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BABY-BABILONIA
E I FORMICONI CEMENTIFICATORI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ciao, amici: sono Baby-Babilonia.

Ho un nome pesante, vero per una formica?

Già, perché questo è ciò che sono: una formica.

Ma che formica!

Non faccio per vantarmi, ma sono un vero capolavoro di formica, sono la Magomerlina del-le formiche: pensate che ho tremila anni e non li dimostro affatto.

E non mi sono nemmeno mai data una crema contro le rughe!

Ma non dovete pensarmi come una formicona potenziata, anzi io sono più piccola delle mie numerose sorelle, di cui è piena la terra.

E ho una particolarità: non ho mai amato starmene chiusa nei confini del mio formicaio.

Anche di notte, preferivo sgattaiolare di nascosto e andare a guardare le stelle, che altro non sono che formiche luminose sparse per il cielo.

Per questo, la vecchiaia, non trovandomi nel mio formicaio, si è dimenticata di me.

Così, mentre il tempo che passa e va, ha portato via  gente capace di fare passi da gigante, come Cesare, Cleopatra, Napoleone, la regina Vittoria, John Kennedy ecc. io sono rimasta qui, a fare i miei passi da formica.

Ma anche i passi da formica possono portare lontano.

Anzi, lontanissimo: visto che, mentre generazioni di colleghe si davano il cambio  sulla faccia della terra, io mi sentivo sempre giovane e piena di curiosità, ne ho approfittato per fare fagotto ed esplorare il mondo.

E ho voluto immediatamente conoscere la cicala, proprio quella che, durante l’inverno, a-veva chiesto un po’ di cibo a una mia antenata, che le aveva risposto: “hai cantato tutta l’e-state, adesso balla!”.

Ma vi sembra una risposta da dare?

Ho voluto dire alla signora cicala che non tutte le formiche la pensano così e che secondo me quella risposta non era per niente carina. Lei, per ringraziarmi, mi ha insegnato a can-tare.

Ora sono una formica nomade, sfaccendata, canterina e felice.   

 

 

Un giorno o l’altro, quando sarà stanca di vagabondare, mi deciderò a scrivere un libro sulla mia vita. Ma la storia che verrà fuori non so se poi sarà la mia storia o quella di tutte le situazioni in cui mi sono cacciata e di tutte le persone che ho conosciuto.

Nel frattempo però, sarà meglio che mi limiti a raccontarvi l’ultima avventura.

 

 

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Tutto comincia in un giorno di luglio, mentre me ne vado passeggian-passeggiando, coi miei passi da formica, tra le erbette, con il fagotto in spalla. Ho deciso di ritornare in un po-sto dove sono già stata un po’ di anni fa, un giorno che avevo voglia di farmi una vacanza al mare e ho scelto la Liguria, terra piena di formiche come me.

In quell’occasione mi sono fatta un gruzzolo di buoni amici che mi piacerebbe ritrovare. Sto percorrendo esattamente la strada di quella volta: attraverso una zona verde che si trova vicino a una formiscuola, dove le formichine e i formichini studiano l’abbicì e le tabel-line.

Da un po’ di tempo la frequentano anche altri insetti: le libellule sono le più studiose, i ra-gni cercano sempre di copiare i compiti, le coccinelle sono le preferite delle maestre, le ca-vallette saltano spesso la scuola e prendono le note sul diario.

Per un insetto la cultura è fondamentale.

Anche il gioco però: e questo alla fine l’hanno capito perfino le formiche e ricordo che a-vevano deciso di fare proprio qui un bel formi-parco e un bel formi-nido, per le larvette più piccine, per non stare da sole quando le mamme e i papà sono in cerca di cibo.

Strano però: sembra che non sia stato fatto niente di tutto questo.

Ricordo che il formi-sindaco ci aveva invitati nel formi-cipio (formicaio-municipio) e fatto vedere una bella mappa dove, proprio nel punto che indicava la zona dove sto cammi-nando, c’era scritto: “questo verde è della scuola e non si tocca”.

Una formica per bene, quel sindaco! Chissà se ha vinto le elezioni?   

Mentre cammino, di tanto in tanto mi fermo e busso a questo o quel formicaio, saluto le vecchie conoscenze, chiedo notizie della famiglia, cerco di farmi anche nuovi amici, par-lando con insetti mai visti prima.

Mi faccio raccontare “l’ultima” da una cavalletta. Voi non avete idea di come siano brave le cavallette a raccontare storielle divertenti: peccato che non si riesca mai a sapere il finale, perché sul più bello schizzano via e ti lasciano con la voglia di ridere ma senza niente da ridere. Situazione terribile!

Di tanto in tanto, tra un discorso e l’altro, mi faccio anche una cantatina, scandalizzando le mie colleghe formichine laboriose.

