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Il salumiere e la principessa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   “Il salumiere” non era un salumiere. Credo che questo fosse il problema.

Sì, perché quel tipo aveva tutto del salumiere. Vi faccio un esempio. Come immaginate che un salumiere debba avere, che so, il torace? Ecco: lui l’ aveva esattamente così come l’avete pensato. La pancia? Così. E poi gli occhi, la chioma, i piedi, il mento, il collo, il gomito, il ginocchio,

E non mi si venga a dire che l’idea di salumiere è relativa a chi la pensa. Ho fatto fatica ad accettarlo per Dio, non sono disposta a fare concessioni sul salumiere. Ho il dogmatismo del salumiere. Alla fin fine a qualche punto fermo bisogna pur sostenersi!

Dirò di più: quell’ uomo era, platonicamente parlando, la salumierità, l’idea stessa di salumiere: la quintessenza, l’archetipo.  Vi assicuro che se, come me, aveste avuto la ventura di vedere, anche solo di sfuggita, “il salumiere”, non avreste più potuto accontentarvi di alcun surrogato , e avreste ritenuto quello che fino al giorno prima era il vostro accettabile fornitore abituale di mortadella, magari col coriandolo, una patetica approssimazione al modello.  Vi sareste sentiti approssimativi voi stessi, abitatori di un mondo indubbiamente votato all’indegnità. Insomma, sarebbe stato il vostro personale terremoto di Lisbona, e la conseguente scoperta che quello che abitate non è il migliore dei mondi possibili.

E il nichilismo va a valanga, basta iniziare a precipitare. Dopo il salumiere, anche la lattaia, il prete, il farmacista, vostro marito, vostra moglie, persino il venditore del folletto avrebbero finito per sembrarvi inadeguati.

Con conseguenze di interesse psicologico, sociologico, e pure economico. Per esempio, sarebbero crollate le vendite del folletto.

   Ma lui non era un salumiere. Voglio dire, non solo non era il vostro salumiere ma non era il salumiere di nessuno.

 Anzi, lui “era” un salumiere, perché non c’era dubbio che lo fosse nell’ordine dell’essere, ma non “faceva” il salumiere.

Aristotelicamente, potremmo dire che non aveva recato in atto la sua specifica potenza. E, di più: aveva invece recato in atto la potenza di un altro. Marxianamente potremmo parlare di alienazione. In altri termini: faceva il bancario.  Badate bene: non il macellaio, che al limite…! Non il proprietario di Mc Donald’s, che al limite…! Il bancario. Non c’è limite!

Ed è per questo che del salumiere aveva tutto tranne la fisiologica aria giocondamente ridanciana , la sanguigna bonomia dell’ uomo che riflette il proprio destino nel quotidiano “ Serve altro, bella bionda?”.

 No, quello era un salumiere mancato, un dramma quanto al suo destino personale, e per noi tutti, cerchiamo di non essere superficiali !, ai quali è mancato un salumiere. Un ? “Il” salumiere. Chè, anzi, la frase “ Il salumiere non è un salumiere”,  risulta in questo caso ontologicamente e logicamente corretta.

 E per sovrappeso, ci ritroviamo con un bancario in più. E poi ci lamentiamo che l’economia va male e tutto il resto!

   Ma, vi chiederete, come può essere successo un simile deragliamento nell’ordine dell’essere? E come è successa la vicenda di Edipo? Ci sono destini talmente svelati da generare contromisure da parte di chi ci ha generato. Non intendo dire che qualcuno avesse vaticinato alla madre del salumiere il destino del figlio che portava in grembo ma certo non appena lo vide le fu chiaro. Voi come ve lo immaginate un cucciolo di salumiere?

Ebbene, lui era esattamente così come lo avete pensato. Anzi, era esattamente come sarebbe poi stato da grande, solo di dimensioni ridotte. Gli mancava, come sempre gli sarebbe mancato, ahimè, il berettino bianco con visiera, il grembiulino con il maiale sorridente e la matita dietro l’orecchio.

 Ora, la cosa sarebbe stata del tutto normale in molte famiglie, addirittura esaltante in una famiglia di alimentaristi, ma non in quella famiglia.

Ed eccoci alla principessa: sua madre. In realtà , e questo l’accomunava paradossalmente al figlio, tanto principessa quanto l’altro era salumiere.

Non so se vi aspettate quanto sto per dirvi,  ma correrò il rischio della prevedibilità: come vi immaginate che una principessa debba avere, non so, sempre il torace? Non c’è ragione di cambiare reperto.Ecco: lei l’aveva esattamente così come voi l’avete pensato. E così pure la pancia, gli occhi, la chioma, i piedi, il mento, il collo,il gomito, il ginocchio.

