ma se ciò non mi riesce, prima di partir da Palermo voglio lasciare qualche memoria di me.

BRIGHELLA

Lustrissima, un'altra visita. L'è qua la signora Contessa Eleonora.

ROSAURA

La Contessa Eleonora? Che stravaganza è questa! E dov'è ella?

BRIGHELLA

In carrozza, che l'aspetta la risposta dell'ambassada.

ROSAURA

Ha veduto la Contessa Clarice?

BRIGHELLA

L'è arrivada giusto in tempo, che la signora Contessa Clarice montava in carrozza. Le s'ha fermà tutte do, le ha fatto un atto d'amirazion, e po le s'ha parlà sotto vose, ma mi ho sentido tutto.

ROSAURA

E che cosa hanno detto?

BRIGHELLA

Ha dito la signora Contessa Eleonora a quell'altra: che cosa fate qui? Responde la signora Contessa Clarice: sono venuta dalla mercantessa a comprar ventiquattro braccia di stoffa d'oro. Brava! (ha dito la signora Contessa Eleonora); ed io vengo a comprare della tela d'Olanda.

ROSAURA

Possibile, che abbiano parlato così?

BRIGHELLA

Le ha dito cusì in coscienza mia.

ROSAURA

(Ecco il puntiglio! Una non vuol far credere all'altra d'aver della stima per me. Ma ancora mi convien dissimulare; quando sarà tempo di parlare, parlerò). Porta via questo tavolino con queste stoffe, acciò non dica, ch'io vendo la roba a braccio, e di' al bracciere, che venga pure, ch'è padrona.

BRIGHELLA

(Che bella cosa! Vegnir a Palermo a spender i so quattrini per farse burlar) (parte col tavolino, poi torna).

ROSAURA

Parmi un sogno, che la Contessa Eleonora venga a casa mia, dopo la scena fatta in casa della Contessa Beatrice; o viene per iscusarsi, o viene per insultarmi. Nel primo caso sarebbe troppo umile, nel secondo troppo ardita. Ma siccome saprei far buon uso delle sue giustificazioni, così saprei anche rispondere alle sue impertinenze. E bene, dov'è la Contessa Eleonora? (vedendo ritornar Brighella)

BRIGHELLA

No la s'incomoda, che l'è tornada indrio.

ROSAURA

È ritornata indietro? Perché?

BRIGHELLA

Perché Vosustrissima ha fatto aspettar el braccier avanti da darghe la risposta.

ROSAURA

Asinaccio, sei stato tu, che l'ha fatto aspettare.

BRIGHELLA

Mi co la m'ha dito, che vada, son andà.

ROSAURA

Dovevi andar subito.

BRIGHELLA

Mo se la m'ha fatto dir...

ROSAURA

Presto, corri; raggiungi la carrozza della Contessa Eleonora; dille che il mancamento è provenuto da te, ch'io le domando scusa, e che la prego degnarsi di favorirmi.

BRIGHELLA

Ma la carrozza la va a forte. La sarà lontana...

ROSAURA

Va' subito, che ti caschi la testa.

BRIGHELLA

Mi son staffier, e no son el lacchè.

Scena decima

Donna Rosaura, poi il conte Onofrio, poi Don Florindo.

ROSAURA

Questo disordine mi dispiace infinitamente. La Contessa Eleonora veniva a domandarmi scusa, e il diavolo ha fatto, che se n'è andata.

ONOFRIO

(col tovagliuolo sulle spalle senza spada, mangiando) Animo, signora donna Rosaura, che la zuppa è in tavola.

ROSAURA

Dispensatemi, che oggi non desino.

ONOFRIO

No? Pazienza, mangeremo noi (parte).

ROSAURA

Ho altro in capo che mangiare. Mi sta sul cuore questo inconveniente colla signora Contessa Eleonora, spero per altro che si appagherà delle mie giustificazioni, e che ritornerà a visitarmi.

FLORINDO

Perché, non volete venir a pranzo? (a Rosaura)

ROSAURA

Perché non ho volontà di mangiare.

FLORINDO

Venite almeno per compagnia.

ROSAURA

Lasciatemi in pace; non mi disturbate da vantaggio.

FLORINDO

Vi è successo qualche inconveniente?

ROSAURA

Mi è succeduto quello, che suol succedere, quando si tiene servitù in casa, che non sa il suo mestiere. Una dama è venuta per visitarmi. Brighella ha tardato a recar la risposta al bracciere, e la dama si è chiamata offesa, ed è ritornata indietro.

FLORINDO

Toccava a voi a mandar subito la risposta.

ROSAURA

Ho spedito Brighella di volo dietro la carrozza per far le mie scuse colla Contessa.

FLORINDO

Eccolo, che ritorna.

Scena undicesima

Brighella, e detti, poi il conte Onofrio, che torna come sopra.

BRIGHELLA

Ohimè, non posso più (affannato).

ROSAURA

Presto, che ha detto la Contessa Eleonora? Vuole tornare a vedermi?

BRIGHELLA

La me lassa chiappar fià. Ho corso come un daino, no posso più.

ROSAURA

Sbrigati, asinaccio.

FLORINDO

Via, abbiate un poco di carità (a Rosaura).

BRIGHELLA

Son arrivado alla carrozza, e l'ho fatta fermar. Me son presentà alla dama, ho principià a parlar; l'ha interrotto le mie parole, e la m'ha dito, che no la se degna de parlar con un staffier; mi voleva seguitar a dir, e ela m'ha fatto dar dal cocchier una scuriada in tel muso, e l'è tirada de longo.

ROSAURA

Va' via di qua (a Brighella con collera).

BRIGHELLA

Subito la servo. (Questo l'è quel, che se guadagna a servir de sta sorte de matti) (parte).

ROSAURA

Un affronto al mio staffiere?

FLORINDO

Vostro danno. Impacciatevi con gente par vostra.

ROSAURA

E voi ve la passate così placidamente?

FLORINDO

E che volete, ch'io faccia? La dama ha ragione. Quando le volevate far una scusa non conveniva mandare uno staffiere.

ROSAURA

E chi avevo da mandare, se voi avete licenziato il cameriere?

FLORINDO

L'ho licenziato stamattina, quando avevo risoluto di andarmene.

ONOFRIO

Florindo, venite, o non venite?

FLORINDO

Caro signor Conte, compatitemi: ho sempre di questi maladetti imbarazzi.

ONOFRIO

Se non vuol venir ella, almeno venite voi.

FLORINDO

Volete usare questa mala creanza al signor Conte? Non volete venire a tavola? (a Rosaura)

ROSAURA

Il signor Conte mi dispenserà.

ONOFRIO

Sì, vi dispenso. Anche voi Florindo, se volete restare, restate, basta ch'io lo sappia, del resto mangerò anche solo, quando si tratta di compiacervi.

ROSAURA

Signor Conte, favorite mandarmi il moro.

ONOFRIO

Subito ve lo mando. (Oh che cappone! Ha tanto di lardo) (parte).

FLORINDO

Che cosa volete fare del moro?

ROSAURA

Voglio mandarlo a far le mie scuse colla Contessa Eleonora.

FLORINDO

Il moro? fareste peggio.

ROSAURA

Il moro non è staffiere.

FLORINDO

È un servitore, è uno schiavo, e un buffone.

ROSAURA

Dunque andateci voi.

FLORINDO

Io non vi anderei, se mi deste mille zecchini.

ROSAURA

Dunque vi anderò io.

FLORINDO

A buon viaggio.

ROSAURA

E se poi non mi ricevesse?

BRIGHELLA

Lustrissima, el Conte Lelio.

ROSAURA

Venga, venga, che viene a tempo.

BRIGHELLA

(Qua no se patisse de indigestion. Sempre in moto) (parte).

