LE DONNE, IL CORPO, LA DISOBBEDIENZA
A leggere storia, sorprende come la donna, che siamo abituati a riconoscere nelle virtù della passività, quali la pazienza, la mansuetudine, il sacrificio, l’obbedienza, faccia breccia, al contrario, nei territori della disobbedienza, da Antigone alle eretiche e streghe medievali alle rivoluzionarie alle resistenti alle donne in nero.
A iniziare da Eva.
Siccome poi la donna ha anche a che fare privilegiatamene col corpo, mi sono incamminata in un percorso di riflessione intorno alla domanda se esista un apparentamento tra corpo e disobbedienza.
Alla fine del percorso, ritengo che la disobbedienza sia sempre rivendicazione del concreto, ribellione a quel peccato mortale storico, teoretico ed etico che è l’universale astratto, in tutte le figure ideologiche, politiche, economiche che esso viene assumendo. Massime le istituzioni religiose, territorio privilegiato dell’anti-femminile.
E quando la donna viene coinvolta nella dimensione religiosa, ciò avviene sempre in maniera legata al corpo e, per ciò stesso, religiosamente spuria, ambigua: dalla dea terra ai baccanali dionisiaci ai culti oracolari, dove la donna si fa corpo alla voce del dio, al misticismo delle sante, di cui è nota la lettura in chiave erotica, alle allegorie erotiche del Cantico dei Cantici, alla madonna, in cui Dio prende corpo.
Astrazione e normatività procedono di pari passo nel mondo progettato al maschile.
Ribellarsi all’empietà dell’astratto coincide così con la pietà che passa per il corpo, la sua familiarità.
E soprattutto la familiarità con i limiti che segnano la vicenda corporea: il nascere e il morire.
A questo punto, chi se non la donna?
“Come suggeriscono recenti ricerche, i quattro elementi tradizionali sono stati “scoperti” dalle donne che erano deputate alla cura del cadavere; alla base della vita ci sarebbero gli stessi elementi che presiedono alla dissoluzione del corpo morto: l’acqua che trascina via il cadavere, l’aria che lo dissolve nella putrefazione, la terra nel quale esso viene inumato e il fuoco che lo consuma sulle pire.” (R. Mantegazza-“Spunti per una pedagogia dell’acqua” in “Acqua come bene comune dell’umanità etc. EMI)
La donna, proprio per la sua familiarità col corporeo, rifugge da riferimenti assoluti: nulla è meno assoluto del corpo, per sua stessa natura natale e mortale. L’assoluto è quindi intrinsecamente imparentato con l’astrazione ed è generatore di obbedienza, di imperatività sia che si configuri come teologia sia che si configuri come scientismo o imperativo tecnologico.
Si pensi al riverberarsi del mondo platonico delle Idee sullo statualismo prospettato da La Repubblica, matrice di totalitarismi.
Ora, è piuttosto arduo entrare nella disputa tra natura e cultura a proposito delle differenze di genere, né esse sono da ritenersi esclusive del sesso a cui sono riferite. “Genere”, si sa, è una categoria dell’umano, assai più riferibile rispetto a “sesso”, categoria biologica.
Certo è che le donne rivelano un più originario rapporto col corpo, proprio e altrui, tanto da riuscire a prendersene cura quando sembra non essere che corpo (il cadavere).
Certo è che le donne da sempre si prendono cura dell’alimentazione, dell’igiene, dell’assistenza durante le malattie.
Certo è che la donna è costretta a prendere contatto col proprio sangue mestruale, all’atto della maturazione, con la sessualizzazione morfologica del proprio corpo, mentre quella maschile si appalesa in forme soprattutto simboliche.
Certo è che la donna, durante il rapporto sessuale, introietta liquidi seminali e conosce il piacere in zone del profondo.
Certo è che la donna vive nel proprio corpo la generazione. Allatta. Abbraccia.
La presenza del padre in sala parto, dal punto di vista del rapporto corporeo, è poco più che un surrogato. Un benefico e comunque costruttivo premio di consolazione rispetto a un vincolo naturale che irredimibilmente lo esclude.
L’uomo compensa in termini legali, e quindi culturali, primariamente tramite il cognome, la deprivazione fisica rispetto alla generazione. L’uomo è nomos, laddove la donna è bios. E tali ruoli sono complementari, fintanto che non diventano antagonisti.
