DONNE E POLITICA
Di recente il Consiglio Comunale di Finale Ligure ha approvato, dietro proposta femminile, di dedicare la prossima via o piazza a una donna.
E’ l’occasione per alcune riflessioni, che da tempo intendevo “gettare su carta”.
A leggere la nomenclatura dei nostri spazi urbani sembra davvero che le donne non siano esistite o, esistendo, non abbiano meritato l’incenso della memoria collettiva. A Finale come ovunque.
C’è qualcosa di pervicace, autoritario e suicida in questa dimenticanza, tesa a chiudere lo spazio della donna nella domesticità, non per quanto viene sottratto alle donne ma per quanto viene sottratto alla collettività. La sapienza femminile è un bene necessario al presente e al futuro, se è vero quanto scrisse Gandhi nel 1930: “Se la non violenza è la legge del nostro essere, il futuro appartiene alle donne” è quanto va dicendo Alex Zanotelli quando auspica un mondo che sappia trasformare in politica la tenerezza femminile.
Non è questione di quantità ma di qualità; nemmeno le quote rosa nelle liste elettorali sono di per sé risolutive se non si crea lo spazio e il tempo dell’autorevolezza femminile.
Abbiamo troppo spesso visto un sistema premiante interno alla politica, volto a selezionare donne "compatibili" rispetto al modello esistente.
Maria Rita Parsi le chiama “travestiti culturali” e credo che Condoleeza Rice possa rappresentarne il più eloquente testimonial. Né intendo cercare riconoscimento nelle donne addomesticate, assuefatte al ruolo loro imposto dalla cultura maschile dominante in una società in cui la violenza dell’apparire non ha molte prime pietre da scagliare contro la violenza dello sparire, sia esso burqua o velo. O anoressia.
Certo non è esaltante vedersi rappresentate dalla mutante Pivetti, che ha ampiamente dimostrato come presiedere la Camera, esibire la croce vandeana e presentare una delle più avvilenti trasmissioni televisive in corso altro non siano che momenti di un continuo gioco di ruolo.
Sono queste le donne a cui si fa più volentieri spazio.
La paura della femmina ha radici forti nella storia e si è spesso concretizzata in forme repressive, dalla caccia alle streghe all’ultima ragazza uccisa dal fidanzato che non ha retto l’idea dell’abbandono, tanto per rimanere in occidente.
Questo perché la donna è la parte di umanità meglio capace di disobbedienza, si veda Rosenstrasse, si vedano le varie marce di donne durante le rivoluzioni, si vedano le donne in nero israelo-palestinesi. Si veda Antigone. Si veda persino Lisistrata.
E quando parlo di autorevolezza femminile intendo fare un riferimento di genere e non semplicemente di sesso: ben venga e ben si nutra, anziché soccombere come troppo spesso accade, il femminile presente negli uomini.
Ben venga e ben si nutra il maschile presente nelle donne. Quando dico “ben si nutra” intendo dire che non deve alimentarsi, come spesso fa, a dispetto della parte femminile ma fornirvi piuttosto strumenti volti a potenziarne l’incidenza.
Sono molti oggi a pensare che, dinanzi a una deriva imperialistica e fondamentalista della storia (Alessandro Amadori parla di opposte fallocrazie), sia giunto quel futuro di cui parlava Gandhi: o quello o nessun altro.
La differenza di genere è un bene prezioso; come ogni differenza, affonda le proprie radici in terreni che secondo alcuni sono naturali, secondo altri prettamente culturali, ma tanto a lungo incubati che la differenza tra natura e cultura rischia di non essere più significativa.
Un saggio che ho letto di recente (Vianello-Caramazza Donne e metamorfosi della politica – Roma 1988) differenzia lo spazio del maschile come spazio strategico, di cacciatore, esclusivo, lo spazio femminile come spazio ovulare, di madre, inclusivo.
