La gatta
Che cosa credevi di fare?
Cambiare il mondo? Illuminare a giorno l’universo?
Credevi di fare da miracolo, tu, a qualche visionario, lui?
E ti ritrovi a sgranare il rosario dei possibili, a infilare tanti bei “se”, perfettamente inutili, nella tua storia personale, perfettamente prevedibile.
Ma in fondo non è successo nulla e comunque nulla di fondamentale.
Nulla.
Tu sei lì, seduta nella tua solita poltrona, con attorno la tua solita casa, la tua solita vita, la tua solitudine. Solita.
La sua pelle ti manca.
Ti manca il suo odore nel palmo della mano.
Ti manca la vanità dei suoi capelli neri.
Ti manca.
Vorresti alzarti e non ti alzi.
Vorresti vestirti e non ti vesti.
Resti in pigiama.
Buffo pigiama da uomo, a fiori grandi.
Vorresti pettinarti.
Avvicinarti allo specchio, quello delle tue brame.
Truccarti gli occhi.
Stendere il rossetto sulle labbra. Quello rosso rosso.
Passare il mascara sulle ciglia.
Sorriderti.
Ruggirti.
Miagolarti.
Evviva la più bella e al diavolo il reame!
E non ti pettini.
E non ti trucchi.
Niente rossetto.
Niente mascara, sorriso, ruggito, miagolio…
Miagolio che fa breccia.
Dov’è la gatta rossa?
La tua gatta vagabonda si avvicina sorniona come tutte le gatte. Insinuante seducente ambigua. Vagamente demoniaca. E sparge attorno odore d’ironia.
Dove sei stata gatta perdigiorno? Dove ti sei strusciata? Da quale fattucchiera sei andata a lezione?
Le parli e lei ti degna appena.
La guardi e ti cattura. Ti senti in sua malia.
Ti senti la tua gatta. Entri nella tua gatta. Rossa rossa. Come le labbra che non ti sei fatta.
Entri con leggerezza, sgusciando via da tessiture di simboli e labirinti di costernazione.
Ti muovi per la stanza. Lambisci le poltrone di velluto, tenendo alta la coda. La muovi quella coda. Miagoli. Fai le fusa. Sei le fusa che fai. Salti sul davanzale, ti allontani verso remoti richiami di esistenza selvatica. Verso notturni di felinità.
E mentre vai, rimane accoccolato su quella poltrona un corpo troppo umano e troppo disilluso, in un pigiama troppo appariscente.
