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Analisi comparata tra diverse icone
 
L’immagine, che chiameremo “B” (come Berlusconi e come Barbarossa*), ne ricorda immediatamente un’altra, che chiameremo “A”, forse meno nota ma quasi altrettanto mistica: l’ultima Cena di Leonardo Da Vinci.
(* Barbarossa è il nome dello jacht di Previti, su cui è stata scattata la foto)
E’ ovvio che nello spot di Leonardo la qualità dell’immagine è peggiore, la composizione non è altrettanto valida: diciamo pure che c’è confusione: chi guarda da una parte, chi guarda dall'altra. Gesti inconsulti da parte di tutti. Malgrado manchi il sonoro, si vede benissimo che sbraitano.
Il fatto è che non c’è la squadra.
Se è finita come è finita non c’è da stupirsi.
 
 
  Si osservi invece l’immagine B: non c’è un gesto fuori posto. Nemmeno i bicchieri sono messi a caso: tutti vuoti, puliti, limpidi, uguali. Sembrerebbe studiata ad arte, se la Ariosto non avesse testimoniato che se la sono fatta scattare dal marinaio, così, per il ricordino. Bisogna riconoscere che la spontaneità non fa parte dei loro principi.
E se ci fosse il sonoro si sentirebbe solo il capo che fa ceeeeese.
 
Ma ritorniamo sull’immagine A.
  Anche il leader, quanto a look, lascia un po’ a desiderare, non è abbastanza incisivo, non buca lo schermo, non ha il ghigno ferrigno, ma è sfuggente, evanescente, misticheggiante, ha un’aria seriosa, severa, sacrificale: se proprio deve ricordare qualcuno quel qualcuno è Fassino.

 
Per il resto abbiamo una piena corrispondenza di elementi, che fa quasi venire il sospetto che quel satanasso di Leonardo abbia giocato d’anticipo sul copryght. Anche sul Barbarossa abbiamo l’unto del Signore, l’unico umano che ha l’olio solare incluso nel modello base, con in testa non una aureola vera e propria, che fa troppo retrò, ma la migliore approssimazione griffata da Pitti uomo. La candida coppola: un po’ angelo un po’ 41 bis.  
Come si può vedere sbuzzi di bianco, a suggerire le ali, gli sbuffano dalle maniche. E’ l’unico a essere vestito a cipolla, nel caso gli scappasse di trasformarsi in qualcosa, ad esempio in un geometra, in un venditore di cocco, in un allenatore di kendo.
  Si noti che anche nell’immagine “B” c’è quello che, nel microcosmo dei soggetti ritratti, appare come il traditore, anzi la traditrice (la storia riscritta alla luce delle pari opportunità) e che qualcosa ci consente di riconoscerla: una traccia di bianco girocollo che la lega misteriosamente al tradito.

 
 
  Si noti poi, in fondo a sinistra, in posizione un tantino ombrosa, il divo Cesare: è lui il padrone della baracca ma fa finta che sia quell’altro (l’unto), perché si avveri la profezia di Filippo Mancuso da Trinacria.
Cesare è alla destra del padre, guarda avanti, sorride. La sua immagine è un po’ impudica, sfacciata, come testimonia l’esibita carnalità di quella coscia.
In questo affresco c’è una sola persona che tiene gli occhi bassi, ha un nome evangelico, è la Veronica. Forse perché ciò che è unto in Cielo finisce per essere viscido in terra, e nell’intimità qualche problema lo produce. Forse perché già allora la povera donna sapeva che il gallo non avrebbe cantato tre volte che già l’unto l’avrebbe sacrificata per cacciare Cacciari e rosolare (leggi: fare arrossire) Rasmussen.  
O forse perché già allora meditava di fare un balzellone dal Barbarossa e saltare sul Micromega di Flores d’Arcais, che con quel nome esotico non può che promettere bene, per ritrovarsi sempre a righe, però arcobaleno.