Quella delle donne è l'intelligenza della maternità. E dell’accoglienza. E della sostenibilità. E’ la particolare capacità di gestire i conflitti in modo non distruttivo. E’ la familiarità, capace di espandersi fino a farsi onnicomprensiva, globale, senza rinnegamenti. E’ l’intelligenza del dolore, che crea imbarazzo ai maschi. E’ il senso del reale, alieno da astrattismi o misticismi. E’ l’orizzontalità del volontariato e dei movimenti sociali, in luogo della verticalità dei sistemi di potere e dei partiti. E’ la rete in luogo della piramide.
Chi se non le donne possono realizzare l’interculturalità?
Non sono le donne, insisto, ad avere bisogno della politica; o forse anche, se si pensa a quella nefanda legge sulla procreazione assistita che nessuna donna avrebbe potuto volere ma che ogni donna, in determinate condizioni, dovrà subire.
Ma certo, la ricerca del potere non fa parte degli investimenti femminili ed è piuttosto la comunità che ha bisogno di noi. Si creino le compensazioni, le così dette "buone pratiche", che consentano l'equità e rendano possibile il governo femminile, anche e soprattutto in territorio economico.
Si faccia in modo che la maternità non rappresenti uno svantaggio. Si condividano le incombenze domestiche, facendo accedere l’uomo alla dimensione affettiva e di cura che gli è stata troppo a lungo negata, anche qui con danno comune.
Le donne adulte di oggi sono chiamate ad anticipare le conseguenze di un fenomeno evidente a chi insegna, ovvero il primato femminile nei risultati scolastici e nella volitività con cui li perseguono, ma occorre preparare la strada, perché il mondo è disorientato adesso.
Credo che le donne per prime dovrebbero cogliere l’urgenza del tempo e farsi avanti senza titubanze, senza bisogno di quote riservate. Per senso di responsabilità. Per amore del mondo.
Gloria Bardi
EUROPEE, AMMINISTRATIVE TRA QUOTE ROSA E FASCE TRICOLORE
Oggi, col placet della Corte Costituzionale, si torna a parlare di “quorte rosa”, ovvero dell’opportunità di inserire una percentuale fissa di donne nelle liste elettorali; Prestigiacomo propone il 30% per le imminenti europee.
Questo, in breve, l’iter del “riequilibrio della rappresentanza”:
· Nel 1984 il governo Craxi istituisce l’apposita commissione
· Nel 1993 vengono introdotte le “quote rosa”, in concomitanza con la modifica delle regole delle elezioni comunali.
· Nel ’95 la corte Costituzionale sancisce, in quanto contraddittorie con l’articolo 51, l’incostituzionalità delle quote.
· Nel 1996 il governo Prodi istituisce il Ministero per le Pari opportunità.
· Nel 2002, con Berlusconi al governo, viene approvata quasi all’unanimità la modifica dell’articolo 51 della Costituzione, in maniera da poter dare nuovamente il via libera alle quote rosa.
Le quote non sono in assoluto “cosa buona e giusta”, dal momento che il concetto stesso di “riserva” non lo è, ma è pur vero che non si può dare eguaglianza tra disuguali e che per giocare con le stesse regole occorre, con la politica delle “buone pratiche” e della conciliazione tra famiglia e lavoro, ridurre la forbice dello svantaggio.
Quote rosa quindi, per poterne fare a meno in futuro, operando all’insegna della realizzazione delle pari opportunità in tutte le dimensioni della vita sociale.
Non bisogna infatti dimenticare che con il 9% di presenze femminili in Parlamento, l’Italia è all’ultimo posto in Europa e al 69° nel mondo e che è a percentuali come queste che si devono leggi come quella sulla procreazione medicalmente assistita, che ha suscitato mobilitazioni al femminile trasversali ai partiti politici, prefigurando una politica di genere che si affianchi in maniera non semplicemente episodica a quella di schieramento.
Rispetto alle politiche, va detto che il discorso si semplifica per le elezioni amministrative e soprattutto per le comunali, dove pare che le donne incontrino minori diffidenze da parte dell’elettorato: i sondaggi rivelano una grande differenza tra l’accettazione di figure femminili in ruolo amministrativo e politico. Molti le vorrebbero in veste di sindaco ma non in veste di Presidente del Consiglio o della repubblica.