Insomma l’uno, dal punto di vista effettuale, non era un salumiere e l’altra non era una principessa, ma c’era tra loro una differenza sostanziale: la consapevolezza. Lei si sentiva una principessa, e si comportava come una principessa. Ma non di queste principesse depotenziate che circolano oggi. Lei aveva il cipiglio borbonico e viveva l’incompiutezza del suo essere, ovvero l’assenza di un blasone , con un’amarezza altera che la faceva sembrare piuttosto  una regina madre in esilio, soprattutto quando, pagaiata dal salumiere, in versione bagno Turco, approdava al Lido di Moneglia, volgendo intorno lo sguardo “com’avesse la spiaggia in gran dispitto”.  Insomma, aveva una gran puzza sotto il naso, che puzza fosse non è chiaro ma una cosa è certa: nulla a vedere con le salumerie.

   Ora, il fatto che la madre fosse consapevole era stato la causa fondamentale della cecità del figlio , sì perché lui di diventare salumiere avrebbe avuto qualche possibilità, dal momento che non si tratta di una casta che ci nasci o niente, mentre per lei le cose erano ben diverse. Anzi, a ben vedere, se fosse stata davvero una principessa avrebbe anche potuto permettersi il lusso di un figlio salumiere, ‘tanto, come dire: “Dio me l’ha data, guai chi me la toglie”. Ma così!

Per lei l’essere principessa era frutto di un costante impegno realizzativo, quella potenza che solo uno scartafaccio impediva si trasformasse in atto, diventava un dovere morale, cui votare se stessa e il proprio discendente.

Insomma, quando si vide in braccio quel salumiere in fasce, che tale le si rivelò fin dal primo sguardo, cuore di mamma a cui nulla sfugge, giurò a se stessa che mai avrebbe consentito alla natura salumieristica di insignorirsi in colui che doveva essere agli occhi del mondo “il principino”.

   Non fu facile, comportò la messa al bando di tutto quanto aveva una seppur remotissima attinenza col porco e la porchetta, un regime dietetico contrario ad ogni tipo di insaccato. Persino le mele se le facevano dare in mano, non si sa mai qualcosa si dovesse svegliare. Parole come “culatello” “finocchiona” “testa-in-cassetta” sortivano vere e proprie crisi di panico da parte della principessa, nella speranza di creare una repellenza condizionata nel salumiere de-salumierizzato. Quanto al principe consorte, aveva abdicato poco dopo la nascita dell’erede, perché voleva sì bene a moglie e figlio ma non al punto di rinunciare al culatello. E nemmeno al filetto baciato.

Il fanciullo crebbe fisicamente sano ma pieno di problemi a livello psicologico, data la violenza che veniva fatta alla sua natura ,sistematicamente frustrata. Provò, per cercare evasioni a quel suo costante stato di angoscia, a frequentare le discoteche, ma sembrava un salumiere in discoteca, a giocare al golf, ma sembrava un salumiere che giocava a golf. A tutti lo sembrava, tranne che a lui. Alla fine approdò alla psicanalisi.

La madre dapprima, per ovvi motivi, si oppose, ma poi decise che lo strizzacervelli è cosa più da principi che da salumieri, ed acconsentì.

E qui si rivelarono tutti i limiti del freudismo, alla cui scuola apparteneva l’analista scelto dal salumiere: quando venne a sapere che i sogni e le libere associazioni di quel paziente che sembrava un salumiere erano, và la combinazione, salami e ancora salami, li tradusse immediatamente in simboli fallici e, data l’associazione antagonista della figura materna  credette di avere a che fare con un complesso di Edipo di proporzioni smisurate. Ma se era il pene, ogniqualvolta faceva la sua comparsa onirica, ad essere un simbolo salamico!   In quella famiglia tra il pene e il San Daniele, quale fosse il tabù si fa presto a capirlo! Jacovitti era un pornografo!

  E così, fatta fiasco anche l’analisi, il salumiere tornò alla sua banca, dove ogni tanto tenta di affettare un bonifico , ma per il resto funziona come può. I clienti lo guardano e pensano: “Come sembra un salumiere questo bancario!” E, compiuta l’operazione di prelievo, senza dire nulla, si allontanano, stringendo in mano un fascio di banconote di taglio fresco. Avvolto nella carta oleata.  

 

   Gloria Bardi