Certo è che la donna mutua dal proprio stesso calendario biologico una temporalità ciclica, che si affianca a quella lineare e, perciò stesso, verticale tipicamente maschile.
L’ansia di possesso, di appropriazione, di conquista che da sempre caratterizza il maschio umano, fonte della proprietà privata come della guerra, leitmotiv della storia universale, è esso stesso un tentativo di compensazione dinanzi al proprio limite rispetto al corpo. Coincide col tentativo di appropriarsi della materia negandola in ciò stesso come tale, nella sua impermeabilità, di trasformarla in termini simbolici o, comunque, tendenti alla smaterializzazione. Coincide con un originario disagio del corpo. Spesso l’alibi ideologico di tale processo è dato dal bisogno di organizzare ciò che è materiale, riscattarlo razionalmente, inserirlo in reticolati di predittività.
Non è un caso se la matematica è stata a lungo, e pare a torto, ritenuta competenza del maschile.
E’ così che dalla terra, e poi dal baratto, nacque l’economia in corsa verso la progressiva sostituzione del materiale col simbolico. Tutto questo trova nel nostro presente la propria ipertrofia, in una economia del no-logo, in una spazialità del non-luogo, in un tempo del non-tempo, o di quello che con esorcismo linguistico si vuol chiamare tempo-reale. Né è un caso che tra le più lucide analisi critiche del fenomeno, molte provengano da autrici donne.
In una terra sottratta a quello che appare l’elemento più irriducibilmente naturale, ovvero il caso, ci ritroviamo ad essere consumatori di simboli, proiettati nella dimensione del virtuale. Il nostro stesso corpo tende a sottrarsi all’usura del tempo, tramite artifici sempre più sconcertanti, dal lifting al trapianto di faccia.
Le stesse catene che ci legano in presunti o paventati neo-totalitarismi sono catene medianiche, segnate da invisibilità.
“Ci vorrebbe una donna”, o meglio “ci vorrebbe la donna” diventa in questo contesto conclusione accomunante di tanti saggi e tante riflessioni.
E’ vero.
Ci vorrebbe quella sapienza che è per natura, o per cultura, femminile, ovvero la sapienza della materialità, la disponibilità ad accogliere il caso, il coraggio della disobbedienza.
E siccome poi il fulcro del corporeo è la sessualità, esorcizzare la disobbedienza insita nel femminile ha significato nel tempo esercitare un controllo sociale e culturale sulla sessualità della donna, di cui l’infibulazione praticata dal fondamentalismo islamico rappresenta la modalità più drammatica ma non certo l’unica.
Nel nostro mondo assistiamo a una diversa negazione del corpo della donna, a oriente relegato nell’invisibilità del burqua, e a occidente mercificato, anatomizzato e quindi “separato”, ovvero, pur nella sua carnalità, “astratto”, alienato, volgarizzato, piegato a condizionamenti esterni.
Rispetto a tutto questo, si prospetta una possibile lettura di un fenomeno come l’anoressia, intesa come disobbedienza del corpo femminile a tutto questo: il rifiuto di prestarsi a una violenza culturale esercitata sul proprio corpo attraverso una sorta di disobbedienza del corpo a se stesso, in quella che è la sua condizione primaria, ovvero l’alimentazione. Non credo che l’anoressia rappresenti il puro e semplice cedimento all’imperativo categorico della magrezza ma che, al contrario, contenga un “no”, per quanto confuso, rispetto a possibili imperativi sul corpo femminile, alla sua eteronomia, al tipo di sessualità volgare rappresentato dall’immagine mediatica e pubblicitaria. Equivale a un rifiuto di dare il proprio corpo in ostaggio di una cultura negante.
In ultimo, la repulsione verso l’astratto rende la donna quanto mai incline a interpretare le esigenze di convivenza proprie della nostra società multiculturale, che solo nell’attenuazione dell’universalismo normativo, frutto dell’astrazione, a favore di un maggiore senso della complessità, di un maggiore senso di realtà, di un profondo senso della differenza, della capacità di gestire rapporti di fratellanza, che il punto di vista assolutizzante, da sé solo, non è in grado di fare.
Gloria Bardi
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