Forse l’amministratore è visto in collegamento più organico con un’idea di “casa” , di cura e di prossimità che ben si concilia con la cultura del femminile, mentre dietro ad ogni politico si tende a configurare sempre un Cesare o un Napoleone, cui si chiede fondamentalmente strategia.
Va detto che le donne sono in ogni caso presenti, anzi preponderanti nelle associazioni di volontariato e nei movimenti sociali, e ciò depone per una loro predisposizione politica, che non si riconosce tuttavia nelle strutture di partito o nei meccanismi verticali di potere.
IL BILANCIO DI GENERE
Durante il Consiglio Comunale del 5.04.’04, dedicato alla discussione e votazione del Bilancio, ho proposto, e annunciato che avrei formalizzato la proposta nell’ordine del giorno della successiva seduta, che il Comune di Finale renda disponibile il proprio bilancio per un’analisi di genere.
Per ora in Liguria lo ha fatto Sestri Levante e una pariglia ligure levante-ponente sarebbe interessante. Del resto, Finale possiede quegli stessi requisiti (numero di abitanti, economia mista a preponderante vocazione turistica) che avevano reso appetibile, per l’analisi in questione, il comune levantino. L’iniziativa è partita da un “pool” di donne operanti nella Provincia di Genova, che, sull’esempio di diverse esperienze di questo tipo fatte in Europa e nel mondo, hanno elaborato un manuale pratico di analisi pensato appositamente per i bilanci comunali.
Ma che cos’è l’analisi di genere di un bilancio, o, in inglese, gender budget analysis?
Si tratta della riscrittura di un bilancio, voce per voce, secondo un’ottica femminile, al fine di rilevarne poi gli spostamenti. Questo non tanto per contrapporre un bilancio “buono” a uno “cattivo”, ma per rendere evidente che l’ottica attuale è lontana dal soddisfare le pari opportunità.
Donne e uomini indicano priorità pubbliche diverse ma fino ad ora solo quelle maschili hanno “fatto storia”. E’ palese come, a livello di analisi economiche in generale, non venga dato rilievo al lavoro domestico e di cura; si tratta di una dimenticanza scandalosa, dal momento che le donne sono le artefici di un’enorme ricchezza non retribuita, che ammonta, secondo documentate analisi, da un terzo a metà del prodotto lordo nazionale (Cfr. Vianello Caramazza 1998).
Nel bilancio riscritto al femminile, risultano molto potenziati gli investimenti rivolti all’assistenza domiciliare degli anziani e all’organizzazione di asili nido e scuole d’infanzia, con la conseguente incentivazione dell’occupazione femminile.
Si tratta peraltro delle aree maggiormente esposte a tagli di bilancio, più difficili per le spese per il personale o per capitale.
Inoltre, al femminile avvengono redistribuzioni interessanti della spesa pubblica, valga per tutte quella che riguarda il settore sportivo, che si andrebbe a spalmare equamente su tutti gli sports, senza privilegiare smodatamente il calcio. Sembra che l’unica voce a restare del tutto invariata sia quella relativa alle fognature.
Così scrive Morena Diazzi, Assessore alle Pari Opportunità della Provincia di Modena, dove l’iniziativa è partita nel 2000: “Il tema del bilancio in un’ottica di genere è ancora in parte inesplorato e sconta nel nostro paese diversi limiti: poca sensibilità verso il tema, scarsa rappresentanza politica delle donne, disattenzione ai bisogni della famiglia e alla conciliazione fra tempi di lavoro e di cura”.
Al PIL, come idice di ricchezza di una comunità, gli economisti affiancano da tempo un “indice dello sviluppo umano”, detto HID (Human Development Index), è lecito credere che rispetto a questo indicatore, il punto di vista femminile sia particolarmente significativo e lungimirante e che, comunque, l’intera comunità (bambini, uomini, anziani, persino animali) sia ombelicalmente legata alla serenità, autonomia e disponibilità (quindi alle opportunità che si è disposti a riconoscervi) della propria parte femminile.
Detto questo, ribadisco la proposta fatta in Consiglio Comunale: proviamo anche nella nostra città;
potremmo scoprire che quello che si riflette nello specchio del Bilancio comunale non sia né l’unico né il migliore dei mondi possibili.
Gloria Bardi
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