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LA CURA ALL’ANZIANO  IN PROSPETTIVA BIOETICA

(Riflessione sulle Residenze Protette)

Come presidente della commissione di vigilanza di una Residenza Protetta, ho avuto modo di osservare alcune cose e di fare delle riflessioni, che hanno preso corpo nella seguente relazione. Siccome  alcuni parenti dei ricoverati me ne hanno fatto richiesta, la rendo qui disponibile a chiunque abbia interesse per l'argomento
”La promozione della salute è il processo che mette in grado le persone di aumentare il controllo sulla propria salute e di migliorarla.

Per raggiungere uno stato di completo benessere fisico, mentale e so-ciale, un individuo o un gruppo deve essere capace di identificare e rea-lizzare le proprie aspirazioni, di soddisfare i propri bisogni, di cambiare l’ambiente circostante o di farvi fronte.

La salute è quindi vista come una risorsa per la vita quotidiana, non è l’o-biettivo del vivere.

La salute è un concetto positivo che valorizza le risorse personali e so-ciali, come pure le capacità fisiche.

Quindi la promozione della salute non è una responsabilità esclusiva del settore sanitario, ma va al di là degli stili di vita e punta al benessere”.

(carta di Ottawa 1986)

L’analisi bioetica, come individuazione degli aspetti etica-mente sensibili riguardanti la vita, non può trascurare la di-mensione della fase avanzata di essa, alla luce degli aspetti umani e relazionali che la caratterizzano.

Certo risulta fondamentale, nell’atteggiamento che riserva-no agli anziani i singoli e la società nelle sue forme organiz-zate, l’orientamento interpretativo che se ne dà: il modo in cui si legge la vita anziana.

Stabiliamo quindi un primo fondamentale assunto, che pur-troppo la prassi troppo spesso smentisce: essa è vita a pieno titolo.

E vita qualitativamente interessante, per la particolare ricchezza, anche nella dimensione del sapere, data da e-sperienza e capacità di insegnamento, oltre che, come ogni dimensione vitale e quindi “aperta” al futuro, di apprendi-mento. E l’apprendimento ha bisogno di essere alimentato tramite giusti strumenti e stimoli didattici.

Ritenere qualcuno incapace di insegnare/apprendere e-quivale a estrometterlo dalla dimensione dell’umano. 

E’, quella senile, vita “capace” sotto molteplici aspetti, tra cui la capacità di benessere e di sofferenza, sia in termini fisici (piacere/dolore) che psichici (soddisfazione/frustra-zione).

Ciò significa che anche la bellezza nei suoi vari aspetti e l’appetibilità devono costituire oggetto di attenzione.

Tanto più indiscutibili risultano le capacità primarie di auto-nomia psico-fisica, quali deambulazione, alimentazione, evacuazione etc., che vanno assolutamente stimolate onde non indurre una regressione che eticamente equivale, sep-pure sotto forma di colpevole negligenza, a violenza contro la persona e la vita degna, così  ridotta in situazione di mar-ginalità.

E’ da considerarsi, ad esempio, eticamente grave per chi presta cura all’anziano, ricorrere all’uso di pannolone o di tutore quando non se ne dia la necessità: è nota la rapida regressione a cui vanno incontro gli ospiti di case di ri-poso con personale numericamente carente.

Se è vero che l’anziano è protagonista di “vita umana ca-pace”, è anche vero che spesso tale capacità risulta alte-rata, in particolare la capacità di relazione tramite comuni-cazione a causa di disfunzioni che vanno dalla semplice sordità a patologie più debilitanti.

Ciò depone per una maggiore responsabilità di chi è preposto alla cura, nei confronti dell’individuazione di modi comunicativi diversi e di strategie che portino alla massima realizzazione possibile delle capacità residue dei propri assistiti.

Ma la patologia, pur se statisticamente incidente non può i-dentificarsi con la senilità: come ogni vita umana “capace”, la fase senile trova nella creatività e nella vita di relazione il terreno di espressione delle proprie esigenze cognitive e affettive. 

Le strutture dedite alla “cura” delle persone anziane devono riflettere quindi tale lettura antropologica della senilità come vita umana capace, offrendo agli ospiti strumenti di realiz-zazione delle proprie potenzialità, a iniziare dal rendere “significanti” gli spazi dove la vita ha luogo, dal punto di vista affettivo, personale, cognitivo.

Nulla di peggio di case di riposo che attendono esclusiva-mente al livello igienico, con aspetto freddo e minimalista da “ospedale”: l’ospite anziano non è degente temporaneo ma trova –e spesso non ritrova- in quei luoghi la propria “casa”, che, per essere tale, deve portare l’impronta della sua storia personale, negli arredi e negli oggetti. 

Inoltre, la vita di relazione deve essere resa possibile da un interscambio costante con il tessuto sociale, permeante e permeabile: nulla di peggio di “ghetti”, tesi a confinare gli anziani fuori dagli spazi urbani vitali, ad esprimere una sorta di rimozione collettiva della vecchiaia.

Le indicazioni regionali sono chiare sulla richiesta di questo tipo di requisito:  “La residenza protetta deve essere localiz-zata in zona urbana a destinazione residenziale e comun-que vicino a zone di vita urbana attiva, con centri commer-ciali, verde attrezzato, trasporti pubblici, centro sociale poli-valente”. (vd. Standard delle strutture di residenza e acco-glienza sociale – DCR 44/1999)

Lo stesso vale per le relazioni inter-generazionali (con bambini e adolescenti), con benessere di tutte le parti coin-volte: è eticamente oltre che antropologicamente scorretto intendere “a senso unico” l’utilità del rapporto, relegando l’anziano in posizione “debitoria”.  

E poter incontrare anziani in condizioni di serenità porta i ragazzi a familiarizzare con la prospettiva della loro stessa vecchiaia (spesso invece i giovani volontari, riportano dalla loro at-tività visioni fortemente pessimistiche). 

Sovente le residenze per anziani, così come si presentano, materializzano  invece il concetto di  “sala d’aspetto” della morte, e la “cura” è mirata ad assicurare la mera “sopravvi-venza in vita” in attesa dell’exitus.

Anche se non vi avvengono violenze attive, tali strutture contengono una serpeggiante e costante negazione della dignità di chi ospitano e danno luogo a una protratta situa-zione di violenza diffusa: credo, senza forzature concettuali, che vi si ritrovino alcune connotatazioni essenziali del termi-ne “lager”.  

Se le normative regionali  parlano di “soddisfacimento dei bisogni primari”, tale riferimento risulta ambiguo e inadeguato rispetto a un lessico eticamente consapevole, quale quello dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, e deve essere sostituito dal termine “benessere”, implicante standard più alti e un impegno più ampio, differenziato e qualificato di cura alla persona. Si auspica che i Comuni, nelle convenzioni con le società di gestione delle Residenze Protette, vogliano “alzare” le aspettative, introducendo il termine sopra indicato, che risulta peraltro organico all’ampio concetto di “salute”, la cui tutela è sancita dalla Costituzione, formulato appunto dall’OMS, che parla di: “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non solamente l’assenza di malattia e di infermità.”  

                                                            Dr. Gloria Bardi

                                                       Istituto Italiano di bioetica