All’improvviso si sente un tramestio “patapum patapam”.

Allora la cavalletta mi ripiomba davanti, ma non per raccontarmi il finale della storiella, che non conoscerò mai, ma per dirmi: “Alla fine sono arrivati! Alla fine ce l’hanno fatta! Stanno tagliando gli alberi. Stanno iniziando i lavori”.

E detto questo, zompa via di nuovo.

Credetemi, se volete capire qualcosa, non fatevela mai spiegare da una cavalletta, piutto-sto da una lumaca!

E, detto fatto, la lumaca spunta.

“Chi è arrivato?” –le chiedo, andandole incontro, perché se aspetto che mi raggiunga lei, domani forse riuscirei a sapere qualcosa.

“Quelli che vogliono eliminarci tutti e costruire qui un immenso formicaio di cemento”- mi ri-sponde in mezz’ora.

Ah, si tratta dunque dei famosi “formiconi cementificatori”, il ramo più tecnologico della no-stra grande famiglia: dovete sapere che questi parenti degeneri hanno deciso di fare evol-vere la nostra specie, iniziando col sostituire al terriccio il cemento, per evitare frane. E se si fossero fermati lì, la cosa avrebbe anche potuto, in certi casi, tornare utile; invece loro si sono innamorati della loro invenzione e vogliono cementificare il creato.

Più ci penso più questi miei parenti mi sembrano simili agli uomini.

Del resto, se uno ha il cemento in testa, prima o poi si ritrova con la testa dura e allora so-no guai per tutti.

 

Hanno messo su centinaia di squadre di lavoro e cercano di convincere tutto il mondo-formica che solo in un “formimento”, formicaio di cemento, si potrà affrontare il futuro.

Da brave formiche efficienti e laboriose, sono pronte ad aprire cantieri ovunque.

In cambio delle loro costruzioni, chiedono chicchi di grano e briciole di pane in grandissima quantità.  

Il loro formicaio trabocca di cibo, anche se più di tanto non riescono a mangiarne: loro di-ventano obese e il cibo avanzato comincia a fare la muffa. 

 

 

Ma sarà meglio tornare a intervistare la lumaca, perché voglio saperne di più e perché da una come lei c’è sempre qualcosa da imparare.

Non vi ho detto, infatti, che le lumache sono l’animale più istruito del sottobosco.

La calma con cui affrontano tutte le cose le rende molto studiose, riflessive e sagge.

Unico difetto la lentezza: per dirti “buongiorno” ci mettono ben cinque minuti.

“Che cosa cementificano questa volta quelle teste di cemento dei miei parenti?” –doman-do.

“Costruiscono un formimento per formimobili” – risponde la lumaca nel tempo-record di una ventina di minuti.

Ho giusto dimenticato di dirvi una cosa dei formiconi: siccome con i passi da formica, non avrebbero potuto mantenere il ritmo, hanno anche costruito moderni mezzi di trasporto –le formimobili- e ora devono costruire formicai apposta per infilarcele dentro.

Ma che puzza, le formimobili! 

Sono rimasta stordita dai fumi neri che spargono attorno come le seppie ma molto molto più rumorosamente delle seppie, che sputano nero ma sono silenziose come pesci.

“Un formimento per formimobili qui vicino alla formiscuola? – mi stupisco io- Ma non do-vevano fare un formi-parco e un bel formi-nido?”.

Nel frattempo la lumaca, per riposarsi dopo i venti minuti di discorso che ha fatto prima, si è chiusa nel suo guscio e ha tirato le tende. Ora da chi mi informo? Il verde brulica di in-setti, anche se adesso se ne stanno nascosti per paura di essere cementificati dai formi-coni; io butto lì una domanda, qualcuno mi risponderà: “Ma dov’è finita quella mappa, dove c’era scritto che questo verde qui è della scuola e non si tocca?”.

“Non sai che tutto cambia e tutto si trasforma?”.

Sta a vedere che ora, con i millenni che ho sul groppone, mi tocca prendere lezione dai bruchi!

“E’ cambiato il formi-sindaco e quello nuovo, eletto con il sostegno dei formiconi cementi-ficatori, ha fatto una pallottolina della mappa che dici tu e ha messo la nostra piccola oasi a disposizione di quelle teste dure di tuoi parenti, che ci faranno un formimento per formi-mobili.”

Quest’ultima frase non è stata più pronunciata dal bruco, anzi il bruco non c’era più, anzi c’era ma non era più un bruco ma una bella farfalla bianca e svolazzante.

Allora dico: “Sì, ma tu sei cambiato in meglio: qui invece la situazione cambia in peggio”.

“Io non direi, mi piacciono tanto i formimenti per formimobili, altro che formiscuole!”.