Qualcuno dirà che nell’immagine “A” si avverte la presenza del miracolo.
Sì, perché invece nella B si scherza?
Iniziamo pure dai Sacramenti:
d’accordo, l’Eucaristia non gli è ancora riuscita, all’Unto, ma forse il difetto sta nel materiale, lui col pane e col vino ha poca dimestichezza, bisognerebbe consentire anche caviale e champagne, e questo in nome dell’articolo 3 della Costituzione che i Komunisti citano sempre a sproposito.
La remissione dei peccati invece è quello che gli riesce meglio: falso in bilancio, prescrizioni, condoni, immunità.
E poi c’è anche il miracolo vero e proprio, nella sua forma più evangelicamente diffusa: la guarigione degli infermi.
E proprio Cesare ne è un esempio. Sì, perché Cesare è stato molto ma molto malato. Tanto che non ce la faceva nemmeno più ad andare in Parlamento, a fare il suo dovere verso coloro che l’hanno votato. Lui, che è così scrupoloso! A malapena si trascinava al Circolo Canottieri Lazio, giusto per non restare solo soletto a casa, col cane; giusto per fare due partitine di calcetto, come quand’era all’oratorio. Tra l’oleandro e il baobab.
E le poche volte che, passo dopo passo, si trascinava in Parlamento, giunto lì si accasciava e non aveva nemmeno la forza di parlare.
Ma un bel giorno, avvenne il miracolo.
La sua pazienza fu premiata, ancora una volta la fede ha vinto: all’improvviso si ritrovò guarito completamente, senza nemmeno essere andato a Lourdes, sanatoria on-line, e allora un’energia divina pervase, un impeto di generosità spinse a battersi per le grandi cause. Divenne un fiume di parole, si fece carico di tutte le croci del mondo: “dalla fecondazione assistita al riordino delle carriere dei prefetti, dalla crisi del Kosovo al decreto sulle quote latte, dal servizio militare femminile agli interventi urgenti in materia di protezione civile, dal voto degli italiani all’estero alla riforma dei cicli scolastici, senza dimenticare la minoranza slovena e la lingua ladina in Alto Adige”.(Gomez-Travaglio – Bravi Ragazzi- Editori Riuniti p.20)
I maligni, tra i quali Travaglio e Gomez, dissero e ancora dicono che faceva così per non andare dalla Boccassini. Il tribunale chiese che il Parlamento gli concedesse una dispensa papale per consentirgli di recarsi a rispondere, ma il buon nemico, un angelo di nome Violante (Violante volante) lo salvò. Allora il gatto (Gherardo) e la volpe (Ilda, la rossa) osarono convocarlo di domenica, quando il Parlamento è chiuso come tutte le botteghe di questo mondo, convocarono lui e anche l’unto. Ma così quest’ultimo rispose :
“In verità in verità vi dico: io di domenica vado a messa”. Vi rendete conto? Lui, l’unto del signore, va alla messa di un altro, il boss dell’immagine C, che per di più assomiglia a Fassino. E Cesare? Non solo va a messa ma fa pure il chierichetto lui, anche questo dura da quando era all’oratorio, sempre tra l’oleandro e il baobab. E non è un caso che quella canzone si intitoli proprio Azzurro (Cesare è grande e Celentano è il suo profeta).
Ma torniamo al boss e ai suoi miracoli. Non si venga a dire che è la resurrezione dei morti che fa la differenza. Che cosa sarà mai il salvataggio di un solo piccolo Lazzaro di fronte al ritorno in vita (pubblica) di tanti Lazzaroni!
E se i santi neutralizzano i roghi, attraversandoli indenni come Giucas Casella, lui neutralizza le rogatorie.
E se a Cristo e ai Santi si innalzano le lodi, lui, da uomo mistico sì ma pragmatico anche, sa bene che senza i lodi (Mondatori, Imi-Sir, Meccanico-Schifani ec.) le lodi di figli non ne fanno.
Insomma, io credo che il modello, l’archetipo sia l’immagine “B”, ovvero la più recente, di cui la “A”, è solo una dilettantesca prefigurazione.
E poi, diciamocelo, bisogna smetterla di andare a cercare il pelo nell’uovo: gli Squillante, i Pacifico sono solo pagliuzze. Non facciamone travi! Anche perché, diciamoci anche questo, frequentando certi ambienti e abituandosi a certi stili di vita anche quei bravi Ragazzi degli Apostoli finirebbero per assomigliare alla Banda Bassotti.
 
 
Gloria Bardi
Finale Ligure