ROSAURA

Il Conte Lelio mi darà norma, come devo contenermi; andate a tener compagnia al Conte Onofrio.

FLORINDO

Quando mai finiremo d'impazzire? (parte)

Scena dodicesima

Donna Rosaura, ed il conte Lelio.

ROSAURA

Conte Lelio, avete saputo la scena, che ha fatto la Contessa Eleonora?

LELIO

So tutto, e tutto è accomodato.

ROSAURA

Dite davvero? Mi consolate.

LELIO

Siccome la Contessa Eleonora si era ridotta a farvi una visita per le mie insinuazioni, così è venuta a cercare di me al casino, e mi ha detto, che l'avete fatta aspettare tre quarti d'ora.

ROSAURA

Non è vero, nemmeno dieci minuti.

LELIO

Basta; l'ho acquietata, l'ho persuasa a venire stasera dalla Contessa Beatrice, dove la vedrete, e potrete anche voi far le vostre scuse.

ROSAURA

Caro Conte, quanto mai vi sono obbligata!

LELIO

Che non farei per meritarmi l'onore della vostra grazia?

ROSAURA

La mia grazia val troppo poco in paragone del vostro merito.

LELIO

Con quanto garbo voi proferite quelle dolci parole!

ROSAURA

Volete sedere, Contino?

LELIO

Riceverò le vostre grazie.

ROSAURA

Ehi... (vuol chiamare il servo, e Lelio la trattiene).

LELIO

Zitto. I vostri servitori mangiano. Povera gente lasciategli stare.

ROSAURA

E volete voi...

LELIO

Sì, vi servirò io. Quando sono con qualche bella signora, mai servitori (porta due sedie, e siedono).

ROSAURA

Credete voi, Contino mio, che avrò questo piacere, di stare tutta una sera in una conversazione di dame?

LELIO

Io ne son quasi certo, questa sera alla festa di ballo vi saranno parecchie dame.

ROSAURA

Ma che cosa dicono di me?

LELIO

Vi lodano infinitamente.

ROSAURA

Mi lodano? Che dicono del mio discorso?

LELIO

Piace a tutte universalmente.

ROSAURA

Il mio modo di vestire incontra?

LELIO

Assai.

ROSAURA

Spero, che se mi vedranno ballare, faranno miglior concetto di me.

LELIO

Eh, signora mia, il vostro discorso è elegante, il vostro portamento è grazioso, ma il vostro volto è adorabile.

ROSAURA

Via, via; non ho desinato, e non volete ch'io ceni.

LELIO

Voi state su gli scherzi, ed io languisco per voi.

ROSAURA

Caro Conte, voi mi fate arrossire.

Scena tredicesima

La contessa Beatrice, e detti.

BEATRICE

Conte Lelio, chi vi vuol ritrovare, ha da venire dalla signora donna Rosaura.

LELIO

(Ora sto fresco) (s'alzano).

ROSAURA

Signora Contessa, voi qui?

BEATRICE

Se vi do incomodo, vado via.

ROSAURA

Se aveste favorito mandarmi l'ambasciata, sareste stata meglio ricevuta.

BEATRICE

Già voi non vi sareste incomodata fuori della vostra camera.

ROSAURA

In casa mia non si fa cattivo trattamento a nessuno.

BEATRICE

E in casa mia si ricevono degli affronti per causa vostra.

ROSAURA

Quand'è così, non ci verrò più.

BEATRICE

Se non ci verrete, sarà vostro danno.

ROSAURA

Signora Contessa, quanto volete scommettere, che non ci vengo più?

BEATRICE

(Mi tocca sul vivo) (da sé).

ROSAURA

Scommettiamo cento doppie, che non ci vengo più.

BEATRICE

Ecco qui, per causa vostra tutte le mie fatiche, tutte le mie attenzioni saranno inutili, e la signora donna Rosaura invece di ringraziarmi, mi darà de' rimproveri (a Lelio).

LELIO

Per causa mia?

BEATRICE

Sì, per causa vostra. Avevo bisogno di voi, mi siete sparito dagli occhi senza che me n'avveda, e per ritrovarvi sono stata costretta a venir sin qui.

LELIO

Ma se vengo dalla signora Rosaura, voi sapete il perché.

ROSAURA

Vi adirate, perché è venuto da me? (a Beatrice)

BEATRICE

Non mi lagno, che sia venuto da voi, ma che lo abbia fatto senza dirmelo.

LELIO

È questa una colpa sì grande?

BEATRICE

Colle dame non si tratta così.

ROSAURA

E un mancamento del signor Lelio vi obbliga a venire in casa mia senza avvisarmi?

BEATRICE

Per dirvela, non mi prendo poi questa gran soggezione.

ROSAURA

Certo, quando si va a visitare la balia, non si osservano le cerimonie.

BEATRICE

Andiamo, signor Conte (sostenuta).

ROSAURA

Buon viaggio a lei (con disprezzo, a Beatrice).

LELIO

(Contessa, per amor del cielo, non precipitate l'affare. Se non andaste in collera, vi ricorderei la scommessa) (piano a Beatrice).

BEATRICE

Non sentite, che la signora Rosaura prende in mala parte tutte le mie parole? Ella è stanca della mia amicizia, ella ricompensa con ingratitudine l'amore, che ho concepito per lei.

ROSAURA

Cara signora Contessa, non sono poi una donna di stucco.

BEATRICE

Ma non vedete, che se sono venuta in casa vostra senza l'ambasciata è stata una confidenza, che mi son presa per l'amore, che vi porto?

ROSAURA

Se aveste detto così alla prima, non averei replicato.

LELIO

Via, se non l'ha detto prima, lo dice adesso. Vi basta? Siete contenta? (a Rosaura)

ROSAURA

Io sono contentissima.

LELIO

Avete più collera colla signora donna Rosaura? (a Beatrice)

BEATRICE

Con lei non ho collera. Osservate (dà un bacio a Rosaura). Ma con voi a tempo, e luogo mi sfogherò.

LELIO

Cosa vi ho fatto?

BEATRICE

Basta così. Signora donna Rosaura, questa sera vi aspetto. L'invito alle dame è corso. Spero, che resterete contenta.

ROSAURA

Non diffido della vostra buona condotta.

LELIO

(Anderà tutto bene?) (a Beatrice, piano).

BEATRICE

(Io faccio quel che posso, se non anderà bene, non so che farci) (a Lelio piano).

ROSAURA

A che ora si principierà il festino?

BEATRICE

Presto, perché le notti son corte. Ma la sera si va avvicinando. Vado innanzi, e vi aspetto (a Rosaura).

Scena quattordicesima

Il conte Onofrio con la spada, il bastone e il cappello, tutto in mano, e detti.

ONOFRIO

Ehi, Contessa, aspettatemi (a Beatrice).

BEATRICE

Siete ancor qui? (ad Onofrio)

ONOFRIO

Abbiamo finito di desinare in questo momento. Voglio venire in carrozza ancor io. Ho tanto mangiato, che non posso più stare in piedi.

BEATRICE

Andiamo, andiamo (a Lelio). Gran ghiottone!

LELIO

(È venuta a interromperci sul più bello).

ONOFRIO

Oh che cappone! Oh che zuppa! Oh che ragù! Oh che fricassè. (a Rosaura)

ROSAURA

Mi dispiace, che questa sera non vi farete onore col salvaggiume.

ONOFRIO

Non mi farò onore? Vi farò stordire. Da qui a mezz'ora torno ad esser fresco, come la mattina a digiuno (parte).

Scena quindicesima

Donna Rosaura sola.

