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ALLE DONNE, TESSITRICI DI STORIE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

25 Aprile 2005, ricorrenza della Liberazione

 

La Resistenza e le donne hanno molto in comune.

Difficilmente la storia ha visto e vede donne nei luoghi dove si decide, nei luoghi dell’esercizio del potere, nei luoghi dove si viene osannati.

Ma non sono mai mancate, le donne, nei luoghi dove si paga un prezzo, nei luoghi dove ci si interfaccia col dolore, dove si muore, dove si lotta, dove “coraggio” non è una parola retorica.

Le donne nella storia, al momento giusto, hanno saputo disobbedire.

Certo non sempre. Certo non tutte, ma quando l’hanno fatto hanno saputo andare fino in fondo.

Berlino, 27 febbraio 1943:  Goebbels fece arrestare più di mille operai ebrei, fino ad allora costretti al lavoro coatto nelle fabbriche e che, in occasione dei cinquant’anni del Furer, si voleva deportare nei campi di sterminio . Erano uomini sposati con donne ariane, erano uomini figli di donne ariane che più di una volta il potere aveva  sollecitate al divorzio ma non aveva ottenuto obbedienza. Le donne non si arresero e cominciarono col loro corpo e coi loro pensieri a stazionare davanti al luogo della reclusione, in Rosenstrasse, camminando su e giù lungo la strada, giorno e notte. Altre se ne aggiunsero.  Altre persone vinsero la paura, in breve la piazza si riempì. La questione si fece imbarazzante per Goebbels: una cosa del genere non era mai accaduta, avrebbe potuto innescare processi a catena. I prigionieri vennero liberati.

Quello di Rosenstrasse rimane l’unico episodio di resistenza pubblica nel cuore del Reich. Apre molte domande, spalanca abissi di responsabilità mancate. Solo nel 1993  in Germania ci si sarebbe ricordati dell’episodio.

Disobbedienza non violenta. Resistenza civile.

Di chi incrocia le braccia e dice: “qui c’è solo il mio corpo: vediamo se avete il coraggio di calpestarlo davanti agli occhi del mondo”.

E così le madri di Plaza De Mayo. 

E così le donne in nero israelo-palestinesi.

 

Ma veniamo alla nostra pagina di storia.

Roma, 1944: circa mille donne si riversarono in piazza per ottenere il rilascio di 1800 uomini, rastrellati in vari quartieri, tra di loro Teresa Gullace, la cui vicenda Anna Magnani avrebbe interpretato in “Roma città aperta”. 

Nell’Italia occupata dai tedeschi, numerose donne parteciparono alla Resistenza. Un battaglione femminile si costituì in Piemonte, un altro nacque a Genova nel nome di “Alice Nali”, fucilata dai tedeschi.

Un altro fu organizzato dalle operaie tessili della brigata garibaldina Nedo, di Biella. 

A Carrara, nel mese di luglio, le donne si ribellarono al bando tedesco che ordinò l’evacuazione della città e impedirono la deportazione in massa dei cittadini. In agosto Irma Bandiera, giovane staffetta, venne uccisa dopo sette giorni di torture e lasciata seminuda sulla strada, vicino a casa sua, perché il suo cadavere fosse di ammonimento alla popolazione.

E anche in Liguria le donne lasciarono un segno, anche nella mia città,  come mi è stato raccontato: la Nella, la Katja, l’Amelia e certo altre, la cui storia sarebbe interessare raccogliere e tramandare in forma scritta.

 

A fine conflitto fu riconosciuto il nome di “partigiane” solo le donne che avevano partecipato ad almeno tre scontri armati; ma scrisse Ada Marchesini Gobetti, vedova di Piero Gobetti (tra le fondatrice del Partito d’Azione e successivamente vicesindaca di Torino): “non vi fu attività, lotta, organizzazione, collaborazione a cui la donna non partecipasse: come una spola in continuo movimento costruiva e teneva insieme, movendo instancabile, il tessuto sotterraneo della guerra partigiana”.

 

Le donne, nella storia, hanno sempre saputo difendere qualcuno, ma hanno sempre saputo soprattutto che il nemico non è il figlio di un’altra donna; il nemico è l’empietà del potere. Che la vittoria non sta nel lutto di un’altra madre.

Il nemico è la guerra. La vittoria è  pace. 

Siccome il 25 aprile è anche l’8 marzo, dal momento che la liberazione ha portato con sé il ripristino della giornata della donna, dal fascismo abolita, ritengo che questa ricorrenza sia l’occasione giusta per riconoscere alle donne memoria e dignità. E ritengo che sarebbe buona iniziativa che nei nostri Comuni, sulla scorta delle parole di Ada godetti, si desse riconoscimento civico alla storia pagata e costruita al femminile, intitolando un luogo, piazza, strada o sala pubblica, non tanto a una o all’altra donna ma  “alle donne, tessitrici di storia”.   

Gloria Bardi