Preciso che questa farfalla è della specie “cavolaia” e per questo dice delle gran cavolate.

E poi a lei non interessa più nulla di quello che succede qui, ora che ha le ali e può cam-biare zona:

“Egoista!” le grido dietro.

“E’ quello che penso anch’io. La cavolaia è bella e crudele, io lo so bene, che per lei ho tessuto la più bella delle tele”.

Chi parla è un ragno-barbablù.

“Me la sarei mangiata, tant’è bella!”.

So che il ragno non scherza e, anche se non sono più una gran bellezza, sto ben attenta a non avvicinarmi. La curiosità però è più forte della paura, e chiedo: “Ma non è possibile cambiare di nuovo il formi-sindaco e ridisegnare la mappa giusta?”

“Già fatto, cocca bella: ne sono cambiati ben tre di formi-sindaci, ma tutti amici dei formi-coni.”

Allora non mi tengo più e sbotto: “Mondo formica! E’ possibile che noi insetti, il regno ani-male più antico e numeroso, ci facciamo spaventare da un pugno di teste dure che si fan-no amici tutti i formi-sindaci? Care sorelle formiche, vi ricordo che siamo riuscite a pene-trare anche all’interno delle piramidi d’Egitto, o avete disimparato a congiungere le forze e scavare tutte assieme? Se lo vorremo, penetreremo il cemento e costringeremo i formiconi cementificatori a realizzare il progetto più bello e più utile per i nostri piccoli. Quando vi-vevo nell’antica Roma, continuavano a ripetere: “A Cesare quel che è di Cesare”. Noi di-remo: “ai formichini quel ch’è dei formichini”. O volete fare come la cavolaia, che quando vede qualcosa che non va, con la scusa che tutto cambia e col fatto che lei lo può fare, se ne vola via e lascia gli altri nei guai. Date retta alla mia esperienza: alla fine troverà davve-ro tutto, ma proprio tutto cambiato, anzi capovolto, e si accorgerà che non ci sono più fiori su cui posarsi, nemmeno per lei.”

 

 

“Ma non hai capito, bella mia: non si tratta più di formiche, si tratta di…”.

Non è possibile che le grandi rivelazioni me le faccia sempre la cavalletta, che sul più bello salta via: ora chi me la finisce la frase?

Chi me lo dice di chi si tratta?

“Uomini”.

Non ci crederete ma alla lumaca è bastato un minuto per dire questa parola: uomini.

“I formiconi cementificatori sarebbero uomini? I miei parenti questa volta non c’entrano?”.

“ La prima idea è stata dei formiconi, ma poi li abbiamo convinti. Gli insetti li fai ragionare ma gli uomini no”.

“E il formimento per formimobili?”

“I formiconi non lo costruiranno più, ma gli uomini costruiranno il loro, che si chiama con u-na parola più brutta ancora: “autosilos seminterrato”.

“E la formiscuola?”

“I formiconi hanno capito che non è degno di una vera formica peggiorare la situazione di una scuola, ma ora, con l’autosilos, la formiscuola è di nuovo a rischio, proprio come la scuola per piccoli umani,  quelli che si chiamano bambini”.

“Ma mi sfugge un particolare: se l’idea è stata dei formiconi, come sono venuti a saperla gli uomini?”

“A uno di loro che passava da queste parti è saltata una pulce nell’orecchio, e tu conosci le pulci? In cambio di un pizzichino sono pronte a spiattellare qualsiasi cosa.”

“Mai dare confidenza alle pulci!”

“Ormai il danno è fatto, gli uomini si sono esaltati per quell’idea da formiconi e hanno giu-rato di realizzarla a qualsiasi costo.” 

“Se proprio doveva spiattellare qualcosa a qualcuno, non poteva raccontarlo a un cane?”

“Lo ha fatto, ma il cane è rimasto indifferente mentre l’uomo si è entusiasmato subito.”

“Gli uomini sono una vera calamità naturale. L’unica specie che distrugge per la smania di costruire!”.

 

Se le cose stanno così, noi insetti non possiamo fare proprio più niente per rimediare questa brutta storia di ingiustizia. Ma, cari amici che state leggendo questo mio racconto e che appartenete al genere umano, a questo punto tocca a voi, alle vostre mamme, ai vo-stri papà, alle vostre nonne, ai vostri nonni, alle vostre vicine di casa, ai vostri vicini di ca-sa, alle maestre, ai maestri, a tutto quanto quel mega-formicaio che si chiama città.

Parola d’ordine: “ai formichini…”ops: “ai bambini quel ch’è dei bambini”.

Ve lo assicura Baby-Babilonia: oggi, ieri e domani “uniti si vince”.  

O non vorrete mica farvi dare lezioni di civiltà dalle formiche?    

 

Gloria Bardi