ROSAURA

Eppure si danno questi stomachi, che digeriscono tutto. Io non so come facciano. Così parimente vi sono di quelli, che digeriscono facilmente i rimproveri. La signora Contessa con tutti i suoi cavallereschi puntigli, ha dovuto ingoiarsi il rimprovero della scommessa, e subito ha cangiato, e si è resa docile. Anch'io so dare a tempo i miei colpi segreti, quando vedo di poterlo fare, ma quando temo di restar al di sotto, sto zitta, e fingo di non vedere, o di non sentire. La vera regola è questa, far valere il puntiglio, quando vi sia il caso di sostenerlo. Cedere con prudenza, quando si prevede di dover cedere con dispiacere (parte).

Scena sedicesima

Strada

Il conte Ottavio, poi un Paggio della contessa Eleonora con viglietto.

OTTAVIO

Servir dama? Gran miseria al dì d'oggi! Sempre puntigli, sempre puntigli. L'uomo più flemmatico del mondo, quando si mette a servire una donna, ha da perder la pazienza, voglia, o non voglia. Ecco un paggio della Contessa Eleonora.

PAGGIO

La mia padrona manda questo viglietto a V. S. illustrissima.

OTTAVIO

Che fa la vostra padrona?

PAGGIO

Sta alla tavoletta a correggere i difetti della natura (parte).

OTTAVIO

Ma il difetto di essere puntigliosa non lo correggerà mai. Vediamo, che cosa contiene questo foglio. È molto, che dopo essersi dichiarata disgustata meco, sia stata la prima a scrivermi un viglietto. Qualche gran cosa conterrà (legge). Questa sera la Contessa Beatrice dà una festa di ballo, ed io sono invitata. Quattro cavalieri si lusingano, che sia durevole il mio sdegno con voi, e si esibiscono a gara. Io per altro, che mi pregio sopra tutto della costanza, vi voglio preferire per non far ridere a spese vostre i vostri rivali. Ed io credo non vi sia un cane, che la guardi, e che cerchi di me per non andar sola. Sentiamo il resto. La castellana mi ha fatto un'impertinenza. Il Conte Lelio ha fatto il possibile per acquietarmi, ed io ho finto di esser placata; ma questa sera farò conoscere il mio risentimento. Ecco qui certe signore così fatte, osservano minutamente tutti i puntigli, e non abbadano a quello di mantener la parola. Andiamo alla conclusione: Venite dunque immediatamente a mia casa, e se vi preme la mia grazia, e se bramate far vedere pubblicamente, che non sono sdegnata con voi, venite disposto a persuadermi con qualche segno di pentimento, che vi dispiace avermi fatto adirare; ed allora tornerò con voi quale finora sono stata. Vostra amica sincera, chi voi sapete. Oh questa è graziosissima! Ella ha bisogno di me, perché non ha nessuno, che l'accompagni, vuol ch'io vada a servirla, e pretende, che le domandi perdono di un'offesa sognata! Che cosa ho da fare? Se non ci vado, commetto un'inciviltà. Se ci vado, faccio una figura ridicola. Ma vi anderò, perché già questa sorta di figure ridicole in oggi sono all'ultima moda. Sono curioso di saper qual sia il dispiacere, che la Contessa ha ricevuto dalla signora donna Rosaura. Già m'immagino, sarà qualche freddura. Mi dispiace la minaccia ch'ella fa di riscattarsi alla festa di ballo; non vorrei, ch'ella suscitasse qualche sconcerto, ed io dovessi entrare in qualche impegno per sua cagione. Ecco il signor Pantalone. Egli è amico della signora donna Rosaura, e di suo marito, forse qualche cosa saprà.

Scena diciassettesima

Pantalone, e detto.

OTTAVIO

Riverisco il signor Pantalone.

PANTALONE

Servitor devotissimo, sior Conte.

OTTAVIO

Ditemi in grazia, quant'è che non avete veduto il vostro amico, il signor don Florindo?

PANTALONE

Da stamattina in qua.

OTTAVIO

Sapete che sia succeduto alcun disordine in casa sua?

PANTALONE

Mi no so gente. So che l'aveva destinà de partir, e che l'averia fatto da omo a andar via; ma so, che quella cara zoggia de so muggier la l'ha tornà a voltar, e la l'ha fatto restar a Palermo.

OTTAVIO

Io dubito, che sua moglie voglia essere la sua rovina.

PANTALONE

No la saria una gran maraveggia, perché per el più le femmene, le xè la rovina delle fameggie.

OTTAVIO

Giacché voi siete amico di casa sua, voglio farvi una confidenza da uomo onesto. Sappiate che una dama si chiama offesa dalla signora Rosaura; questa sera si vedranno a una festa di ballo, e non vorrei le succedesse qualche disgrazia.

PANTALONE

Mi no so cossa dir. A sior don Florindo ghe voggio ben, e per elo faria de tutto; ma a casa soa son stà adesso, e nol ghe xè. Debotto xè notte, e mi no so dove andarlo a trovar: me sàla dir chi sia la dama offesa?

OTTAVIO

Ve la dirò in confidenza, ma non mi fate autore. È la Contessa Eleonora.

PANTALONE

Stemo freschi. So che muschietto che la xè.

OTTAVIO

Lo so ancor io pur troppo.

PANTALONE

La me perdona, se parlo con libertà. La sa de che umor stravagante, che la xè, e la la serve con tanta attenzion?

OTTAVIO

Che volete ch'io faccia? Ho principiato a servirla; son nell'impegno, e non so come fare a staccarmi.

PANTALONE

Gran cossa xè questa! I omeni i xè arrivai a un segno, che debotto no i gh'à de omo altro che el nome. Le donne le ghe comanda a bacchetta. Per le donne se fa tuto, e chi vol ottegnir qualche grazia, bisogna, che el se raccomanda a una donna. Da questo nasce, che le donne le alza i registri, e le se mette in testa de dominar. Le xè cosse che fa morir da rider andar in conversazion dove ghe xè donne coi Cavalieri serventi. Le sta là dure impietrie a farse adorar, chi ghe sospira intorno da una banda, chi se ghe inzenocchia dall'altra. Chi ghe sporze la sottocoppa: chi ghe tiol su da terra el fazzoletto. Chi ghe basa la man, chi le serve de brazzo. Chi ghe fa da secretario, chi da camerier, chi le perfumega, chi le sbruffa, chi le coccola, chi le segonda. E elle le se lo dise una con l'altra, le va d'accordo, le se cazza i omeni sotto i piè, el sesso trionfa, e i omeni se reduse schiavi in caéna, idolatri della bellezza, profanatori del so decoro, e scandolo della zoventù.

OTTAVIO

Signor Pantalone, per dir il vero, le vostre massime sono ottime, la vostra morale è molto giusta.

PANTALONE

Sàla quante volte, che ho fatto de ste lezion anca a sior don Florindo? Ma gnente, no i me ascolta. Onde xè meggio, che tasa, che lassa, che l'acqua corra per el so canal, e a chi ghe dol la testa so danno. Anderò a cercarlo, ghe dirò le parole, ma gnanca sta volta no farò gnente, perché el gh'à una muggier fatta sul gusto delle donne moderne. Volubile in tel ben, e ustinata in tel mal (parte).

OTTAVIO

Questi vecchi parlano bene, ma non si ascoltano. Conosco anch'io, che dice il vero, ma non trovo la via di seguitarlo. Ah sì! La nostra rovina sono i rispetti umani (parte).

Scena diciottesima

Sala per il ballo in casa della contessa Beatrice, con lumiere, e sedie, ed un tavolino in mezzo con varie candele di cera, ed una accesa.

Il conte Onofrio, e Servitori che accomodano le candele. Suonatori per la festa.

ONOFRIO

Basta così; la sala è bene illuminata. (Queste sei candele le cambierò collo speziale in tanto zucchero) (parte colle sei candele, poi torna).

SERVITORE

(M'immagino, che all'ultimo si prenderà anche i moccoli) (da sé con rabbia).

