LA DONNA SENZA INVERNI
Incrostati. Se li portava incrostati addosso i centomila espedienti sborsati per quella sua la esistenza di animale migrante. Nello stento delle vertebre, nella dannazione artritica delle nocche, nella arsurata difesa delle labbra, nell’aridità della pelle offesa da solchi profondi come domande a vuoto. Nella perpetua salinità di quei capelli cui il tempo non aveva concesso la bonaccia di un candore anche appena credibile. Nello sguardo di animale scontroso, in quell’aureola alcolica cui si mischiava il marcescente odore delle cose del mare. Quando arenano.
Fin qui, i tratti di un personaggio che abita facile nei suburbi del vivere, eppure quella donna, assieme al resto, andava trascinandosi un miracolo, una specie di favola alterata: la storia di una donna che non aveva inverni.
Era nata di maggio, da cento madri e da cento padri, tante le versioni vagabonde nei porti. Era nata in cento patrie e in cento anni. E parlava una lingua fatta di cento lingue, che solo gli ubriachi sapevano capire. E nascendo aveva cominciato a navigare, dietro un vecchio, il centesimo padre, che l’aveva comprata, si diceva, chissà dove. Chissà perché.
E ogni settembre era tornata all’ imbarco, per i paesi caldi. Per l’estate. E sbarcata di maggio. Tutti gli anni.
Nei porti si arrangiava, vendendosi tra bracciali di legno e statuette d’avorio. Si vendette tre figli senza che rimanesse nemmeno un'increspatura sull’onda lunga dell’anima. Si sarebbe venduta anche l’anima se avesse trovato qualcuno disposto a credere che ce l’avesse.
Aveva cento nomi e un solo orizzonte di verginità: l’inverno.
Per lei l’inverno era più fondo della morte, più spaventoso dell’idea del dolore; per lei l’inverno era ciò che non aveva nome o che, ancora più straniero, ne aveva uno soltanto.
Lei non temeva Dio, lei non temeva il diavolo, lei non temeva quella che noi chiamiamo “la coscienza”, lei non temeva la morte, non temeva gli uomini, non temeva il mare, non temeva la strada, non temeva la fame, non temeva il rimorso, non temeva la vecchiaia: lei temeva l’inverno, e aveva un’unica preoccupazione: non incontrarlo mai. Non farsi mai trovare.
Invecchiò. E fu l’estendersi di quell’embolo di terrore che ormai si era fatto padrone di ogni sua viscera di animale inquieto.
E divenne difficile, sempre più, procacciarsi un imbarco.
Gli uomini di mare erano sempre più uomini d’inverno: si ubriacavano sempre meno e capivano sempre meno la sua lingua di cento lingue e credevano sempre meno alla sua storia di cento storie, e finivano per trascinarsela dietro per pietà. Ma allora era lei a non crederci, con istinto onnisciente di animale selvatico.
Il focolaio della sua angoscia si faceva ogni giorno più tossico e lei sognava di morire avvinghiata, con le unghie nella sua carne, alle mammelle sudate e arroventate di un’estate con la pelle materna e gli occhi indifferenti.
E arrivò il suo inverno. Un anno, che la pietà degli uomini d’inverno aveva negato l’imbarco alla sua inaffidabile vecchiaia. L’avevano lasciata lì, a girare le taverne come un cane randagio, con gli occhi spaventati, interroganti. Con i suoi stracci addosso, zuppi di freddo, opachi. Maledetti.
Poi scomparve e morì la morte pudica di animale malato. E dovette tornare maggio perché qualcuno si accorgesse che la donna senza inverni non c’era più.
E allora morì cento volte e in cento luoghi, ma gli uomini d’ inverno, quelli che non bevono e che danno a ogni cosa un nome solo, non credettero che fosse mai esistita una donna senza inverni.
Gloria Bardi
'); //-->