ONOFRIO

Via, andate in cucina, preparate ogni cosa, che vogliono cenar presto. Vi raccomando quei cotornici. Dite al cuoco, che faccia con essi una buona zuppa (il servo parte). Vorrei, che di questi forestieri ne venisse uno alla settimana.

Scena diciannovesima

Brighella con un bacile di confettura sotto il tabarro, ed il conte ONOFRIO.

BRIGHELLA

Con buona grazia de Vusustrissima.

ONOFRIO

Venite, galantuomo. Che cosa avete là sotto?

BRIGHELLA

La padrona la prega perdonar la confidenza, che la se tol. La gh'à sto poco de confettura; e la ghe la manda, la se ne servirà stasera alla festa da ballo.

ONOFRIO

Benissimo; ha fatto benissimo. Lasciate vedere (prende due, o tre manciate di confetti). Andate, consegnate il bacile alla cameriera.

BRIGHELLA

(El gha dà la so castradina) (parte).

ONOFRIO

Questi sono buoni per divertirsi, mentre ballano.

Scena ventesima

Arlecchino con una guantiera con boccette di rinfreschi, ed uomini con sorbettiere, ed il conte ONOFRIO, poi la contessa Beatrice, ed il conte Lelio.

ARLECCHINO

Poder vegnir?

ONOFRIO

Venir, venir. Che cosa aver?

ARLECCHINO

Portar acqua, per refrescar.

ONOFRIO

Lassar veder (prende due boccette, e se le beve).

ARLECCHINO

Maledetto! E mai no crepar?

ONOFRIO

Tegnir, andar (ripone le due boccette sulla guantiera).

ARLECCHINO

Mi andar, e ti mandar (parte cogli uomini).

ONOFRIO

Quel vino di Canarie mi ha eccitato la sete.

BEATRICE

Ecco le dame, che principiano a venire.

ONOFRIO

Io me ne vado; e vi aspetto a cena (parte).

BEATRICE

Sonatori, principiate la sinfonia (suonatori suonano).

Scena ventunesima

LA CONTESSA CLARICE servita da un cavaliere, che non parla. Altre due dame, con due cavalieri che non parlano. Beatrice va a ricevere le due dame, le quali entrano, servite di braccio da' loro cavalieri. Entrati che sono, Beatrice fa seder le tre Dame in mezzo nel primo luogo. I Cavalieri siedono discorrendo fra di loro nelle sedie laterali. Lelio siede dall'altra parte, e Beatrice dopo aver fatto i suoi complimenti colle Dame, va a sedere vicino a Lelio, seguita la sinfonia, e frattanto arriva ROSAURA E FLORINDO. Beatrice s'alza, e va a riceverla, e la pone a sedere presso a Clarice, poi torna vicino a Lelio. Florindo va presso a' Cavalieri. Clarice colle due Dame salutano freddamente Rosaura, poi si parlano sottovoce fra di loro. Da lì a qualche poco Clarice s'alza, e va vicino a Beatrice, e finge parlare con lei; dopo le altre due Dame si alzano, e vanno vicino a Clarice, lasciano Rosaura sola, e parlano sottovoce con Clarice. Florindo s'alza, va per parlare con Rosaura, la quale arrabbiata lo scaccia, ed egli torna al suo posto. Arrivano La contessa ELEONORA, ed il conte OTTAVIO. Beatrice s'alza, la va ad incontrare, e la conduce per sedere presso Rosaura. Ella osserva intorno, e va a sedere in mezzo degli uomini, e resta Rosaura sola. Beatrice vedendo questo, va ella a sedere presso Rosaura parlandole piano, e Rosaura scuote il capo. Viene in sala Un BALLERINO, maestro di sala, e terminata la sinfonia, ordina a' sonatori il minuè. I sonatori sonano. Il ballerino per ordine di Beatrice va a prender Rosaura, e con essa balla il minuè. Frattanto che Rosaura balla, tutte le Dame a una per volta partono, e i Cavalieri seguitano le loro Dame. Lelio per arrestarle s'alza, e le seguita. Rosaura vedendo andar via la gente, prima di terminare il minuè, si rivolta a Beatrice, che va smaniando. I sonatori si fermano.

ROSAURA

Come? A me un affronto di questa sorta? (a Beatrice).

BEATRICE

L'affronto lo ricevo io, e lo ricevo per causa vostra.

FLORINDO

Andiamo, andiamo, me ne farò render conto (a Rosaura).

BEATRICE

Da chi ve ne farete render conto?

FLORINDO

Da quello scrocco di vostro marito.

BEATRICE

Sia maledetto, quando vi ho conosciuto.

ROSAURA

Da una dama della vostra sorta, nulla potevo sperar di meglio (parte).

Scena ventiduesima

La contessa Beatrice, poi il conte LELIO, poi il conte Onofrio.

BEATRICE

Un affronto alla mia casa? Come mai risarcirlo? Non si parlerà d'altro per i caffè. Sarò io la favola di Palermo.

LELIO

Son partite. Non vi è stato rimedio di trattenerle.

BEATRICE

E dove sono andate?

LELIO

Tutte in casa della Contessa Eleonora.

BEATRICE

Voglio andarvi ancor io.

LELIO

Non fate; vi rimedieremo.

BEATRICE

Voglio andarvi per assoluto. Se non volete venir voi, non m'importa (parte).

LELIO

Vi servirò, se così volete.

ONOFRIO

Che cosa c'è? (a Lelio).

LELIO

Perché la signora Rosaura ha ballato il primo minuè, tutte le dame, sono andate via (parte).

ONOFRIO

Non vi è altro male? Quando è all'ordine la cena, io non aspetto nessuno (parte).

Atto terzo

Scena prima

Camera solita nella locanda con tavolino e lumi.

Donna Rosaura, e Don Florindo.

FLORINDO

Tant'è, voglio sfidar alla spada, quel mangione del Conte Onofrio.

ROSAURA

Quando lo volete sfidare?

FLORINDO

Subito; domani mattina.

ROSAURA

Mi parrebbe di commettere un'azione indegna, se restassi a Palermo sino a domani. Mandate subito a prendere il carrozzino; ordinate, che attacchino i quattro cavalli, e avanti che suoni la mezza notte usciamo da questa città.

FLORINDO

E mi persuadereste partire senza dimostrare dell'affronto ricevuto un qualche risentimento?

ROSAURA

Questa è una cosa, alla quale tocca a pensare a me.

FLORINDO

Ci devo pensar io, che sono vostro marito.

ROSAURA

No, Florindo, fidatevi questa volta di me. Può essere, che mi riesca far le vostre vendette, senza sfoderare la spada.

FLORINDO

Eh, che per fare a vostro modo, sinora ho fatto delle bestialità, non voglio, che mi meniate più per il naso.

ROSAURA

Ora non vi domando di secondarmi per un capriccio, per un piacere, ma solamente vi chiedo, che siccome sono io stata la cagione di questo male, lasciate fare a me a procurare il rimedio.

FLORINDO

Ditemi che cosa avete intenzione di fare.

ROSAURA

No, non lo voglio dire. Bastivi sapere, che il pensiero è tutto mio, che la vendetta è sicura, e che mancherà il tempo di farla se inutilmente ci trattenghiamo.

FLORINDO

Dunque che abbiamo a fare?

ROSAURA

Mandate subito a ordinare il carrozzino con i quattro cavalli.

FLORINDO

E la roba?

ROSAURA

La roba si consegnerà al padron dell'albergo, e la manderà poi a Castell'a Mare.

FLORINDO

Volete far uccidere qualcheduno?

ROSAURA

Eh, pensate! La vendetta ha da essere senza sangue.

FLORINDO

Io non vi so capire.

ROSAURA

Sollecitate, e saprete la mia intenzione.

FLORINDO

Brighella? (chiama).

Scena seconda

Brighella e detti, poi Arlecchino.

BRIGHELLA

Lustrissimo.

FLORINDO

Va' subito alla posta, ordina nuovamente il carrozzino con i quattro cavalli, e di' al postiglione, che venga immediatamente, poiché voglio da qui a pochi momenti partire.

BRIGHELLA

A st'ora? Sàla, che sarà tre ore de notte?

FLORINDO

La porta si farà aprire. Va' subito; non tardare.

BRIGHELLA

(Oh, cosa che vol rider el postiglion!) (parte).

ROSAURA

Bravo, ora vedo che mi volete bene, e che vi fidate di me.

FLORINDO

Ma si può sapere che cosa abbiate intenzione di fare?

ROSAURA

Or ora lo saprete. Moro? (chiama).

ARLECCHINO

Commandar.

ROSAURA

Ascolta bene ciò, che ti ordino, e bada di non fallare.

ARLECCHINO

Mi star omo, mi no fallar.

ROSAURA

Informati dove è il palazzo della Contessa Eleonora del Poggio. Introduciti bel bello nel primo ingresso, e domanda a quei servitori, se colà vi sono ancora le dame, ch'erano al festino della Contessa Beatrice, e portami subito la risposta.

ARLECCHINO

No voler altro?

ROSAURA

Questo, e non altro; mi preme subito.

ARLECCHINO

In do salti andar, e in quattro salti tornar.

FLORINDO

Dunque le dame, che erano al festino, sono andate dalla Contessa Eleonora?

ROSAURA

Così mi ha detto il cocchiere.

FLORINDO

E voi che pensate di fare dopo, che sarete di ciò assicurata?

ROSAURA

Gran curiosità! Lo saprete da qui a poco tempo.

Scena terza

Brighella, e detti.

BRIGHELLA

Ho trovà el postiglion per strada. Gh'ò dà l'ordine, e adessadesso el sarà qua.

FLORINDO

Presto; mettiamoci all'ordine.

ROSAURA

Io monto in carrozzino tale, qual mi vedete.

BRIGHELLA

Gh'è l'illustrissimo sio Conte Lelio, che li voria reverir.

ROSAURA

Digli che non ci sono.

FLORINDO

Sentiamo che cosa dice.

ROSAURA

Non lo voglio ricevere.

BRIGHELLA

Cosa gh'òio da dir?

ROSAURA

Digli che non ci siamo, e se non lo crede, digli che io non lo voglio ricevere.

BRIGHELLA

La sarà servida (parte).

FLORINDO

Credete, che il Conte Lelio, abbia colpa nell'affronto che ci hanno fatto?

ROSAURA

O colpa, o non colpa, non voglio più nessuno di costoro d'intorno. Vado nella mia camera, e quando viene il carrozzino, avvisatemi (parte).

Scena quarta

Don Florindo, poi Brighella.

FLORINDO

Ora conosce mia moglie la pazzia, che aveva nel capo; spero che ciò le servirà di regola, e per l'avvenire non darà in simili debolezze.

BRIGHELLA

L'è andà via.

FLORINDO

Che cosa ha detto?

BRIGHELLA

El s'ha accorto benissimo, che no i l'ha volesto, e l'ha dito mastegando: "Questo è quello, che si avanza a usar finezze a questa sorta di gente".

FLORINDO

A questa sorta di gente? Giuro al cielo! Mia moglie dice di vendicarsi, ma non so che cosa farà, e dubito di qualche freddura; anch'io voglio cavarmi una soddisfazione. Senti, Brighella, so che sei uomo, e che farai con esattezza quanto ti ordino.

BRIGHELLA

La comanda pur, e la vederà, se so far.

FLORINDO

Sei pratico di Palermo?

BRIGHELLA

Ghe son stà tanti anni.

FLORINDO

Sapresti ritrovarmi quattro bravi uomini, che fossero buoni da menar le mani?

BRIGHELLA

Alla bettola se ne trova quanti se vol.

FLORINDO

Tieni. Questi sono sei zecchini, trova quattro uomini, dà loro uno zecchino per uno, conducili al palazzo della Contessa Eleonora, e ordina ad essi, che bastonino tutti i servidori, che escono da quella casa.

BRIGHELLA

I servidori?

FLORINDO

Sì, i servitori.

BRIGHELLA

Che colpa gh'à i poveri servidori?

FLORINDO

Questa è una vendetta, che ho veduta praticare da molti. Bastonar il servo per far un affronto al padrone.

BRIGHELLA

Poverazzi! I me fa peccà.

FLORINDO

Se lo fai, guadagni li due zecchini, che avanzano; se non lo fai, ti licenzio dal mio servizio.

BRIGHELLA

Lo farò; ma confesso el vero, che me despiase, perché l'è un pan, che me pol esser reso anca a mi (parte).

FLORINDO

Almeno potrò vantarmi di aver fatto una qualche vendetta; si parlerà almeno di me con qualche stima, con qualche rispetto.

Scena quinta

Pantalone, e detto.

PANTALONE

Se pol vegnir? (di dentro).

FLORINDO

Venite, venite, signor Pantalone.

PANTALONE

L'ho cercada per tutto a bonora, per dirghe una cossa de premura, e no l'ho trovada. Se l'avesse trovà in tempo, pol esser, che avesse potesto prevegnir un desordene, che sento a dir, che sia nato. Com'è? Xè la verità, che gh'è stà fatto un affronto? Giera a casa, e i me lo xè vegnù a contar.

FLORINDO

Pur troppo è la verità.

PANTALONE

Se la me avesse badà a mi, no ghe saria successo sto inconveniente.

FLORINDO

Causa mia moglie.

PANTALONE

Causa el mario, e no la muggier. Col mario no segonda, la muggier no pol gnente.

FLORINDO

Basta, avete fatto bene a venirmi a favorire, mentre aspetto il carrozzino, e subito parto.

PANTALONE

La farà come stamattina.

FLORINDO

Non ci è pericolo.

PANTALONE

E la consorte cossa dìxela?

FLORINDO

È stata ella, che mi ha fatto risolvere a partir subito.

PANTALONE

Ah donca la va via per conseggio della muggier? Co la lo fa perché la muggier lo conseggia, anca sta volta la farà un sproposito.

FLORINDO

Mi persuadereste voi, ch'io restassi a Palermo?

PANTALONE

Sior sì, stamattina l'averia persuaso a andar via. Stassera ghe digo, che el doveria restar qua.

FLORINDO

Da che nasce la varietà della vostra opinione?

PANTALONE

Dalla varietà delle circostanze. Stamattina l'andava via avanti, che ghe fusse stà fatto sto affronto, e la so partenza giera un atto de virtù, che prevegniva i disordini. Adesso, che l'affronto è seguìo, la so partenza xè un atto de viltà, che mazormente faria rider i so nemici.

FLORINDO

Prima però di partire, daremo segni del nostro risentimento.

PANTALONE

Come, cara ela?

FLORINDO

Mia moglie ha in mente il disegno di vendicarsi a dovere, senza far strepito.

PANTALONE

Ecco qua: tutto la muggier. Mo cossa xèlo elo? La me perdona, un papagalo?

FLORINDO

Io per la mia parte ho fatto quello che dovevo; e domani si saprà, che ho spirito per risarcire le offese fattemi.

PANTALONE

Poderavela a un omo, che ghe vol ben come mi, confidar qual sia la so resoluzion?

FLORINDO

Ho mandato quattr'uomini a bastonare i servitori di quelle Dame, e di quei Cavalieri, che al festino mi hanno fatto l'affronto.

PANTALONE

Oh bella vendetta! Veramente eroica, e da omo de garbo! No me posso tegnir, bisogna che diga quel che sento, e la me cazza via se la vol, che la gh'à rason. Per un affronto recevudo dai patroni, far bastonar i servitori? Con che rason? Con che leze? Con che conscienza? Che colpa gh'à i servitori in tei mancamenti dei so patroni? A questo la ghe dixe risarcimento dell'offesa? A questo mi ghe digo ingiustizia, crudeltà, barbarità; ghe digo maltrattar l'innocente senza vendicarse dell'offensor. Ma po, se parleremo della vendetta, che razza de vendetta xè questa? Ghe vol assae a trovar quattr'omeni, che a sangue freddo bastona quella povera servitù. Sior Florindo caro, tutte pazzie, tutti inganni della fantasia, inganni dell'ambizion, che lusinga i omeni, e ghe dà da intender, che la vendetta più facile sia la più vera, e che per vendicarse del reo, sia lecito opprimer anca l'innocente.

FLORINDO

Ma dunque, signor Pantalone, che specie di vendetta mi consigliereste voi, che io facessi?

PANTALONE

Prima de tutto ghe dirò, che la vendetta non xè mai cossa lecita in nissun tempo, in nissun caso. Ma molto manco quando l'offesa provien da qualche principio, che giustifica l'offensor. Me spiego. L'uso de squasi tutti i paesi del mondo xè, che in te le conversazion, in te le reduzion, dove se raduna la nobiltà, no se ammetta chi no xè nobile. Mi no ghe digo adesso se sta usanza sia bona, o cattiva, perché no voggio intrar in t'una disputa de sta natura, ma ghe digo ben, che bisogna uniformarse al costume, e se la nobiltà, che xè garante de sto so privileggio, per mantegnirlo in osservanza, gh'à fatto un affronto, l'offesa no se pol dir prodotta da un'ingiustizia, ma più tosto cercada da chi l'ha recevuda.

FLORINDO

Dunque, da quel che dite, io ho torto.

PANTALONE

La gh'à torto siguro, a pretender quel che no se ghe convien.

FLORINDO

Il male l'ha fatto la Contessa Beatrice, la quale per cento doppie ha preso l'impegno d'introdurci nelle adunanze di nobiltà.

PANTALONE

Benissimo, el so risentimento la lo revolta contro la Contessa Beatrice.

FLORINDO

Per questo, voleva sfidare alla spada il Conte Onofrio suo marito.

PANTALONE

Coss'è sta spada? Coss'è sta spada? Anca ela xè de quei che crede, che un duello possa resarcir ogni offesa? Che una sfida sia bastante a render la reputazion a chi l'ha persa? Pregiudizi, errori, pazzie! Sàla come che la s'averia da vendicar in sto caso? Ghe dirò mi. Farse dar indrio le cento doppie, che i gh'à magnà. Star qualche zorno a Palermo; spender, goder, star allegramente con zente civil, e da par soo, senza curarse de andar colla nobiltà. Far veder che la cognosce el so dover, e buttar la broda adosso della Contessa Beatrice. Procurar de far servizio a qualche zentilomo, se la pol; reverirli tutti, e respettarli, senza desmestegarse. In sta maniera a poco alla volta tutti ghe correrà drio, e allora la poderà tornar a casa contento, e la poderà dir: no son stà in pubblico colle Dame, e coi Cavalieri, ma le Dame, e i Cavalieri m'ha fatto delle onestà, e delle finezze in privato.

FLORINDO

Questa è una cosa, che mi piace infinitamente; ma non so che cosa avrà risoluto mia moglie.

PANTALONE

Ma no la se lassa dominar dalla muggier.

FLORINDO

Sentirò la di lei intenzione: se sarà uniforme al vostro buon consiglio, l'approverò; quando no, cercherò d'impedirla.

PANTALONE

La fazza quel che ghe detta la so prudenza; mi no so più cossa dir. Son vecchio, xè tardi, vago a casa, e vago a dormir. Se la vol bezzi, la manda, se la va via, ghe auguro bon viazo, se la resta se vederemo doman. Ghe auguro la bona notte, bona salute, e la me permetta de dirghe, meggio condotta, e un poco più de giudizio (parte).

FLORINDO

Che buon vecchio è il signor Pantalone; mi ha veramente penetrato nell'animo. Non vorrei, che Brighella avesse già eseguito il mio ordine, e le bastonate a quei poveri servitori fossero corse. Anderò io stesso, e se sarò in tempo l'impedirò; vado, e torno in un momento, senza che mia moglie lo sappia (parte).

Scena sesta

Notte. Strada con porta del palazzo della contessa Eleonora.

BRIGHELLA con quattro uomini intabarrati.

BRIGHELLA

M'avè inteso; un zecchinetto per uno, e bastonè tutti i servitori che vien fora de sto palazzo.

BRAVO

E se venissero a sei, a otto, e bastonassero noi?

BRIGHELLA

Usè prudenza. Tolèli coi vien a uno, a do alla volta.

BRAVO

Credo, che dopo il primo, non ne potremo aver altri.

BRIGHELLA

Fè quel che podè. Tolè i vostri bezzi, che mi no vòi altri fastidi. A revederse (parte).

BRAVO

Ritiriamoci dietro di questa casa, e aspettiamo che n'esca uno (si ritirano).

Scena settima

Arlecchino dal palazzo della contessa Eleonora, poi quattro uomini rimpiattati.

ARLECCHINO

Aver inteso, aver inteso. Star tutte dame palazzo. Andar subito dir patrona (escono li quattro uomini, e bastonano ben bene Arlecchino, sinché egli cade in terra, e poi partono). Ahi, aiuto, chi star? Chi me aiutar? No saver gnente. Lassar vita, lassar vita. Aimè star morto, star morto.

Scena ottava

Don Florindo, e detto.

FLORINDO

O Brighella non è ancora qui capitato, o l'ordine è già corso. Parmi veder un uomo disteso in terra.

ARLECCHINO

Star morto, star morto (con voce fioca).

FLORINDO

Fosse mai uno dei servitori, che ho fatto bastonare? Me ne dispiacerebbe infinitamente.

ARLECCHINO

Star morto, star morto (come sopra).

FLORINDO

Galantuomo, chi siete voi?

ARLECCHINO

Morto, morto.

FLORINDO

Moro, sei tu?

ARLECCHINO

No star moro, star morto.

FLORINDO

Oh povero sventurato! Dimmi, sei stato forse bastonato?

ARLECCHINO

Ahi, patron; povero moretto! Tanto tanto bastonar (s'alza un poco).

FLORINDO

Chi ti ha dato?

ARLECCHINO

Mi no saver. Ahi! brazzi tanto doler.

FLORINDO

Dove andavi? Da dove venivi?

ARLECCHINO

Esser vegnù de palazzo, e andar da padrona per risposta portar. Ahi, quanto doler!

FLORINDO

Ora capisco. È uscito dal palazzo della Contessa, gli uomini trovati da Brighella l'avranno creduto un servo dei Cavalieri, e lo hanno bastonato. Ecco il solito effetto della vendetta; cade sempre in danno del vendicatore. Levati povero moro, levati.

ARLECCHINO

No poder.

FLORINDO

Vieni qui, che t'aiuterò.

ARLECCHINO

Caro patron. Poveretto, moretto, tanto bastonar (s'alza).

FLORINDO

Andiamo, ti farò medicare.

ARLECCHINO

Maladetto, chi ha fatto mi bastonar, possa diavolo portar, chi fatto mi bastonar. Chi mi fatto bastonar, possa per boia impiccar (parte).

FLORINDO

Tutte queste imprecazioni vengono a me. Tutti gli innocenti oppressi gridano vendetta contro i loro oppressori (parte).

Scena nona

Stanze in casa della contessa Eleonora, con tavolini, lumi, e sedie.

La contessa Eleonora, la contessa Clarice, il conte Ottavio. Cavalieri, e dame a sedere indietro giocando.

CLARICE

Può darsi temerità maggiore di questa? Una mercantessa sedere in mezzo di tante dame?

ELEONORA

E di più ballare il primo minuè? Principiar ella il ballo?

CLARICE

È una cosa che fa inorridire. Pare impossibile, che si dia un caso di questa sorta.

OTTAVIO

Circa il ballo è stato il ballerino, che ha mancato al suo dovere.

CLARICE

Meriterebbe colui, che gli si facessero romper le gambe, acciò non ballasse più.

ELEONORA

Io son capace di fargli fare questo servizio.

OTTAVIO

Gli fareste una bella burla.

ELEONORA

Pezzo d'asino! Non sa come si tratta! Il primo minuetto toccava a me.

CLARICE

O a voi, o a me (le dame che sono indietro ridono).

ELEONORA

Sentite quelle signorine; credo, che ridano di noi (a Clarice).

CLARICE

O di voi, o di me.

OTTAVIO

Eh che non ridono di alcuna di voi! (Or ora si attaccano fra di loro) (da sé).

ELEONORA

Ma di tutto è causa la Contessa Beatrice.

CLARICE

Veramente, la Contessa Beatrice, si è portata malissimo.

ELEONORA

Qualche gran cosa l'ha messa in quest'impegno.

CLARICE

Una raccomandazione di un gran ministro.

ELEONORA

Per veder d'impiegar suo marito.

CLARICE

Vedrete che quanto prima averà qualche carica.

ELEONORA

Dopo che ha mangiato tutto il suo, anderà a mangiare quello degli altri.

OTTAVIO

Signore mie, questa è mormorazione.

ELEONORA

Oh il signor precettore!

CLARICE

Il signor morale!

OTTAVIO

Non parlo più.

Scena decima

Il conte Lelio, e detti.

ELEONORA

Oh signor protettore, che fa la sua castellana?

LELIO

Non mi parlate più di colei.

CLARICE

Che vuol dire? Si è disgustato?

LELIO

Spiacendomi d'averla veduta partire in quella maniera dalla festa di ballo, sono andato a casa per ritrovarla, e mi ha fatto dire, che non vi era, e non mi ha voluto ricevere.

CLARICE

Vostro danno.

ELEONORA

Imparate a servire delle mercantesse.

OTTAVIO

Si sarà vergognata, e per questo non vi avrà ricevuto, non già con intenzione d'offendervi.

ELEONORA

Mi volevo maravigliare, che il signor Conte non la difendesse (verso Ottavio).

OTTAVIO

Non parlo più.

LELIO

Mai più m'impaccio con questa sorta di gente.

ELEONORA

Contino, giacché non vi è la Contessa Beatrice, dite, vi dava qualche poco nel genio, non è così?

LELIO

Se vi ho da confessare la verità, non mi dispiaceva.

ELEONORA

Ehi! Come è andata?

LELIO

Non ho avuto tempo.

CLARICE

Per altro...

LELIO

Figuratevi.

ELEONORA

Regali le ne avete fatti?

LELIO

Più d'uno.

CLARICE

Se lo sa la Contessa Beatrice, povero voi.

ELEONORA

Che dice Beatrice di noi?

LELIO

È nelle furie al maggior segno.

ELEONORA

Merita peggio.

LELIO

Anzi voleva venire a trovarvi qui.

CLARICE

Doveva venire, che ci avrebbe sentito.

ELEONORA

Farla sedere nel primo luogo!

CLARICE

Farla ballare il primo minuè!

OTTAVIO

M'aspetto, che di questa gran cosa, ne parliate ancora da qui a dieci mesi.

ELEONORA

Quanto vogliamo noi.

CLARICE

Che caro signor correttore!

OTTAVIO

Non parlo più.

Scena undicesima

La contessa Beatrice, e detti.

BEATRICE

Brave, brave, avete fatto una bella cosa.

ELEONORA

Voi l'avete fatta più bella.

CLARICE

Abbiamo sofferto anche troppo.

OTTAVIO

(Ora viene la bella scena) (da sé).

ELEONORA

Andarla a metter al primo posto.

BEATRICE

Ecco lì il signor protettore, l'ha messa lui (verso Lelio).

ELEONORA

Bravo.

CLARICE

Bravissimo.

LELIO

Io non ho fatto questa cosa. Non ero io il padrone di casa.

BEATRICE

Se sapeste tutto, è innamorato morto di colei.

ELEONORA

E voi lo soffrite? (a Beatrice)

CLARICE

E voi gli fate la mezzana? (alla medesima)

BEATRICE

Che volete ch'io faccia? Me l'ha saputa dare ad intendere; son di buon cuore, non ho potuto dire di no.

LELIO

(Non sanno niente del negozio delle cento doppie) (da sé).

ELEONORA

E poi, cara Contessa, farla ballare il primo minuè?

BEATRICE

Questa è colpa del ballerino.

CLARICE

E voi ve la passate con questa disinvoltura? Non gli fate romper le ossa?

BEATRICE

A quest'ora credo se ne sia pentito.

LELIO

Sì signora, ha avuto di già il suo castigo. Egli è a tavola col Conte Onofrio, che si mangia i fagiani.

BEATRICE

Briccone! Me la pagherà. Ma voi altre, che siete amiche, piantarmi così? Andarvene senza dir nulla?

ELEONORA

In queste cose, non vi vogliono complimenti.

CLARICE

Vi andava del nostro decoro.

BEATRICE

Eh via! Che siete puntigliose.

ELEONORA

Brava, siamo puntigliose? Perché non l'avete condotta qui quella signora di tanto merito?

BEATRICE

Per me non la tratterò più certamente.

CLARICE

Non avete impegno con un ministro?

BEATRICE

Quando devo dirvi tutto, l'ho fatto per compiacere unicamente il caro signor Conte Lelio.

ELEONORA

Sicché il signor Conte Lelio è causa di tutto.

CLARICE

Non vi credeva capace di ciò (a Lelio).

LELIO

(Se potessi dir tutto, non parlereste così) (a Beatrice).

Scena dodicesima

Donna Rosaura, e detti.

ELEONORA

Come!

BEATRICE

Qui?

CLARICE

Che temerità è questa?

ROSAURA

Signore mie, per grazia, per clemenza. Non vengo in conversazione, non vengo per framischiarmi con voi, vengo a chiedervi scusa, vengo a domandarvi perdono.

OTTAVIO

Oh, via, signora donna Rosaura, questo è troppo.

ROSAURA

Conte Ottavio, giacché voi mostrate essere penetrato dalla mia umiliazione, impetratemi voi da queste dame la grazia di poter parlare, assicurandole, che non eccederà il mio discorso il periodo di pochi minuti; che alla porta di questo palazzo vi è il carrozzino, che mi attende per ritornare alla patria mia, e che non venendo io per trattenermi in conversazione, ma per dar loro una ben giusta soddisfazione, posso essere ascoltata, senza offendere le leggi rigorose delle loro adunanze.

OTTAVIO

Signore mie, che cosa dite? Siete persuase dell'istanza, senza che vi aggiunga niente del mio per indurvi ad ascoltare una donna, che con tanta civiltà ve ne supplica?

ELEONORA

Sentiamo che cosa sa dire.

OTTAVIO

Parlate, signora donna Rosaura; queste dame ve lo permettono.

ROSAURA

Ringrazio queste dame della loro bontà; le ringrazio delle finezze, che alcuna di esse si è degnata farmi in privato, e le ringrazio della libertà, che mi danno di poter per l'ultima volta ad esse in pubblico favellare. Confesso aver io estese troppo le mire, allorché mi sono lusingata di poter essere ammessa alla loro conversazione, ma spero sarò compatita allora che farò noti i motivi, dai quali è derivata in me una tale lusinga. Primieramente è rimarcabile essere io allevata in un luogo, ove per ragion del commercio non vi è certa rigorosa distinzione degli ordini, ma tutte le persone oneste e civili si trattano a vicenda, e si conversano senza riserve; onde non è temerità l'aver io sperato, con qualche maggior difficoltà poter essere ammessa fra le dame di questa città. Di ciò per altro mi sarei facilmente disingannata, se da persone illibate, e sincere fossi stata meglio istruita, e delle vostre leggi avvertita. Quello, che dalla legge è proibito, non si può col denaro ottenere; quello che si può ottenere col denaro, non si deve credere direttamente opposto alla legge. Onde se mi fu esibito a contanti l'onor della vostra conversazione, son compatibile, se ho creduto aver anch'io il diritto di potervi aspirare. Parlo senza arcani, mi levo la maschera, e a chi duole suo danno. La Contessa Beatrice con cento doppie mi ha venduta la sua mediazione, e a questo prezzo mi ha assicurato l'accesso alla conversazione delle dame. O ella mi ha ingannato, o voi le avete fatta un'ingiuria. Nel primo caso, siate voi stesse giudici della mia ragione; nel secondo pensi la Contessa Beatrice a risentirsi con voi, e a giustificarsi con me. Io non voglio altro né da lei, né da voi. Bastami avervi fatto noto, che non sono né pazza, né debole, né presontuosa. Il carrozzino mi aspetta, mi sollecita mio consorte, torno alla patria, e porterò colà la memoria delle vostre grazie, e della mia disavventura; anzi in ricompensa della bontà, che ora avete dimostrata per me, permettetemi che vi avvertisca, che più di quello avesse potuto pregiudicare al decoro vostro la mia bassezza, deturpa il vostro carattere, e la vostra società una dama ingannatrice, e venale (parte).

Scena tredicesima

I suddetti fuori di donna Rosaura, che è partita.

BEATRICE

A me questo? Temeraria, a me questo?

ELEONORA

Fermatevi, Contessa Beatrice, non inveite contro di essa, senza prima giustificarvi. Avete voi avuto le cento doppie?

BEATRICE

Le cento doppie le ho vinte per una scommessa.

ELEONORA

E che cosa avete scommesso?

BEATRICE

Cadde la scommessa sull'ora del mezzogiorno.

ELEONORA

Eh, che non si scommettono cento doppie per queste freddure! Se le aveste perse, come le avereste pagate?

BEATRICE

Se nol credete, chiedetelo al Conte Lelio.

ELEONORA

Conte, in via d'onore, da Cavaliere qual siete, e sotto pena di essere dichiarato mendace se non dite la verità, narrate voi la cosa com'è.

LELIO

Voi mi astringete a farlo con un forte scongiuro, e la signora donna Rosaura mi fa arrossire con i suoi giusti risentimenti. Contessa Beatrice, voi avete avuto le cento doppie per introdurla, ed io per mia confusione ho stabilito il contratto.

BEATRICE

E voi in prezzo della mediazione avete avuto l'orologio d'oro.

OTTAVIO

Oimè! Che orribili cose ci tocca a' giorni nostri a sentire! Una dama vende la sua protezione, mercanteggia sull'onore della nobiltà; mette a repentaglio il decoro della città, della nazione, dell'ordine nostro, del nostro sangue? Un Cavaliere non solo tollera, e permette che si profanino i diritti delle nostre adunanze, ma vi coopera, e vi presta la mano, e ne promuove li scandali? Dame, Cavalieri, ascoltatemi: osservare minutamente i puntigli è cosa, che qualche volta ci pone in ridicolo; ma conservare illibato il nostro ordine, scacciar da noi chi lo deturpa con indegne azioni, questo è il vero puntiglio della Nobiltà. La contessa Beatrice, il conte Lelio non sono degni della nostra conversazione.

LELIO

Voi mentite, e mi renderete conto colla spada alla mano dell'ingiurie colle quali vi fate lecito d'insultarmi.

OTTAVIO

Uscite da questo luogo, e preparatevi a battervi con quanti siamo, mentre ciascheduno di noi vi reputa per indegno, e mal Cavaliere.

LELIO

Ad uno, ad uno vi farò conoscere se io... Come la vostra arditezza... (Il rimorso mi confonde. Il nuovo sole non mi vedrà più in Palermo) (parte).

BEATRICE

A una dama mia pari, si fanno di questi insulti?

ELEONORA

Tacete, che le dame non trattano come voi.

CLARICE

Siete indegna di questo nome e per vostra cagione si faranno in Palermo delle risate sopra tutte noi.

BEATRICE

Informerò tutto il mio parentado della vostra insolenza.

CLARICE

Anch'io per mia sventura sono vostra parente, e mi vergogno di esserlo.

BEATRICE

Domani ne parleremo.

OTTAVIO

Domani vostro marito sarà chiamato da chi s'aspetta.

BEATRICE

(Domani anderò in campagna, e non mi vedranno mai più) (parte).

Scena quattordicesima

La contessa Eleonora, la contessa Clarice, il conte Ottavio, dame e cavalieri.

OTTAVIO

Signore mie, per rimediare in parte al discapito della nostra riputazione, direi che fosse ben fatto unire fra di noi le cento doppie, e farle avere alla signora Rosaura, prima della sua partenza. Io ne esibisco trenta, che tengo in questa borsa (fa vedere una borsa con varie monete).

ELEONORA

Per parte mia, eccone sei (mette sei doppie nella suddetta borsa).

CLARICE

Ed io ve ne posso dar otto (fa lo stesso).

OTTAVIO

E voi dame, e voi Cavalieri, concorrete a quest'opera degna di noi? (va dai Cavalieri, e dalle Dame, e tutti gli danno denari) Ecco raccolte le cento doppie. Andrò a presentarle per parte della nobiltà alla signora donna Rosaura (parte).

Scena quindicesima

La Contessa Eleonora, la Contessa Clarice, Cavalieri e Dame, poi il Conte Onofrio.

ELEONORA

Il conte Ottavio è veramente Cavaliere.

CLARICE

Ma il conte Lelio non ha restituito l'orologio.

ELEONORA

Donna Rosaura di quello non ha parlato.

ONOFRIO

Dov'è mia moglie?

ELEONORA

Dama indegna! (verso il Conte Onofrio)

CLARICE

Cavaliere senza riputazione! (allo stesso).

ELEONORA

Scroccone! (al medesimo)

CLARICE

Parasito (al medesimo).

ELEONORA

Scorno della nobiltà! (al medesimo)

CLARICE

Obbrobrio della nazione! (al medesimo)

ONOFRIO

Parlate con me? (con flemma)

Scena ultima

Conte Ottavio, e detti.

OTTAVIO

Non siamo più in tempo; la signora Rosaura è partita. Però se approvate il mio consiglio, con queste cento doppie compreremo un anello, e a lei lo manderemo fino alla di lei patria.

ELEONORA

Fate quello credete meglio, purché si salvi il nostro decoro.

CLARICE

Tutto si faccia, per la riputazione del nostro nome.

OTTAVIO

Questo è il vero puntiglio. Conservar la fama del nostro rango con azioni degne, eroiche, cavalleresche.

ONOFRIO

Dov'è la Signora donna Rosaura?

OTTAVIO

È partita, è ritornata a Castell'a Mare.

ONOFRIO

Mi dispiace non averlo saputo; ma l'anderò a ritrovare. Oh che starne! Oh che coturnici! Oh che vino! (parte)

ELEONORA

La Contessa Beatrice non la pratico più.

CLARICE

Né men io mi degno più di farmi vedere con lei.

OTTAVIO

In questa occasione non disapprovo, che facciate le puntigliose. Non è decoro delle persone onorate trattar con gente venale, che non sa sostenere il suo grado. Ognuno cerchi di conversare con chi può rendergli egual onore; ma niuno aspiri a passar i limiti delle sue convenienze, servendoli d'esempio il fatto comico di donna Rosaura.







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